GLI ANNI CON IL 3
5 gennaio 1953 – L’Inter ha battuto il giorno prima per 2-0 la Juventus nella 15esima giornata di campionato, portando a cinque i punti di vantaggio in classifica. Sulla Gazzetta dello sport da lui diretta, Gianni Brera lancia nel titolo in prima pagina la formula “Santo Catenaccio” – che riproporrà in modo ancora più enfatico nel luglio 1982, in occasione della finale Mundial vinta dalla Nazionale di Bearzot contro la Germania ovest. Scriverà su Repubblica: “Santo catenaccio ha gloriosamente attentato alle funzioni epatiche di Luìs Cesar Menotti, che ci aveva accusato di passatismo cronico, di imperdonabile ritardo storico, pensa te il bischero della Plata!”. E ancora: “La mossa di Bergomi e le giuste contrarie adottate per controllare l’attacco e il centrocampo tedeschi costituiscono un merito grande per il nostro commissario tecnico. Egli ha fatto ricorso senza falsi pudori al culto della difesa e Santo Catenaccio l’ha ripagato con la puntuale solerzia del taumaturgo di elezione”.
Nel gennaio del 1953, la prima canonizzazione della difesa all’italiana avviene per la squadra di Foni così schierata: Ghezzi; Blason, Giacomazzi; Neri, Giovannini, Fattori; Armano, Buzzin, Lorenzi, Skoglund, Nyers.
Siamo tutti gioiosamente terroni
di gianni brera, La Gazzetta dello sport
“Blason, la Grosse Berta dell’Inter, si atteggia a scacciacane per beffare Cavalli e tocca di piatto con tale ingenua presupponenza che perfino dalla tribuna s’intuisce che sbaglia. Allora, grinta dell’Inter, impensata stupenda reazione morale dell’Inter che non si accascia e resiste. Brutto gioco, penoso WM da una parte, ruvido catenaccio dall’altra. E la beffa (questa sì) della seconda rete: lo scambio Skoglund-Lorenzi, il tocco in avanti a destra che Nacka suggerisce smarcandosi fulmineo, il tiro di destro, perfetto, diagonale, che si insacca nell’angolino (15). Un capolavoro di cesello fra tanto sparacchiare animoso.
Sulle tribune, intanto, vorticare di cuscini come a una corrida dopo che il torero ha matado. L’urlo dei Milanesi a quel gol che sa di scudetto (per la città). Gli ultimi volitivi contrattacchi juventini. Santo catenaccio mille volte reietto e pur sempre da esaltare. Elementare tattica della difesa in forze, del corridoio chiuso, dell’uomo di riserva sulla seconda battuta di dribbling. Blason Armano Giovannini Neri Fattori e ancora Blason ancora Giovannini ancora Armano. Il WM della Juventus si snerva a ridosso di quel mobile bastione. Ne esce il lateralismo deteriore che già gli Svizzeri hanno imposto agli azzurri: quel cercare lo spunto fra troppe gambe, quell’impossibile ricorso al dribbling ora che sono appannati i riflessi e le forze mancano, e difendersi è più facile che attaccare.
Sul ritmo d’un ditirambo rediano imposteremmo la cronaca di questa grande dissennata partita per lo scudetto. Emozioni continue, rilievi tecnici, episodi in contrasto, reti e no, rigori e no. Poi quell’urlo della folla, quando parve sicuro il risultato: l’indimenticabile urlo di sollievo, gli abbracci, le piroette, pure in quel pigia pigia! Ah, Fraccaroli siamo tutti e gioiosamente terroni”.