Come in ogni ultima domenica di gennaio, sulla pista in carbonella dell’ippodromo parigino di Vincennes, si corre domani il GP d’Amérique, considerato il Mondiale del trotto. Una corsa chiamata così in segno di amicizia e riconoscenza verso gli USA, per il loro intervento nella prima guerra mondiale al fianco della Francia e degli altri alleati. È l’edizione numero 102. L’Italia l’ha vinta 12 volte: dalla doppietta di Muscletone [1935-1937] a quella consecutiva di Varenne [2001-2002].
Adesso c’è pure il cavallo padre. Il cavallo che va in riproduzione senza aver smesso di correre. Gli allenatori di calcio sarebbero ossessionati dal sesso prima della corsa, i puristi dell’ippica rabbrividiscono. Nell’età classica si diventava stallone quando della pista non ne potevi più. L’interim non era previsto. Il doppio incarico è ora così diffuso che in estate c’è scappata l’eresia finale. Con i suoi 8 anni, Vivid Wise As ha vinto a Nizza il Grand Prix du Department des Alpes Marittimes. Erano le otto e mezza di una fresca sera d’agosto, all’ippodromo di Cagnes sur Mer, quando il baio italiano di sangue americano s’è lasciato alle spalle il gran rivale francese Étonnant. Due ore più tardi, a Follonica, ha vinto suo figlio Charmant De Zac, primo nel Gran Premio cittadino, dove aveva per avversari gli stessi cavalli sconfitti al Derby di Roma. La prossima frontiera sarà vedere padri e figli contro, come quella volta i Meneghin nel basket.
Luigi Ferrarella sul Corriere della sera parlò in agosto di “qualcosa di semplicemente impensabile” rispetto ai tempi in cui i puledri “iniziavano a sgambettare sulle piste non prima di tre-quattro anni dopo il ritiro del genitore. Ma da qualche stagione – spiegava – dilaga anche in Italia la nuova lucrosa moda, inaugurata in Francia e Stati Uniti, che vede le scuderie puntare a capitalizzare prima possibile il valore di un loro buon cavallo non soltanto con i trionfi in pista, ma già anche con i figli in allevamento, nati a volte dall’incontro diretto dello stallone con una fattrice e a volte invece dal commercio (del tutto regolare) del seme congelato del riproduttore”.
Alle aste dei puledri, le vittorie dei padri ancora attivi fanno da megafono, rendono più appetitosi gli acquisti. “Poco romantico – diceva il Corriere della sera – ma molto proficuo”.
Papà Vivid Wise As è uno degli italiani domani in pista all’Amérique numero 102. Più suggestiva ancora è la presenza di un altro 8 anni, si chiama Vernissage Grif, stavolta nelle vesti di figlio d’arte. Ha vinto lo scorso Lotteria di Agnano. Come il suo vecchio, il suo GenY Varenne, che a Parigi era stato terzo nel 2000, primo nel 2001 e nel 2002. Le sue due ultime stagioni in pista .
| PANORAMI VINCITORI IN FAMIGLIA ► Sono figli d’arte inconsapevoli, questi campioni su quattro zampe. Non portano sul dorso il peso che avvertì sulle spalle quel ragazzino belga di nome Axel per il cognome Merckx, o l’altro Jordi perché si chiamava Cruyff. Qualche anno fa Andrea Catalano su Rivista Contrasti si domandava: “L’eredità sportiva è un peso o una risorsa?”. Tania si tuffava e vinceva pur chiamandosi Cagnotto. A bordo di un’auto sono diventati campioni del mondo Damon Hill figlio di Graham, Jacques Villeneuve di cotanto Gilles, Nico Rosberg rampollo di Keke. Valentino Rossi è andato oltre papà Graziano, Paolo Maldini ha superato Cesare, in casa Thuram sono i primi da un paio di mesi ad avere un padre e un figlio in una finale mondiale, Marcus dopo Lilian.
O forse sono consapevoli a modo loro anche i cavalli, a maggior ragione qui, sulla “pista che scende e sale, che sfiora il bosco – come scriveva Mario Fossati su Repubblica, uno dei cantori dell’ippica classica – i 2700 metri che si accumulano, nemici successivi, davanti alle tribune, oggi un tantino disneylandesche, rutilanti di luci e di cristalli”. Chiamava Vincennes “ippodromo sterminato e fiabesco che segue le naturali ondulazioni del terreno”.
Passeport vinse cent’anni fa, nel 23 e nel 24. Due figli lo avrebbero imitato: Amazone B [1930 e 1933] e poi Nebulosa V [nel 1943]. Due discendenze gloriose ebbe Kairos, con la leggendaria Gélinotte [nel 1956 e 1957] e con Hairos II [nel 1960], ma a lui non era riuscito di tagliare il traguardo per primo. Più di tutti si è fatto valere come padre Kerjacques, considerato il più grande stallone nella storia del trotto francese. Sono nell’albo d’oro dell’Amérique i suoi pargoli Toscan [1970] ed Éléazar [1980], nello stesso stato di famiglia di Une de Mai e Jorky. Troviamo il suo seme nella maggior parte dei pedigree dei campioni francesi e di molti stranieri, sia in linea paterna sia materna, perfino molto tempo dopo la sua scomparsa, come per General du Pommeau o Fan Idole, fino a Bold Eagle, il campione del 2016 e del 2017.
Anche lui è stato figlio d’arte. Il papà di Bold Eagle era Ready Cash, vincitore nel 2011 e 2012, il quarto cavallo più ricco di sempre. Un tipo che aveva debuttato alla Varenne: facendosi squalificare alla prima corsa. Face Time Bourbon è della stessa stirpe, campione nel 2020 e nel 2021. Padre-figlio primi al traguardo sono stati anche Lurabo [1984] e Abo Volo [1997].
Tra i figli di Varenne ci sono finora cinque vincitori del Derby italiano. Lui mise da parte 6 milioni di euro in premi, ai quali va aggiunta la rendita come stallone da monta, pari almeno al triplo. Vernissage Grif è arrivato a circa 1 milione in premi, per due anni di fila è stato campione europeo. A Varenne padre manca un Amérique. Se dovesse arrivare, bisognerebbe trovare un modo di farglielo sapere. Subito dopo Dio viene papà, diceva Mozart. Ma non era un cavallo.