La parola che non vi ho detto: Boycott

 

  HASHTAG

Boycott

 

Boycott è la parola che in questi giorni sui social ha preceduto il nome di due quotidiani sportivi, la Gazzetta dello sport e il Corriere dello sport-stadio. Agli occhi dei tifosi della Juventus, paiono protagonisti di un racconto ostile delle vicende economiche del club. È stato invece risparmiato dall’hashtag Tuttosport, schierato in difesa senza se e senza ma, probabilmente anche per ragioni di diffusione. 

I tifosi fanno i tifosi. Reagiscono per amore di una bandiera. Nella sua gestione, Andrea Agnelli si è molto speso per ricompattare questo popolo scosso da Calciopoli. È stato uno dei tratti della sua presidenza. L’ha fatto coltivando un clima da cittadella assediata, emerso nei tanti passaggi controversi che ha vissuto: l’inibizione per rapporti non consentiti con gli ultrà, la chiamata in causa del suo club nell’esame farsa di Luis Suárez a Perugia, il golpe fallito della Superlega. Ora gli hashtag si sono sollevati dinanzi alle ipotesi di sanzioni estreme e la parola retrocessione apparsa in qualche titolo. Un’eventualità remota per la Gazzetta, un po’ più strillata dal Corriere dello sport-stadio

 

In comune con il melodramma dell’estate 2006, c’è l’intervento della proprietà. Ricordò Massimo Franchi sul Manifesto che fu John Elkann a prendersi l’ingrata responsabilità di disconoscere l’operato della triade Moggi-Giraudo-Bettega. Sedici anni dopo, la storia si è ripetuta con Agnelli-Nedved-Arrivabene, certamente con altri pesi e altre sfumature, ma uguale nella sostanza dei fatti. Si rompono i vasi per salvare la pianta

Le assonanze non sono finite. Dinanzi all’assemblea degli azionisti, nell’ottobre 2006 l’avvocato del club Cesare Zaccone disse: «Abbiamo accettato la B perché eravamo da C. In cinque giorni io e i miei colleghi abbiamo dovuto prendere in esame 7.500 pagine dove erano riportati fatti gravissimi. Potevamo scegliere tra due strade: difendere anche Moggi e Giraudo, con il risultato che la posizione della Juventus ne sarebbe risultata inesorabilmente compromessa, oppure prenderne le distanze. Abbiamo deciso per questa seconda, non credo avessimo altre possibilità. le carte processuali nei nostri confronti erano drammatiche e portavano dritte in serie C: il che avrebbe significato la serranda per la Juventus».

 

È una posizione che oggi trova un riflesso in ciò che i pm di Torino chiamano contesto confessorio, vale a dire le ammissioni raccolte nelle prime fasi dell’inchiesta e certi documenti recuperati. È dentro le mura di casa Juventus che hanno prodotto il libro nero sulle plusvalenze di Fabio Paratici, non i giornali. Emergono come un sistema, non come una circostanza saltuaria. È dentro la Juventus che sono state raccolte voci a conferma delle anomalie sulla manovra stipendi o sulla famosa carta di Ronaldo. Ecco perché stavolta la tentazione del Così fan tutti non è utile alla Juventus, accompagnata per mano da Agnelli sotto il triplo fuoco di magistratura, Consob e UEFA. 

Tuttavia, le ferite che viviamo hanno un senso se lasciano una lezione. Quella del 2006 è che il calcio italiano non ha bisogno di un altro trauma e di ipotetiche retrocessioni a tavolino. Se anche il processo sportivo dovesse appurare delle responsabilità gravi a carico degli ormai ex dirigenti della Juventus, la federcalcio farebbe bene a evitare afflizioni sui risultati acquisiti dalla squadra in campo. Una sanzione equilibrata dovrebbe colpire i responsabili e il patrimonio economico, non la maglia. La responsabilità oggettiva e la responsabilità diretta non possono diventare responsabilità sentimentale. I castighi sulla classifica acquisita fanno male più ai tifosi che a un qualunque vecchio dirigente sollevato dall’incarico, o titolare di un contratto milionario altrove. Lo sanno bene nelle centinaia di città dove il calcio è sparito, o dove il fallimento di un club ha spinto a ricominciare dal basso. 

La discontinuità aziendale sarà una leva per la Juventus nel processo, la mossa per addolcire la pena, con l’auspicio che lo strappo di Ferrero da Agnelli si riveli più deciso di quello consumato tra Agnelli e Giraudo-Moggi, come s’è visto di nuovo ieri. Ma Tuttosport con il direttore Guido Vaciago la butta là: Magari torna. L’addio? No, è un arrivederci. Sarebbe inaccettabile, sarebbe come una nuova chiavetta USB che torna sulla scena, una volta disinnescato il peggio dal processo. 

 

Rimane un ultimo aspetto, non meno importante. È paradossale che la Juventus debba andare a processo dinanzi agli organi della stessa federazione che questi bilanci li aveva sotto gli occhi, senza averli trovati né sospetti in sede di controllo e di ispezione, né alterati in sede di giudizio una prima volta. La discontinuità negli uomini andrebbe forse sollecitata anche in Covisoc, oltre che nel tribunale federale. Per non dire di Gabriele Gravina, l’uomo a capo di una federazione a cui paiono sfuggire troppe notizie, dalla finanza creativa alla presenza di un narcos nella procura arbitrale. Il giorno che precedette la rimozione di Agnelli dalla guida della Juventus, il presidente della Figc era al suo fianco in un evento pubblico, a impartire lezioni e indicare modelli sulle seconde squadre, uno degli strumenti delle plusvalenze di Paratici, secondo l’inchiesta Prisma. Se non fosse una cosa grottesca, sarebbe perfino seria. 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.