L’uomo che è venuto da lontano
ha la genialità di uno Schiaffino
Paolo Conte
I quarti di finale ai Mondiali di calcio si aprono oggi nel segno del Sudamerica, con le partite delle due grandi del continente, Argentina e Brasile, 7 titoli in 21 edizioni, le sole ad aver portato via la Coppa all’Europa insieme con l’Uruguay [2 volte] – L’America latina ha giocato 14 finali, ma non ne vince una dal 2002. Anche quella volta il torneo era stato organizzato in Asia – Viaggio nel senso del calcio in quell’area di mondo e nelle innovazioni venute da lì
① LA GENESI DEL CALCIO
L’ipotesi della genesi Guaranì in Paraguay
La Cina, Omero, l’harpastum dei Romani, i costumi fiorentini. Ma dove è cominciato tutto? Dove possiamo collocare il Big Bang del pallone? Bartolomeu Meliá, gesuita spagnolo morto nel 2019, uno dei più apprezzati etnologi degli ultimi anni, ha sostenuto che il calcio sarebbe stato inventato dagli indigeni Guaraní del Paraguay, la tribù di guerrieri accolta all’interno della missione di San Ignacio Guazú, la prima del paese. È l’angolo del Sudamerica che lo scrittore Augusto Roa Bastos chiamava la terra senza male.
Molto prima che il football si sviluppasse nell’Inghilterra vittoriana, dopo i riti religiosi della domenica mattina i Guaranì facevano le squadre e giocavano con un pallone di gomma, con l’obbligo di toccarlo solo con i piedi. Si direbbe proprio calcio. Con una differenza. Perdeva la squadra che si stancava per prima. In un volume della prima metà del Seicento, El tesoro de la lengua Guaranì, opera a sua volta del gesuita Antonio Ruiz de Montoya, si trovano attestati diversi termini riferiti al gioco del calcio, tra cui manga ñembosarai, che dovrebbe significare “gioco del pallone con i piedi”.
Un secolo e mezzo più tardi, padre José Cardiel registra nel suo diario Las misiones del Paraguay un dettaglio significativo come la rimessa in gioco. Tuttavia, Meliá non se l’è sentita di affermare in modo perentorio che il calcio è nato in Paraguay. Anzi, ha segnalato la scoperta in Brasile di una tribù che non ha mai avuto contatti con altre civiltà e che tuttavia giocava nello stesso modo dei Guaranì.
Basandosi sull’ipotesi di Meliá, il regista paraguayano Marcos Ybáñez ha realizzato il documentario Los guaraníes inventaron el Fútbol, facendolo durare 11 minuti. È stato presentato otto anni fa al festival del cinema indipendente di Mar del Plata. Il trasferimento di conoscenze tra i Guaranì e i maestri inglesi sarebbe avvenuto quando alcuni indigeni furono trasferiti dagli spagnoli in Europa.
◇ MAPPE LA CULLA DEL RIO DE LA PLATA ► Nel suo libro Locos por El fútbol – fonte di questo paragrafo e di altri successivi – Carlo Pizzigoni usa la seguente formula: “Gli inglesi hanno inventato il calcio e gli argentini l’amore per il calcio. In riva al Río de la Plata si sono appassionati a un gioco diverso perché in effetti gli avevano cambiato i connotati”. Con passaggi corti, virtuosismi, non più solo corsa e lancio lungo. La rivista El Gráfico lo chiamava stile criollo, “eleganza e improvvisazione rispetto al britannico, espressione di forza fisica e disciplina. I due stili furono presentati come totalmente alternativi: l’ennesima manifestazione, in campo culturale, della volontà di differenziarsi dagli inglesi e in generale dagli europei”.
Perché proprio lí? “Quella rioplatense era una delle società più ricche del mondo: negli anni Venti c’erano più auto e telefoni a Buenos Aires che non a Parigi, Milano e Roma messe assieme. Le condizioni sociali ed economiche erano insomma favorevoli. Fino a qualche anno prima i ragazzi, anche giovanissimi, dovevano andare al lavoro, molto spesso pesante; in quel periodo invece potevano godersi lo svago, dare una mano in famiglia con dei lavoretti e concentrarsi sul fútbol, passione sempre più diffusa anche perché si trattava di uno spettacolo vero e proprio. L’Inghilterra aveva gli spazi verdi, gli argentini il potrero: il cortile, molto spesso sconnesso, dove si imparava ad avere maggiore familiarità con la palla”.
In Storia critica del calcio italiano, Gianni Brera operava così il suo distinguo nel calcio rioplatense “Gli argentini sono cicale, gli uruguagi formiche”.
② IL DRIBBLING
La finta brasiliana per sfuggire ai bianchi
Negli ultimi otto anni, lo scrittore francese Olivier Guez ha dedicato due lavori al calcio sudamericano, tradotti in Italia da Neri Pozza. L’ultimo è dedicato all’Argentina, Nel Paese dell’aquilone cosmico, il primo del 2014 si intitola Elogio della finta e racconta le imprese della figura del malandro brasiliano, con la genesi del dribbling.
Guez parla di astuzia e di tecnica di sopravvivenza dei primi giocatori neri. Il dribbling evitava loro ogni contatto con i difensori bianchi, così come ogni forma di pestaggio, di gioco e non, in campo e a fine partita.
“Il dribbling può salvarti la pelle”.
Secondo Guez è l’essenza del Brasile, “quel movimento d’anca così emozionante e sensuale, parente vicino della samba e della capoeira cioè la lotta di strada. Il calcio arriva in Brasile soltanto sei anni dopo che l’importazione di schiavi viene abolita. Non dimentichiamo, che fino alla fine del XIX secolo, la tratta di uomini dall’Africa e lo schiavismo hanno costituito il motore dell’economia del Paese. Ci sono due modi di giocare al pallone. Uno è quello riservato ai bianchi, che imparano la lezione dei campioni inglesi. L’altro è il football dei neri, che devono camuffarsi, sparire davanti ai loro ex padroni. Carlos Alberto, uno dei talenti del Fluminense, doveva passarsi uno strato di cipria prima di scendere in campo”.
③ L’INTEGRAZIONE
L’Uruguay e i primi calciatori neri
Eppure, proprio il Sudamerica può vantarsi di aver schierato i primi calciatori neri in un torneo internazionale. I primi vengono individuati dagli storici del calcio in Isabelino Gradín e Juan Delgado, discendenti da schiavi, nati in Uruguay. L’unica squadra ad aprire la Nazionale a calciatori che non fossero bianchi.
Di Gradín si racconta che fosse un giocatore dinamico e spettacolare, tecnico, veloce, con tempi notevoli anche sui 200 e i 400 metri in atletica leggera. Dopo una partita contro il Cile, la Nazionale uruguayana venne accusata di non aver rispettato le regole, per aver schierato due giocatori di origini africane. I cileni si appellavano a una clausola del regolamento ereditato da una vecchia manifestazione, la Coppa Lipton, secondo la quale le squadre sudamericane potevano essere composte solo dai figli dell’alta borghesia industriale europea.
Sempre in Uruguay, José Leandro Andrade venne soprannominato “la meraviglia nera” per la sua classe e perché durante le partite attraversava il campo tenendo il pallone sulla testa. Una specie di Marco Nappi, prima di Marco Nappi: la foca. Fu la stampa francese a dargli il soprannome. Non a Nappi, ad Andrade.
④ IL PRIMO TROFEO INTERNAZIONALE
La Copa América e il dominio del futbol rioplatense
La protesta dei cileni era arrivata in Copa América, il primo grande torneo internazionale al mondo. I Mondiali sarebbero arrivati nel 1930, gli Europei nel 1960. In Sudamerica si giocava già nel 1916, quando su 23 federazioni affiliate alla FIFA ben 19 erano europee. Nel centenario dell’indipendenza dell’Argentina, il dirigente uruguayano Héctor Rivadavia Gómez mise in piedi il torneo con Argentina, Uruguay, Brasile e Cile. Il trofeo venne fabbricato in una gioielleria di Buenos Aires e costava 3000 franchi svizzeri, ma venne messo in palio solo l’anno dopo.
Dal 1920 al 1927 la Coppa America si è tenuta a cadenza annuale. Da uno sguardo all’albo d’oro delle prime 14 edizioni emerge il dominio del fútbol rioplatense, con 7 successi dell’Uruguay, 5 dell’Argentina e 2 del Brasile. Nel 24 e nel 28 l’Uruguay avrebbe anche vinto l’oro alle Olimpiadi, il torneo più importante prima che Jules Rimet inventasse la Coppa del mondo.
leggi anche Il sogno realizzato di Jules Rimet
Slalom speciale 26 ottobre 202
⑤ LA VERONICA
La giravolta inventata da José Farias
Loro la chiamano ruleta e dicono d’averla portata per primi su un campo di calcio. Ne scrisse Andrea Schianchi sulla Gazzetta, definendo la veronica come una “figura tipica della corrida, nella quale il torero spostandosi lateralmente porta il toro a investire la cappa con il muso. Per analogia, il termine è usato anche nel calcio: finta che consente di sbilanciare l’avversario e superarlo. Tramite la veronica un giocatore si passa il pallone da un piede all’altro mentre col corpo ruota su se stesso. Di solito la si effettua quando si è marcati da un avversario, che funge quindi da involontario perno della rotazione. Un passo di danza”.
Il brevetto sarebbe di Josè Farías, un centrocampista che lasciò Buenos Aires e si stabilì in Francia all’inizio degli anni Sessanta, allo Strasburgo. Quando nel 1967 fu acquistato dalla Red Star di Parigi, l’Équipe mise sulle sue pagine un montaggio di fotografie con cui illustrava il suo colpo preferito.
L’Équipe illustra la veronica di Farias [1967]
Secondo Schianchi, “Farías su quell’invenzione ci costruì un’intera carriera”
La raccontava così: «È nella nostra natura. Noi sudamericani siamo grandi appassionati di calcio. Fin da piccolo ho cercato di copiare i più grandi campioni. Ho visto giocare Rubén Bravo quando ero ragazzo. Il centravanti argentino Pontoni mi ha insegnato un sacco di cose perché aveva una tecnica straordinaria. Ma la nostra qualità più sorprendente è l’immaginazione, lo spirito creativo di tutti quelli che giocano con una palla. Prendete per esempio il mio famoso colpo, la roulette come la chiamate voi francesi: l’ho vista fare a uno sconosciuto su un campo sterrato».
⑥ GLI STILI
O Jogo Bonito e la garra
Il Sudamerica è il continente nel quale si può trovare la purezza del gioco e la cattiveria più accesa. O Jogo Bonito è la definizione storica per lo stile del Brasile, in senso lato per la bellezza. L’intuizione viene attribuita a Didì, il commentatore della Bbc Stuart Hall la rivendica per sé, sostenendo di averla pronunciata per primo nel 1958, Pelé l’ha trasformata una specie di sinonimo di calcio.
Eppure, qualche km più in là il calcio esce dall’estetica e diventa garra. Anzi garra charrúa, quell’atteggiamento che dinanzi alle avversità spinge a lottare senza arrendersi, replicando l’insegnamento della popolazione indigena, ingannata e sterminata dal primo governo indipendente, nella prima metà dell’Ottocento, col pretesto di pacificare il Paese.
Nel suo libro Locos por el futbol Carlo Pizzigoni sottolinea inoltre l’esperienza complessa di Osvaldo Zubeldía, l’uomo che cambiò il calcio argentino.
“Iniziò ad allenare dove concluse la carriera, all’Atlético Atlanta, e cominciò da subito a sperimentare e a fare cose nuove per il calcio argentino e mondiale. Pretendeva due sedute di allenamento giornaliere, addestrava la difesa a muoversi in maniera tale che gli avversari rimanessero in fuorigioco, utilizzava marcature a uomo anche in mezzo al campo e non solo dietro, inventò il ruolo di mediocampista de contención, il mediano di contenimento, con un giocatore deputato alla copertura e al recupero palla, e dedicò una cura particolare e mai vista prima per le palle inattive: giocò per la prima volta il corner con la «spizzata» dal primo palo. Piccoli e grandi accorgimenti che ritroviamo oggi nel calcio moderno, invenzioni prodotte da un genio che ha fatto grande l’Estudiantes”.
Quell’Estudiantes è stato indicato allo stesso tempo come «la prima squadra del calcio totale» addirittura da Rinus Michels, “colpito, lui come molti altri, dall’interpretazione difensiva che all’interno di una serie di marcature individuali sapeva alzare la linea difensiva, così da restringere il campo” e da Carlos Bilardo come “una squadra selvaggia per la voglia di vincere e perché protagonista di una serie di episodi altamente controversi. Non ci sono prove visive di quello che ha affermato più volte Bilardo (ma negato dagli altri suoi compagni), cioè che i giocatori fossero dotati addirittura di spilli”.
| “La verità è che non esiste più un calcio «sudamericano» e uno «europeo»: le stelle si spostano, Lionel Scaloni è stato un terzino di poco talento che ha giocato per quasi 20 anni in Europa (anche alla Lazio e all’Atalanta), il professor Tite persegue un equilibrio che tantissimi definiscono «europeo». E nelle ultime 5 Coppe, il Brasile ha raggiunto 5 volte i quarti, l’Argentina 4, delle europee solo la Francia è a 4. Insomma, le regine del Sudamerica sono sempre lì, è mancato il salto” – di arianna ravelli, Corriere della sera
⑦ LA ROVESCIATA
Una cilena nata in Perù
Secondo Jorge Barraza, autore di Fútbol de ayer y hoy, non possono esistere dubbi sul fatto che la prima chalaca, la prima rovesciata, sia stata vista in Perù.
In un’intervista con la radio colombiana Rcn, ha detto: «Le persone che vivono nel porto di Callao le chiamano chalacos, quelli che vivevano lì praticavano la giocata».
L’inventore ufficiale di questo gesto sarebbe però uno spagnolo immigrato in Cile, Ramón Unzaga Asla. Suo nipote lo ha definito a El Pais come «un atleta totale. Ha giocato a pallanuoto e faceva parte della squadra nazionale. Ha anche gareggiato nei 100 metri in piano, i 110 metri a ostacoli, il salto con l’asta». Anche lo scrittore Eduardo Galeano concorda nell’attribuzione del brevetto. Ha scritto che la prima volta di quell’”improvviso andirivieni di forbici” con le gambe in aria, era di venerdì. Il ricercatore Eduardo Bustos Alister, biografo del calciatore, ha individuato la data nel 14 gennaio 1914, e a questo punto le lingue si imbrogliano. Perché il 14 gennaio del 14 era di mercoledì.
Ramón aveva studiato nella scuola dei padri scolopi e aveva lavorato come contabile nelle miniere di carbone.
⑧ IL GOL DAL CALCIO D’ANGOLO
L’olimpico Onzari
Anche questo. Sempre loro. Il tiro dalla bandierina alla porta, senza deviazioni. Il merito è dell’argentino Cesareo Onzari, il primo a riuscirci nel 1924, contro l’Uruguay che era campione olimpico in carica. Perciò in Sudamerica chiamano ancora così la palla curva che finisce in porta e che in principio la FIFA considerava un gol irregolare.
Uno dei molti virtuosismi rioplatensi. Pizzigoni racconta che uno dei discepoli del filosofo catalano Eugenio d’Ors, José Gabriel, “dovendo «recensire» un balletto russo scrisse, su un periodico dell’epoca: – C’è molta più arte nel fútbol argentino che non in quello che ho visto”.
L’arte era data dal dribbling [la gambeta], la rabona, la marianela, cose che col pallone non si erano ancora viste da altre parti.
“Erano equiparati da alcuni intellettuali dell’epoca a figure della danza. Era arte, cultura, e l’arte, soprattutto qui in Sudamerica, e in Argentina in particolare, è anche quello che fai della tua vita. E il calcio c’entra”, ha scritto Pizzigoni.
[Il suo libro è qui]
ll fútbol rioplatense si candidò come il più virtuoso al mondo, quando Dante Panzeri su El Gráfico definì il gioco del Racing come “basso, preciso, artistico, dinamico”.
⑨ I PORTIERI PIONIERI
I primi guanti, le uscite dall’area e gli scorpioni
Non c’è bisogno di andare in attacco o avere una numero 10 per essere fantasiosi in Sudamerica. Basta guardare i portieri. Amadeo Raúl Carrizo fu il primo a mettere i guanti. Chi diceva che fossero di lana, chi di pelle. Prima di lui, nessun portiere era neppure uscito coi piedi fuori area. Cominciò lui e alla radio si chiedevano se fosse regolare. Lo chiamavano Tarzan perché sui cross volava e afferrava la palla con una sola mano.
Questa è la terra dove il brasiliano Castilho, la riserva del povero Barbosa nel Maracanazo, si fece amputare un dito pur di non smettere di giocare. Mancavano sette giornate alla fine del campionato e il mignolo della mia mano sinistra si piegò per la quinta volta in pochi mesi. Il dottor Newton Paes Barreto non sapeva come dirglielo. Una questione di cattiva calcificazione, il dito era ormai irrimediabilmente storto. Castilho sarebbe dovuto rimanere fuori due mesi e pensare a guarire, avrebbe dovuto lasciare la porta a Caetano da Silva Nascimento detto Veludo, un ex scaricatore di porto che era la sua riserva. Con il Fluminense in corsa per il titolo, rispose al medico, che non se ne parlava proprio. Chiese se ci fossero altre soluzioni. Una c’era, mormorò quello evitando di guardarlo in faccia. Tagliare il mignolo. Solo un pezzettino. La parte superiore. Castilho disse sì, sua moglie disse no, il medico tagliò. Rientrò dopo due settimane, rimase titolare, vinse il titolo. Con nove dita e mezzo, l’anno dopo parò 6 calci di rigore. Lo chiamavano Latteria, perché a tredici anni, a dorso di un asino, consegnava il latte nel paese.
Il Sudamerica è la terra dove il colombiano Higuita parava con il colpo dello scorpione e dove Chilavert segnava su calcio di punizione. Lui, del Paraguay. Dove forse tutto cominciò.