Davide Rebellin, l’innamorato della bicicletta

Davide Rebellin aveva 51 anni e aveva smesso di correre solo il mese scorso. È stato travolto a Montebello Vicentino da un camionista. Secondo le prime ricostruzioni, dopo l’incidente, l’uomo sarebbe ripartito dileguandosi. Rebellin ha vinto 62 corse, ha partecipato a 2 Tour, 5 Vuelta, 12 Giri. Nel 96 aveva vinto una tappa e tenuto la maglia rosa per sei giorni. Tra i suoi successi una Tirreno-Adriatico (2001), una Liegi-Bastogne-Liegi (2004), due Freccia Vallone (2004, 2007), una Amstel Gold Race (2004), una Parigi-Nizza (2008). Secondo alle Olimpiadi di Pechino 2008, aveva dovuto restituire la medaglia al Coni per positività all’antidoping. Era rientrato alle corse nel 2011. 

 

Alessandra Giardini sulla Gazzetta lo racconta come un Highlander che deve averci creduto davvero di essere immortale. Invece anche Davide Rebellin era come noi, anche se nessuno di quelli che l’hanno conosciuto avrebbe potuto giurarci. Non è che Davide Rebellin amasse il ciclismo: ce l’aveva addosso, non poteva farne a meno

Aveva dato l’addio alla Veneto Classic del 16 ottobre, eppure continuava a uscire per allenarsi, a dimostrazione – scrive Giardini – di quello che sapevamo tutti benissimo, e cioè che la bicicletta era la sua vita. È stata anche la sua morte purtroppo

La sua prima corsa da professionista porta la data del 5 agosto 1992, era il GP di Camaiore, debuttò insieme a Pantani. Tre giorni prima era stato sulle strade di Barcellona, per la corsa in linea dell’Olimpiade, era il favorito, vinse Fabio Casartelli. La Gazzetta quel giorno lo definì uno scattista che tiene bene anche sulle salite più lunghe. Un buon prospetto sia per le classiche che per le gare a tappe, ma a patto di migliorare a cronometro

 

|   Alessandra Giardini scrive che quando mise la maglia rosa nel 96, i fenomeni del ciclismo che ha lasciato un mese fa non erano ancora nati. Nel suo anno magico, il 2004, Rebellin diventò il primo di sempre a vincere Amstel Gold Race, Freccia Vallone e Liegi-Bastogne-Liegi in una settimana: lui aveva trentatré anni, poco lontano c’era un bambino di nome Remco Evenepoel che andava all’asilo. Di fianco a lui hanno corso i figli dei corridori della sua generazione, e molti hanno smesso prima di lui. Diceva che ogni tanto si fermava a conversare con una famiglia di cinghiali, ma questa forse era soltanto una favola di quelle che si raccontano ai nipoti. Non lo abbiamo visto invecchiare: aveva quella faccia lì anche da ragazzo, non urlava, non sgomitava, non alzava mai la voce, era sempre gentile. Per anni lo abbiamo chiamato il chierichetto, per la sua fede ma anche per la sua provenienza. Fra i suoi guai anche una contestata evasione fiscale, chissà perché, visto che lui a Montecarlo ci viveva davvero è lì si innamorò di Francoise, la sua seconda moglie. Mentre lui faceva il giro del mondo alla ricerca di squadre che si fidassero ancora, la signora Rebellin gli faceva capire che c’è un mondo oltre la bici. Appena le ha dato retta, il destino gli ha tagliato la strada. Davide Rebellin non è stato mai un ex corridore.

|   Cosimo Cito su Repubblica scrive che Rebellin era vecchio da anni, e il volto, una cartina geografica solcata da rughe come fiumi e montagne, raccontava meglio anche delle sue parole – timide, pacate, dense – ognuno dei 259.603 km percorsi in gara dal 1992 al 16 ottobre scorso. L’ultimo numero sulla schiena era stato il 191, e l’ultimo piazzamento, il 30° posto, davanti a ragazzi che avrebbero potuto essergli figli. Quando aveva iniziato Rebellin, si correva senza casco, senza cardiofrequenzimetro, senza computerini di bordo. Diciannove governi della Repubblica, tre Papi, quattro decadi. Ha corso in 32 paesi, con squadre italiane, tedesche, kuwaitiane, algerine, croate. Ha chiuso nella padovana Work Service Vitalcare Vega. Era nato a San Bonifacio, è morto a Montebello Vicentino. Come Michele Scarponi, a poche pedalate da casa.

Il ricordo su La Stampa è firmato dall’ex Ct Davide Cassani, in un pezzo che si chiude con la richiesta di leggi severe contro la pirateria da strada. 

Viveva per la bici. Con lui – racconta – ho condiviso un pezzo di carriera perché è stato mio compagno di squadra alla Mg-Technogym, quando lui era ancora un ragazzino. Io sono sempre stato uno dei più assidui e scrupolosi, però a volte tornavo in albergo, mentre lui allungava l’allenamento e stava fuori un’altra ora. E aveva soltanto 23 anni. Davide Rebellin era la gioia di andare in bicicletta. La cosa che mi ha sempre colpito è che correva per il gusto di correre, soprattutto negli ultimi anni non lo faceva per i soldi. Non l’ho mai visto arrabbiato, né l’ho sentito una volta alzare la voce. Davide era sempre molto riservato, silenzioso, quasi avesse paura di disturbare: parlavano le sue gambe per lui. Lo scorso anno, rimasi colpito leggendo l’elenco degli iscritti del Trofeo Laigueglia. L’ultimo della lista dei partenti, col numero 247, era Davide Rebellin. Nonostante i cinquant’anni, era ancora lì a lottare, a faticare su quella bicicletta. A volte la vita è «bastarda» e ti lascia senza fiato

 

  La magica primavera del 2004

di pier bergonzi, La Gazzetta dello sport, 22 aprile 2004

“L’indeciso e titubante campione che aspettava, aspettava finché il treno gli scappava via sotto il naso, ha lasciato il posto al campione, finalmente, freddo e risoluto. Il ritorno al successo in una grande classica ha dato fiducia al fuoriclasse più tenero e gentile del gruppo

 MEDUSE LA STORIA DEL DOPING

►  Marco Bonarrigo sul Corriere della sera lo ricorda “secco come un chiodo, dove lo invitavano a correre lui andava, con ammiraglia al seguito o senza, e faceva il suo dovere. L’ultima delle sue 61 vittorie (per distacco, come gli piaceva) risale al 11 ottobre del 2017, nella quinta tappa del Tour dell’Iran. Rebellin era uno stakanovista. Vegano, si preparava bevande e barrette energetiche da solo con materie prime biologiche e poi le commercializzava tra gli amatori con l’aiuto della seconda moglie, Fanfan Antonini. A chi gli chiedeva perché non smettesse a 50 anni suonati lui rispondeva «perché mi piace correre». Non si ritirava mai, non arrivava mai oltre metà classifica, non rubava il posto o lo stipendio a nessuno. A due domande non amava rispondere: sulla traumatica separazione dalla prima moglie-manager Selina, con cui faceva coppia inseparabile dall’infanzia, e sulla vicenda doping che per lui fu «un’ingiustizia che ho pagato cara e non voglio più rivivere». Rebellin raccontò di aver messo la medaglia d’argento in una busta imbottita, all’indirizzo «Coni. Foro Italico. Roma». Lui, che era soprannominato «Chierichetto» dai colleghi per la fervente fede cattolica e il disgusto verso i farmaci, cadde forse in tentazione per competere con dopati seriali che avevano un quarto del suo talento.

|   Valentin Pauluzzi, dalla Francia, per L’Équipe ricorda quelle Olimpiadi e il controllo positivo al CERA, l’EPO di seconda generazione, la sospensione per due anni, il proscioglimento da ogni accusa per vizi procedurali in sede penale. 

Ma non ha mai recuperato la medaglia e ha vissuto a lungo il boicottaggio del mondo del ciclismo, il suo unico mondo

In una intervista del 2016 con la rivista Pédale aveva detto: «È come se mi fossi preso sei anni di sospensione. Avevo le porte chiuse dalle squadre, dagli organizzatori, dalla stampa. Perché non sono stato il benvenuto e altri fantasmi del doping sì? Volevano che ammettessi la mia colpa. Le squadre avevano paura di ingaggiarmi e rischiavano di non essere invitate alle gare».

Nell’anno della maglia rosa – 1996 – di lui si parlava come di una “mosca bianca, uno dei pochi – forse l’unico, secondo la denuncia di Donati – a non praticare alcuna forma di doping. In un ambiente squassato dallo scandalo apparire fuori dal gregge può intimorire e disorientare, specie per un carattere timido e solitario come quello del veneto [Eugenio Capodacqua, Repubblica].  «Non ne possiamo più: certo, del doping prima di tutto, che ormai è dappertutto attorno a noi, inutile nasconderlo, ma anche di questa atmosfera pesante che ci circonda. Sembra che tutto il male sia solo nel ciclismo e questo non corrisponde alla realtà», diceva lui, venticinquenne. 

 

 STRUZZI LA SUA PERSEVERANZA  ►  Una doppia frattura tibia alla gamba sinistra al Memorial Pantani nel settembre 2021 sembrava avesse avuto la meglio sulla sua passione. Invece è rientrato. Giovanni Battistuzzi sul Foglio  aveva scritto che il suo non mollare non è patetico, è una forma di rispetto per sé stesso, un sorriso timido e romantico a favor di ciò che sembra folle ma che in realtà folle non è. Perché a 48 anni non si è troppo vecchi per correre. Perché non è vero che la passione invecchia e si stinge con il passare del tempo. Perché, in fondo, è tutta una questione di motivazioni, di sentimenti

|   Ciro Scognamiglio sulla Gazzetta lo definisce gentile, pacato, educato, Davide Rebellin non aveva bisogno di alzare la voce per comunicare il sentimento più grande che lo animava: «la passione per la bici». Mai si stancava di rispondere alla stessa ciclica, inevitabile domanda: «Perché continui?». «Perché amo pedalare»: il sorriso accennato e i modi dolcissimi, l’incapacità di perdere la pazienza.

Ha cominciato che c’era Laurent Fignon, se n’è andato ora che la maglia arcobaleno è del giovane Remco Evenepoel. Il suo immenso rammarico – scrive L’Équipe – sono i Mondiali, una gara tagliata per lui, ma che non ha mai corso da leader. A Pédale disse di non avere avuto il carattere per imporsi sui compagni della Nazionale. 

 

|  voci Marco Scarponi stanco di lutti

«Tanti messaggi, all’improvviso. E subito dopo tante telefonate da giornalisti che mi chiedevano un commento. Questo ruolo purtroppo inizia a pesarmi e tra un po’ forse deciderò di andar via da questo Paese. Da questo Paese che non vuole cambiare. È stato come quando ti si apre il terreno sotto i piedi e sprofondi. La gente ti parla e tu non ci sei. In una dimensione in cui non hai più contatti con la realtà».

 ➣  L’ennesima tragedia, Marco, di una catena infinita.

«E domani sappiamo già che ce ne sarà un’altra. Oggi è morto Davide Rebellin, domani un altro ragazzo. Lo sappiamo, i numeri sono questi. Troppe tragedie, non so più che pensare. E io vorrei trovare un senso. Oppure capire se ha senso testimoniare». intervista di cosimo cito, Repubblica

 

 

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