Che succede a Dakar mentre parte la Dakar

| Quando vai una volta alla Dakar, vuoi tornarci

Miki Biasion

Ottomila cinquecento km in 14 tappe più un prologo. Sabato inizia la 45esima edizione del rally più famoso del mondo. Non comincia da Parigi come al suo atto di nascita nel 1979. Non arriva a Dakar come fino al 2007. Dal 2020 ha lasciato anche il Sudamerica, che è stata la sua seconda casa. S’è buttato tra le braccia del Medio Oriente. Per la quarta volta la corsa prende il via in Arabia Saudita, dalle rive del Mar Rosso. Con sei categorie [moto, quad, leggeri, auto, camion e classic], 820 partecipanti divisi in 564 equipaggi, con 170 esordienti, 54 donne, 69 italiani e una domanda: cosa resta della Dakar dentro il nome Dakar. 

 

  È la corsa con la più grossa disparità tra l’attesa e l’epilogo. Anche quest’anno il rito è assolto. Sappiamo tutto della sua partenza, non ne parliamo se si presenta Renato Pozzetto, o Claude Brasseur. Ha il merito di cadere nei giorni senza calcio e con le redazioni in ferie, domani che facciamo, la Dakar. Se fosse in calendario a novembre, vivrebbe nelle ristrettezze di una breve come la Vendée Globe. Memorizziamo all’arrivo un pugno di nomi a malapena, i vincitori, e li dimentichiamo presto. In mezzo c’è il niente, salvo tragedie. 

La sua leggenda è ancora per buona parte dentro lo slogan con cui nacque. «Una sfida per quelli che partono. Un sogno per quelli che restano a casa». Lo disse Thierry Sabine, il suo inventore. Si era perso con la moto nel deserto libico durante il rally Abidjan-Nizza. Lo salvarono quando credette di essere ormai spacciato. Fece il brillante, Disse che non gli importava. Ovviamente dopo. Raccontò di non essere mai stato così felice tra le dune. Un anno più tardi, ne sono trascorsi 40 esatti lo scorso giorno di Santo Stefano, convinse 182 piloti a farsi trovare sotto la torre Eiffel, davanti al Trocadero, per puntare verso Dakar. Arrivarono in 74, meno della metà. Thierry sarebbe morto nel 1986, mentre seguiva la gara in elicottero, marcando nel suo nome anche il tratto nero della Dakar. 

 

Così, quest’anno sappiamo della svolta nel nome della sostenibilità. As in Spagna ha scritto che se dovessimo giocare a trovare le differenze tra un camion in gara alla Dakar e un autobus urbano a Barcellona, probabilmente ne troveremmo di innumerevoli. Ma sapreste dire cosa hanno in comune? Apparentemente niente. Invece scopriamo che saranno alimentati dallo stesso idrogeno

Sappiamo che l’insaziabile Sebastian Loeb ha ottenuto le garanzie che chiedeva agli organizzatori, dopo l’attacco terroristico di un anno fa a Jeddah. Ne ha parlato con la rivista Auto Hebdo. «Sarà diverso. Durante la scorsa edizione, per la vigilia eravamo in città, ora resteremo lontani, nel nostro piccolo mondo, potenzialmente lontani dal caos. Sono state prese delle misure, saremo in un parco in mezzo al nulla, immagino sia un po’ più facile da proteggere. Ma stavamo così bene in Sud America. Il percorso era più divertente e anche l’atmosfera generale».  

 

Sappiamo che Lucas Cruz, copilota di Carlos Sainz [padre], ha detto al Mundo Deportivo che non immagina possa trattarsi della sua ultima Dakar. Sua, nel senso di Sainz. Potrebbe casomai capitare dopo un altro primo posto finale. «Ma anche in questo caso – ha aggiunto – tenderei a pensare che sarebbe la penultima vittoria». Poi ha riso. 

Sappiamo da Ouest France che all’età di 76 anni Jean-Pierre Strugo correrà la sua 31esima Dakar e sappiamo che in Argentina ne fanno una questione di deserto. Così il Clarin considera che Kevin Benavides può fare come Messi in Qatar e scrivere la storia. Ci fosse mai uno che scrivesse la geografia. Benavides dice che «questo clima da Coppa del Mondo influenza tutti noi che rappresentiamo l’Argentina in una manifestazione, anche la Dakar è una specie di Coppa del Mondo nella nostra specialità». 

Sappiamo che l’Italia non vince dal 2002 con Fabrizio Meoni, Erik Nicolaysen su Oa Sport sottolinea come l’assenza di Danilo Petrucci, pronto ad affrontare il suo primo Mondiale Superbike con Ducati, priva di un pilota in grado di competere ad alto livello anche contro gli specialisti del deserto

Sappiamo che dalla Germania Stern si appassiona alle vicende dell’industria di casa e si domanda: L’Audi riuscirà finalmente a vincere la maratona nel deserto o sarà di nuovo Toyota?. La Toyota di Nasser Al-Attiyah. 

 

PAESAGGI I GOMMONI DEI CLANDESTINI

►  Il pezzo più interessante sulla Dakar arriva da Belén Rodrigo, per il quotidiano spagnolo Abc, e racconta di cosa succede a Dakar, nei giorni in cui un rally porta per il mondo il suo nome come se fosse un brand

Lungo i 44 chilometri che separano Dakar da Somone, una delle zone più turistiche del Senegal, si trovano diversi porti per la pesca dai quali ancora avvengono partenze clandestine di immigrati. Il 2006 – leggiamo – è stato un anno orribile, l’anno della crisi delle barche, quando migliaia di senegalesi sono saliti su delle piccole canoe, dopo aver pagato 600-900 euro di biglietto, diretti verso l’El Dorado

L’anno dopo il rally avrebbe toccato il Senegal per l’ultima volta. 

La destinazione – continua Abc – erano le Canarie, dove quell’anno sono arrivate clandestinamente 31.678 persone. A distanza di anni, sono ancora tanti i senegalesi che a stento raccolgono i soldi per salire su un barcone alla prima occasione che si presenta. Le storie di tanti pescatori di Thiaroyer Sur Mer sono strazianti, come quelle raccontate nel quartiere Yarakh di Dakar. Pescatori che ti dicono di come «nessuno vuole restare in un Paese dove la morte è meglio della vita». Sognano di avere un’esistenza dignitosa, di poter mandare i propri figli a studiare perché diventino ingegneri o addirittura ministri. La loro vita reale è molto diversa, in queste zone è comune che 10 persone dormano in piccole stanze di una stessa casa, con un pasto minimo. Si lamentano della mancanza di pesce nel mare e dell’assenza di altre risorse. Badara Famba voleva sbarcare a Tenerife, le onde hanno portato la sua barchetta fino in Marocco, dove s’è fermato quattro anni sperando comunque di vivere meglio. La famiglia gli ha dovuto spedire i soldi per tornare in Senegal. 

Quelli che dalla costa non si muovono, scoprono che il pesce è sempre più raro e che la salinizzazione del suolo rende improduttiva la terra, un tempo fertile. Nel delta del fiume Sine un milione di ettari è inutilizzabile. Gli abitanti del centro di Dioffior si sono attrezzati con vanghe e cestini. Hanno scavato fossati e costruito sbarramenti per impedire l’avanzata dell’acqua salata. Hanno recuperato 100 ettari per la coltivazione del riso. Sono nate associazioni di donne contadine che si fanno assegnare pezzi di terreno da bonificare. Senza tecnologia. Con i cestini di sabbia.

Paap Seen, editorialista, coautore di Politisez-vous!, una delle voci più ascoltate nel dibattito pubblico in Senegal, ha detto in una intervista a Le Monde, che dentro «una storia di ferite profonde, di prepotenza coloniale, di crescente acrimonia verso la Francia, esiste il paradosso di giovani che sfidano il Mediterraneo per raggiungere l’Europa. Fuggono dalla precarietà e dalla miseria sociale. Gli africani seguono solo i movimenti dei capitali. Vanno dove possono vivere decentemente».

Chierno A’dour, Youssou Seck e Omar Kane raccontano ad Abc di quando hanno messo piede sulla terraferma spagnola, per essere reimpatriati un anno dopo. Dicono che ci riproveranno. A’dour ricorda di aver fatto il viaggio pagando 800 dollari, a bordo di una barca dove si erano sistemate 400 persone. Sono quasi tutti morte. Da Dakar alle Canarie sono 5mila km. Con un gommone da 40 cavalli servono dai cinque agli otto giorni. 

Per molto meno chiediamo alla Coppa Davis di cambiare nome. 

 

  LA DAKAR DEGLI SCRITTORI

Abasse Ndione – Infermiere in pensione, vive a Dakar. Edizioni E/O hanno pubblicato i suoi romanzi Vita a spirale e Ramata. Hélène Lee su Libération ha scritto: In Senegal, Vita a spirale è una leggenda: a Dakar, se qualcuno ha letto un solo libro in vita sua è quasi sempre questo. Avvincente come un giallo, è una storia di spacciatori e di fumatori di canapa, totalmente sprovvista di morale se non quella che la realtà ci impone ogni giorno: solo il crimine paga. Su un tema così vispo, Ndione costruisce un romanzo di realismo gustoso, insignito del prestigioso premio Léopold Sédar Senghor e, cosa ancora più buffa, adottato nei programmi ufficiali di studio nei licei e nelle università del Senegal

 

testimoni Edi Orioli, il primo italiano a vincere

«Non è più la mia corsa. Più la guardo, la Dakar di oggi, e meno mi piace. Non c’è paragone con quella che facevamo noi».

 ➣  Quella era vera avventura.

«Innanzitutto c’erano tappe lunghissime, sconosciute a tutti. E si navigava con la bussola, non con gli strumenti tecnologici di oggi che ti indicano la strada. La gara sarà più sicura, ma lo spirito di avventura si è completamente perduto. Noi dormivamo per terra, chiedevamo informazioni ai tuareg, ogni giorno era una scoperta perché anno dopo anno i percorsi erano sempre diversi: Thierry Sabine, inventore della gara, diceva: io vi ho aperto le porte del deserto, ora sta a voi sfidare il destino».

 ➣  Tu lo hai sfidato per 15 volte.

«Ho tenuto il conto, seppure approssimativo, dei chilometri che ho fatto in gara in Africa e ho superato i 220.000. A un certo punto mi sono anche detto che dovevo smetterla di andare a rischiare correndo a 200 all’ora su piste di sabbia, ma poi era più forte di me. Ci tornavo sempre».

 ➣  È stata una gara molto discussa.

«Quando partecipavano i vip di turno giornali e TV erano entusiasti, perché avevano qualcosa da raccontare, e se ci scappava la disgrazia giù fiumi di inchiostro. Ma senza afferrare cosa significhi attraversare il deserto del Ténéré in moto da soli». intervista di stefano saragoni, Il Giornale, 5 dicembre 2022

 

Gente di Dakar

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Ségolène Royal – ex candidata all’Eliseo

Il padre, un colonnello dell’esercito francese, ha allevato gli otto figli nel rigore più assoluto: il primo vestito nuovo lei l’ha indossato a 14 anni (prima usava quelli della sorella), la prima doccia calda l’ha fatta molto più tardi, quando è andata via da casa (il padre aveva bandito riscaldamento e acqua calda per questioni di principio)” [carla bardelli, Vanity Fair]

 

Sibeth Ndiayeresponsabile della comunicazione di Macron

«La mia coscienza politica è stata forgiata quando ero una bambina, a Dakar. Mio padre era un musulmano abbastanza devoto. Dopo la grande preghiera del venerdì mi portava con lui a fare la carità. Ricordo il tintinnio delle monetine dentro alle scatole di latta che i bambini scuotevano imploranti. Un giorno chiesi a mio padre: perché sono da questa parte e loro dall’altra? Lui mi rispose: ’Fai in modo che tutto ciò non esista più’». 

 ➣  Una figura di spicco del governo donna, nera, che ha vissuto in banlieue e viene dall’alta borghesia di Dakar. Per alcuni la sua è un’identità troppo complessa?

«Con una caricatura si può dire che in Francia ci sono due categorie di neri. Per l’estrema destra, l’uomo di colore è un incapace, un pigro. Per l’estrema sinistra, è chi cerca di sopravvivere nelle periferie o ha attraversato il Mediterraneo su un barcone. È vero, vengo da una famiglia benestante, ma mio padre mi ha mandato in Europa perché aveva un tumore e voleva che costruissi qui il mio futuro. Quando è morto, mia madre si è ritrovata indebitata. Ho fatto lavoretti, mi sono dovuta arrangiare. Non sono la figlia di Bokassa e nemmeno una migrante arrivata su un barcone». [ad Anais Ginori, Il Venerdì, 14 febbraio 2020]

 

Lorena Cesarini – conduttrice di Sanremo 2022

«Sono nata là perché i miei volevano che avessi la doppia nazionalità. Per ora, però, ho solo quella italiana. In Senegal non torno da quando ho perso mio padre, a 12 anni: abbiamo fatto là l’ultimo viaggio insieme, poco prima che se ne andasse. Papà lavorava in un’azienda. Frequentava il Senegal perché era un giocatore d’azzardo e amava l’Africa. Mamma in Italia ha fatto la donna delle pulizie e poi l’hostess di terra per Air One. Si sono conosciuti a Roma, negli Anni Ottanta: un colpo di fulmine. Da 15 anni mamma ha un nuovo compagno, un imprenditore pugliese che gestisce due ristoranti a Roma. Per me è come un padre». [a Ilaria Ravarino, Il Messaggero, 13 gennaio 2022]

| «Pur avendo parenti di mamma a Dakar, io sono tornata pochissime volte. L’ultima con mio padre, passai una lunga vacanza con i miei parenti e compii miei 11 anni in Senegal». [a Michela Tamburrino, La Stampa, 19 gennaio 2022]

| «Mamma è cattolica e aveva due sogni: voleva fare il giro delle chiese di Roma e conoscere un uomo italiano per fare un bimbo. Papà era innamorato dell’Africa e ci andava spesso anche perché era un giocatore d’azzardo e a Dakar ci sono molti casinò. Si sono incontrati ed è stato subito amore», [ad Andrea Laffranchi, Corriere della sera, 3 febbraio 2022]

 

Alfred Gomis – calciatore

La scorsa estate ho fatto un viaggio in Senegal, dove mancavo da 15 anni: è stata la goccia definitiva, perché ho rivisto i luoghi della mia infanzia. E altri molto speciali».

 ➣  Le va di raccontare quali?

«Sono stato sull’isola di Gorée, a largo di Dakar. Lì c’è la “porta del non ritorno”, attraverso la quale venivano fatti passare gli schiavi destinati all’America: chi non era in grado di partire, per motivi di salute, veniva buttato a mare. Ho visto una stanza in cui venivano ammassate 200-300 persone, grande come una camera da letto al giorno d’oggi. Un colpo al cuore dietro l’altro». [a Paolo Tomaselli, Corriere della sera, 7 giugno 2018]

 

Valentina Diouf – pallavolista

 ➣  Suo padre, Serigne, è senegalese.

«Di Mbacké a 200 chilometri da Dakar, verso il mare. Mi chiedono tutti: ti senti africana? No, sono italiana, anzi milanese, di Settimo, parlo in dialetto. Non rinnego le mie radici, sono stata in Senegal, e ho trovato paesaggi magnifici, anche se certi aspetti delle città, come i fili elettrici scoperti, mi piacciono meno. Ma quella parte lì, dentro di me, è ancora poco conosciuta. E da poco papà mi ha raccontato del suo arrivo a Roma a fine anni Ottanta, delle sue difficoltà, ha anche dormito alla stazione Centrale di Milano, prima di potersi iscrivere all’università. Per me sono esperienze sconosciute, nessuno mi ha mai sbattuto una porta in faccia. Anzi, sembra quasi che tutti mi scambino per bianca».

 ➣  In che senso?

«C’è gente che mi ha fatto dei commenti negativi e piuttosto volgari su una giocatrice nera. E mi chiedo: possibile che non si accorgano del colore della mia pelle? Possibile che non capiscano che dicendo quelle cose offendono anche me? Ma sono sicura che quei commenti erano genuini e non diretti a me, non volevano farmi male. Se l’Italia si è affezionata a me, razza mista, e mi tratta da sua figlia, lo considero un passo avanti. La prova che nel nostro Paese qualcosa è cambiato». [a Emanuela Audisio, Repubblica, 21 settembre 2015]

 

Khabi Lame – tiktoker

➣  Quando sei arrivato in Italia?

«Quando avevo un anno. Siamo partiti con mamma da Dakar. Viaggio in aereo. Perché mio padre era riuscito a trovare lavoro a Chivasso come operaio. Faceva assemblaggio di aspirapolveri». [a Niccolò Zancan, La Stampa, 20 maggio 2021]

 

in tv su Sky Sport 24 e Now Tv

 

 

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