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▻ Garage Mundial: la Coppa che nascose i corpi spariti. L’Argentina e il calcio sotto la dittatura colpevole del dramma dei desaparecidos – Che cosa si scriveva in Italia di quanto accadeva in Sudamerica | Che cosa successe durante i Mondiali: Le dimissioni di Giovanni Leone dal Quirinale | Storie formidabili di portieri: Ramon Quiroga e la marmelada dei sei gol subiti | I protagonisti: Rob Rensenbrink, Mario Kempes, Romeo Benetti | Camei: Storia del desaparecido che la giunta spedì a intervistare Menotti | Il Mundial italiano: “Questa squadra ha un futuro”
ARGENTINA 1978
Garage Mundial. La Coppa che nascose i corpi spariti
In principio fu una visione. Le visioni degli scrittori possono essere profezie.
In quella di Julio Cortazar, una ventina d’anni prima della giunta di Videla e del suo Mundial, c’erano due fratelli, due tipi che ereditano una casa fatta di due aree, separate da una porta e da un corridoio. È un appartamento così grande che potrebbe ospitare otto persone. Forse i fratelli sono ragazzi suscettibili, forse davvero dentro la casa si sentono le voci, i passi, i mobili che si spostano. In Casa occupata, uno dei racconti della raccolta Bestiario, la parola fantasmi non compare mai. Eppure, a loro si pensa, dalla prima all’ultima riga, attraverso certi fatti misteriosi e insensati a cui crediamo.
La tragedia dei desaparecidos questo è stata, una storia di morti senza corpi, di un’assenza irrevocabile, come avrebbe detto Cortazar trent’anni più tardi durante una conferenza tenuta a Parigi, e non sulle invenzioni, sulle sue parole, o almeno non solo su quelle, ma un intervento politico su quanto succedeva nella sua terra, sul dramma negato e rimosso delle «presenze astratte».
| «Non si saprà mai come raccontarlo – ha detto una volta Cortazar – se in prima persona o in seconda, usando la terza del plurale o inventando continuamente forme che non serviranno a niente».
Le morti senza corpi di una generazione erano morti duplici, senza un luogo per l’elaborazione del lutto, erano «ostinata negazione dell’assenza finale», era «quel cerchio che mancava dall’inferno dantesco, e i presunti governanti del mio paese – disse Cortazar – si sono assunti il sinistro compito di crearlo e popolarlo». Sarebbe morto lui stesso prima di scoprire che nella lista degli obiettivi c’era anche il suo nome. L’elenco venne alla luce una decina d’anni fa.
Quando Julio Cortazar parla a Parigi della «popolazione spettrale» d’Argentina, Mario Kempes ha fatto il suo lavoro da due anni e mezzo. Quella squadra campione del mondo sarà inseguita per sempre da gesti negati o gesti segreti. Come la leggenda della stretta di mano negata sul palco dal capocannoniere del Mundial al generale. In occasione del trentesimo anniversario della Coppa, i giocatori espressero le loro posizioni in alcune interviste con El Gráfico. Ubaldo Fillol, il portiere, disse: «Non siamo stati noi a uccidere, torturare e sequestrare. Ci disturba che ci venga chiesto in continuazione. Di certo fummo campioni del mondo, di certo ci furono 30mila desaparecidos, ma una cosa non ha nulla a che fare con l’altra. La terza verità è che il governo militare utilizzò la nostra impresa. Gli assassini ci usarono».
Il 17 settembre 2005, in un’intervista per Página 12, il terzino Alberto Tarantini sostenne di aver chiesto al dittatore Videla, durante un premiazione organizzata dal Clarín, notizie sulla sorte di tre amici suoi spariti, e di aver ricevuto come risposta la frase: «Non mi occupo di queste cose».
Tarantini disse: «Gli argentini sapevano dei desaparecidos ma guardavamo dall’altra parte». Aggiunse: «Nessuno di quei delinquenti entrò in campo. Vincemmo il Mundial in modo legittimo. Il titolo mondiale fu come una vacanza per gli argentini».
C’è sempre una via per sottrarsi, se il peso della vergogna ci schiaccia. Quella via trovò Jorge Carrascosa, che fece un passo indietro dalla Nazionale in tempo, a quel Mundial non andò. Forse pure Hugo Gatti inventò la scusa del ginocchio malmesso, non lo ha mai confermato, non lo ha mai del tutto smentito. In Splendori e miserie del gioco del calcio, Eduardo Galeano dice che “il calcio è rituale sublimazione della guerra, undici uomini in pantaloncini corti sono la spada del quartiere, della città o della nazione. Questi guerrieri senza arma né corazza esorcizzano i demoni della folla e ne confermano la fede: a ogni confronto tra due squadre entrano in gioco vecchi odi e amori trasmessi in eredità dai padri ai figli. L’idolatria del pallone è la superstizione che il popolo si merita. Posseduta dal calcio, la plebe pensa con i piedi, e ciò le si addice, e in quella goduria subalterna si realizza. L’istinto animale si impone sulla ragione umana, l’ignoranza schiaccia la cultura, e così la marmaglia ottiene ciò che vuole. In cambio, molti intellettuali di sinistra squalificano il calcio perché castra le masse e devia la loro energia rivoluzionaria. Pane e circo, circo senza pane: ipnotizzati dal pallone che esercita un fascino perverso, gli operai atrofizzano le loro coscienze e si lasciano trascinare, come pecore, dai loro nemici di classe”.
Una ventina d’anni fa, su Repubblica, lo scrittore Gabriele Romagnoli, raccontò la storia di un giovane portiere dell’Almagro, Claudio Tamburrini, dopo la carriera ricercatore universitario in Filosofia a Goteborg. All’età di ventitré anni era titolare in serie A. Come tutti i giovani del suo Paese, il 24 marzo del 1976 si era svegliato sotto una dittatura. La Nazionale era in Polonia per un’amichevole. I militari avevano deposto Isabelita Perón, al governo al posto del suo vedovo. La giunta amava i divi del pallone. A patto che sapessero cosa tacere. Tamburini era uno dei pericolosi dissidenti universitari. Studiava le relazioni tra etica e sport. Lo arrestarono di notte, prima di una partita. Gli tagliarono i capelli, lo spogliarono, gli bruciarono i vestiti, lo tennero in una stanza con altri cinque uomini nudi e rasati, tutti ammanettati a un letto. Le guardie lo colpivano e gli dicevano: para questo.
Tre mesi prima del Mundial, una sera cedette la vecchia ringhiera del letto di un prigioniero nella stanza. Le manette si sfilarono. Guillermo Fernandez liberò gli altri e fecero tutto in fretta. Legarono le lenzuola, forzarono una finestra, si calarono giù per sei metri. Tamburrini era rimasto l’ultimo a uscire, non c’era più nessuno a tenergli la corda. Si buttò. Trovarono una donna che li nascose in casa sua, mentre la furia delle guardie batteva il quartiere e bruciava le prove alle spalle. Distrussero l’appartamento, uccisero gli altri prigionieri.
Fu in un bar sull’ Avenida Corrientes che nell’estate del 78 vide un altro portiere come lui, Fillol, mentre alzava la coppa. “Non provò né felicità né rimpianto. Tutto quel che sognava – ha scritto Romagnoli – era un passaporto falso per andarsene. Lo ebbe l’anno seguente. Doveva esserci una grande marcia per i diritti umani, in Plaza de Mayo, ma la dittatura impose i festeggiamenti per lo straordinario successo in Giappone della selezione giovanile in cui brillavano Diego Maradona e Ramon Diaz. Tamburrini era alla frontiera con il Brasile e la varcò senza voltarsi indietro. Gli diedero lo status di rifugiato politico e la scelta fra tre opzioni: Francia, Danimarca e Svezia. Chiuse gli occhi e puntò il dito: Stoccolma. Ha scritto, da portiere filosofo una pagina la cui morale è: meglio non giocare con i campioni che giocare per i dittatori”.
Consapevole del potere del calcio e delle lusinghe dei dittatori, nel giorno in cui l’Argentina debuttava al Mundial contro l’Ungheria, Jorge Luis Borges tenne una conferenza stampa sul tema dell’immortalità, e la sera della finale con l’Olanda una lezione su Baruch Spinoza, un olandese. Cortazar non si dava pace per il fatto che le sentinelle e le guardie, i custodi dei prigionieri che venivano scaraventati nell’Oceano dall’alto dei cieli, erano «gli stessi che prima e dopo aver finito il loro sporco lavoro – disse – escono in superficie e siedono negli stessi caffè, negli stessi cinema dove siamo noi, dove si incontrano coloro che oggi o domani potrebbero essere le loro vittime. Lo dico senza paradosso: più felici sono quei popoli che possono combattere contro il terrore di un’occupazione straniera. Almeno sanno che i loro carnefici vengono da altrove, parlano un’altra lingua, rispondono ad altri modi di essere. Quando sparizioni e torture sono manipolate da chi parla come noi e si chiama noi, ha frequentato le nostre stesse scuole, condivide costumi e gesti, proviene dalla stessa terra e dalla stessa storia, l’abisso che si apre nella nostra coscienza e nel nostro cuore è infinitamente più profondo di quanto qualsiasi parola possa tentare di descriverlo».
È straordinaria la coincidenza che in Italia siano quegli anni dei due “corpi diversamente insepolti”, come l’attore Fabrizio Gifuni ha definito i cadaveri di Pier Paolo Pasolini e Aldo Moro, due figure alle quali ha dedicato altrettanti lavori teatrali. Due corpi “sulla cui ombra lunghissima – ha scritto per Repubblica qualche tempo fa – la società italiana continua ad inciampare. Entrambi con un portato simbolico immensamente più forte di tutte le trame possibili e immaginabili. Due corpi che non esauriranno mai la loro carica anche se una verità giudiziaria, certa e definitiva, o i loro stessi fantasmi, venissero un giorno a raccontarci una volta per tutte come andarono davvero le cose”.
Pasolini era stato ammazzato poco più di un anno dopo i Mondiali precedenti in Germania, il corpo di Aldo Moro era stato rinvenuto mentre le cronache sportive erano tutte proiettate sul Mundial imminente. Il giorno prima, avevamo saputo che per l’Argentina sarebbe partito il giovane Cabrini al posto di Facchetti, il capitano che aveva fatto un passo di lato per lasciar spazio alla rivelazione del campionato. Cabrini avrebbe poi fatto un salto doppio, togliendo il posto da titolare a Maldera, mentre in attacco Rossi faceva altrettanto con Graziani. Il 22 maggio Giulio Andreotti ricevette la squadra in partenza. Disse: «Verrei a trovarvi in Argentina, ma poi chissà quante critiche mi farebbero». Moro era stato ucciso da due settimane.
C’è una foto di Moro e Pasolini seduti di fianco, alla prima cinematografica di Mamma Roma, anno 1962, alla Mostra del cinema di Venezia. Un secondo scatto è stato esposto in una mostra alle Scuderie del Quirinale: c’è Moro che parla, Pasolini ascolta.
Lo scrittore e regista Riccardo Lestini ha detto che “la loro stessa diversità è un incrocio. Il politico cattolico più aperto a sinistra e l’intellettuale ateo e marxista più intriso di spiritualità e cattolicesimo. Due diversi, due “scandali” loro malgrado, due uomini non tanto soli, quanto isolati. Una serie di equivoci che hanno tutti come origine un’altra foto, anzi due, ben più famose della fotografia che li ritrae insieme. La prima è la foto del cadavere di Pasolini all’idroscalo di Ostia, quel corpo sfigurato, irriconoscibile (che pareva “un sacco de monnezza” come dichiarò la signora delle baracche del lungomare che per prima rinvenne il corpo), una poltiglia indefinita di sangue e terra. La seconda – forse la più famosa dell’intera nostra storia repubblicana – è quella di Moro nella “prigione del popolo”, che regge in mano la copia di Repubblica con alle spalle la bandiera delle Brigate Rosse. Ancora vivo, ma già cadavere. Sono due immagini che hanno finito per cristallizzare la percezione di Moro e Pasolini. E inevitabilmente per ridurli e sminuirli, se non proprio per cancellarli. Li hanno come ingabbiati e inchiodati lì per l’eternità, uno in un campetto sterrato e l’altro in un grottesco tribunale. E tutta la loro vita, tutta la loro parabola intellettuale e politica, oggi esiste quasi esclusivamente in virtù della loro morte brutale”.
Quando Pasolini era stato assassinato, l’unico parlamentare che aveva spedito un telegramma di cordoglio alla famiglia, era stato Aldo Moro. In una conversazione con Sandro Veronesi, pubblicata nel volume La matematica del gol [2007], Edoardo Nesi ha detto: “Senti: io ti posso dire perché tifavo per l’ Argentina nel ’78 e perché mi sembrava una squadra straordinaria. Perché i giocatori, il loro aspetto e il modo in cui giocavano in campo, erano la cosa più lontana dai colonnelli che ci potesse essere: le zazzere tenute in quel modo e chiaramente poco lavate; i baffoni; i riccioli di Tarantini; i capelli lunghi sulle spalle di Kempes e di Luque. E mi sembrava che l’essenza di quella squadra fosse, in assoluto, la vera forma di protesta contro l’Argentina di quei tempi. Per questo mi piaceva”.
Il Paese
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Non firmate il documento di Amnesty International
di alberto rognoni, Guerin Sportivo, 3 maggio 1978
“In vista dei Mondiali di calcio, l’Amnesty International si adopera attivamente per indurre i personaggi più rappresentativi del nostro Paese a firmare un documento denuncia contro la “spietata dittatura che insanguina l’Argentina”. Quella benemerita Congregazione tenta anche di ottenere la pubblica adesione dei massimi esponenti della federcalcio e persino quella dei 22 giocatori selezionati. Quell’autografo non s’ha da fare. Lo sport assolve la nobile funzione di affratellare i popoli; mai, e per nessun motivo, deve essere coinvolto nelle vicende politiche; men che meno deve essere strumentalizzato dalle “iniziative umanitarie” che pur ispirandosi “ai più alti valori democratici” sconfinano talvolta (per inconscia civetteria intellettuale) nel qualunquismo o nella faziosità. Avremo già vita terribilmente difficile (calcisticamente parlando) in Argentina dove sbarcheremo con una squadra mediocre e arrugginita; sarebbe stoltezza imperdonabile renderla ancora più ardua per motivi ambientali, sfidando la “bieca dittatura militare” con proclami che vorrebbero essere democratici ma che sono demagogici”.
La squadra che i generali chiesero a Menotti
di nino petrone, Corriere dell’informazione
“C’è questa attendibilissima versione a scagionare il ct dalla colpa di non aver allestito una squadra più vigorosa, dica pure più cattiva. A Menotti è stato raccomandato di mettere in campo una nazionale che desse al mondo la stessa immagine che avrebbe dato il paese: ospitalità, calma, niente violenza. Al ct i generali avrebbero detto: tanto meglio se vinciamo il Mundial ma i risultati delle partite ci interessano fino a un certo punto. Ci interessa molto di più dimostrare, con un comportamento in campo che non dia adito a nessuna illazione, che non vogliamo vincere a tutti i costi, o peggio ancora picchiando. La bella immagine del paese, non importa come, i generali effettivamente sono riusciti a darla: l’organizzazione è perfetta e non c’è scena che turbi gli ospiti. Menotti, dicono, ha fatto altrettanto con la squadra, ed ecco il grande smacco. Ovviamente, non c’è la firma di Videla né di Massera a questa versione popolare, e tanto meno di Menotti, almeno ufficialmente”.
Cosa dire in televisione
di bruno pizzul, Corriere d’informazione, 29 maggio 1978
“Al mundial la giunta militare che regge l’Argentina affida un messaggio propagandistico la cui efficacia è intuitiva. Nel palazzone televisivo, in questi giorni di vigilia, si succedono riunioni per definire il programma della cerimonia inaugurale: il generale Videla e i suoi più stretti collaboratori vorrebbero ampliare i tempi parzialmente previsti e assumere vesti di veri e propri protagonisti. … La Rai-TV sembra orientata a saltare a pié pari la cerimonia inaugurale, collegandosi con lo stadio del River solo poco prima del calcio d’inizio. Con mia somma soddisfazione, naturalmente. Tengo famiglia e mi sembra molto meno rischioso parlare di Tomaszewski o di Schoen”
Gli occhi del mondo sull’Argentina: faccia chiarezza
da La Stampa, pezzo non firmato in prima pagina, 30 maggio 1978
“Un nostro lettore ci ha inviato copia di una lettera ricevuta da Cordoba, in Argentina. Essa dice tra l’altro: «Tra poco arriveranno qui migliaia di sportivi da ogni Paese; saranno accolti dal popolo argentino con quello spirito di cordialità e cortesia che gli è proprio; commossi da questa spontanea accoglienza non si accorgeranno delle illegalità che sono state commesse e si continuano a commettere; forse non faranno in tempo a sapere nulla del problema degli scomparsi; eppure, appena poche settimane fa, una lettera aperta al Presidente Videla, pubblicata su tre intere pagine della Prensa, elencava 2500 nomi, tutti attentamente controllati».
Un’altra lettera che ci è giunta dice: «Signori della Stampa, sappiate che ora, oltre alle madri pazze di Plaza de Mayo, che chiedono notizie dei figli scomparsi, ci sono anche le nonne, che vogliono sapere se sono nati i nipotini che le loro figlie o nuore, scomparse mentre erano in stato di gravidanza, dovevano dare alla luce».
Su Le Monde, un inviato del grande giornale parigino ha narrato come è stato perquisito e a lungo trattenuto al momento di lasciare Buenos Aires; tutti i suoi appunti sono stati fotocopiati.
… L’Italia è legata all’Argentina da fortissimi vincoli. Quella terra e quel popolo hanno dato una liberale, fraterna accoglienza a moltitudini di Italiani poveri, disperati, affamati; là essi hanno trovato non soltanto lavoro, ma anche giustizia, e la possibilità di costruire, per sé e per i figli, un’esistenza serena. Né dimentichiamo ciò che debbono all’Argentina gli antifascisti, gli esuli politici, i profughi ebrei che vi si rifugiarono in decenni recenti, e vi trovarono anch’essi generosa accoglienza, con spirito di fratellanza e di eguaglianza. Noi sappiamo anche in quale abisso di anarchia, di disordine, di violenza sanguinaria avesse gettato l’Argentina il disperato terrorismo dei guerriglieri «montoneros» che si ispiravano a ideologie, e usavano metodi, assai simili a quelli delle nostre Brigate rosse. Ma non possiamo non ripetere ciò che tutti i giornali del mondo libero hanno scritto tante volte, e cioè che la repressione del terrorismo, condotta anch’essa con anarchica spietatezza da una molteplicità di poteri polizieschi o militari, spesso incontrollati dall’Esecutivo, è costata la vita o la libertà a innumerevoli innocenti. Il Presidente Videla, che non ignora la necessità di riportare la legalità nel suo Paese, sa anche quanto danneggino l’Argentina le proteste che gli giungono da ogni parte del mondo Ciò che oggi fondamentalmente si chiede è che siano date notizie sulle migliaia di «scomparsi». Dalla missiva di un prelato apprendiamo che, sicuramente, «molti degli scomparsi ancora vivono», in prigionia. Ora che gli occhi di tutto il mondo sono puntati sull’Argentina, non è forse giunto il momento perché sia data una risposta a tante ansiose richieste? Un gesto di giustizia e di clemenza avrebbe, oggi più che mai, immensa eco in tutto il mondo, restituirebbe splendore all’immagine di un Paese che milioni di uomini in tutto il mondo amano e ricordano con gratitudine, per la sua umanità e generosità”
Un quantità di idee prefabbricate
di paolo bugialli, Corriere della sera
“Non possono essere tutti fascisti, o poliziotti travestiti, quanti, sentendoti parlare italiano, ti fermano per la strada (non è raro: la metà degli argentini sono d’origine italiana), e ti chiedono di dove sei, chi sei, e quando sanno che sei giornalista ti chiedono, quasi implorando: Per favore dite la verità. La verità. È quasi sempre individuale e relativa. … Chi è giunto dall’Europa si è portato qui, insieme al cappotto per il freddo, anche una quantità d’idee prefabbricate. Il mondiale in un campo di concentramento è una di queste idee. Non sarà evidentemente il caso di negare che le carceri siano gremite di reclusi politici, e che il regime abbia commesso attentati ai diritti dell’uomo … Ma neppure è il caso di negare che gli argentini, quelli che amano Videla, quelli che lo sopportano, quelli che lo detestano, sentono che la grande rassegna sportiva di imminente inizio, che richiamerà l’attenzione di un paio di miliardi di persone, la metà degli abitanti della Terra, è una cosa loro, degli argentini tutti, del paese intero, e non soltanto del generale che sta alla Casa Rosada”
In Italia ci sarebbero meno bombe
da Guerin Sportivo, 7 giugno 1978
“Si dice che in Argentina non c’è libertà. Perché ci sono tanti divieti. Questo sì, questo no. Proibito. Sono i primi ad ammetterlo e sognano di arrivare un giorno anche loro alla democrazia. Però spiegano che la democrazia non deve diventare anarchia come era ai tempi di Peron. … La polizia. In Argentina la trovi dappertutto. E ai posti di blocco ti fermano con il mitra spianato. Certo chi non c’è abituato, non può nascondere un senso di fastidio anche se il poliziotto sbarbatello resitutendoti il passaporto, si scusa per la molestia che ti ha arrecato. Ma se osi protestare, ti rispondono: Se anche in Italia faceste più controlli, tirererebbero meno bombe”
Rifarsi una verginità di fronte al mondo
di franco recanatesi, Repubblica, 1 giugno 1978
“Che si tratti del più grande spettacolo del mondo non c’è dubbio. Forse gli si può accostare soltanto, come tasso di interesse, il primo viaggio sulla luna dell’americano Neil Armstrong. Ma fino a che punto questo mondo sarà in grado di goderne? L’Argentina di oggi offre al visitatore un’atmosfera densa di tensione. Basta pensare, per restare in un ambito a noi più vicino, a che cos’era l’Italia delle notti messicane, quando la scalata alla finale della squadra azzurra stimolò veglie fino all’alba e improvvisati carnevali nelle strade e nelle piazze, e che cos’è quella di oggi, cioè l’Italia che non aveva compreso sino in fondo la gravità delle bombe di piazza Fontana e dei raid fascisti e che viveva incoscientemente sulle scorie del boom economico e quella assediata dalla paura e dai conti in rosso. Come vivrà questa Italia i mondiali di calcio? La sensazione è che si sia preparata a accoglierli come uno strumento di liberazione, un soffio d’aria pura in una atmosfera inquinata. Lo stesso stato d’animo appartiene agli argentini, anche se questi evitano di manifestarne pubblicamente le radici, è troppo pericoloso. La Giunta li asseconda: i generali fanno la quadriglia da un ritiro all’altro, Videla si fa fotografare assieme al «seleccionado», per domani i dipendenti dell’amministrazione pubblica potranno sospendere il lavoro alle 12 e quando giocherà l’Argentina uscire in tempo per assistere alla partita, anche le scuole faranno orario ridotto. Durante il Mondiale bisogna che tutti siano soddisfatti e tranquilli, il perché è evidente e per chi non lo capisse c’è la dichiarazione del generale di brigata Andre Ferrero a Cronica: «Dall’esito di questo campionato mondiale dipende la migliore o peggiore immagine che il paese potrà offrire all’estero». La gente non deve vedere e non deve sapere: è questo che la Giunta chiede in cambio dei 400 milioni di dollari spesi per costruire o riammodernare gli stadi, spianare nuove strade, riammodernare gli aeroporti e innalzare edifici. La Giunta chiede, in sostanza, di rifarsi con il pallone una verginità di fronte al mondo”.
La pace è tornata, l’ordine regna indisturbato
di italo cucci, Guerin Sportivo, giugno 1978
“Ho promesso ai lettori una testimonianza sull’Argentina, eccola: se volevano darci l’impressione che il peggio è passato, che la pace è tornata, che il benessere è in arrivo, che l’ordine regna indisturbato, be’, ci sono riusciti. E se hanno recitato, l’hanno fatto in venticinque milioni, ogni argentino impegnato a interpretare la sua parte nel migliore dei modi. Da Jorge Rafael Videla (detto «la pantera rosa» per la sua somiglianza a Peter Sellers) all’ultimo pampero in braghe di tela.
… Si fa presto a cadere nella retorica, davanti a queste vicende, a queste affermazioni di sincera umanità, ma non si deve vergognarsene. Appena un mese fa, partendo dall’Italia, ognuno di noi portava nel cuore una grande paura: quella di partecipare a una drammatica cerimonia intrisa più di odio che di amore, di motivi politici più che di sport. Ma fin dal primo giorno qualcosa è cambiato in noi, man mano che ci s’imbatteva in questa gente impagabile che da sempre ha conosciuto amarezze e che finalmente si apprestava ad un banchetto di felicità e voleva condividerla con tutti, con gli stranieri in particolare. Ogni straniero che arrivava a Baires costituiva per gli argentini una minaccia, una paura, un esame da superare. E non ci hanno provato in cento, in mille, in centomila: ma in venticinque milioni. Era la scritta che si leggeva dappertutto, a cominciare dall’aeroporto di Ezeiza: venticinque milioni di argentini giocano il mondiale ». L’hanno giocato e l’hanno vinto. Contro tutto e contro tutti. Contro i nemici interni (pochi) e quelli esterni, tanti; contro il sospetto e la malafede di chi voleva cancellare con un solo colpo di spugna le speranze di tanta gente, credendo con ciò di dare un duro colpo ad un regime che ha i suoi lati oscuri e invece avrebbe condannato a trasformarsi in incubi i sogni del popolo più desideroso di pace che ci sia al mondo.
… Qualcuno, viaggiando in taxi da un capo all’altro di Baires, mi racconta due anni di disperazione con l’ultimo fatiscente Peron e quella «puta della sua señora, non Evita señor, non Evita: Isabela e il suo brujo, il suo stregone Lopez Rega. Certo, señor, qualcuno ci ha lasciato la pelle, quanti?, cinquemila, settemila, forse anche di più, ma vuol mettere la vita di poche migliaia di criminales per la felicità di tutti».
E i generali? – chiedo. « Bene, señor, bene, ma passeranno, e verranno altri generali, forse peggiori, e allora ci sta bene Videla che non porta neanche la divisa e ha l’aria gentile di un ballerino di tango. Videla ha un cuore, tiene corazòn; ha dovuto faticare per far piazza pulita, come gli avevamo chiesto noi, tutti noi, ma pare che ci sia riuscito e adesso viviamo come cristiani. Ha visto che Mundial, señor? Lo scriva sul suo giornale, lo dica ai nostri hermanos italiani che stiamo bene».
Faccio le stesse domande ad un professore, uno di quei borghesi tutti eguali in tutto il mondo, vestiti di dignità rammendata, le scarpe con le punte rosicchiate e i tacchi rasoterra: «I militari ci vanno bene, anche se spesso sono stupidi. Ma se fossero anche intelligenti, amico mio, sarebbero i migliori governanti del mondo. Ci accontentiamo, ci accontentiamo: è sempre molto meglio di quello che abbiamo vissuto fino a due anni fa con Isabela, con i montoneros che uccidevano militari cittadini inermi senza far distinzione, con la juventud peronista che rubava, violentava, calpestava ogni diritto e ogni ragione, con i terroristi che pubblicavano sui giornali, con tanto di firme, il racconto di come avevano ammazzato il presidente Aramburu, come se in Italia faceste raccontare sui giornali dagli assassini stessi come hanno ucciso Moro».
Che cosa successe durante i Mondiali
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Il contesto
di eduardo galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio
“In Germania moriva il popolare Maggiolino della Volkswagen. In Inghilterra nasceva il primo bambino in provetta. In Italia si legalizzava l’aborto. Soccombevano le prime vittime dell’AIDS, una maledizione che ancora non si chiamava così. Le Brigate Rosse assassinavano Aldo Moro e gli Stati Uniti si impegnavano a restituire al Panamá il canale usurpato agli inizi del secolo. Fonti bene informate di Miami annunciavano la imminente caduta di Fidel Castro che sarebbe stato rovesciato nel giro di poche ore. In Nicaragua traballava la dinastia dei Somoza, in Iran traballava la dinastia dello Scià, i militari del Guatemala mitragliavano una folla di contadini nel villaggio di Panzós. Domitila Barrios e altre quattro lavoratrici delle miniere di stagno iniziavano uno sciopero della fame contro la dittatura militare della Bolivia; all’improvviso tutta la Bolivia era in sciopero della fame, la dittatura cadeva. La dittatura militare argentina, al contrario, godeva di buona salute, e per provarlo organizzava l’undicesimo Campionato del Mondo di Calcio”.
15 giugno
Le dimissioni del presidente Giovanni Leone
In seguito alle accuse che lo vedevano implicato nello scandalo Lockheed, Giovanni Leone rassegna le dimissioni dalla carica di presidente della Repubblica sei mesi prima della scadenza naturale del mandato. Le accuse si riveleranno infondate.
Un notariato senza coraggio
di giovanni trovati, La Stampa
“Sbagliò Leone a non dimettersi l’estate del 1976 allorché il suo nome fu coinvolto nel caso Lockheed e si insinuò che potesse essere l’Antelope Cobbler. Attorno al Presidente della Repubblica si era creato un clima di sospetto e a quel punto la sua sensibilità politica avrebbe dovuto avvertirlo che poco importava che fosse o non fosse colpevole. La responsabilità oggettiva di chi occupa una carica pubblica di così grande prestigio impone una chiarezza assoluta. Dopo avrebbe potuto far valere la sua proclamata innocenza e il gesto sarebbe stato così apprezzato da ricompensarlo del sacrificio. Ma Leone non si dimise e resistette agli inviti degli amici e ai suggerimenti dei colleghi. Da quell’estate però egli si muoveva con crescente impaccio al punto da sentirsi «psicologicamente impedito» come scrisse due mesi fa questo giornale durante la prigionia di Moro. Ora se ne va su richiesta di tutti i partiti, anche della democrazia cristiana. Gli hanno fatto difetto la sensibilità e il coraggio. È il solo giudizio che ora si può esprimere sulla sua condotta. A poco a poco crebbe il distacco tra lui e il Paese, e gli stessi giornali non davano spicco ai suoi pochi interventi di circostanza. Tutti avvertirono il suo silenzio sul caso Moro e poi le stentate e imbarazzate parole nel momento della tragedia. Come paragonare la sua breve nota con le grandiose parole del Papa («uomini delle Brigate rosse») o la biblica preghiera in San Giovanni? Ogni Presidente ebbe un suo modo d’interpretare la carica, ma solo Leone la vide come un notariato”
Storie formidabili di portieri
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Le parole liberamente attribuite ai portieri che si raccontano in prima persona, sono state ricostruite attraverso libri, interviste e altre fonti storiche. I fatti di cui parlano sono tutti realmente accaduti. I monologhi fanno parte della serie Il Giro dei Mondiali in ottanta portieri, inizialmente pubblicata nel 2010 sul blog Il Divano sul Cortile e nel 2014 sul blog Puliciclone. A Slalom non si butta mai niente.
La marmelada di Ramón Quiroga
Io, il venduto. Io, quello che aprì la porta all’Argentina. Io, Ramón Quiroga. Ve lo giuro sui miei capelli corti e le mie rughe: sono innocente. Le cose nel ’78 sono andate così, e mi dovete credere. Il 21 giugno era il giorno decisivo: per la finale dei Mondiali si sarebbe qualificata la prima piazzata nel girone della seconda fase. Senza semifinali, la stessa formula del ’74. Argentina o Brasile. L’Argentina aveva il vantaggio di andare in campo conoscendo già l’altro risultato. Sapeva che per farcela avrebbe dovuto battere 4-0 il Perù, e in porta per il Perù c’ero io.
Solo che io sono nato a Rosario, in Argentina, il Perù mi aveva solo offerto un passaporto e un posto in Nazionale. E Argentina-Perù, quella sera, proprio a Rosario si giocava. La città di Che Guevara. La città di César Menotti, l’uomo che tutti volevano vedere campione del mondo. Non solo i generali, anche il popolo, pure i dissidenti. Anche io.
Nella nazionale argentina non avrei mai trovato un posto, al Perù avevo detto di sì. Nel ‘70 il Mondiale glielo aveva rovinato un portiere, Rubiños, pareva che le mani neppure le avesse. Mi hanno messo in croce. La marmelada, dicono. La torta, il biscotto, quella roba là. Anch’io penso che successero cose strane, quella sera. Se per esempio penso all’arbitro, sento puzza di bruciato. Anche se penso al guardalinee, l’italiano Gonella, poi arbitro della finale. Gli argentini ci fecero due gol in fuorigioco. Molti volevano che non giocassi. Gli argentini avevano paura delle mie parate. Qualche giorno prima, avevo dato spettacolo contro la Polonia. Mi avevano dato del pazzo perché ero uscito con i piedi fino a metà campo. I giornali di Lima facevano pressioni perché fra i pali andasse Ottorino Sartor. Alcuni dei miei compagni peruviani tennero una riunione e dissero che sarebbe stato meglio per me restare fuori. Quello che è meglio per me, se permettete, lo decido io. Ero in Argentina per giocare e avrei giocato.
Juan José Muñante era quello che insisteva più di tutti. C’era Teófilo Cubillas dietro di lui, sono sicuro. Era lui che manovrava i giocatori dell’Alianza Lima contro il mio gruppo dello Sporting Cristal. Chi giocava nel Deportivo Municipal era Rodolfo Manzo. Avevo fiducia in lui, era un buon giocatore, oggi dico che la sua partita fu sospetta. La sua e quella degli altri difensori. Sul gol di Tarantini, Manzo si scansa e lo lascia solo. L’anno dopo andò a giocare al Velez Sarsfield, in Argentina. Quello fu il vero scandalo, non io. Ne parlai a Marcos Calderón, il ct, nell’intervallo, perché cambiasse un paio di giocatori, glielo chiese pure Chumpitaz. Ma lui non mosse un dito. Anzi. Più tardi fece entrare Gorriti, che regala il quarto e il quinto gol. Alla fine furono sei. 6-0.
Qualcuno si è venduto, di certo. Non so chi. Roberto Rojas, terzino, non aveva quasi mai giocato, contro l’Argentina era titolare: Rojas è morto in un incidente d’auto. Marcos Calderón in un incidente aereo. A me è esplosa una bomba in uno stadio, sono ancora vivo. Sono passati più di trent’anni. La gente mi saluta in strada, a tanti altri no. Girava una versione razzista. Dicevano che i corrotti erano i neri della squadra. Io stavo bene quella sera, ero in forma come sempre. Dovevo giocare per il Perù e lo feci. Se mi fossi venduto, non mi avrebbero chiamato in nazionale anche per il Mundial successivo, in Spagna.
C’è chi racconta che quando bevo, con gli amici confesso la corruzione. Non è vero. Fernando Rodriguez Mondragon, figlio dell’ex capo del narcotraffico di Cali, in un libro di memorie ha scritto di aver saputo tramite uno zio che quella partita venne comprata. Ma io nel ’78 ho portato a casa 500 dollari, non uno in più, era il premio della federazione peruviana. È vero però che nel nostro spogliatoio si presentarono Videla, il capo di stato maggiore Massera, Kissinger e altri militari della giunta. Si disse che i brasiliani ci avevano offerto 5.000 dollari. Non sono venuti a parlarne con me. Nello spogliatoio qualcuno mi raccontò che c’erano dei terreni a Rio a disposizione per noi, se il Brasile si fosse qualificato. Ma di dollari, non ho mai sentito parlare.
In squadra piansero molti alla fine, sai che novità. In Perù piangono sempre”.
I protagonisti
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Rob Rensenbrink
di pierfrancesco archetti – La Gazzetta dello sport 26 gennaio 2020
“Somigliava fisicamente anche a Cruijff, anche se non era il divino Johan. Aveva il numero 12, non il 14: alla finale del Mondiale del ’78, minuto 45 e 15 secondi del secondo tempo, risultato 1-1, gli arriva sul sinistro una punizione da centrocampo: Rensenbrink ci mette il piede, il portiere dell’Argentina Fillol è superato, ma il palo no. Un tiro che avrebbe potuto cambiare la storia, ma l’autore è sempre rimasto scettico. «Meno di cinque centimetri e avrei modificato la storia del calcio. Sarebbe stato meglio se avessi sbagliato di molto, almeno nessuno si ricorderebbe di quel palo all’ultimo minuto. Se avessi segnato avrebbero annullato il gol, doveva vincere l’Argentina», disse per tutto il resto della sua vita. … Rensenbrink univa tecnica e velocità. Vedeva la porta, aveva un dribbling bruciante.
Quando gli diagnosticarono la SLA
intervista di rob de jong – De Telegraaf dicembre 2015
«Sto bene. Sono sotto controllo ogni tre mesi e non è cambiato nulla in tre anni. Posso ancora fare tutto. Trovo che questa sia una diagnosi meno terribile rispetto al cancro. È diverso se ogni giorno soffri a causa della tua malattia. L’unica cosa che a me succede è che i muscoli della parte superiore del mio corpo vibrano 24 ore al giorno. Mia moglie si è accorta tre anni fa in vacanza che mi tremavano le braccia. Il primo professore da cui sono andato disse che era la SLA. Non ero scioccato, non sapevo cosa significasse. Pochi minuti dopo ho sentito che era atrofia muscolare progressiva. Se mi chiedessi di cosa si tratta esattamente, non lo saprei. Ci sono dozzine di tipi di malattie del genere. Questo è il problema: non sanno nulla della causa e non sanno come combatterla con i farmaci».
➣ Sembra che tu faccia come lo struzzo, da come parli. Se si trasforma in SLA, non è così grave? «Ce l’ho da tre anni e vivo giorno per giorno. Forse compirò 80 anni. Ci sono alcuni che arrivano solo a 60, a 65»
➣ Sei sereno? Appartieni alla generazione di Dick Nanninga, Gerrie Mühren, Cees van Kooten, giocatori che sono già morti. «Sono andato a una riunione del Bruges due settimane fa. Quattro di loro erano morti e non lo sapevo. Se chiudo gli occhi riesco ancora a vedere le loro facce»
➣ È inquietante che, in particolare in Italia, un numero impressionante di calciatori soffra di SLA. «A volte mi chiedo da dove venga. Inizio a domandarmi se non sia per il fatto di aver messo troppi muscoli. Ho anche letto una volta che potrebbe essere il contatto quotidiano con l’erba ogni giorno. Non ne ho idea»
➣ Sei preoccupato? «No»
➣ È un grande vantaggio che tu sia sereno? «Sì. Non ci penso tutti i giorni. Noto che le persone sono preoccupate per me, naturale in un piccolo villaggio come Oostzaan. Mi fa impazzire che mia moglie sia sempre avvicinata da qualcuno, a me non osano chiederlo. Solo: come stai? Dico sempre: bene. Non voglio approfondire. Mi sono trasferito qui quando avevo 11 anni. Mio padre per andare al lavoro pedalava un’ora e prendeva un traghetto. Era un lavoratore portuale, un uomo con i piedi per terra, proprio come me. Ad Amsterdam, dormivo con mio fratello e mia sorella in una stessa camera da letto, i miei genitori erano su un letto pieghevole in soggiorno. Non avevamo un soldo all’epoca. Amo la pace, vivo in un quartiere tranquillo. Quando le persone mi incontrano, ricomincia la storia della palla sul palo. Be’, ora sono tre le finali Mondiali che abbiamo perso. Eravamo così vicini, vero? Ma non fu sul serio un’occasione gol. In Sud Africa sì. Un’enorme opportunità con Robben. Io non avrei sparato quella palla, avrei prima dribblato».
➣ Cosa fai ora in tutto il tuo tempo libero? «Sempre la stessa cosa. Vado in bici. È più bello che camminare. Si vedono molte più cose».
➣ Sei lontano dallo sfarzo e dal glamour del calcio. «Sono terribilmente seccato da programmi come Voetbal Inside. Come si chiama quello, Derksen? Sempre così negativo. Critica sempre tutti, non si fa così».
➣ Non segui l’Ajax? «Non leggo niente. Tutti sono così complicati con il calcio. Mentre non è altro che undici contro undici. Devi solo fare quello che ti viene in mente».
➣ Volevi diventare un allenatore giovanile all’Anderlecht, ma sei rimasto a Oostzaan per la tua famiglia. «Ho preso un diploma di terza categoria e mi sono fermato mentre lavoravo per un diploma di seconda. C’era troppa teoria. Mi hanno chiesto come si batte un calcio d’angolo. Bene, semplice, basta mettere la palla vicino alla bandierina e sperare che arriva qualcuno a prenderla di testa. Penso che il calcio si impari ancora per la strada».
➣ Te la passi bene? «Ma sì, ho una casa. Mi pare tanto per uno che non aveva un soldo da giovane. Anche mia moglie non viene dal mondo del calcio. Aveva 17 anni quando l’ho incontrata mentre pattinava. Connie non ne sa di calcio, questo è un bene. Una volta ho segnato tre gol, sono tornato a casa e le ho chiesto cosa ne pensasse. Ha detto: quali tre gol? Ma era stata lì, seduta in tribuna per tutta la partita. Si era agitata con le altre mogli per tutta la partita. Ma siamo sposati da 43 anni. Sono sorpreso quando vedo che solo tre dei Mondiali del 1974 sono ancora con la loro prima moglie. Johan Cruijff, Wim Jansen e io. Poi leggi sul giornale che c’è chi ha perso tutti i soldi ed è a terra»
Luis César Menotti
di jonathan wilson – La Piramide rovesciata
“Menotti ha rappresentato una figura ineffabilmente romantica. Un fumatore accanito, dal fisico molto magro, con i capelli che arrivavano fino alle spalle, per non parlare dei basettoni ingrigiti e di uno sguardo fisso paragonabile a quello di un’aquila, Menotti sembrava incarnare da capo a piedi lo spirito bohémien argentino. Era di sinistra, intellettuale, un filosofo e un artista. «Sostengo che una squadra di calcio rappresenti, al di là di tutto, un’idea» dichiarò, «e più che un’idea rappresenta un impegno, e più che un impegno rappresenta le chiare convinzioni che un allenatore deve trasmettere ai suoi giocatori per difendere quell’idea».
«Perciò, la mia preoccupazione principale è che noi allenatori non ci arroghiamo il diritto di rimuovere dallo spettacolo il sinonimo di festa, in favore di una lettura filosofica che non può essere sostenuta, cioè di evitare di prendere dei rischi. E nel calcio ci sono dei rischi, perché l’unico modo di evitare di prendere rischi in qualsiasi gioco è quello di non giocare affatto…».
«E a quelli che dicono che tutto ciò che conta è vincere, voglio avvisarli che qualcuno vince sempre. Perciò, in un campionato nel quale partecipano una trentina di squadre, ci saranno sicuramente ventinove allenatori che dovranno chiedersi: che cosa ho lasciato a questa squadra, che cosa ho dato ai miei giocatori, che possibilità di migliorarsi ho fornito ai miei calciatori?».
Sotto la guida di Menotti la bellezza e l’efficacia andarono a braccetto. Dopo la Coppa del Mondo del 1974, nella quale l’Argentina era stata umiliata dall’Olanda, venne nominato allenatore della nazionale. L’ironia, ovviamente, fu che la grande convalidazione di quel cambiamento ideologico si sviluppò all’interno di una realtà politica con la quale non avrebbe potuto essere più in contrasto. Isabel Perón era stata deposta come presidente nel corso di un colpo di stato avvenuto nel 1976, e sostituita da una giunta militare di destra che represse selvaggiamente il dissenso. La dittatura di destra di Onganía aveva portato ad una sorta di spietatezza nello sport e ad un disprezzo per le fumose virtù dell’abilità artistica, ma il rapporto tra il calcio e il governo militare della fine degli anni Settanta era molto più complesso. Il modo con il quale il trionfo del 1978 venne sfruttato, mise chiaramente a disagio Menotti. Sostenne che il calcio, essendo libero e creativo, richiamava alla mente proprio quell’Argentina libera, creativa, che era esistita prima della Junta Militar. Tuttavia, in questo modo idealizzava la sua squadra. È notevole il fatto che la sua convinzione nelle abilità artistiche non si allargò tanto da far includere nel gruppo dei giocatori a sua disposizione il diciassettenne Diego Maradona, anche se fu proprio Menotti a farlo debuttare con la maglia della nazionale poco più di un anno prima. Forse, il paragone con Feola e come si comportò nei confronti di Pelé vent’anni prima appare abbastanza ingiusto, anche se non può essere evitato”.
Storia del desaparecido inviato a intervistarlo
di paolo galassi, Repubblica, 21 giugno 2018
“Dopo un anno e mezzo alla Escuela de Mecánica de la Armada, due passi dal Monumental, tra interrogatori, torture e voli della morte, gli arriva un insolito ordine: intervistare il ct Cesar Luis Menotti e strappargli una dichiarazione a favore del regime, da sventolare in Europa, dove i movimenti per i diritti umani pregano Platini e Cruyff di boicottare il Mundial ’78.
Una missione in incognito per conto del nemico che sta sterminando la sua generazione. Un desaparecido che torna al mondo dei vivi camuffato da reporter e sorvegliato a vista dai suoi aguzzini, per incontrare un personaggio pubblico intoccabile e affiliato al Partito Comunista, al quale potrebbe rivelare chi è veramente e denunciare cosa sta succedendo all’ombra del Mundial.
A poco più di un mese dal debutto, Raul viene ripulito e accreditato per accedere al bunker della Selección. Con lui, il capitano Juan Carlos Rolón, dello squadrone responsabile dei 5000 desaparecidos della Esma. «Il tema del momento era la possibile convocazione di Maradona. Menotti non disse nulla. Finita la conferenza stampa mi avvicinai e gli chiesi un’intervista individuale, per una rivista della Cancelleria molto letta all’estero, gli dissi. Lui era perplesso, ma accettò. Il militare in borghese che mi accompagnava, mi lasciò farla da solo. Avevo pensato di dirgli chi ero e da dove venissi, fare i nomi dei miei compagni della ESMA, ne sapevo a memoria almeno una trentina. Ho desistito, non sapevo come avrebbe reagito e come sarebbe finita, in fondo era un uomo vincolato a quella sinistra passiva di fronte al golpe. Era surreale. Evitai domande politiche e feci un reportage di fútbol. Avevo anche una famiglia da proteggere».
L’intervista venne pubblicata sulla rivista Confirmado, ma non esiste traccia negli archivi. Tra i numeri del 1978 manca quello che lo stesso Raul sfogliò tornato in prigione. Unica prova di quella missione assurda, una foto comparsa sul quotidiano La Nación: «Lo conservo ancora, un ritaglio del maggio del 1978 dove mi si vede in giacca, cravatta e baffi mentre ascolto Menotti. È la prova che sono stato lì. Vedendo i fotografi mi ero avvicinato il più possibile, sperando di uscire sul giornale, perché a casa potessero sapere che ero vivo. Sopravvivevo giorno per giorno. I miei compravano La Nación, ma non si accorsero di me».
Mario Kempes
di paolo condò – La storia del calcio in 50 ritratti [Centauria, 2019]
“Ho incrociato Mario Alberto Kempes per un intero Mondiale, in Sudafrica nel 2010, spiandolo negli aeroporti, negli stadi, una volta persino in albergo. Viaggiava misteriosamente da solo pur essendo uno dei commentatori di punta di Espn, e si occupava personalmente di tutte quelle piccole seccature che in genere vengono risparmiate ai vecchi campioni: il check-in, il recupero bagagli, l’autonoleggio. La figura ancora atletica passava sostanzialmente inosservata, il che se possibile ne aumentava la nobiltà: ora che porta i capelli corti, quando è in giacca e cravatta Kempes è quasi irriconoscibile, e non sembra dolersene. È stato un giocatore pazzesco, assieme a Maradona il solo 10 ad aver portato l’Argentina al titolo mondiale (e stiamo parlando di un Paese che ha espresso anche Di Stefano, Sivori e Messi), ma dal calcio che stava appena decollando verso la pervasività del “global game” lui sbarcò subito: distante dai grandi club a parte un anno (vincente) al River Plate, in Europa si dedicò soprattutto al Valencia (una coppa Coppe, una copa del Rey e una Supercoppa europea). Col Mondiale ’78 sono tutti i successi di una carriera che l’ha portato fino in Indonesia – a 42 anni – e, in improbabili e presto archiviati test da allenatore, a Fiorenzuola e Casarano. Mario Kempes! Protagonista assoluto di un torneo maledetto, perché non lontano dal Monumental inghirlandato i torturatori in divisa massacravano una generazione di giovani argentini, Kempes ha sempre sostenuto – come i compagni – di aver saputo soltanto dopo degli orrori della dittatura. Versione credibile per un particolare: al termine della finale con l’Olanda, vinta con due gol suoi, Mario fu l’unico a non stringere la mano al generale Videla. Avrebbe potuto costruirci un’immagine di coraggioso oppositore del regime dei militari, invece ha sempre ammesso la casualità dell’episodio: nella confusione dell’invasione di campo finale s’era trovato separato dal resto della squadra, e non era impazzito per ricongiungersi sul palco. Era già felice così”
Romeo Benetti
di gino palumbo – La Gazzetta dello sport, giugno 1978
È tempo che il rude centrocampista azzurro raccolga, finalmente, anche sul piano umano, i frutti della caparbietà, dell’impegno, della generosità, della serietà, con cui si è sempre battuto. Talvolta esagera in vigore? È vero: ed è giusto richiamarlo ad una più corretta interpretazione del gioco. È iniquo, invece, far riaffiorare ogni volta, a mo’ di condanna, il ricordo dell’infortunio che stroncò la carriera a Liguori. Altre gambe si sono spezzate in tanti anni sui campi di calcio vogliamo ricordare quella di Mora? senza che nessuno abbia mai pagato, a così caro prezzo, con inchiostro indelebile, la propria colpa o la fatalità.
Non abbiamo, forse, speso anni ad ironizzare su chi giocava senza grinta o senza coraggio? È il momento di uscire da una contraddizione ambigua. Non è giusto parlar di Benetti solo perché picchia. Questa vecchia quercia, che ha saputo resistere, senza batter ciglio, alle più aspre ostilità ambientali, è oggi uno dei protagonisti, fra i migliori, del «mondiale» che sta esaltando gli italiani: lo è per chi vede le partite da vicino, e per chi le vede alla TV. Diciamoglielo; non facciamoci vincere da pudori da educande; e non aspettiamo che siano gli altri, gli stranieri, i più solleciti a complimentarsi con lui”
Il Mundial italiano
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L’inizio di una parabola ascendente
di franco recanatesi – La Repubblica
“La squadra messicana comunque si fosse conclusa la sua avventura, aveva davanti a sé un futuro assai limitato (i suoi giocatori erano piuttosto avanti con l’età e il calcio stava già prendendo un nuovo indirizzo), questa possiede un telaio composto da ragazzi giovani e almeno potenzialmente proiettati verso le più avanzate teorie tattiche: due terzini aggressivi, Gentile e Cabrini, di 25 e 21 anni, un libero, Scirea, di 25, l’uomo migliore del centrocampo, Tardelli, di 24, le due punte, Rossi e Bettega, di 21 e 28. Se a questi, struttura portante della formazione azzurra, aggiungiamo gli Antognoni (24 anni), i Graziani (26), i Maldera (25), i Manfredonia (22), i Pecci (23) e gli Zaccarelli (27), tutti uomini in grado di avvicendarsi in formazione, tratte le conclusioni non è difficile: è una Nazionale sulla quale è possibile (anzi, consigliabile) lavorare non solo in vista dei campionati europei del 1980, ma anche dei prossimi mondiali in programma per il 1982 in Spagna.
Qualcosa di più, in fondo, si poteva realizzare ma probabilmente sull’ostacolo olandese la Nazionale si sarebbe comunque arenata. La differenza fra le due scuole è ancora troppo sensibile, e il secondo tempo, durante il quale l’Italia non è stata battuta ma travolta, lo ha dimostrato a lettere cubitali. Prepariamoci ora ad affrontare il Brasile a coronamento di un mondiale che resterà importante non solo per avere condotto la Nazionale azzurra molto più in alto di quanto si pensasse, ma anche – è più di una speranza – per avere segnato l’inizio di una parabola ascendente”.
Paolo Rossi e una squadra con un futuro
di gino palumbo, La Gazzetta dello sport, 26 giugno 1978
“Non è stata certo una nazionale perfetta: ha deluso nel portiere e nella continuità atletica, Non ha retto allo sforzo d’una partita intera. Ma ha divertito. Ha giocato al calcio in difesa e – in attacco con un dinamismo che da decenni una squadra italiana non riusciva più ad avere. Quando sono arrivate, inevitabili, le provocazioni sul piano fisico, gli azzurri non hanno reagito né si sono comportati come femminucce. Hanno lottato da uomini, anche nel controllo dei propri nervi. E c’è di più. Da Buenos Aires non torna una squadra che ha esaurito il suo ciclo e completate le proprie ambizioni: sul piano del gioco collettivo, sul piano dei valori individuali – simboleggiati da un ragazzo di ventun’anni, Paolo Rossi, la nazionale azzurra ha detto proprio ai mondiali, perentoriamente, di avere un futuro e di non volervi rinunciare. Andando ad applaudire gli azzurri all’aeroporto, oggi non bisogna dir loro solo «bravi» per quel che hanno fatto ma anche «auguri» per quel che si propongono di fare.
la formazione ideale secondo La Gazzetta
Fillol [Argentina] – Nelinho [Brasile], Passarella [Argentina], Krol [Olanda] – Cerezo [Brasile], Galvan [Argentina] – Rummenigge [Germania], Tardelli [Italia], Rossi [Italia], Kempes [Argentina], Bettega [Italia]
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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto.
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