La voglia è di mandare tutti al diavolo
Gianni Brera
Stefano Tacconi dice che non si può partire dalla Sicilia, dalla Calabria, dalla Puglia, non si può salire su un pullman per andare in Belgio a vedere una partita di calcio, e tornare dentro una bara. È questo che gli viene in mente quando pensa ancora a quella sera che chiamiamo Heysel, trentasette anni dopo. C’è la sua voce strozzata in cima a The Heysel Tragedy, la docu-serie presentata ieri in anteprima mondiale alla Festa del cinema di Roma, firmata da Jan Verheyen e Jean-Philippe Leclaire, quest’ultimo autore di Le Roi, gloria e onta di Michel Platini, uscito qualche anno fa nella traduzione italiana di 66thand2nd.
Un lavoro di cronaca asciutta, senza voce narrante, senza aggettivi, con la potenza delle immagini d’archivio, la folla, la calca, la massa, su cui appaiono ogni tanto dei cerchietti colorati intorno al capo dei testimoni che nel frattempo parlano, e così li seguiamo, li vediamo travolti, soffocati, impegnati a soccorrere oppure a gridare.
Il primo episodio racconta l’attesa, la preparazione, i presagi. Il secondo è sul crollo del muro del settore Z di uno stadio inadeguato. Gli altri quattro, anticipa Leclaire alla fine della proiezione fermandosi a scambiare due chiacchiere con i presenti, sono sulla partita, sulla tragedia gemella di Hillsborough, sul processo e sul ritorno degli hooligans oggi in Europa. Dice di aver visto qualche anno fa il lavoro fatto da Emanuela Audisio per Repubblica e di essere rimasto colpito dal passaggio in cui la giornalista Licia Granello racconta del ritorno in aereo, quando Platini s’accosta per chiederle: «Licia, secondo te il rigore c’era?».
«Vaffanculo, Platini».
Leclaire è stato con le sue troupe in Inghilterra, in Italia, in Belgio. Ha parlato con i tifosi del Liverpool che erano là, si chiamano Terry Wilson e John Welsh, spiegano come tutto a loro sembrasse usuale e comune, la solita trasferta in cui bisognava «devastare e divertirsi», oppure picchiare i bagarini, così facevano, così erano abituati con quei tipi fottuti che comprano i biglietti e li rivendono alla povera gente a prezzi più alti, e loro lo sapevano che ce n’erano, molti italiani, certo, molti italiani.
Gli inglesi avevano fatto casino pochi anni prima a Leeds-Bayern e sempre in Belgio per Anderlecht-Tottenham. Charles Burgess, giornalista del Guardian, dice che quando andavano all’estero, dalle polizie erano trattati come bestie, «ma che cosa viene prima?». Molti avevano bevuto, e tanto, e da qual momento si innesca una catena di piccoli eventi che prendono la mano a tutti e che ingrosseranno il mucchio di persone schiacciate contro il muro, travolte, calpestate.
Quel mucchio che i sopravvissuti italiani chiamano mostro, “un organismo compatto” nel quale ti muovevi senza poterti muovere per conto tuo, senza respirare.
Una lasagna umana, dicono a un certo punto. Strati su strati di carne e di persone.
Leclaire è stato a casa loro e sottolinea il contrasto delle platee, gli inglesi abituati agli scontri, gli italiani partiti con le famiglie, molti non erano nemmeno poi così tifosi del pallone. Tutti hanno un dettaglio che poteva portarli da un’altra parte, invece erano là, tutti hanno un solco dopo il quale la loro vita non è stata uguale. La famiglia Lorentini di Arezzo, per esempio. Roberto era un medico. È morto perché cercò di portare soccorsi anziché scappare. Suo padre non se lo trovò più di fianco, l’ha rivisto solo alla fine. Otello posò l’orecchio sul petto e sentì che il cuore batteva ancora, si emozionò, cominciò a massaggiare il torace, e poi capì che invece stava battendo la sua tempia, che non c’era più niente e nessuno da rianimare.
Una catena di piccole cause sommate una dietro l’altra, fino a diventare una valanga. Il capitano della gendarmeria che si era preso un giorno di permesso per stare con la figlia. L’ottanta per cento dei walkie-talkie delle polizia che restano con le pile scariche: avevano una durata di 8 ore e stavano funzionando dagli scontri del mattino. L’arrivo dei rinforzi con i cani, superfluo, perché i cani erano terrorizzati, andarono a nascondersi, presero a morsi gli agenti. Andò a nascondersi pure l’uomo in possesso delle chiavi dei cancelli che potevano essere aperti per far defluire la folla sul prato.
C’è chi racconta di non riuscire a togliersi dagli occhi l’uomo col giubbotto viola, oppure quel tipo con le bretelle, e allora il film ci porta dentro dentro i cerchietti che vanno a pescare le persone nella poltiglia, tra le foto e nelle immagini, come il cappottino rosso di Spielberg in Schindler’s list, e nessuno che possa alzarsi dalla poltrona, scendere le scale, entrare dentro lo schermo, tirare un cuore che batte fuori di lì. I cerchietti restituiscono un nome e un’esistenza. Un uomo e una donna ridiventano un uomo e una donna, la loro storia, non un numero dentro la somma di trentanove.
Il padre di Giuseppina Conti voleva convincerla a non entrare, quando intuì, capì ai tornelli che qualcosa non andava, gli inglesi stavano entrando da certi buchi nei muri, dentro c’era più gente di quanta lo stadio potesse contenerne. Lei disse no papà, andiamo, voglio vedere la Juve vincere la Coppa. Aveva 17 anni e si era liberata di tutte le interrogazioni a scuola nei giorni precedenti, per non mancare. Suo padre lo distesero accanto a lei, lo credettero morto. Era solo svenuto, si risvegliò, iniziò il suo incubo. Vide una scarpa che conosceva spuntare sotto una bandiera, e come molti altri in tanti posti di quello stadio, iniziò a fare la respirazione bocca a bocca a chi di respiri non ne aveva più.
Eppure, si giocò. Ci fu una finale, «una festa del calcio in uno spettacolo di morte», come si sente dire nel secondo episodio. Non riesce a capacitarsene Mark Lawrenson, che aveva il numero 4 quella sera, né Sammy Lee. Leclaire ha parlato con loro due, sussurra che altri calciatori si sono negati. Non hanno piacere di ricordare che trascorsero quella lunga attesa giocando a carte, sapendo di qualche morto, non così tanti. Burgess stesso ne contò ventotto, chiamò il giornale e si sentì rispondere bah, mi sa che esageri, la Reuters dice uno.
Lui aveva fatto le somme dei lenzuoli tirati sui corpi, andando sul retro dello stadio, dove le tende della Croce Rossa erano state montate con discrezione, protette dalla gendarmeria affinché non si capisse quanti fossero per davvero i morti. Stava montando la rabbia di chi gridava assassini ai poliziotti e ai dirigenti dell’UEFA. Un giornalista della tv belga dice: per fortuna che non c’erano i social, altrimenti tutti gli italiani di Bruxelles sarebbero arrivati a vendicarsi.
Provarono a farlo i tifosi italiani che erano dall’altra parte, uno di loro dice che a un certo punto si erano sentiti Robin Hood. Altri erano finiti dentro lo spogliatoio della Juventus, per farsi medicare dal dottor La Neve. Tacconi racconta che gli regalarono le loro scarpe, i loro giubbotti, mentre di sopra usavano le transenne come barelle e fu decisivo – dice il film – l’intervento di Gianni De Michelis per mandare le squadre in campo. La polizia aveva bisogno di tempo per organizzare il deflusso senza altre tragedie. Anche il sindaco di Bruxelles aveva bevuto. Voleva far arrestare De Michelis, perché «nel dramma di una tragedia c’è sempre il grottesco». Boniperti era contrario, obbedì. Alla squadra, racconta Sergio Brio, il presidente riferì che c’era un morto, disse giochiamo per lui, disse giochiamo per loro. Il capo delle operazioni per l’ordine pubblico non era sotto il settore Z, non gli era ancora chiara la portata della tragedia, e quando capì, si ricordò che allo stadio c’era pure suo figlio, cominciò a cercarlo tra i morti, con la paura di trovarlo. Fu sua moglie a chiamare il commissariato per avvertire: riferite a mio marito che il ragazzo è a casa.
È un documentario atroce e bellissimo, definitivo, privo ancora di una distribuzione in Italia. Una storia di perdite, di madri, di padri, di figli, di quel tifoso venuto dal Veneto che ha sentito la cassa toracica compressa contro qualcosa, qualcuno, di più, di più, non riusciva a sollevarla, e racconta di aver visto all’improvviso una grande luce, di aver provato un senso di pace.
È stato un attimo. Gli è venuto in mente di avere un bimbo piccolo a casa, ha respinto la luce, ha respinto la pace e ha ripreso a combattere.
The Heysel Tragedy è prodotto da Scope Pictures e Palomar, in coproduzione con Max Rockatanski, RTL BELUX, con la partecipazione di Wallimage e il sostegno di Tax Shelter du Governement fédéral belge tramite SCOPE INVEST e Fonds Audiovisuel de Flandre (VAF).