Questo luttuoso lusso di essere siciliani
Gesualdo Bufalino
Fra due giorni Vicenzo Nibali sarà un ex ciclista. Arriverà al traguardo del Giro di Lombardia e la sua carriera sarà conclusa, all’età di 37 anni. Ha partecipato a 27 grandi giri di tre settimane: per nove volte al Tour, undici al Giro e sette alla Vuelta. Ha vinto in Spagna nel 2010, in Italia nel 2013 e nel 2016, in Francia nel 2014. Ha corso 43 Classiche, ha vinto il Lombardia nel 2015 e nel 2017, la Sanremo nel 2018. Chiuderà con il rimpianto dell’Olimpiade di Rio, senza aver mai corso un Fiandre o una Roubaix. Ma sulle pietre fu protagonista nell’anno della maglia gialla.
Questa è la geografia per frammenti del suo cammino. Prima parte. Da Messina a Parigi
Messina 14 novembre 1984 | La nascita
“Steve Jobs non aveva ancora trent’anni e da pochi mesi aveva inaugurato l’era del Mac, cambiando il mondo e la nostra vita di tutti i giorni. Nel novembre di quell’anno, il 1984, a Messina venne al mondo un bambino destinato a scrivere un altro pezzo di storia. Quella dello sport, il suo sport. Lo chiamarono Vincenzo, come il nonno che anni prima era emigrato in Australia per campare. Nei nomi spesso c’è il nostro destino” [Alessandra Giardini, Corriere dello sport-stadio, 16 gennaio 2019]
“Siciliano di quelli che sarebbero piaciuti a Sciascia (parla poco e mal volentieri, non si agita, si rode dentro), Nibali ha interpretato il mestiere con la diligenza di un contadino: 1.334 giorni di gara in 18 stagioni con il più basso numero di ritiri tra i professionisti attivi, salendo in ammiraglia o in ambulanza solo se zoppo o ferito” [Marco Bonarrigo, Corriere della sera, stamattina]
Messina | L’infanzia
“Da piccolo, dividevo il mio tempo fra la casa, la scuola elementare e la videoteca dei miei genitori, Giovanna e Salvatore. Il negozio, uno dei primi videonoleggi della città, si chiamava Cine Films Video. Vi si potevano affittare film in Super8 e in cassette VHS. Si trovava in via Cesare Battisti 139, all’incrocio con via Cannizzaro, uno dei punti cardine del centro. Chi se lo immaginava pieno di viuzze strette e buie, certamente non era mai stato a Messina: dopo il terremoto del 1908, che aveva distrutto il centro storico e fatto ribollire le acque dello Stretto come ai tempi mitici di Scilla e Cariddi, la città era stata completamente ricostruita, assumendo così un aspetto diverso dagli altri capoluoghi siciliani.
Gli edifici risalivano quindi in buona parte al primo Novecento, come quelli di certi quartieri eleganti di Roma. Però, a differenza della Capitale, nelle rosticcerie si trovavano arancini di riso buonissimi e pituni, ovvero calzoni ripieni di formaggio, erbe e acciughe, e nelle gelaterie le granite erano spettacolari.
Inoltre il cuore di Messina, compreso fra il porto e i contrafforti collinari dei monti Peloritani, aveva strade larghe e rettilinee, che si incrociavano ad angolo retto, ampie abbastanza per godersi il sole e la brezza di mare. Tanto via Battisti quanto via Cannizzaro, dolcemente inclinata verso la stazione ferroviaria e la baia naturale a forma di falce che ospita il porto, erano ampie e asfaltate in modo quasi impeccabile, perfette per andare in bicicletta”. [Vincenzo Nibali a Enrico Brizzi, Di furore e lealtà, Rizzoli]
“Prima di aprire il negozio, aveva lavorato come operaio verniciatore, ma era stato obbligato a smettere per via di un’allergia. Con le mani ci aveva sempre saputo fare. Il suo amore per la bici non si esauriva nelle cavalcate fra il lungomare e il profilo dei monti, che chiudono il panorama della nostra città in direzione dell’entroterra. Era anche meccanico: la bici sapeva metterla a punto da solo, smontarla e rimontarla, e non c’era pezzo al quale non fosse in grado di dare un nome e che non fosse capace di sostituire, anche a costo di doverselo fabbricare da sé.
Quando sono arrivato io, primo figlio maschio e di corporatura più longilinea della sua, Salvatore il Lupo mi ha messo in sella da subito. Non credo avesse l’ambizione di fare di me un campioncino, anche perché a Messina non c’erano società rinomate come in Toscana, in Veneto o in Lombardia. Quello che voleva trasmettermi era il segreto della libertà, la possibilità di vivere con gioia all’aria aperta, visitando posti sempre nuovi senza bisogno di aspettare un autobus che forse non arriverà mai, né di passare il tempo libero a ciondolare fra piazze e sale-giochi come fanno tanti ragazzi, a Messina e non solo lì. Così, per me la bicicletta non è mai stata una costrizione, ma un privilegio. Non un mezzo per fuggire, ma un veicolo per spingermi in esplorazione lontano dalla porzione familiare di mondo all’incrocio fra via Battisti e via Cannizzaro. Una biciclettina buona per fare il giro dell’isolato, infatti, potevano averla tutti i cuccioli d’uomo della città, ma la “bicicletta bella”, quella che ti permette di coprire distanze considerevoli, andava meritata”. [Vincenzo Nibali a Enrico Brizzi, Di furore e lealtà, Rizzoli]
Mastromarco, Lamporecchio , 1990 | La formazione
“La vera forza di Nibali è stata quella però di evadere, adolescente di modeste risorse economiche, dall’amata ma arida Messina a 16 anni ed emigrare solo verso la Toscana per imparare il mestiere con la stessa feroce determinazione con cui ogni domenica – caricata la bici sulla macchina di papà – viaggiava verso Siracusa, Enna, Catanzaro o Cosenza riportando a casa medagliette e pacchi di pasta delle premiazioni” [Marco Bonarrigo, Corriere della sera]
“Per quello che hanno fatto, quante persone non finirò mai di ringraziare: il presidente Bruno Malucchi, che è morto, e Carlo Franceschi che ha preso in casa mio figlio e l’ha trattato come fosse il suo. Vincenzo aveva meno di sedici anni quando è partito per la Toscana. Voi ci date un ragazzo e vi restituiamo un uomo ci avevano detto. È andata così. Educazione, rispetto, sacrifici, niente porcherie. Ma io lo avevo sempre detto a Vincenzo: se cadi in tentazione col doping, di tornare a Messina te lo scordi. Sono tranquillo, a lui piace la pasta ‘ncaciata, la parmigiana di melanzane, la granita al caffè. Il bar vicino al nostro negozio quando Vincenzo ha vinto il Giro ha creato l’arancino Nibali, al salmone, per un tocco di rosa». [Suo padre a Gianni Mura, Repubblica]
“È una storia di suore, di comunisti testardi, di ciclisti, di terre in saliscendi, con l’olio e il vino che vengon bene “per via dei poggi dolci”, quella di Lamporecchio, nel secolo scorso tra i comuni più rossi d’Italia (se la batteva con Castelfiorentino) e oggi borgo d’adozione di Vincenzo Nibali, Nibali come lo chiamano i francesi, che sta pedalando mirabilie al Tour. Girando il paese, partendo da Mastromarco, la frazione dove Nibali è venuto su per dodici anni, avverti il sapore della sfida. Fausto Malucchi, avvocato pistoiese, è tra i fondatori de “I CanNibali di Mastromarco” e non sta nella pelle. A parte il premier, in questa invenzione dei CanNibali c’è l’orgoglio toscano, che poi è italiano, di scherzare facendo sul serio. In principio era solo un telo bianco, di cotone, con la scritta sopra “I CanNibali”, un modo per rammentare Eddy Merckx” [Massimiliano Lenzi, Il Foglio]
Barcellona Pozzo di Gotto | La prima corsa
«La prima corsa l’ha fatta a Barcellona, tutti i concorrenti erano grossi il doppio di lui. Enzino, non ti faccio partire, gli ho detto, sei un pulcino e questi ti mangiano. E lui a disperarsi: papà, siamo venuti fin qui e voglio correre ma non preoccuparti, tanto vado subito in fuga. Infatti è andato in fuga, lo hanno ripreso ed è arrivato secondo per dieci metri. Tutte le corse con lui erano una battaglia, ma prima della corsa era calmo, abbiamo fatto tante trasferte per andare a correre in provincia di Catania, di Palermo. E lui dormiva mentre guidavo. A volte dormivamo in macchina, per risparmiare». [Suo padre a Gianni Mura, Repubblica]
Solarino | Il potere del polpettone
«Ci fermiamo a mangiare in uno spiazzo, prima della partenza. Giovanna aveva preparato un bel polpettone, è una brava cuoca. E ce lo stavamo mangiando. Vicino a noi c’era il padre di un ragazzo più grande che ci ha sgridati: ma siete pazzi a mangiare il polpettone prima della corsa? Mio figlio, solo pasta in bianco. Ah, poi la corsa l’ha vinta Vincenzo e il padre di quell’altro è venuto a chiedermi cosa avevamo messo nel polpettone. Le uova, la mollica, il formaggio, che si credeva? Un signore di Paternò, esperto di ciclismo, Uccellatore si chiama, dopo la gara disse agli altri concorrenti: lo vedete ‘sto bambino? Guardatelo bene perché diventerà un campione. Questo per dire che andava già forte, ma per crescere ancora doveva emigrare» [Suo padre a Gianni mura, Repubblica].
Liegi 24 aprile 2005 | Le prime classiche
“L’Amstel Gold Race, per esempio: una giornata tremenda, pioggia forte e nuvole basse, tanto che non furono possibili le riprese tv. Ero così stanco, stanco morto, che dovetti abbandonare la corsa. Mi sentivo umiliato. Dentro di me avevo paura di non poter mai diventare un corridore vero. Tre giorni dopo, in Belgio, c’era la gara della Freccia Vallone: il tempo era meno brutto, il percorso era meno difficile, le mie aspettative erano più realistiche. Mi staccai nel finale, giunsi settantesimo, ma ero contento così. Quattro giorni dopo si correva la Liegi-Bastogne-Liegi: è la gara più sentita, forse perché la più antica, la più pesante, anche la più divertente. Finalmente una giornata di primavera, senza neanche troppo vento, una rarità da quelle parti. Chilometro dopo chilometro, colle dopo colle, sfilavo verso il fondo del gruppo finché sull’ultima salita, il Saint-Nicolas, quella abitata dagli immigrati italiani, mi ritrovai ultimo. Non mi persi d’animo. Per me arrivare era come vincere. E vinsi. Ultimo, ultimissimo: centotredicesimo. Il mio direttore sportivo, Giancarlo Ferretti detto “Ferron”, forse perché aveva la fama del sergente di ferro. Pensava che mi fossi perso” [Marco Pastonesi, La quinta tappa, Mondadori]
Faenza 22 marzo 2006 | La prima vittoria
parole Il piano B. Forse
➣ Cosa ti ha tolto il ciclismo?
«Intanto mi ha tolto dalla strada. In Sicilia di lavoro ce n’è poco, quello che c’è sono tutte botteghe di famiglia, le ditte sono poche, le trovi da Roma in su. In Sicilia trovi un lavoro decente se hai una famiglia abbastanza forte, altrimenti rischi di fare una brutta fine. Per questo dico che il ciclismo mi ha tolto di strada. Mi ha tolto magari dalle discoteche, da certe amicizie sbagliate. Non che nel ciclismo non ne potessi trovare, ma quelle ci ha pensato il ciclismo stesso a toglierle di torno, nel vero senso della parola. Mi ha dato tanto successo, gloria, soddisfazione, a me e alla mia famiglia. Mi ha tolto sicuramente una parte di gioventù ma se guardo a tutto quello che ho capisco che è stato soltanto un passaggio».
➣ Non avevi un piano B?
«No. Anzi sì, ma non mi piaceva. Sarei andato a lavorare con i miei, in fondo la fotografia mi piace, la cinetecnica pure. Però ero sempre in conflitto, litigavo con mio padre, i nostri sono due caratteri che andavano sempre in contrasto».
intervista di alessandra giardini, Corriere dello sport-stadio, 16 gennaio 2019
Cuneo 12 maggio 2010 | La prima maglia rosa
Asolo 22 maggio 2010 | La prima tappa vinta al Giro
Gianni Mura, Repubblica: “Lo guardi andare, Nibali, e pensi che non gli manca nulla: va in salita, va ancora più forte in discesa (Savoldelli ammette di aver trovato un erede) e va pure in pianura. Fa un gran numero, vince una bella tappa (terza di fila per gli italiani) e poi tutti intorno a lui a chiedergli di rifarlo già oggi, il numero, sullo Zoncolan. Non da escludere, ma nemmeno così automatico: di sforzi ne ha fatti parecchi e, con l’arrivo in salita, dovrebbero essere di turno Basso e Scarponi. Vada come vada, da qui a Verona. Bisognerà ricordarsi una cosa: che Nibali a questo Giro non doveva venirci, che ha preso il posto di Pellizotti a tre giorni dalla partenza. Il suo programma prevedeva che si preparasse per il Tour. È venuto al Giro senza protestare, ha preso la maglia rosa, l’ha persa per caduta, è rimasto invischiato nel trappolone abruzzese, non si è depresso e alla prima occasione ha cominciato a risalire la classifica. Forse sì, una cosa gli mancava: questa vittoria che lo fa passare da promessa a campione, di quelli su cui si può contare per il futuro”.
Bola del Mundo 19 settembre 2010 La vittoria alla Vuelta
“Un ragazzo in maglia rossa è in cima alla Vuelta. Nonostante la camiseta roja sia stata inaugurata quest’anno per celebrare i successi dello sport spagnolo, nel centro di Madrid oggi sfilerà in testa il messinese Vincenzo Nibali. Sul terribile traguardo in salita alla Bola del Mundo, Enzino arriva con l’aria di chi è invecchiato di colpo di dieci anni, ma la sua resistenza è perfatta. In queste tre settimane non ha conquistato tappe, ma ha fatto fuori uno dopo l’altro tutti i pretendenti spagnoli” [Paolo Tomaselli, Corriere della sera]
pareri
Bradley Wiggins: «Come Coppi, Moser e Pantani. Dirò ai nipoti che ho corso con lui»
Peter Sagan: «È il campione per eccellenza. Ha lasciato il segno dell’artista»
Alejandro Valverde: «Un privilegio chiudere insieme. Rivali in bici, ma quanto rispetto»
Alberto Contador: «Ti poteva attaccare in ogni modo. Coraggio e fantasia: che sfide»
Ivan Basso: «Abbiamo tifato tutti per lui. Ma nessun paragone: è Nibali»
[a Ciro Scognamiglio, La Gazzetta dello sport]
Saltara 11 maggio 2013 | La prima volta in rosa
Bardonecchia 18 maggio 2013 | La vittoria in maglia rosa
Brescia 26 maggio 2013 | Il trionfo al Giro d’Italia
“È un tipo quasi dolce, sereno, tutto moglie e figlia. Rispettato da tutti, lui che tutti rispetta. Mai impegnato a evidenziare la sua origine geografica, rara nel ciclismo, per farsi bello di essa, per esibire l’alibi di un handicap di radici ciclistiche classiche. E’ il primo “terrone” vero che vince il Giro, a meno di prender per buona, come valore e come geografia, la vittoria nel 2007 dell’abruzzese Danilo Di Luca. Un altro che Nibali ha avuto la sfortuna di avere compagno di strada in questo Giro: perché, assumendo epo ancor prima del via, mettendo poi nell’imbarazzo i suoi stessi dirigenti all’annuncio dell’esclusione dalla corsa, Di Luca, già condannato per doping nel passato e adesso a rischio di radiazione, ha offerto cibo buono per gli avvoltoi che vedono il ciclismo ormai ucciso dalla chimica proibita. E in qualche modo ha gettato ombra, la sua ombra, sulla corsa rosa, costringendo Nibali a vincere anche con rabbia, per fare scordare Di Luca, per rispondere a chi, in panciolle a casa, ha deciso ormai che sono tutti poveri cretini quelli che, numerosissimi sempre e quest’anno più che mai, vanno sulle strade a veder passare i corridori ovviamente tutti dopati, si spostano in massa anche nella bufera di neve, spendendo in fatica, se pedalatori anch’essi, o in benzina e spesso anche in ore di non lavoro, molto più degli “sportivi” che vanno allo stadio per la partita di pallone. Dobbiamo dirci che forse noi non meritiamo Nibali: che è un faticatore puro e riservato, così estraneo al lassismo fisico oltre che etico e gaglioffo di troppa gente nostra di oggi, di quasi tutti noi” [Gian Paolo Ormezzano, Famiglia Cristiana]
Sheffield 6 luglio 2014 | La prima maglia gialla
“E chi se l’aspettava? Non è una garanzia, è un segnale. Non è un’ipoteca, è un messaggio. Non è il lieto fine ma un gran bell’inizio. Soprattutto non è un sogno o una visione: è la realtà. Nibali arriva sul traguardo puntando l’indice sul verde della maglia da campione d’Italia, che a essere pignoli, a strisce orizzontali com’è, sembra quella del campione d’Ungheria. Ma si sa che all’Astana hanno tanti soldi ma il design non è il loro forte. Però nemmeno è il giorno adatto per i pignoli, a Sheffield. Nibali ha fatto un numero da grande finisseur. Alla Cancellara, si fosse stati in pianura. Ma Jenkins Road è uno strappo di 800 metri con una pendenza superiore al 10 per cento e anche l’arrivo è in leggera ascesa. Nove strappi, non tutti facili da digerire, hanno trasformato la seconda tappa del Tour in una classica delle Ardenne” [Gianni Mura, Repubblica]
Arenberg 9 luglio 2014 | La tappa al Tour sulle pietre di Roubaix
“È la quinta tappa del Tour: da Ypres ad Arenberg, 155,5 chilometri, nove tratti di pavé. Due di questi tratti – Orchies e Mons-en-Pévèle – vengono subito condonati per le proibitive condizioni del tempo e della strada. Al ritrovo di partenza, a Ypres, in Belgio, dove il cielo sembra sempre più basso che altrove, bandiere gialle con il Leone delle Fiandre che sventolano fra gli ombrelli, davanti alla Lakenhalle, il mercato dei tessuti, capolavoro dell’architettura gotica. L’atmosfera è tesa: quella di oggi è la temutissima tappa del pavé.
… Se non ci fosse il pavé, sarebbe una corsa banale, quasi insulsa. Ma con il pavé, la Roubaix è una corsa unica. Nel bene e anche nel male. La Roubaix, proprio per queste pietre, non è la corsa più bella del mondo, ma la più speciale e terribile, affascinante e terrificante, seducente e insopportabile, cioè tutto e il contrario di tutto, polvere e fango, paleolitica e tecnologica, guerra del fuoco e di industrie, così disumana da elevare l’umanità. È, per la sua natura archeologica, viscosa, infiammata, irta, rossa di porfido e nera di carbone, forestale e minerale, vegetale e metallurgica. È originale come un peccato, ed è fortunatamente unica” [Marco Pastonesi, La quinta tappa, Mondadori]
Reims, 11 luglio 2014 | E i francesi che si incantano
“A chi somiglia Nibali? Quale altro ciclista italiano del passato evoca? Me l’hanno chiesto tre colleghi di tre nazionalità diverse, facendomi venire il dubbio che questo sia un argomento caldo. La prima risposta è: a nessuno, fino in fondo. Anche perché Nibali dimostra che le aree geografiche specializzate non sono più quelle di una volta. Per un secolo Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia — Romagna, Toscana. Ora i migliori interpreti delle corse a tappe sono il siciliano Nibali, il sardo Aru, e uno dei migliori scalatori il lucano Pozzovivo. L’isolano è anche isolato, per gareggiare contro i più forti e migliorare deve spostarsi a Nord, in una delle aree specializzate, dove il benessere ha piallato molte vocazioni. La seconda risposta, più seria, facendo zapping fra numeri e ricordi, è questa: Gimondi all’85 per cento, Motta al 15. Nibali (1,80 per 64 kg) ha la statura di Motta (1,80 per 68 kg) e di Motta ha anche il gusto dell’azzardo, del grano di follia, del colpo che sembra impossibile ma intanto perché non provarci?
Quello che di Nibali si nota subito è l’eleganza, che mi ha fatto pensare al cirneco, un cane autoctono spuntato più di duemila anni fa intorno all’Etna. Vincenzo l’hanno ribattezzato lo squalo perché è nato a Messina, peraltro su un mare non molto ricco di squali. Era e resterà lo squalo (le requin, el tiburon, the shark), è un soprannome che fa presa, ed è anche il primo pesce in un bestiario ciclistico che comprende aironi, aquile, falchi, stambecchi, camosci, pulci, condor, tassi” [Gianni Mura, Repubblica]
Planche des Belles Filles 14 luglio 2014 | In cima in giallo
“Il Tour ha molte facce. La faccia solare è Nibali che stacca tutti e vince col pollice in bocca: vittoria dedicata a Emma, la sua bimba. Ha attaccato a 2,5 km dall’arrivo, nel tratto più duro. Ha raggiunto Purito Rodriguez, ultimo superstite di una fuga mattutina, ci ha scambiato due parole, ha capito che non avrebbe potuto fargli omaggio della tappa (Purito è un amico) e ha tirato dritto. Ha fatto bene. È arrivato con 15″ su Pinot, 20″ su Valverde e Peraud, 22″ sul giovane Bardet, il più interessante della nouvelle vague francese, e Van Garderen, 25″ su Porte. Sforzo superiore al bottino. Ecco perché questa vittoria ha un peso più politico e morale che strettamente atletico. Ho già detto che Nibali mi piace, e piace sempre di più ai francesi, per il gusto del gesto significativo. Le panache, appunto. Al posto di Vincenzo un ragionieretto delle due ruote si sarebbe risparmiato la fatica supplementare”. [Gianni Mura, Repubblica]
Parigi | La vittoria al Tour de France
“Nibali come corridore è lontano da Pantani, il suo idolo. È vero che tre delle sue quattro tappe le ha vinte in salita, ma con distacchi non pesanti sulla concorrenza. Mai finito in rosso, ha detto. Sempre pensato al giorno dopo, ha aggiunto. Nibali non umilierebbe mai un gruppo intero come fece Pantani a Oropa. E Nibali non ha, per ora, la popolarità di Pantani, forse non l’avrà mai perché è meno attore e colpisce meno la fantasia. Pantani diceva che il momento più bello non è quando vinci, ma quando stacchi tutti. Aveva un modo di esprimersi rabbioso e solitario sui pedali, ricercato e quasi lirico nelle parole («vado forte per abbreviare la mia agonia»). Raramente esultava su un traguardo, era teatrale (teatro drammatico) nella sfrontatezza della superiorità e nell’esibizione della sofferenza. Così innamorato della solitudine da farla diventare come un cappio, negli anni più bui. Nibali non è un ciclista che prende alla pancia, e di lì altri organi interni. Non ha l’aura da arcangelo caduto, non ha tatuaggi, bandane, orecchini. Non fa trasparire rabbia, emozione, sembra non sapere cosa fare delle braccia, sul traguardo. Una volta mima il ciuccio, un’altra indica il cuore, un’altra ancora tiene le braccia lungo i fianchi. Spesso è sull’attenti.
… Andiamoci piano con i proclami dell’Italia che vince. Cerchiamo di non salirgli tutti sulla canna della bicicletta, politici e tifosi, giornalisti e sociologi. L’Italia che vince qui non è quella delle scorciatoie e delle furbate, dei talk show politici e dei vip veri o presunti, delle indignazioni che durano un giorno e degli aiutini chiesti per una vita. È l’Italia delle tredici ore in treno tra Reggio Calabria e Mastromarco. È l’Italia con pochi soldi e tanti sogni, è l’Italia che si riconosce e talvolta si esalta nel lavoro e nel sacrificio. È l’Italia che sta nel retrobottega, in vetrina servono colori più vivaci e modelli più ammiccanti. I valori di Nibali, della sua famiglia, sono gli stessi di Vanotti e vengono buoni per la fanfara dei buoni sentimenti, che suonerà per un giorno o due perché il pallone reclama spazio”. [Gianni Mura, Repubblica]
Lugano, agosto 2014 | Casa. La popolarità dopo il Tour
➣ Lo vorrebbe il ponte sullo Stretto?
«Sarebbe utile allo sviluppo, ma sull’ambiente avrebbe un impatto devastante. Penso alle parole di mio nonno – “Di questo ponte si parla da quando ero piccolo io, e ancora non si è fatto” – e mi dico: si può vivere anche senza».
➣ Che cosa chiede al governo per la sua Sicilia?
«Molto è stato già fatto. Negli ultimi anni c’è stato un cambiamento radicale, e un rinnovamento della classe politica. A Messina è arrivato come sindaco Renato Accorinti, professore di scuola: grazie a lui abbiamo un centro pedonale e la pista ciclabile. A chi la critica perché non ha le aiuole spartitraffico faccio notare che a Lugano ce l’hanno uguale».
➣ L’anno scorso dichiarò di essere simpatizzante di Grillo.
«Mi piaceva la sua disponibilità a scendere in mezzo alla gente. Poi però mi ha deluso. Nell’incontro in streaming con Renzi non lo lasciava nemmeno parlare. Sono cose che non si fanno, né in politica né altrove».
➣ Vincenzo, ha avuto altre fidanzate importanti prima di Rachele?
«Una storia durata cinque anni, finita per una serie di motivi, compreso il fatto che non mi era stata fedele. Io su questo non perdono, non ho mai tradito in vita mia».
➣ Ora che è famoso, le tentazioni non mancheranno?
«So che cosa cercano le ragazze che mi girano intorno. So perché sono interessate. Se avessi voluto libertà, sarei rimasto single». – intervista di sara faillaci, Vanity Fair
Superga, 27 giugno 2015 | La prima vittoria dopo un blocco
“Undici mesi dopo Hautacam, Vincenzo Nibali torna ad alzare le braccia al cielo. Ieri, davanti alla basilica di Superga, la sofferta impresa con la quale lo Squalo si conferma campione d’Italia. Un trionfo che lo sblocca emotivamente, che scioglie la tensione. Così, dopo il traguardo, le lacrime e le gocce di sudore si mescolano sul suo viso. Vincenzo fa tenerezza. Venerdì aveva confidato le preoccupazioni e, con onestà, gli errori che hanno portato, inutile negarlo, a una mancanza di risultati: «Soprattutto, ho sbagliato inverno. Troppi impegni, non ho riposato a sufficienza e questo ha fatto sì che non sono mai riuscito a trovare una condizione soddisfacente». Vincenzo nei mesi scorsi ci ha messo la faccia più volte per difendere la sua Astana dagli attacchi dell’Uci. Brian Cookson, il presidente della Federciclo mondiale, per due volte aveva chiesto che il team fosse messo al bando per i casi di doping 2014. E lì Nibali, da capitano, ha schierato la sua credibilità. E ha vinto la partita. Alla vigilia del Tricolore, invece, Vincenzo s’è sentito tradito da un suo uomo. Proprio questo aveva fatto traboccare il vaso” [Claudio Ghisalberti, La Gazzetta]
Utrecht, 4 luglio 2015 | La partenza dal Tour con il numero 1
“Vincenzo Nibali partirà per ultimo per tentare di ritornare primo, per nascondere il tricolore della sua maglia sotto il giallo del primato, per ripercorrere il percorso del solo italiano prima di lui a essere riuscito a vincere due edizioni consecutive, Ottavio Bottecchia. Anni Venti del Novecento come gli anni Dieci odierni, quasi un secolo di differenza, due storie diversissime, ma che inaspettatamente si intersecano, si sovrappongono, potrebbero collimare. Storia di due duri del pedale, di due non predestinati, ma di uomini che con il lavoro hanno affinato un talento superiore, ma grezzo, carbone trasformatosi in diamante, tenacia divenuta vittoria, periferia che si fa centro, e che centro” [Giovanni Battistuzzi, Il Foglio]
La Toussuire, 24 luglio 2015 | La consolazione della tappa sulle Alpi
“Nel doppio pugno che Nibali tira all’aria, nel suo urlo ripetuto, c’è molto più della gioia per l’impresa che ha compiuto. È come se volesse dire a tutti: guardate, io sono questo, non quello che avete visto prendere colpi quasi ogni giorno, come un pugile suonato. Non quello scivolato talmente in basso nella classifica da non poter nemmeno più immaginarsi sul podio a Parigi. Finalmente una giornata di luce, per Nibali: ci ha messo tutto il suo orgoglio da guerriero, tutta la voglia di non finire in modo anonimo un Tour che l’anno scorso l’aveva visto dominare e vincere quattro tappe. E forse c’era anche un po’ di rabbia perché la condizione, la pedalata giusta, tutto quello che fin qui aveva inseguito, l’ha raggiunto sì, ma a due giorni dalla fine. Nella giornata di luce per Nibali arrivano le ombre, non leggere, che butta Froome. Prima i fatti, poi le parole” [Gianni Mura, La Repubblica].
Caminito del Rey, 23 agosto 2015 | La squalifica alla Vuelta
“Accade ai meno 16 dall’arrivo. Nibali è staccato, è finito in una maxicaduta di gruppo ai meno 26 e deve recuperare sul gruppo di testa, lanciatissimo e ingolosito dalla possibilità di lasciarlo indietro. L’immagine dall’alto lo pesca in testa a un gruppetto. L’ammiraglia dell’Astana, guidata dal secondo direttore, il kazako Shefer arriva e Nibali scompare dall’inquadratura. Dov’è? È alla sinistra dell’auto, agganciato col braccio al finestrino abbassato. L’ex gruppetto Nibali arranca mentre Nibali scappa via a una velocità irreale. Per quanti metri? 150, 200 al massimo, almeno così racconta il suo entourage. Pochi, molti? Ne basterebbe uno, teoricamente. Nibali poi rientra sul gruppo di testa, infine, sull’arrivo di Caminito del Rey si stacca e becca 1’28” dal vincitore di giornata, il colombiano Chaves” [Cosimo Cito, La Repubblica]
Como, 4 ottobre 2015 | La vittoria al Lombardia
“Le prime tre curve le fa in derapata. Il ginocchio sfiora il guardrail, la bici è parallela all’asfalto: ma non cade. Dopo il quarto tornante s’infila nell’infimo cunicolo che separa un muro da una moto di scorta che ha perso posizione e bussola: ma non si schianta. Sulla salita finale paga il conto della fatica e perde terreno: ma non lo prendono. Ieri, per 19’52”, dal momento in cui ha attaccato superando ogni confine del rischio sulla discesa del Civiglio al traguardo di Como, Vincenzo Nibali ha fatto venire la pelle d’oca a milioni di telespettatori.
Il risultato ripaga ampiamente dei brividi: il siciliano porta a casa Il Lombardia, la prima classica di una carriera già straordinaria. Braccia alzate, lacrime agli occhi, sulla maglia una bandierina tricolore – sfuggita a uno spettatore – che il vento ha sovrapposto a quella stampata sul celeste dell’Astana. Una vittoria che vale triplo: primo successo italiano in una «corsa monumento» dopo otto anni di digiuno” [Marco Bonarrigo, Corriere della sera]
Andalo, 24 maggio 2016 | La crisi al Giro d’Italia
“«Lasciatemi in pace! Non ho niente da dire. Come vado lo avete visto». Quando un paio di minuti dopo le venti Vincenzo Nibali scende nella hall dell’hotel per andare a cena è una furia. Due autografi in maniera sbrigativa e via in sala ristorante. La 16a tappa del Giro, quella con arrivo ad Andalo, ha chiarito ormai in modo definitivo che lo Squalo ha qualcosa che non va, non sta bene. Eppure quella di ieri doveva essere la prima giornata della riscossa. Invece il finale di tappa – la salita verso Fai della Paganella e la successiva verso Andalo – si è trasformato in un incubo per il siciliano dell’Astana. L’immagine più impietosa, e che pochissimi hanno visto, è stata dopo il traguardo. Il Piccolo Hotel, base del team kazako, era distante mezzo chilometro. Uno spazio che s’è trasformato in un calvario per Vincenzo che, stanco e frastornato, non riusciva neppure a tenere la ruota di Federico Borselli, uno dei meccanici che in mountain bike aveva il compito di scortarlo fino in albergo dove si infila subito in camera. Una pena vederlo in quella situazione” [Claudio Ghisalberti, La Gazzetta dello sport]
Risoul, 27 maggio 2016 | Il Giro riaperto
“Oltre la cima del colle più alto del Giro, c’è una lunga discesa, cattiva. Nibali, Chaves e Kruijswijk la iniziano insieme, tra muri di neve sui quali manca solo la scritta W Coppi. Il resto è intatto ed eterno, il resto c’è e succede. L’olandese sbaglia una curva e finisce contro la muraglia bianca, fa un capitombolo e rimbalza sulla strada. Ha il braccio abraso, dolore in ogni angolo del suo scheletro, la bici in disordine, il morale evaporato. Scende per forza d’inerzia, per sopravvivenza, perché è di gomma, perché sono sempre stati di gomma i corridori, da Petit Breton all’ultimo di questo Giro. Non è più lui, il dolore lo divora, e Nibali mena la danza. Stacca Chaves di 53”, Valverde di 2’14”, Kruijswijk arriva a 4’54”, «ho perso il Giro» dirà, ha perso tutto per una curva ma non può lamentarsi, lo sa che non si gioca “a ciclismo” [Cosimo Cito, Repubblica]
Sant’Anna di Vinadio, 28 maggio 2016 | Di nuovo la maglia rosa
“Sant’Anna è fondale di un altro miracolo, di un giorno di emozioni mostruose, altissime e aspre come questi sfasciumi color della ruggine, di questa landa su cui tramonta e viene freddo, ma qui si è ballato un giorno intero, aspettando la fatica degli uomini piombare dalla Lombarda e salire su una rampa, e là era solo, Nibali. Il Giro è suo, il secondo della carriera, la quarta grande corsa a tappe della vita. La più difficile perché corsa contro se stesso, contro il Nibali dell’Appennino e delle Dolomiti, spaurito e in attesa della salita giusta Allora ecco la Bonette, un pianeta di pietra e neve piantato sulla terra perché dovesse essere percorso in bicicletta. Ha vinto l’imperfezione, invece, di diciannove giorni sbagliati e la grandezza di due, quelli che contavano davvero. Insegna molte cose tutto questo. Lo dice sempre la volpe, alla fine delle favole” [Cosimo Cito, Repubblica]
Torino, 30 maggio 2016 | Ha vinto il Giro
“Per questo improbabile scalatore siciliano, primo della sua gente, si è mobilitato tutto l’armamentario retorico della glorificazione eroica. Dopo che nelle ultime due tappe del Giro d’Italia, in sole 48 ore, con due formidabili attacchi, ha ribaltato il destino di sconfitto che lo aveva spinto fin sull’orlo del ritiro, Nibali ha meritato il frasario dei campioni omerici – «completa il ciclo classico dell’eroe», «poema epico», «duello decisivo ad alta quota» – e quello riservato alla celebrazione cristologica («tormento, estasi, risurrezione»). D’accordo, benissimo, ma cos’è la gloria? Cosa la distingue dalla popolarità, cosa la esalta al di sopra della semplice vittoria? Cosa ne determina la supremazia rispetto al mero «successo»? La gloria in Occidente ha due matrici, una nell’epica omerica, l’altra nella dossologia della liturgia cristiana. In entrambi i casi si tratta di quella specialissima forma di fama che indica l’approssimarsi di un confine, il confine dell’umano. Nella lingua di Omero a dire la gloria era il sostantivo «kleòs», derivato dal verbo «kluo» («ascoltare»). Indicava la «rinomanza», il perpetuarsi del nome dell’eroe che aveva compiuto grandi gesta oltre il tempo della sua vita e oltre il limite della sua morte, nella quale le gesta spesso culminavano (non a caso il kleòs si trasferiva di padre in figlio). Nel Cristianesimo, poi, con «gloria» s’indicheranno le manifestazioni della presenza di Dio nel creato e quel complesso di esclamazioni e acclamazioni liturgiche tese a riconoscerla e celebrarla. Anche qui, dunque, uno sporgersi sul limite dell’umano, questa volta, però, al confine tra umano e divino. Campioni come Nibali, con i loro sacrifici, le sofferenze, gli strappi, gli ardimenti dolorosi, con le loro cadute e «risurrezioni», risplendono di gloria ai nostri occhi perché premono ai confini dell’umano e, così facendo, tracciano nella terra il limite invalicabile della nostra finitudine. Ogni volta che un Nibali, a duemila metri d’altezza, squassato dai dolori dell’acido lattico, scatta in fuga, a inseguirlo a ruota ha la morte” [Antonio Scurati, la Stampa]
Rio de Janeiro, 6 agosto 2016 | La caduta a 11 km dall’oro olimpico
“Vista rasoterra, con il casco sull’asfalto e la spalla che urla come mille macachi della foresta pluviale, Copacabana è uno schifo. Eppure trenta gradi arroventano l’inverno di Rio, la spiaggia è gremita di infradito e tanga, la cartolina è perfetta.
Vincenzo Nibali è quell’omino bianco e azzurro seduto sul ciglio della strada a gambe larghe e mani sulle ginocchia. Bici (che cambia colore con la temperatura) e morale a pezzi.
Ultima curva dell’ultima discesa di una gara con l’oro in bocca. Dalla collina di Vista Chinesa, lo strapiombo sul lungomare di Rio è un incanto. Nibalino in fuga insieme a due rivali che avrebbe potuto battere in volata, il colombiano Henao e il polacco Majka Undici chilometri al sogno di una vita. Tutto troppo bello per essere vero. E il destino, infatti, si riprende con gli interessi i crediti accesi in Francia nel 2014, quando gli altri andavano giù come birilli (Froome, Contador) e lo Squalo fendeva le ecatombi a naso dritto” [Gaia Piccardi, Corriere della sera]
“Nibali sbalzato di sella è come quegli insetti attirati dalla luce che si schiantano contro i fari e i lampioni. Lui la luce di questa corsa l’aveva vista prima di tanti altri, e la seguiva come una cometa. Per seguirla aveva calpestato il suo orgoglio: al Tour per allenarsi. Quante volte ci ha detto che l’Olimpiade per lui era un sogno da ragazzino? Bene, i sogni bisogna seguirli sempre, da giovani, da adulti, da vecchi. Anche quando sono difficili da realizzare, quando sei un ciclista forte in salita e in discesa (già, in discesa) e anche sul passo, ma senza sprint. Sei condannato a staccarli tutti. E ci hai provato, dando scrolloni in testa a un gruppo sempre più ristretto. Resta indietro Valverde, forse il più temuto, resta indietro Froome (che soddisfazione). Niente tori né toreri, e non erano le cinque della sera. Il torero di Lorca era morto, Vincenzo è vivo. Ma ferito. Nibali a mani vuote, ma forse da ieri sarà un po’ più amato. Non è una medaglia, non si porta al collo ma ha un valore e si porta dentro” [Gianni Mura, La Repubblica]
Como, 7 ottobre 2017 | Un altro Lombardia
“Il nuovo Nibali è nato ieri. È un corridore che ha scoperto qualcosa che forse ha sempre saputo: le Classiche possono essere, dopo mille battaglie nelle grandi corse a tappe, il suo futuro. «Un Mondiale e un’Olimpiade, voglio vincere un Mondiale e un’Olimpiade».
Innsbruck 2018, Tokyo 2020. Quando gli anni saranno quasi 36.«Ora sono quasi 33 ma ne sento assai meno. Mi diverto, le vittorie mi danno stimoli nuovi, e anche in questa stagione, dove tutto è stato nuovo, dalla squadra ai materiali all’ambiente, ne sono arrivate tre di grande qualità: la tappa di Bormio al Giro, quella di Andorra alla Vuelta, e questo grande Lombardia, al termine di una giornata perfetta». Mi piacerebbe fare bene alla Liegi, davvero. La Sanremo, senza le Mànie, è una corsa troppo semplice, la Liegi-Bastogne-Liegi è molto adatta a me, è una corsa che mi affascina moltissimo” [Cosimo Cito, Repubblica]
Sanremo, 17 marzo 2018 | Il suo capolavoro
“Quando, fra dieci o trent’anni, si parlerà delle caratteristiche di un campione, sarà d’obbligo ricordare la Sanremo di Nibali. Una corsa, in teoria, che non avrebbe mai potuto vincere, e infatti non era partito per vincerla. Non era studiata, faceva parte d’un programma d’avvicinamento al prossimo obiettivo, la Liegi. È una classica, spesso noiosissima, per velocisti, e il Nibali velocista vale zero. Sì, finale in discesa, e in discesa Nibali è fortissimo e grazie alla discesa ha vinto alcune corse. Ma due importanti, in discesa le ha perse per caduta: il mondiale a Firenze, la corsa olimpica in Brasile. Nibali non va via nel tratto duro del Poggio, ma in quello più facile, un falsopiano più che una salitella. E non è lui il primo a scattare, ma lo sconosciuto Neilands di una semisconosciuta Israel Academy. Un pesciolino, e da quando in qua gli squali inseguono i pesciolini? solo i campioni sanno improvvisare, ribellandosi a una malinconica maggioranza di automi telecomandati dalle ammiraglie, sventolando la loro libertà e la loro fantasia. Una bella bandiera” [Gianni Mua, Repubblica]
Alpe d’Huez, 19 luglio 2018 | Travolto in salita
“Nibali era sempre stato coi migliori, era stato il primo ad attaccare sull’Alpe, mancavano 9 km, Bernal aveva annullato il tentativo. da come ha risposto a uno scatto di Froome s’è capito che aveva gamba. Poi la visuale è stata invasa dai fumogeni, appena diradati quelli s’è visto Nibali a terra, la faccia segnata da un forte dolore. Lo aiutano a rialzarsi, si rimette in sella, deve ritrovare il ritmo, lo ritrova, pedala come una furia, in quasi 4 km perde soltanto una quindicina di secondi, e qui bisogna parlare del bel gesto dei suoi colleghi, rimasti in quattro: Froome, Thomas, Bardet e Dumoulin occupano tutta la strada ( transennata, a quel punto), rallentano, aspettano Nibali. Si dice che l’iniziativa sia partita da Froome. Poi Bardet rompe la tregua.
Per come ha corso, Nibali avrebbe meritato di giocarsela anche lui, la vittoria. E invece sale sulla motorhome dei medici del Tour” [Gianni Mura, Repubblica]
Foix, 21 luglio 2019 | Il Tour visto dal fondo
“Cinquantadue chilometri di ritardo dalla maglia gialla: a tanto ammonta l’ora, 17 minuti e 50 secondi che separano Vincenzo Nibali (53°) da Julian Alaphilippe dopo la 15ª tappa del Tour. Mai, nei 22 grandi giri finora disputati, il siciliano è stato così indietro in classifica. Vincenzo emerge dalla stanza dell’albergone della sua Bahrein in un pomeriggio di caldo feroce. Ha saltato anche la sgambata del giorno di riposo. I francesi si esaltano per Alaphilippe e Pinot, noi siamo in ansia per il più forte ciclista italiano degli ultimi 50 anni.
Che succede, Vincenzo?
«Quello che doveva succedere. Ero venuto per puntare a qualche tappa: io due grandi giri di fila da leader non li reggo. La squadra mi ha chiesto di fare classifica. Ho obbedito e mi sono sfiancato. Ora se vado in fuga mi spengo: sono umano»” [Marco Bonarrigo, Corriere della sera]
Tokyo, 24 luglio 2021 | Le Olimpiadi da gregario
“Il vecchio Nibali ha tentato di restare a galla, ha umilmente lavorato per gli altri e poi è arrivato con oltre 11′ minuti di ritardo. Un tramonto che ha il sapore di un addio, anche se così non sarà. Un addio, probabilmente, al sogno di un’ultima memorabile vittoria: la cosa non gli riesce da due anni e sono tanti” [Maurizio Crosetti, Repubblica].
Messina, 11 maggio 2022 | L’annuncio dell’addio
“Il bambino siculo cui papà Salvatore segò in due la bicicletta dopo l’ennesimo votaccio a scuola, scende di sella. Non oggi, non domani e nemmeno in cima a questo Giro d’Italia che è l’11esimo e l’ultimo (due trionfi, 4 volte sul podio); a fine stagione, probabilmente dopo il Lombardia già sbranato due volte (8 ottobre) e per i prossimi cinque mesi sarà nostra premura limitare i superlativi e ridurre la retorica al minimo sindacale però va detto: davvero come Vincenzo Nibali non ci sarà più nessun altro” [Gaia Piccardi, Corriere della sera]
“Ci sarebbe da domandarsi dov’è finito quello che un tempo si chiamava pomposamente l’esempio dei padri (e dei nonni), se non fosse arrivato, nelle stesse ore, un altro vecchietto a rimettere in ordine le coordinate generazionali: ed era Vincenzo Nibali, che con compostezza insolita e un «mix di emozioni» ha aspettato di arrivare nella sua Messina per comunicare il ritiro dopo una carriera davvero, la sua sì, esemplare” [Paolo di Stefano, Corriere della sera].
Bergamo, domani | L’ultima corsa
“Nibali ha fatto la storia dello sport italiano: intoccabili Coppi & Bartali, Vincenzo è stato con Gimondi il più grande dei tempi moderni. E se Felice ha vinto un pizzico di più (Mondiale, Roubaix) e contro Merckx, Enzo ha battuto decine di cloni del Cannibale di ogni angolo del pianeta. Fino all’atterraggio del marziano Pogacar, è stato l’unico in un mondo di super specializzati ad accoppiare a tutti i grandi giri (quello rosa due volte) grandi classiche come Sanremo e Lombardia con la Liegi, l’amata Liegi, scippata solo da un oscuro dopato kazako.
Dietro a Pogacar c’è il fenomenale sistema sloveno di reclutamento dei talenti, dietro ad Evenepoel e Van Aert c’è tutto Belgio, dietro a Nibali c’è sempre stato soltanto Nibali” [Marco Bonarrigo, Corriere della sera].
Il blob delle sue frasi a cura di Alessandra Giardini, su Bicisport
Le corse. «Mi mancherà la sfida. Il gioco, anche un allenamento. Come quella volta che ho sfidato Ulissi su una salita dura, oltre il 15%, nessuno dei due voleva stare dietro, e siamo arrivati in cima che eravamo blu».
Le valigie. «Una cosa che non mi mancherà sono le valigie».
Sua figlia Emma. «Se decidesse di correre in bici non sarebbe un problema ma preferirei un altro sport, il ciclismo è troppo duro, pretende troppi sacrifici, troppe rinunce».
La nuova generazione. «A volte arrivi in gara, vedi che hai buoni numeri e poi ti passano che sembri fermo. Ti chiedi: com’è possibile? Questa generazione sta facendo qualcosa di incredibile. E’ dura da accettare ma è la verità, non ci sono tante domande da farsi».
Le cicatrici. «Se potessi tornare indietro rivorrei Michele Scarponi. Ed eviterei qualche sbaglio. La cadute, quelle che ti lasciano i segni. Mi dà fastidio vedermi addosso le cicatrici».
Smettere. «Potrebbe essere un momento difficile, mi aspetto che sia un momento triste, ma voglio pensare anche che sarà bello, immaginarlo come una novità, qualcosa che cambierà la mia vita, che aprirà un altro capitolo».