La montagna più alta rimane sempre dentro di noi
Walter Bonatti
Un altro week-end senza sci. Cinque gare della Coppa del mondo sono state annullate nel giro di quattro giorni. La stagione femminile non è ancora cominciata e non partirà prima del 12 novembre, con un poco allettante parallelo. Sono saltati appuntamenti a Solden, in Austria, sul ghiacciaio tra Zermatt e Cervinia, sono a rischio le gare americane a Livingston. L’emergenza climatica manda segnali chiari, mentre il Tour de France potrà salire sul Puy de Dôme dopo trentacinque anni senza pubblico. Cosa succede al rapporto tra lo sport e la montagna
Si saliva in montagna per costruirsi una storia. I Padri raccontano che la prima volta sul Tourmalet, Octave Lapize abbia fatto scendere il cielo in terra, gridando agli organizzatori del Tour de France una frase alla Jean Gabin: Vous etes tous des assassins. Sulle strade senza asfalto del 21 luglio 1910, li avevano mandati da Luchon a Bayonne, passando per il Peyresourde, l’Aspin e poi lassù, la montagna delle maledizioni. Ma è in cima che il ciclismo scrive il suo romanzo. Gianni Mura una volta ha detto che il bestiario dei soprannomi è fatto soprattutto di aironi, aquile, falchi, stambecchi, camosci, condor. Hanno a che fare con l’altitudine.
Si saliva in montagna per ossigenarsi. Per primi i calciatori. Nella lingua dell’epoca, i giornali lo chiamavano romitaggio. La genesi del fenomeno non è chiara. Non esiste una tracciabilità sicura. Quel che sappiamo con buona approssimazione è che nel 1927, a metà del mese di settembre, il presidente della Lazio Maraini trasferì la squadra a Sora per una settimana e che cinque anni dopo, l’allenatore inglese Garbutt disponeva che il suo Napoli lasciasse la città, troppo calda in agosto, per andare ad allenarsi a Sant’Agata sui due Golfi, dormendo alla pensione Jaccarino. Più si procede, più si sale. Due estati più tardi il Milan è censito sul Benaco, l’Inter nel paesello di Asnigo. La Ternana di Viciani sperimentò l’altura al Terminillo e poi il pallone di luglio e agosto ha preso casa alle Dolomiti.
Si andava su per scoprire i propri limiti. Walter Bonatti ha detto che le montagne «hanno il valore degli uomini che le salgono, altrimenti non sarebbero altro che un cumulo di sassi. Chi più in alto sale, più lontano vede. Chi più lontano vede, più a lungo sogna. La montagna mi ha insegnato a non barare, a essere onesto con me stesso e con quello che facevo».
Il ritorno del Tour sul Puy de Dôme. Ma senza spettatori
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Trentacinque anni dopo l’ultima visita, il Tour tornerà in estate sul Puy de Dome. È un’impresa che Christian Prudhomme sperava di realizzare da tempo, già da prima di essere nominato capo della corsa, quindici anni fa. «Quando sono arrivato all’ASO nel 2004 – ha detto a L’Équipe – la prima cosa che ho scritto sul mio computer, sono state quattro parole: Objectif Puy de Dôme. A volte veniamo criticati per parlare troppo del passato, ma il Tour è troppo grande per non occuparsi delle sue fondamenta, quelle che ne ha fatto la sua forza e la sua leggenda».
Aveva anche una motivazione in parte personale, legata a una promessa fatta a sua sorella che oggi non c’è più. L’appartamento di lei a Clermont aveva una finestra che dava sul Gigante. Riportare il Tour lassù è anche un modo di ricordare lei, non solo i più grandi scalatori della storia che ci sono passati, da Fausto Coppi a Federico Bahamontes, da Julio Jimenez a Felice Gimondi, da Lucien Van Impe a Luis Ocaña.
Solo che la strada verso la cima è chiusa al traffico dal 2012, da quando è entrato in servizio un treno panoramico. Senza la minima eccezione. Neppure per le biciclette. Aurélien Paret-Peintre della AG2R-Citroën si domanda come si possa correre una tappa al Tour senza effettuare una ricognizione. Al momento non è possibile. Bisognerà vedere in questi mesi se le autorità, il prefetto, concederanno una deroga.
Romain Bardet vive nella zona, a casa sua quel massiccio lo chiamano il faro, ma dall’introduzione del treno a cremagliera, il divieto è incondizionato. L’accesso è aperto solo una mattina all’anno. La catena dei Puys fa parte del patrimonio mondiale dell’Unesco dal 2018. È un luogo con una geologia particolare, spiega L’Équipe, molto sensibile al calpestio. Se anche la corsa riuscirà a tornarci, negli ultimi 4 km non avrà pubblico. In questo modo, la strada resterà più larga di quanto sia l’Alpe d’Huez con gli spettatori. Il presidente del dipartimento del Puy-de-Dôme, Lionel Chauvin, ha già autorizzato il 3 settembre scorso una cronometro. Ma il Tour ha previsto un arrivo di massa e in vetta non c’è posto per le auto, non è compatibile con i principi di tutela dell’ambiente. Parigi 2024 osserva. Qualcuno si sta facendo prendere dalla tentazione di portare lassù anche i Giochi.
Il cambiamento climatico e la Coppa del mondo di sci
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Se l’ecologia condiziona il ciclismo, il cambiamento climatico ha paraliazzato lo sci. La Coppa del mondo sarebbe dovuta partire nello scorso week-end. Gli uomini hanno trovato il modo di completare un gigante, le donne non hanno ancora gareggiato.
La più tortuosa delle situazioni è stata vissuta a Cervinia, dove erano previste delle gare-evento, un po’ sport e tanto marketing, due discese libere maschili e altrettante femminili a cavallo con la località svizzera di Zermatt. La prima prova di sci transfrontaliera, partenza in un Paese a arrivo in altro. Fico. Solo che fa caldo e la pioggia non s’è fatta neve. Fino a qualche giorno fa parevano a rischio anche i due slalom paralleli in agenda il 12 e 13 novembre nella località di Lech/Zuers in Austria.
Rai News ha detto che “è d’obbligo porsi alcune domande inevitabilmente connesse alla piaga dei cambiamenti climatici e delle relative conseguenze, preoccupanti, talora devastanti. Sparare la neve non basta, il caldo eccessivo in quota sta fermando troppe gare. Pertanto ora ci si domanda perché si è partiti a ottobre. Ma l’interrogativo successivo è dietro l’angolo: lo sci potrà avere un futuro?”
Neve Italia nei giorni scorsi riferiva di timori che si allungano fino alle Americhe e alla tappa di Killington, così come ci sono preoccupazioni anche nel Vermont. “Il caldo la fa da padrone. Per la prossima decina di giorni, difficilmente si scenderà sotto lo 0° e bisognerà sperare che nella seconda settimana di novembre, prima del controllo neve della FIS previsto mercoledì 16 (dieci giorni prima del gigante, che sarà quello inaugurale della stagione dopo la cancellazione di Soelden), arrivi il freddo tanto atteso”.
Maria Rosa Quario sulla rivista Sciare si è preoccupata per gli investimenti fatta a Cervina: “Gli otto mesi di lavoro frenetico e tutti gli sforzi (anche e soprattutto economici) fatti con l’obiettivo di aprire la stagione della velocità con quattro discese fra Svizzera e Italia non andranno perduti. la garanzia che questo progetto potrà essere sviluppato e realizzato per diversi anni. Evolvendosi, cambiando data magari e, perché no, facendo tesoro dei consigli e delle critiche, piovute numerose per voce di alcuni grandi nomi del circuito”.
Andrea Chiericato su Race Ski Magazine parla di “un grande sforzo organizzativo e importanti investimenti finanziari (6.5 milioni circa il budget) che svaniscono nel nulla. Sciolti sotto un sole cocente anche a ottobre inoltrato, un meteo pazzo che ha impedito di preparare l’ultimo tratto della pista Gran Becca, diversa da tutte le altre, non per le caratteristiche tecniche, ma perché arriva in quota, attraversa due nazioni e rende l’organizzazione più complessa, vuoi per trasportare materiale, vuoi per le differenti normative tra Italia e Svizzera”.
L’organizzatore Franz Julen ha risposto a muso duro alle critiche: «Se qualche atleta si lamenta perché c’è un’ora di salita con gli impianti di risalita, bé allora deve cambiare sport. Chi ha un concetto nuovo, unico, che va fuori dal comfort riceve sempre critiche, se sono giustificate le prendiamo per migliorare, altrimenti no…».
Quanto alla sostenibilità, ha detto: «Due terzi della gara sono su ghiacciaio, non conosco altre gare del genere in giro per il mondo. Rispettiamo l’ambiente, non usiamo acqua, la pista è realizzata in maggioranza con neve naturale… Se mettiamo poi a confronto quello che è stato fatto per Pechino…».
Ma la natura va per conto suo. Se è marketing, non lo riconosce.