In quattro gare su quattro a rana, su tutte le distanze possibili, l’Italia ha sempre vinto almeno una medaglia a questi Europei, fanno sei in tutto, l’ultima ieri pomeriggio con Martina Carraro nei 200 femminili. In due di esse è arrivata la doppietta con l’argento, addirittura con quattro cuffie azzurre ai primi quattro posti in batteria. Sta succedendo nello stile più cool del momento, quello che negli ultimi anni ha visto cadere più spesso i suoi primati del mondo. Oggi aspettiamo altre due finali che promettono podi.
Resta da capire perché la rana è diventata così italiana.
QUELLO che sta succedendo sarà forse sì musicale, ma non tutto era previsto, non così, non fino a questo punto. Non l’argento di Martina Carraro nei 200, per esempio. È il risultato che racconta forse più di ogni altro come il nuoto italiano si sia impadronito di una scena. Carraro è una centista. È questa la distanza dei suoi risultati migliori in carriera, un doppio oro europeo in vasca corta [Glasgow 2019 e Kazan 2021] e soprattutto il bronzo mondiale in vasca lunga a Gwangju tre anni fa. Ma da quella che chiama la sua gara è stata espulsa l’altro giorno in batteria, dove si presentava da bronzo in carica.
Si è imbattuta in due italiane più veloci di lei, Benedetta Pilato e Lisa Angiolini, alla fine oro e argento. Con l’1:07.04 nuotato in batteria, in genere si va in finale serenamente, e in finale si arriva pure al quarto-quinto posto. Il regolamento ha invece spinto Carraro fuori dalle prime 16: ogni paese può portare in semifinale-finale due persone. È stata eliminata da un’eccellenza che da due anni fa almeno una vittima famosa. Una volta tocca alla Pilato, una volta a Castiglioni, una volta a lei. È l’eccellenza che lei stessa ha contribuito a creare per spirito di emulazione, lei che a Roma 2009 partecipò da sedicenne, per vedere l’aria che tirava tra le grandi.
Era così abbattuta che poteva fare due cose. O soffocare il cielo e sbattere la testa mille volte contro il muro, oppure re-inventarsi. In una notte ha messo a punto una strategia. Ha capito che poteva conservare la sua velocità di base da centista per i secondi cento dei 200. Così ha dominato la semifinale e quasi vinceva pure la finale. È arrivata dietro Lisa Mamie, prima volta di una italiana su un podio nei 200 rana. Una gara con un altro primato personale, ma l’agonista che è in lei non se lo perdona. Poteva essere oro, questo pensa Martina. Che adesso non sa quale strada prendere. Con il suo 2:23.64 si va in finale alle Olimpiadi di Parigi. Nei 100 puoi restare fuori in batteria anche se t’avvicini al record italiano.
«Sono pragmatica. È giusto che le altre due ragazze nei 100 mi abbiano superato, ho capito che non basta solo l’allenamento, a volte ci devi mettere il cuore. Stavolta l’ho fatto, non ho i km degli anni scorsi nelle braccia». Non li ha perché ha staccato un po’, doveva sposarsi [«Ho ancora il viaggio di nozze da fare»], suo marito Fabio Scozzoli è il veterano della Nazionale e adesso le fa da preparatore atletico.
Scozzoli, parliamone. Di lui e di tutta la Banda della Rana. Otto ore prima dell’argento di Martina Carraro, nelle batterie dei 50 maschili, quattro italiani avevano chiuso con i primi quattro tempi. Esattamente come nei 100 femminili. Alla maniera di sua moglie, Scozzoli è stato tagliato fuori nonostante avesse nuotato con 26.89 il decimo tempo mondiale dell’anno, il quinto crono europeo del 2022, ma era il terzo delle batterie e i primi due erano di altri due italiani, Nicolò Martinenghi e il diciannovenne Simone Cerasuolo. Fuori. Eliminato. Fino a quattro anni fa, con 26.89 si arrivava secondi dietro Adam Peaty, esattamente quello che fece Scozzoli a Glasgow 2018. Pure lui è stato un riferimento, un imitato, e a sua volta imitatore di Domenico Fioravanti, la radice della rana italiana, oro nei 100 e nei 200 a Sydney, il primo italiano di sempre a vincere le Olimpiadi. In questo stile qui, dopo gli anni da pioniere di Giorgio Lalle, quinto a Montréal e argento europeo 78.
Martinenghi e Cerasuolo stanno facendo un pensierino a un’altra doppietta, in finale oggi pomeriggio. Mentre la Banda della Rana è tornata al femminile poco fa in batteria nei cinquanta. Era un duello quattro anni fa [Castiglioni vs Carraro], un triello dal 2019 [con Pilato] un quadriello adesso con Angiolini
La composizione della batterie aveva stabilito che un posto in semifinale se lo giocassero spalla a spalla Angiolini, Castiglioni e Carraro, rispettivamente alle corsie tre, quattro e cinque nella seconda batteria. La lituana Ruta Meilutyte nella terza. Per non star ferma un giorno, ieri s’è fatta un bagno nella batteria dei 100 stile libero. Benedetta Pilato nella quarta batteria aveva il vantaggio di conoscere come saranno andate le altre italiane su cui deve regolarsi.
Si sono qualificate Castiglioni vincendo la batteria, con il miglior tempo assoluto di 29.91. Due centesimi più veloce di Benedetta Pilato, in semifinale nel pomeriggio pure lei.
quando | ore 9.45 18.12 finale 50 rana maschili | 19.31 semifinali 50 rana femminili | domani finale 50 rana femminili
Gli eliminati dai propri connazionali per la regola dei 2
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24 Italia – Morini e Cocconcelli [100 stile – #10 e #11esimo tempo], Cerasuolo e Castello [100 rana – #6 e #9], Frigo e Ceccon [100 stile – #10 e #14], Castiglioni e Carraro [100 rana – #3 e #4], Codia [100 farfalla – #10], Cocconcelli [100 farfalla – #7], Stefanì e Mora [50 dorso – #7 e #11], Castiglioni [200 rana – #15], Cocconcelli [50 stile libero #14], Scozzoli e Poggio [50 rana – #3 e #4], Toma [50 dorso – #11], Burdisso e Faraci [200 farfalla – #5 e #8], De Tullio [1500 – #6], Mora e Restivo [100 dorso – #7 e #15], Lisa Angiolini e Martina Carraro [50 rana – #6 e #9]
5 Ungheria – Nyiradi [200 dorso – #8], Telegdy [200 dorso – #8], Hosszú [400 misti – #4 in 4:45.07], Marton [200 stile libero – #12], Verraszto [200 farfalla – #9]
5 Francia – Herlem [200 dorso – #6], Gastaldello e Mahieu [50 dorso – #8 e #11], Pigree e Moluh [50 dorso – #10 e #12]
4 Olanda – Giele [50 farfalla – #11], Holkenborg [200 stile – #10], Busch e Van Nunen [50 stile libero – #9 e #14]
2 Polonia – Masiuk [50 dorso – #13], Zubik [200 farfalla – #15]
1 Svezia – Junevik [50 farfalla – #4]
1 Gran Bretagna [200 farfalla – #9 Holly Bibbott]
Tutti i segreti della rana
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La scena della rana mondiale sta mutando e la scuola tecnica italiana è la più preparata nell’adattamento. Lo ha spiegato Paolo Gasparotto sul sito di settore Nuoto Facile. Da qualche anno si va più veloce perché è cambiato il modo di nuotare. Alla ricerca della riduzione della resistenza dell’acqua, sono mutati il ritmo della bracciata, la posizione del bacino, più sollevato per ridurre gli attriti, la propulsione della bracciata. Esiste una prima fase detta di trazione, in cui le braccia spingono indietro l’acqua, e la testa si solleva. In una seconda fase, di recupero, le braccia tornano in posizione distesa, e la testa si immerge nuovamente in acqua. Molti atleti del passato, spiega Gasparotto, dividevano nettamente le due fasi, rallentando vistosamente il movimento delle braccia tra l’una e l’altra. In alcuni casi era addirittura evidente una specie di una piccola pausa con la testa fuori dall’acqua, prima di riportare le braccia in avanti.
Con il capo e le spalle completamente fuori dall’acqua, il corpo è in una posizione svantaggiosa, le gambe e il bacino tendono ad affondare. L’evoluzione dello stile prevede l’uscita rapida dalla fase di trazione. Oggi si parla di rana delfinata, con le gambe che simulano in parte il movimento che si fa a farfalla. Così da tenere il bacino alto, più vicino possibile al pelo dell’acqua e il corpo allineato, nella miglior posizione di scivolamento.
Ma è la cura della bracciata che oggi fa la differenza. I primi al mondo a invertire il corso della tecnica sono stati Cameron Van Der Burgh, Fabio Scozzoli e Adam Peaty, tre atleti con un notevole sviluppo muscolare nella parte superiore del corpo.
La rana in letteratura – Per primo venne Aristofane. Quando fece rappresentare Le Rane, nel 405 a.C., la guerra del Peloponneso si stava mettendo maluccio per Atene. Euripide e Sofocle erano morti da poco, l’estinzione della tradizione artistica pareva coincidere con la fine della gloria della città. In Le Rane, Aristofane immagina che Dioniso scenda nell’Ade per riportare in vita Euripide. Quando giunge alla reggia di Plutone, si trova coinvolto in una mischia, nella quale Euripide pretende di togliere a Eschilo il primato della tragedia. Ma amici di Retequattro non andiamo oltre, per non svelarvi il finale.
Nell’anno del boom dei costumoni in piscina, il 2009 dei Mondiali di nuoto, Le rane fu un romanzo dello scrittore cinese Mo Yan. Il titolo è un gioco di parole tra i caratteri 蛙 (pinyin: Wā), che significa rana e 娃 (pinyin: wá), che significa bambino. Così almeno dicono tutte le sintesi che si trovano in giro, e noi ci fidiamo. Le due parole hanno una pronuncia quasi identica e il romanzo è un atto d’accusa alla politica del figlio unico in Cina. Quante cose si possono trovare nelle rane.
23 i tipi di rane censite in Italia e divisi in sei specie: rane rosse, rane verdi, raganelle, rospi, ululoni e discoglossi
La rana in musica – “Che fine hai fatto / Ti sei sistemato / Che prezzo hai pagato / Che effetto ti fa / Vivi ancora in provincia / Ci pensi ogni tanto alle rane?” [Baustelle]
La rana al cinema – Magnolia di Paul Thomas Anderson si chiude con una scena famosa, una pioggia di rane creata utilizzando 8000 animali in gomma sul set e un’aggiunta di altre rane in grafica al computer. La pioggia di rane è un riferimento a una citazione biblica, tratta da Esodo 8:2 [“E se rifiuti di lasciarlo andare, ecco, io colpirò tutta l’estensione del tuo paese col flagello delle rane”]. Nel film pare che ci siano almeno 100 indizi visivi che accoppiano i numeri 8 e 2. La prossima volta ci facciamo caso. Quando la pioggia di rane morte comincia a cadere sulla città, invadendo strade e marciapiedi, Jim dice tra sé e sé: «Ho amore da offrire. Che cosa possiamo perdonare? È la parte più difficile». Poi se ne torna da Claudia, che sorride verso la macchina da presa. E noi per i film che si chiudono con un sorriso verso la macchina da presa, abbiamo un debole.