Come ha fatto il ciclismo femminile a costruirsi il suo boom

La maturazione di Marta Cavalli, la conferma di Elisa Longo Borghini, l’esplosione di Elisa Balsamo. Mentre gli uomini soffrono, loro sono l’eccellenza di un movimento che vive il suo miglior momento storico, con la conquista di diritti, tutele e stabilità economica – La crescita degli stipendi, il ruolo delle gare open nel reclutamento, il traino del progetto culturale voluto da Trek-Segafredo – Le voci dell’ex Ct Dino Salvoldi, di quello attuale Paolo Sangalli, del d.s. Paolo Slongo, del procuratore Fabio Perego e del manager Luca Guercilena – Viaggio in un mondo capovolto negli ultimi quattro anni. A due giorni dal via del Giro d’Italia, nell’estate che rilancia il Tour de France femminile

 

DI ALESSANDRA GIARDINI

 

  ▻  Quando Lizzie Deignan annunciò di essere incinta per la prima volta, nel marzo del 2018, correva per la squadra olandese Boels-Dolmans, l’attuale SD Worx. Ruppe il contratto con il team poche settimane più tardi e parlò di «visioni molto diverse di come dovrebbe essere il mio ritorno alle competizioni». Ci sono dei momenti in cui la storia curva, magari impercettibilmente. Mancavano ancora tre mesi alla nascita di Orla, la pancia si vedeva già, e la Trek-Segafredo offrì a Lizzie un contratto come ambasciatrice del marchio. L’anno dopo il team americano entrò come un panzer nel ciclismo femminile e la prima ciclista fu proprio la Deignan: la parola d’ordine era parità, e parità è stata, anche se magari non per tutti. 

Questa è la quarta stagione della Trek nel ciclismo femminile, e da allora è diventato quasi irriconoscibile: sono arrivati i soldi, i diritti, le tivù, i premi si sono alzati, gli sponsor investono, aumentano le gare, le atlete che qualche anno fa si cambiavano in macchina o nel bagno del bar all’angolo adesso fanno la doccia sul pullman multiaccessoriato, quelle che pochi anni fa lasciavano il ciclismo «perché devo pagare le bollette», adesso possono dire di essere cicliste professioniste. 

Una che ha dovuto cercarsi un lavoro è l’ex campionessa di Francia Marion Rousse, che è diventata una star televisiva e pure la direttrice del Tour de France Femmes che partirà dalla Tour Eiffel il 24 luglio, e da un anno è la mamma di Nino Alaphilippe, figlio amatissimo del due volte campione del mondo maschile, Julian detto Loulou. «Ho smesso di correre a 24 anni, non lo avrei fatto se mi avessero pagato. Adesso vorrei fare qualcosa per le altre donne».

 

In questo mondo capovolto, il ciclismo italiano è vincente. Mentre la metà maschile soffre e si arrabatta, quella femminile domina a braccia alzate: 7 vittorie nelle corse World Tour in questa prima parte del 2022, esattamente 1 su 2, con la campionessa del mondo Elisa Balsamo prima al Binda, a De Panne e alla Gand-Wevelgem, Marta Cavalli trionfatrice all’Amstel Gold Race e alla Freccia Vallone ed Elisa Longo Borghini vincitrice alla Parigi-Roubaix e al Women’s Tour, in Inghilterra. Se scendiamo poco di livello, fra le Elite hanno vinto anche Marta Bastianelli e Chiara Consonni (3 corse a testa), Sofia Bertizzolo, Silvia Persico, Vittoria Guazzini, Rachele Barbieri e ancora Cavalli e Balsamo. 

 

Dino Salvoldi, che in vent’anni alla guida della nazionale femminile ha vinto oltre 220 medaglie tra strada e pista prima di essere spostato al settore Juniores maschile, può dire che se lo aspettava. «Non sono sorpreso minimamente. Sono giovani, tante e talmente forti che per i prossimi otto-dieci anni vinceranno tutto in modo trasversale. Le congiunture storiche esistono e questo è il nostro momento». Le vittorie non nascono spontanee: dietro ci sono un duro lavoro di selezione, fatica, sacrifici e ritiri, scelte pensate come quella di aver voluto le gare open, che hanno contribuito a rendere meno traumatico il doppio passaggio. In campo femminile, infatti, non esiste la categoria Under23: quando una ragazza di 19 anni passa dalle corse juniores a quelle Élite, si trova a dover competere con campionesse che hanno 10-15 anni in più e un’esperienza, una forza e una resistenza incomparabili. È un salto nel vuoto. «Il movimento però – dice ancora Salvoldi – ha una spinta anche per emulazione dei fenomeni: di Federica Pellegrini ce n’è stata una sola, ma sulla sua scia è nato un gruppo che vince. Longo Borghini e Balsamo, che comunque è molto giovane, hanno lo stesso ruolo per le ragazze che cominciano ad affacciarsi al mondo del professionismo». 

 


     Adesso tifo per Moser, prima per Gimondi. Anche se Gimondi ha detto che le donne devono stare a casa a fare la calza, mica andare in giro a correre. Se lui la pensa così, è un discorso che vale per sua moglie e le sue figlie. Non mi riguarda | Maria Canins [1984]


      Anche Paolo Sangalli, che dopo 12 stagioni da vice di Salvoldi è diventato il ct delle stradiste, sottolinea l’importanza degli esempi. «Quando corri con atlete come Bastianelli e Cecchini, ti basta guardarle per imparare. Ma non ci sono segreti. C’è stata una maturazione naturale della Cavalli, la conferma della Longo Borghini e l’esplosione della Balsamo, ma tutte e tre hanno fatto i passi giusti, non sono andate subito in una squadra World Tour, hanno lavorato a testa bassa, non si sono mai fermate e hanno ottenuto i risultati. Tradizionalmente nell’età di passaggio le ragazze si trovavano costrette a scegliere, adesso fortunatamente possono rimanere nel ciclismo». Però, spiega ancora Sangalli, «quello che manca adesso è una squadra World Tour italiana». È la stessa cosa che si dice da anni nel maschile: solo che le donne vincono lo stesso. 

Uno che può facilmente confrontare i due mondi è Paolo Slongo, 50 anni, trevigiano: preparatore da 27 anni, ha seguito Vincenzo Nibali negli ultimi 13, è direttore sportivo della Trek-Segafredo e segue personalmente quasi da sempre Elisa Longo Borghini. «È un dato di fatto che siano due facce del ciclismo: quello maschile è esasperato fin dalle categorie giovanili, si vuole tutto subito, nelle ragazze c’è una filiera più piccola e genuina, si divertono, hanno il tempo di crescere e chi ha le doti le può sviluppare». Slongo, che frequenta tutti e due i lati, racconta le altre differenze. «Le donne danno sempre tutto, finché non sono completamente sfinite non si staccano, ai maschi spesso basta aver fatto quello che gli hai chiesto. Le donne ti dicono grazie, i loro colleghi mai. In compenso gli uomini dimenticano prima i torti: se provi a mettere in camere insieme due ragazze che hanno litigato magari anni prima, ti accorgerai che non l’hanno ancora superato».

Dal punto di vista dei diritti (soldi compresi), l’accelerazione è stata brutale. Ma si partiva da zero, o quasi. 

Il brianzolo Fabio Perego, 56 anni, promotore finanziario, è stato il primo procuratore di cicliste in Italia. Ha cominciato con Letizia Paternoster, ora guida il boom di Marta Cavalli. «Prima i manager o i direttori sportivi trattavano direttamente con le ragazze, che firmavano per due cicche e una caramella. A me dicevano: con te non parlo, dovevo litigare. Il World Tour ha alzato molto l’asticella: i team devono garantire minimi salariali e copertura assicurativa, invece le Continental non hanno obblighi, sono affidate alle federazioni nazionali. Ma per chi fa le stesse corse bisognerebbe pretendere uno standard minimo. Poi c’è il discorso quasi tutto italiano dei corpi militari: la proprietà del tesserino è del corpo militare, che presta l’atleta alla squadra World Tour». Al momento molte ragazze hanno il doppio stipendio, ma presto – nel momento in cui scatterà il professionismo a tutti gli effetti – saranno chiamate a scegliere, e le giovani finiranno per lasciare i corpi: gli stipendi offerti dalle squadre World Tour sono più attraenti di un’idea di stabilità.

 

  ◆   LE CIFRE | Quali stipendi? La fuoriclasse olandese Annemiek Van Vleuten, 39 anni, che ha vinto un oro e un argento olimpico a Tokyo, un Mondiale in linea e due a cronometro, due Giri d’Italia, e non contiamo le classiche, alla Movistar guadagna 260-270mila euro a stagione: se fosse un uomo sarebbero almeno 2-3 milioni l’anno, in compenso 2-3 anni fa erano meno di 20mila euro. Elisa Longo Borghini, quando è passata fra le Élite, nel 2011, prendeva 250 euro al mese. Oggi, una ragazza di 18-19 anni al primo ingaggio in un team World Tour guadagna – con i minimi salariali equiparati al maschile – 60mila euro lordi l’anno. E c’è anche chi, alle prese con l’esame di maturità, non ha ancora preso il via a una corsa dall’inizio della stagione. 

È un ciclismo a due velocità: la Trek-Segafredo ha un budget per il femminile che sfiora i 3 milioni di euro a stagione, il contraltare sono le squadre che hanno tirato su le atlete italiane per anni e adesso annaspano di fronte alla concorrenza. Il general manager Luca Guercilena, 48 anni, parla di «anima americana» per il piano della Trek-Segafredo. «È un progetto culturale, ed è partito dagli Stati Uniti. Il concetto della quote rosa è vecchio, superato. Noi abbiamo teorizzato fin dal principio pari diritti, e poi li abbiamo messi in pratica. Abbiamo cercato subito di far sentire le atlete a un livello superiore, soprattutto a livello economico. Quattro anni fa molte erano pagate a rimborso spese, noi abbiamo cercato di parificarle al World Tour maschile. Ma soprattutto è stato fondamentale considerare tutti come un’unica squadra: i 30 ragazzi e le 15 ragazze. Stesso staff, stesso management, stessa denominazione, stessi sponsor, stessi mezzi. I direttori sportivi seguono indifferentemente le corse maschili e quelle femminili, li ruotiamo. Parità, vera. A questo si deve la decisione di equiparare i minimi salariali e di tutelare la maternità anche oltre le richieste dell’Uci. Penso che sia stata una scelta giusta per le donne e per tutto il movimento». A febbraio Lizzie Deignan, che pochi mesi aveva vinto la prima, storica Parigi-Roubaix con le piaghe alle mani («non avevo messo i guanti perché volevo sentire il pavé»), ha spiegato che quest’anno non avrebbe corso perché aspetta il secondo figlio. La Trek-Segafredo le ha rinnovato il contratto fino al 2024. Guercilena la racconta così. «Noi dalla squadra femminile abbiamo avuto una visibilità notevolissima, un beneficio assoluto dal punto di vista dell’immagine, aziende che ci sostengono, sponsor felici di appoggiare un’etica. E poi è sempre così: la spinta dall’alto è quella che fa migliorare tutto il movimento».

 

[1. – continua]

 


Le vittorie italiane Élite nel 2022 – in arancione il circuito World Tour

 

  ◇   febbraio – Vuelta Comunità Valenciana: Marta Bastianelli | Omloop van het Hageland: Marta Bastianelli

  ◇   marzo – Trofeo Oro in Euro: Sofia Bertizzolo | Trofeo Alfredo Binda: Elisa Balsamo | Exterioo Classic Brugge-De Panne: Elisa Balsamo | Gand-Wevelgem: Elisa Balsamo | Dwaars door Vlaanderen: Chiara Consonni

  ◇   aprile – Amstel Gold Race: Marta Cavalli | Parigi-Roubaix: Elisa Longo Borghini | Freccia Vallone: Marta Cavalli | Gp Liberazione: Silvia Persico

  ◇   maggio – Festival Elsy Jacobs: Marta Bastianelli | Giro della Bretagna: Vittoria Guazzini | Omloop der Kempen: Rachele Barbieri

  ◇   giugno – Dwars door de Westhoek: Chiara Consonni | Women’s Tour: Elisa Longo Borghini | Flanders Diamond Tour: Chiara Consonni | Mont Ventoux Dénivelé Challenges: Marta Cavalli | terza tappa Giro della Svizzera: Elisa Balsamo

 

 

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