La Freccia è Marta Cavalli

ruote

 

L’irresistibile Italia sulle spalle delle donne

 

Marta Cavalli ha vinto la Freccia Vallone, prima resistendo e poi staccando negli ultimi metri l’ex campionessa del mondo Van Vleuten. Vent’anni fa aveva vinto Fabiana Luperini. La stagione delle Classiche aveva già visto Elisa Longo Borghini trionfare alla Parigi-Roubaix e la stessa Cavalli all’Amstel Gold Race. L’Italia ha vinto 6 delle 9 prove del calendario World Tour.

 

Marco Bonarrigo per il Corriere della sera dice che Marta Cavalli è l’ennesima eroina del ciclismo femminile italiano. Ha scelto il ciclismo da bambina per seguire le tracce del suo idolo, Mark Cavendish. Come Filippo Ganna, nata pistard (ha vinto 7 ori mondiali nell’inseguimento) ora corre anche su strada andando fortissimo nelle classiche del nord a dispetto di un fisico minuto

Andrea Schiavon per Tuttosport ha scritto che fa un certo effetto vedere la timida Marta mostrare i bicipiti. Lassù, in cima al muro di Huy, Marta ha trovato la Cavalli sicura di sé e persino spavalda. Non un alter ego, ma una parte che va a completare il tutto di una ciclista che, vittoria dopo vittoria, sta scoprendosi nuova. Non ci potrebbe essere questa Cavalli muscolare se non ci fosse stata dieci giorni fa quella capace di anticipare tutte le avversarie all’Amstel Gold Race: quella vittoria ieri ha dato alla poliziotta di Cremona la sicurezza per sprintare senza ansia con Annemiek van Vleuten. Il gesto di Marta è simbolico: dentro quei piccoli bicipiti esibiti con orgoglio c’è la Cavalli che rivendica con fierezza il proprio nuovo ruolo nel ciclismo mondiale.  

Luca Gialanella per la Gazzetta dello sport spiega che anche in campo femminile non ci sono più squadre italiane WorldTour, dopo che l’Alé è stata comprata dagli arabi della Uae. E tutte le 20 azzurre-top corrono in team stranieri. Il circuito, cresciuto a dismisura con 14 formazioni, ha allargato la forbice con le squadre italiane di seconda divisione, indispensabili per la crescita nelle giovanili. E allora perché vinciamo? Perché questa è una generazione d’oro. Vincente. Il reclutamento dalle allieve e un metodo di lavoro applicato per anni dallo storico c.t. femminile Salvoldi sono arrivati alla piramide. Sono state veramente selezionate le migliori, capaci di dominare su strada e pista

 

| parole Marta Cavalli raccontata da sé stessa

«Non molto tempo fa, ho sentito papà e mamma dire: “Guarda Marta, come è cresciuta!”. Loro mi hanno sempre appoggiato in quello che volevo fare, ora però c’è qualcosa di diverso. Ora mi hanno lasciata libera, mi guardano da lontano e sono fieri del mio lavoro perché “Marta è grande e si gestisce da sola, sceglie da sola”. La chiave è stata il mio passaggio alla Fdj – Nouvelle Aquitaine – Futuroscope: è come se, dal mio arrivo qui, avessero capito che ce l’ho fatta»

 

«Io vivo a Cremona e qui la nebbia è di casa. Mi piace dire che è come se ad un tratto fossi uscita da un banco di nebbia e mi fossi resa conto che era il momento di provare. Sai, io ero una di quelle ragazze che, per timidezza, non parlava nemmeno con le compagne, il ciclismo mi ha aiutato a sciogliere questa difficoltà perché mi ha scaraventato in alcune situazioni e lì devi cavartela da sola. Credo sia stata anche questa crescita a darmi il coraggio di lasciare la porta aperta ad altre strade. L’incredibile è che come ho accettato di mettermi in discussione, ho visto quante opportunità c’erano, quante squadre mi cercavano».

 

«Nelle squadre in cui si parla solo di gare da vincere o di piazzamenti da conseguire, tu sei trattata come una regina sino a che le cose vanno bene, come sbagli, come perdi qualche colpo, corrono a fartelo presente, a dirti che loro ti pagano per fare risultati e non c’è tempo, quei risultati devi farli subito. Tu sei già in crisi perché non stai bene, discorsi di questo tipo ti gettano nell’ansia e nello sconforto. Dove, invece, c’è un percorso, c’è serenità, perché non sei sottoposta a un continuo banco di prova: sai che devi lavorare duro, ma c’è tutto il tempo per farlo. Le persone intorno a te non cambiano atteggiamento nei tuoi confronti se sbagli, perché vogliono accompagnarti e l’errore è parte del processo di crescita».

 

«Mia sorella Irene è l’opposto di me e forse per questo andiamo così d’accordo. Solo fino a qualche anno fa, ero io che le riservavo le migliori attenzioni. Un mese fa, siamo state assieme a Sanremo, io uscivo al mattino per l’allenamento e lei stava in casa a sistemare tutto. Mi faceva trovare la pasta pronta, mi comprava ogni cosa di cui avessi bisogno, mi coccolava. Non è scontato. Può capitare di pensare che chi fa ciclismo pedali solo, di non rendersi conto dei sacrifici che impone questo lavoro. Se lo pensano gli estranei, te ne fai una ragione, ma se lo pensa qualcuno di casa ci stai davvero male. In quei giorni, ho visto che anche la mia “piccola sorellina” è diventata grande e ha capito tutto quello che le raccontavo quando mamma mi chiedeva di farle fare merenda e di proteggerla. Irene è il mio orgoglio».

 

«Sono una ciclista da classiche, da gare dure, con pavè e sterrato. Ora sono molto magra, molto esile, vorrei costruirmi una corporatura più possente, come Marianne Vos, Chantal Blaak e van der Breggen. Nel ciclismo di oggi è quello il fisico che ci vuole. Più in generale vorrei essere un modello per le ragazze più giovani. A me dicevano sempre: «Elisa Longo Borghini è nel posto giusto, Tu guardala e segui la sua ruota». Ecco, vorrei che, fra qualche anno, un direttore sportivo dicesse questo di me».

intervista di stefano zago, Al Vento, 22 febbraio 2021

 

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