La passione per il basket di Francesco Piccolo
Pierfrancesco Archetti intervista stamattina per la Gazzetta Francesco Piccolo, scrittore premio Strega per Il desiderio di essere come tutti, sceneggiatore per Nanni Moretti e Paolo Virzì. Piccolo, casertano, gli racconta di come si sia dimesso da tifoso di calcio (era della Juventus), del suo rapporto controverso per il Napoli – la squadra del padre e ora di suo figlio – ma soprattutto della sua profonda relazione con la pallacanestro.
➣ Chi era Santino Piccolo? «Mio zio che è stato tra i fondatori della Juve Caserta di basket. Insieme a mio padre e l’altro mio zio, Romano, ci hanno fatto nascere in questo mondo: c’era la scuola dell’obbligo e il basket dell’obbligo. Facevamo e guardavamo basket ma non ci siamo mai chiesti se ci piaceva o no, era la nostra vita. Poi abbiamo scoperto che ci piaceva molto, ma non c’era scelta».
➣ Perché la definirono il Magic Johnson di Caserta? «Un’esagerazione di Flavio Tranquillo. Il telecronista di Sky fece il militare a Caserta e veniva a vedere le nostre partite del basket minore. Avevo un modo di giocare di transizione continua, contropiedi e assist ovviamente molto ispirato a Magic Johnson che è stato il mio idolo assoluto, di tutti gli sport. Cercavo di imitarlo il più possibile. Flavio lo diceva con un tono ironico ma io ho sempre fatto finta che lo dicesse sul serio».
➣ Fino a che livello ha giocato? «Serie C ma ho avuto offerte dalla B1, però era il tempo in cui non credevo più in me come uno che volesse fare sport»
➣ Le recensioni per uno scrittore sono come le pagelle per un giocatore? Lei le legge? «Sì, le leggo ma, come spero per i giocatori, penso che bisogna vederle con un certo distacco. Ho sempre amato cosa disse Gigi Cagni quando allenava il Piacenza: “Non mi va quando i miei esultano in modo scomposto per un gol perché sono gli stessi che si abbattono quando prendiamo un gol”. L’essere giudicati bene o male deve essere una cosa che ti riguarda fino a un certo punto. Non bisogna abbattersi o esaltarsi troppo. Una carriera non è costruita il lunedì da una pagella, ma da 500 pagelle nella vita»
➣ Trapattoni o Tanjevic? «Amo Trapattoni, ma Tanjevic è stato l’idolo della mia vita. E’ venuto a Caserta e sembrava che fosse arrivato Socrate a insegnarci la vita, non il basket».
Molti giornali riprendono stamattina la notizia dei giocatori di Vibo Valentia andati in campo con la mascherina. Giorni fa ne aveva scritto Andrea Schiavon su Tuttosport, chiedendosi se fosse necessaria una misura simile. Stamattina l’immunologo Francesco Le Foche dice a la Gazzetta dello sport che in termini generali indossare la mascherina in un ambiente chiuso aiuta a limitare il contagio, ma il discorso è diverso per l’attività sportiva. «Non ci sono controindicazioni in merito, di certo tende a distrarre. Molto dipende dal ricambio dell’aria. Ma secondo me questo non è sport. A questo punto tanto vale allora sospendere l’attività». Nella primavera del 2020 Le Foche, dirigente medico del Day Hospital di immunoinfettivologia dell’Umberto I di Roma, fu il primo esperto a individuare in Atalanta-Valencia l’evento di massa che contribuì a diffondere il virus.
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