La morte di Saneyev

      Viktor Saneyev era un sovietico che non veniva dal freddo: sul Mar Nero cresce la palma, fiorisce l’ibisco nell’interno gran parte del territorio della Georgia è coltivato a vigna, e così i georgiani sostengono di essere gli inventori del vino. Viktor, in realtà, più che georgiano era abkazio, una delle infinite etnie, spesso bellicose, del Caucaso. Viktor, 76 anni, è morto molto lontano dai luoghi natii: a Sydney dove, dopo anni di incertezze economiche e di lavori precari, aveva trovato un posto da allenatore all’Istituto per lo Sport del Nuovo Galles del Sud.

Tre Giochi Olimpici, due Campionati Europei all’aperto e sei indoor, tre record del mondo: l’Ordine della Bandiera Rossa, di Lenin, dell’Amicizia tra i Popoli. Tutto questo impressionante bilancio non gli era servito per aspirare al ruolo di ultimo tedoforo a Mosca che toccò a Sergei Belov. “Da quando non c’è più Stalin noi georgiani contiamo poco”: l’ironia si sparse sul volto deciso, a volte sfrontatodi giorgio cimbrico, Sport Olimpico.

Da quattro podi olimpici alla consegna delle pizze, dall’Urss ad un angolo di mondo più libero, ma crudele. Viktor Saneyev, insieme a Jonathan Edwards il più grande triplista della storia, è morto dopo una vita fatta di balzi nella storia e salti nel buio. Atleta enorme, uomo insieme carismatico e cortese, la sua leggenda è intrecciata a una delle grandi gare del Novecento. Pensare a Messico 1968 significa rivedere il volo di Bob Beamon, i pugni guantati di nero di John Carlos e Tommie Smith alzati al cielo, ma nella finale del triplo accade l’impensabile. Quattro record mondiali battuti uno dopo l’altro, cinque con il 17,10 che Giuseppe Gentile aveva piazzato il giorno prima in qualificazionedi stefano semeraro, la Stampa

 

Io e Viktor non siamo stati amici, né potevamo esserlo a quei tempi. Poi ci divideva la lingua: io parlavo inglese, lui solo russo, funzionavano i gesti…  Il record mondiale mi aveva galvanizzato, e lui mi guardava con un’aria come a dirmi che non era finita, e difatti mi superò di un centimetro alla terza prova. Per la prima volta lo vidi cambiare espressione e atteggiamento, riusciva anche a sorridere! Ero convinto di poterlo battere e al quinto tentativo ci stavo pure riuscendo, ma sono andato fuori equilibrio e non ho chiuso, era un salto lunghissimo. Poi lui si è migliorato ancora con 17.39, e le speranze sono finite. Sul podio era tornato quello di sempre: composto, freddo, senza un sorriso. Io ero troppo avvelenato, una stretta di mano convenzionale e fine della storia.  – di giuseppe gentile, la Gazzetta dello sport

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