Quando i miei compagni mi passano la palla
la cosa più responsabile da fare è metterla nel canestro
Kobe Bryant
▻ La classe del professor James Naismith era detta degli Incorreggibili. Non brillava né per profitto né per disciplina alla International YMCA Training School, oggi nota come Springfield College, nel Massachusetts. Gli inverni erano lunghi da passare e l’ora quotidiana di ginnastica, quando il tempo diventava freddo, senza il nuoto, senza la canoa, senza il football, si trasformava in uno strazio di noia e irritazione.
Naismith aveva studiato filosofia e teologia alla McGill University di Montreal, era convinto che lo sport rendesse i ragazzi dei cristiani migliori, oh non tutti, il football per esempio era “uno strumento del diavolo” ma la maggior parte sì. Lo aveva sperimentato lui stesso da bambino, quando era rimasto orfano all’età di otto anni ed era cresciuto con suo zio nelle zone rurali dell’Ontario, aiutandolo nei lavori agricoli e passando il tempo libero con un gruppo di ragazzi del posto. Facevano la lotta e pregavano, si dondolavano sugli alberi e pregavano, giocavano a Duck-on-a-Rock e pregavano. Era un gioco nel quale si metteva una pietra sopra una grande roccia, uno le faceva la guardia, gli altri cercavano di buttarla giù tirando sassi. Il
Professore se ne ricordò quando venne invitato a cercare un’occupazione al coperto per gli Incorreggibili. Aveva provato a riadattare il football e il lacrosse, senza troppa soddisfazione. Il Duck-on-a-Rock invece gli aveva ispirato un gioco nuovo, del quale aveva abbozzato la scrittura di un regolamento. Tredici norme in tutto messe nero su bianco il 21 dicembre 1891. Niente contrasti, la palla andava tenuta in gioco in corsa oppure andava passata, i punti si segnavano infilandola in qualche posto al di sopra delle teste. Ma dove? Il professore bussò alla porta del bidello della scuola per chiedergli un paio di scatole da inchiodare alle pareti.
«Ho trovato questi» gli disse alla fine il bidello. Due canestri di vimini per la raccolta delle pesche.
Il primo canestro nella storia di questo nuovo sport venne segnato lì dentro, ma i diciotto sul campo – nove contro nove – non sapevano ancora a cosa stessero giocando. Il suo inventore pensò che la Cosa potesse chiamarsi come lui, il Naismith game, il Naismith Ball, una cosa simile. Frank Hoyt Mahan, 24 anni, uno dei diciotto, rispose che mmm, non gli suonava, se di mezzo c’erano dei canestri e una palla, tanto meglio dargli un nome che fosse Basket Game, anzi Basket Ball.
Anche Mahan era rimasto presto al mondo senza genitori. Veniva da Griggsville, una comunità nel nord-est della contea di Pike, tra il fiume Mississippi e il fiume Illinois, dove le calde estati afose erano l’habitat perfetto per le zanzare. In mezzo alla preoccupazione per l’uso diffuso dei pesticidi, la città aveva escogitato un metodo alternativo per farle fuori, quando uno dei residenti, JL Wade, proprietario di una fabbrica di antenne, si era reso conto che si trovavano lungo il percorso di migrazione del martin viola, il più grande esemplare nella famiglia delle rondini, in grado di mangiare 2.000 zanzare al giorno. Così Wade trasformò la sua fabbrica in un’azienda di case per uccelli. Ne piazzò oltre cinquemila lungo le strade, Griggsville aveva all’epoca 1.400 abitanti.
Le tredici regole del gioco erano state dattiloscritte e affisse al muro della palestra, in modo che Naismith potesse dichiarare in modo solenne come in quel luogo e in quel momento stavano segnando “l’inizio alla prima partita di basket e la fine dei guai della classe”. Nel giro di poche settimane, circa 200 persone arrivarono allo Springfield per guardare le partite quotidiane, a mezzogiorno in punto. Quando gli studenti tornarono a casa per le vacanze di Natale, parlarono del gioco e iniziarono a diffonderlo come i discepoli di Cristo la sua parola. Il libro delle regole scritto nel 1891 è stato venduto a un’asta alla Kansas City University per 4 milioni e 300mila dollari, un anno e mezzo fa.
Dei cestini cilindrici in filo metallico avrebbero sostituito le scatole di pesche. Nel 1894 furono introdotti i primi palloni pensati di proposito per il basket. Tre anni dopo, le squadre furono fissate definitivamente a cinque uomini ciascuna, James Naismith lasciò Springfield per diventare il direttore del Denver YMCA e prese un’altra laurea, in medicina, servendo il paese durante la prima guerra mondiale per 19 mesi in Francia.
Al campo di Armory Street i cestini delle pesche erano chiusi. La palla doveva essere recuperata manualmente. Ma nel giorno della prima partita, onestamente, non fu una grossa scomodità. I canestri segnati furono in tutto: uno. Il punteggio della sfida tra la squadra di Thomas Duncan Patten contro Eugene Samuel Libby fu di 1-0, tutto qua, e la sola palla nel cesto l’aveva messa un tale William Chase. Il primo fra tutti nella storia, una volta e per sempre.
Aveva lavorato prima in un negozio di articoli musicali e poi come impiegato presso una compagnia di assicurazioni. Si occupava di polizze anti-incendio e si vantava di non aver saltato un solo giorno di lavoro negli ultimi tre anni e mezzo, nemmeno per malattia. Gli domandavano se in tutto quel tempo avesse almeno imparato a suonare uno strumento, il piano, che so, l’organo, e lui rispondeva di no, nessuno dei due, nemmeno a cantare era bravo. Quando segnò il primo canestro della storia, aveva 24 anni, era single e credeva che l’obiettivo della Young Men’s Christian Association fosse quello di «salvare i giovani uomini dal sentiero della distruzione, fornendo un luogo piacevole in cui trascorrere il tempo libero».
Aveva scritto tutti questi dettagli giunti a noi nel modulo di iscrizione alla scuola. In America dicono che nessuno sa chi ha segnato il primo fuoricampo nella storia del baseball né il primo touchdown. Invece il basket ha il nome di Chase da cui far cominciare la propria parabola. Quando morì il 30 agosto del 1951, nella casa di sua figlia a Rhode Island, all’età di 84 anni, meritò un necrologio sul New York Times. Ma era incompleto. Veniva citato come uno dei 18 della prima partita, non come l’autore del canestro numero uno. Anche il coccodrillo della Associated Press non menzionava il fatto, apparso per la prima volta tra le righe di un pezzo del New York Daily News il 17 gennaio 1947.
«Me lo ricordo distintamente – raccontava l’ultra settantenne Chase – ho segnato il punto da una posizione di centro sinistra. Ho puntato la palla verso il canestro ma ho colpito un paio di giocatori ed è rimbalzata indietro. Allora ci ho riprovato e la seconda volta il mio tiro è stato perfetto».
Lo scoop passò un po’ sotto silenzio. Come il secondo. Parlando con il giornalista del Boston Globe Jerry Nason, in quello stesso anno, Chase lanciò con una certa nonchalance una specie di bomba atomica sull’intera storia della prima pagina del gioco del basket. Disse: «Io non ho mai visto cestini di pesche, quel giorno. Abbiamo tirato la palla in un cesto di ferro». Se ci fosse lo zio di Fabietto Schisa domanderebbe da quand’è che abbiamo cominciato a essere così deludenti.
Onestamente, noi ci teniamo la versione delle pesche.