Chi commette ingiustizia, fa ingiuria a sé medesimo, facendo sé malvagio
Marco Aurelio
sport e società
◇ Le squadre Under 17 e Under 19 della Tam Tam Basket di Castel Volturno, in provincia di Caserta, non potranno partecipare ai campionati nazionali di Eccellenza. Lo ha deciso la federazione basket respingendo la richiesta di iscrizione. Le squadre sono composte da ragazzi nati in Italia, figli di immigrati, ancora privi di cittadinanza italiana. Parlano italiano, fanno i calcoli a mente in italiano, sognano in italiano. Ma per la burocrazia del basket sono stranieri. Storia dell’indifferenza verso un pezzo di società di questo Paese e verso il contrasto alla disgregazione sociale.
▻ Wisdom si chiama, Wisdom Enoma. Gli piacciono i videogame e la pallacanestro. È quello con il numero 00 sulla maglia. Quando aveva 8 anni, guardava le partite di calcio con il padre, solo che «a calcio ero scarso – dice – quando gioco a basket sono contento e rilassato. Da grande vorrei andare in NBA oppure fare l’attore». Ogbodu, il 13, ha un altro nome meraviglioso, Dearest, e racconta che «quando il coach è arrivato a scuola nostra e ci ha scelti, mi sono chiesto se il basket era bello e allora ho provato». Era bello, altro che se era bello. L’ha scoperto pure Jordan Meliho, il numero 22, quando gli hanno mostrato le immagini di quell’altro Jordan che vive in America ed è più alto di lui. Ifaluyi si chiama Miracle e porta il numero 23: «All’inizio – vi dirà – vedevo il basket come una perdita di tempo. Mio padre adesso è molto contento che vado a fare gli allenamenti, anche se a volte mi distraggo». Okoro, numero 30, di nome Star, confessa che «da quando ero piccolo ho sempre avuto la voglia di fare sport divertenti, ma erano giochi in cui eri solo, come il ping pong, il tennis. Mi ricordo un giorno, mentre guardavo la TV, vidi un signore di colore con la maglia bianca e rossa in un campo mentre scartava tutti i giocatori, io lo guardai e pensai che il gioco era bellissimo ma non sapevo come si chiamasse. Poi un giorno il Coach Massimo cambiò la mia vita, spiegandoci per filo e per segno il basket com’era fatto», e aggiunge che spera un giorno ci possa essere la sua famiglia davanti alla tv, che possa dire: quello è Star, nostro figlio.
Lawal fa di nome Destiny e dice che «la Tam Tam è come una seconda famiglia», Usiadughele si chiama Honesty e per lui «Tam Tam significa unione, un’unione contro le leggi che ci vietano di giocare, contro quelli che pensano che non meritiamo di giocare».
Questo fa Massimo Antonelli, romano, 68 anni, 6 campionati di serie A giocati con la Virtus Bologna negli Anni Settanta, due promozioni con Mestre e Napoli. Questo fa dal 2016, tessera per la sua associazione dilettantistica senza fini di lucro adolescenti figli di immigrati, nati in Italia e iscritti alla scuola italiana. Succede a Castel Volturno, in provincia di Caserta, il Comune con la più alta incidenza di abitanti extracomunitari, quasi tutti africani. Secondo i dati dell’Istat e dell’amministrazione locale sono quasi cinquemila su 26.000 residenti. Secondo ricerche condotte da alcune ONG, confermate dai dati sulla raccolta di rifiuti, si ritiene che sul territorio siano presenti 20 mila persone giunte in modo clandestino o senza permesso d’asilo, negato o scaduto che sia. Vivono in un contesto di emarginazione sociale, sfruttamento lavorativo, esposizione alla criminalità organizzata.
pagine Il confine con la possibilità
“Castel Volturno diventa meta e luogo altro, territorio vasto che si fonde con i comuni e le frazioni limitrofe. Non si confonde, come hanno tentato più volte di mischiare Scampia a Casal di Principe, un continuum territoriale narrativo-televisivo dato deliberatamente in pasto alla gente, perché altrimenti diventa tutto troppo complesso da spiegare. Nel villaggio globale del delta dell’Italia, si consumano abbandoni e orfananze, tra seppellimenti di rifiuti tossici, cadaveri eccellenti o meno, stragi e collusioni, estorsioni e omicidi. Il villaggio del delta si abbandona a se stesso. Manca sempre qualche cosa, si attende il futuro e non si predice mai il presente. Il fiume Volturno segna il confine con se stesso, con l’Italia, con l’Africa, con la possibilità. La foce è sempre scura, densa, marrone. Non è casuale, è un danno permanente. Il villaggio profonde il suo sangue scuro nel mare, che con la prima mareggiata rispedisce tutto al mittente. La domanda è quanto di tutto questo sia visibile” – di sergio nazzaro, Castel Volturno (Einaudi, 2013)
Questo è il contesto in cui Tam Tam ha messo le sue tende. Durante il lockdown, in collaborazione con la fondazione Decathlon, hanno montato 21 canestri in altrettanti villini sgangherati dove i ragazzi abitano. Così hanno continuato a giocare e tirare. Le dichiarazioni sono tutte tratte dalle biografie presenti sul sito della squadra. Samuel Ogor, numero 25, racconta che «iniziai a giocare a pallamano, mi divertiva molto, però poi venne il Coach un giorno nella mia scuola e chiese chi voleva venire a giocare, ma io quel giorno non c’ero! Il giorno seguente mi dissero che c’era un uomo altissimo che stava cercando persone per giocare a basket». Erunosere Edomwadoba si racconta così: «Il mio nome è King e gioco a basket perché non ne posso fare più a meno. Il mio amore per questo gioco è nato quasi per caso per poi diventare una vera e propria passione perché adesso non ci sta giorno in cui non penso a cosa migliorare per poter giocare al massimo in campo. Un’altra cosa che mi piace del basket è la possibilità di poter giocare esprimendo ognuno le proprie emozioni e usando i propri stili e questa è una cosa bella perché così tutti hanno sempre qualcosa di nuovo da portare sul campo. Il Tam Tam per me è un sogno, una realtà, una possibilità di cambiare le vite di tanta gente. Io da grande vorrei diventare un giocatore dell’NBA e diventare un creatore di fumetti e cartoni. Il mio giocatore preferito è Stephen Curry e mi piacciono molto le sue scarpe. Io spero che la gente veda la nostra squadra e capisca che i sogni si realizzano se non ti arrendi e ti impegni: il prossimo sogno è di vincere il campionato».
Mateo Meliho, numero 42, viene dal Benin, «sono un ragazzo semplice che ama la vita, oltre a basket, studio a scuola per poter diventare un grande cuoco ed ogni tanto se arriva l’ispirazione mi cimento e provo a fare qualche pietanza”. James Narthey ha i genitori del Ghana: «Tam tam per me ha molti significati, tipo il battito del palleggio o del cuore. Prima di giocare facevo il pugile, ma mia mamma voleva che giocassi a basket per la mia altezza; mio padre accettava tutto… tranne la danza!», mentre Harold Ofori ha deciso che da grande farà il pilota.
pagine Il romanzo di una terra
“Il Comboniano aveva finito il giro, teneva i piedi che erano due forni, ci venne voglia di andarli a buttare dentro all’acquanostra e ci andò. Passiò sulla spiaggia, acciaccò pure lo spigolo di una lavatrice che stava mezza sotterrata, dico io se li dovete fare questi lavori fateli bene che poi uno di questi come il Comboniano vi scopre e si mette pure a scrivere e poi la figura dei pesci a brodo la facciamo tutti quanti. Scusate ma a me le cose fatte a cazzo mi fanno venire le nervature alla capa. Per seppellire le lavatrici ci sono le regole, e i posti, quelle si portano a Terzigno come l’olio dei motori e i cadaveri” – di marco ciriello, Il Vangelo a benzina (Bompiani, 2012)
La sera di giovedì 18 settembre 2008 sei immigrati africani furono massacrati dai killer del clan dei Casalesi in una sartoria nella frazione di Ischitella. Nessuno di loro risultò affiliato alla cosiddetta mafia nigeriana che gestisce lo spaccio di droga e il giro di prostituzione per conto della camorra. Gli autori della strage furono identificati da un sopravvissuto, un ragazzo ghanese che si finse morto. La strage venne letta dal capo della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, Franco Roberti, come un estremo atto di intimidazione verso una comunità che si voleva allontanata dall’area, in vista dei progetti edilizi di riqualificazione del litorale, lungo la Domiziana. Il giorno dopo centinaia di extracomunitari si sollevarono: una rivolta popolare durata ore spinse il ministro dell’Interno Maroni a inviare 400 poliziotti a presidiare la zona.
È l’episodio che ha segnato la vita successiva di Castel Volturno, a cominciare dalle elezioni europee del 2009, quando la Lega presentò una sua lista sotto il simbolo di Alberto da Giussano, con Umberto Bossi in cima. Prese l’8.4% dei voti. La candidata Carmela Santagati, siciliana, 28 anni, tre lauree, raccolse il secondo maggior numero di preferenze (466) dietro Silvio Berlusconi (1184). Simona Brandolini che seguì il fenomeno di difficile lettura per il Corriere del Mezzogiorno, parlò di Pontida del Sud. “Dove l’orgoglio terrone prevale sulla vergogna di vivere in una terra bellissima e offesa”. Un’impresa contro natura sostenuta da un movimento locale anti-camorra, Liberamente. Dissero: «L’invio dell’esercito in paese da parte del ministro Maroni ci ha convinti definitivamente». Il successo della Lega, a quei tempi ancora separatista, era la paradossale richiesta di aiuto allo Stato, ma su questo terreno sdrucciolevole e complesso una seconda lettura interpretò il voto in chiave razzista. L’accento cadde per giorni sulla reazione dei nigeriani prima che sulla strage della camorra.
Ilvo Diamanti su Repubblica scrisse che su immigrazione e sicurezza, “la sinistra italiana appare lontana dal sentire comune. Mentre la Lega lo interpreta fino in fondo. Anzi: lo moltiplica, lo amplifica”. Il Corriere del Mezzogiorno scrisse:”Quello che altrove è una percezione, a Castel Volturno è un’esigenza visibile e tangibile”.
Visibile lo sarebbe stato presto anche al cinema. Marco Ciriello sul Mattino si dedicò a un reportage da quella che chiamò “una Ellis Island che accoglie e sopporta, accoglie e cresce, tanta Africa, che incuba il male e ci scherza, che genera il bene e ci passa su”, alla vigilia della sua trasformazione in una location di genere. “Castel Volturno ha spiagge, pineta, mare e fiume, torri e palazzoni, è un corpo di terra, carne, cemento e acqua che può essere trasformato all’occorrenza. È una nuova Cinecittà, spontanea, che fornisce teatri di posa improvvisati e facce e storie: se proprio serve. Che arrangiandosi è divenuta mezza possibilità d’industria”. I titoli: Dogman di Garrone, dopo L’’imbalsamatore e alcune scene di Gomorra; Là-bas di Guido Lombardi, Fortapàsc di Marco Risi, Indivisibili di Edoardo De Angelis, Due Soldati di Marco Tullio Giordana, Falchi di Toni D’Angelo.
La pagina per le donazioni a Tam Tam Basket
Se questa è la storia recente e recentissima di Castel Volturno, chi può restare indifferente a Miracle Kolawole? Miracle gioca nella Under 14, felice perché «anche ai miei genitori il basket piace un sacco, sono anche venuti a vedere una partita e abbiamo vinto!». Blessing Ajiboye dice che «il basket mi piace perché mi fa sentire libera, non lo so spiegare a parole: ho amato questo sport all’improvviso, non so come è successo, è stata una cosa molto bella. Comunque prima di praticare il basket facevo calcio e infatti al campo estivo di quest’estate mi dicevano che ero molto brava e mi chiedevano perché non facevo calcetto e io rispondevo che mi piaceva il basket!». Promise Kolawole di sé ha scritto di aver deciso di iniziare a giocare a basket, «perché non so giocare né a calcio né a pallavolo. Da grande… dopo che ho finito con i Mondiali e l’NBA… inizierò a fare la dottoressa». E sono gli stessi sogni che fanno Divine Erema, Grace Irabor, Gift Onoragbon: «Far parte della Tam Tam mi ha cambiata tanto».
È a queste storie che il basket italiano sta negando il piacere di giocare, prima ancora che un diritto. Quattro anni fa ottennero una deroga dal Parlamento, non dalle leggi dello sport, in un comma scritto nella Finanziaria, ma valido solo per i campionati regionali.
Sono ragazze e ragazzi che hanno la stessa storia di Fausto Desalu, lo staffettista d’oro della 4×100. Andate a rileggere che cosa dicevamo di lui in agosto, andate a rileggere tutte le solenni scemenze che abbiamo sparato col caldo che faceva, credendo che su quattro medaglie di un qualche metallo stesse davvero nascendo un’altra Italia. L’estate è finita, ci siamo tolti il sapore di sale dalle labbra, abbiamo svuotato la sabbia dalle scarpe e i ragazzi del Tam Tam possono stare fuori dal campionato.
Non siamo noi che li escludiamo, sono loro che sono stranieri. Diamine: non lo vedete?
Avevamo chiesto alla Fip una deroga, ma hanno detto no, spiegandoci di aver interpellato anche le altre squadre con cui avremmo dovuto giocare
Massimo Antonelli
“Dunque oltre alla Federazione la vergogna dovrebbe ricadere anche su queste presunte squadre che avrebbero detto di no” ha scritto Eduardo Lubrano, su Pianeta Basket.
“È chiaro che questi ragazzi vanno protetti dal rischio che la loro posizione non venga regolata in modo molto preciso e con norme disegnate esattamente intorno a loro. Il rischio è che altri per puro spirito mercantile facciano finta di seguire le orme di Tam Tam e costruiscano squadra ad hoc magari per mettere in mostra i propri giocatori, penso ai procuratori che per esempio hanno tanti giovani stranieri. Tam Tam è e deve rimanere una perla, un unicum e va aiutata per il progetto sociale che ha inaugurato ormai da cinque anni e merita un percorso agevolato. Chi verrà in seguito verrà valutato, ma ora bisogna agire altrimenti il pasticcio sarà completo, la formazione italiana si dimostra una barzelletta e la Fip non perde occasione per fare l’ennesima pessima figura. Aggravata in questo caso dal fatto che oltre, anzi prima del fatto sportivo dovrebbe esserci un fatto di dignità e rispetto umano. So che qualcuno si arrabbierà e lo scrivo apposta: nella pallavolo un caso del genere non sarebbe mai successo”.
Ad agosto un video dedicato alle ragazze e ai ragazzi della Tam Tam era sulla versione americana del sito di Nike. Luca Silvestrin e Frank Vitucci hanno devoluto all’associazione i diritti d’autore del loro libro L’impresa indimenticabile (La Toletta Edizioni) sulla promozione della Reyer 1995-96.
Adesso invece c’è Victor Edomwadoba, pure lui figlio di genitori nigeriani, che dice: «Il basket ha aggiunto zucchero alla mia vita. Da grande vorrei giocare in NBA ed anche lavorare come elettronico, il resto Dio sa. C’è sempre qualcosa in più che possiamo fare».