Laudato sii Julian Alaphilippe, campione senza la radiolina nelle orecchie 

  ▻  Intorno a una ventina di km dalla fine, Julian Alaphilippe ha fatto un gesto antico, di quelli che non si vedono più perché si corre con gli auricolari. Si è fatto sfilare in coda al gruppetto dei più forti, quelli che stavano comandando la corsa e s’è fermato di fianco alla sua ammiraglia. Ha preso una borraccia, l’ha infilata nella tasca posteriore sinistra, ne ha respinta una seconda ed è partito con le indicazioni ricevute dal cittì, per l’ultimo tratto del Mondiale – l’unica corsa durante l’anno nella quale non si usano le radioline. Non sai quanto vantaggio hai, non sai chi ti sta inseguendo, soprattutto non hai nessuno che corregga il tuo istinto. Perciò Alaphilippe ha sistemato la borraccia, ha tirato una ventina di pedalate per raggiungere il resto dell’avanguardia e ha fatto di testa sua. «Ho 42 anni, ho detto al mio presidente che mi sarei dimesso perché i ragazzi così mi ammazzano – ha detto alla fine Thomas Voeckler tra il serio e il faceto – e io invece voglio vivere un po’ più a lungo. Julian ha fatto tutto il contrario di quello che gli avevo detto».

Che meravigliosa coppia di giocatori di poker. Thomas Voeckler si era presentato in Belgio con i bermuda e spiega a le Parisien che «era una cosa calcolata. Volevo far credere di essere venuto come un turista. Abbiamo rimesso in gioco la maglia, questo non significa che non volevamo rivincerla». Lo stesso Alaphilippe, qualche giorno fa, aveva detto a l’Équipe che perdere la maglia sarebbe stato un sollievo, non una delusione. Invece ha messo il compagno Madouas davanti per dare un’accelerata e al terzo scatto buono ha fatto il buco. 

 

     | FIGURINE  Lui, la Francia e noi

Alaphilippe è il settimo nella storia a confermarsi campione del mondo dopo Georges Ronsse (1928 e 1929), Rik Van Steenbergen (1956 e 1957), Rik Van Looy (1960 e 1961), Gianni Bugno (1991 e 1992), Paolo Bettini (2006 e 2007), Peter Sagan (2015, 2016 e anche 2017). Un anno fa dieci giorni dopo Imola, alla seconda gara con la maglia iridata, andò a vincere alla Freccia del Brabante, che ha una porzione di tracciato uguale a quella di ieri. Poi sono venute la tappa di Chiusdino alla Tirreno-Adriatico, la Freccia Vallone, la tappa d’apertura del Tour con maglia gialla a Landernau. Eppure si rimprovera i troppi errori dovuti alla pressione di questa maglia. O almeno faceva finta. L’ha rivoluta. L’ha ripresa. 

Alexander Roos su l’Équipe ha scritto un pezzo da cantore. Una botola si è aperta ieri pomeriggio sotto i nostri piedi, il precipizio, le vertigini. Questo è un giorno che vivrà per sempre nei nostri ricordi, un brivido nel petto da cui estrarre facilmente la diagnosi: questa corsa ha rappresentato tutto ciò che amiamo, ha dato corpo e significato alle nostre passioni, a ciò che definiamo, e ci ha ricordato quanto il ciclismo è capace di sconvolgere il nostro piccolo mondo. Questo Mondiale è stato di assoluta bellezza, la nostra compagnia di giro con non poche bottiglie in mano ha ammesso di non averne mai visto uno così. I belgi con la loro dolce follia hanno allestito una sontuosa cornice per questo appuntamento antologico. Le autorità internazionali hanno comunicato la presenza di un milione di spettatori ai lati della strada, 350.000 nel solo circuito di Lovanio

Uno spettacolo per l’occhio intorno a una corsa che s’è accesa subito. Il polacco Kwiatkowski dice che gli è parso di correre come dentro un ciclone. Nathan Haas è arrivato al traguardo facendo il cavallo sulla bici per salutare la folla. 

Roos allora scrive che Julian Alaphilippe l’anno scorso ha avuto la sfortuna di essere consacrato in un autodromo imolese deserto e freddo come il parcheggio di un supermercato. Qui i decibel erano al massimo, cosa che ha galvanizzato il francese, prima fischiato in mezzo all’arena mentre infliggeva a Wout van Aert e a tutta la sua banda, sulle loro terre, una Waterloo della bicicletta, poi applaudito da un popolo che si è prostrato davanti al suo carnefice, sdraiato ai piedi dell’uomo più forte della giornata.

 

Un corridore, scrivono Filippo Cauz e Leonardo Piccione su Bidon, che si gira spesso a guardare chi gli sta attorno. Non i rivali, quelli gli interessano fino a un certo punto. Guarda chi sta al di là delle transenne. Sembra trarre energia da ogni sospiro del pubblico. Alimentato da questa specie di fotosintesi, Alaphilippe respira la tensione che esce dai polmoni dei tifosi belgi Davanti al microfono della tv francese, Julian Alaphilippe sfoggia il suo tradizionale repertorio di occhiate stereoscopiche e subitanei movimenti di sopracciglia. Si guarda intorno, si passa le mani tra i capelli, si accarezza la cornice di barba da moschettiere, più folta di altre volte. Sembra stia cercando qualcuno. Dà l’impressione, esattamente come quando è in sella, di poter andar via da un momento all’altro, di star fermo a fatica e solo per il tempo che lo separa dal nuovo obiettivo, dal prossimo scatto, dal successivo oggetto delle sue attenzioni. L’istinto lo porta ad eccellere come pochi nelle gare senza radioline. Si diceva “alleggerito” dall’idea di disfarsi della maglia iridata e del suo peso. Invece se la terrà almeno un altro anno. Non era previsto, e forse per questo è ancora più bello.

 

Eh sì, come scrive Giovanni Battistuzzi per il Foglio, Julian Alaphilippe è un accumulo ciclistico. È una sommatoria che tende all’esponenziale. È barocco, quasi rococò, se ne frega della pulizia, della miseria del calcolo per sottrazione. Se non basta uno scatto ne fa due. Se non ne bastano due, ne fa quattro. Se non ne bastano quattro ne fa sedici. Prima o poi quello buono si palesa nel miglior modo possibile, quello che si stringe nella meraviglia della solitudine, del nulla attorno, dell’uomo solo al comando. un percorso del genere era un invito irrinunciabile alla mattata. Quella che scombina i piani, che accende le speranze, che spegne il nazionalismo ciclistico in favore di un internazionalismo biciclettaro. Quello che spinge a fregarsene della nazionalità dell’uomo in testa e di godere della meraviglia dell’azione solitaria. Julian Alaphilippe è un patrimonio a pedali. Il suo passaporto dovrebbe essere del tutto ininfluente.

Aggiungiamo qui da Slalom: come nel tennis, nel calcio, nel basket, nell’atletica, nel nuoto. Come sempre. Julian Alaphilippe – dice Battistuzzi – oggi ha fatto voglia a chiunque di cantare la Marsigliese, perché certe azioni sono internazionali, rientrano all’interno di un patrimonio comune che non dovrebbe avere confine. Allons enfants de la Patrie. Le jour de gloire est arrivé!

Cosimo Cito per Repubblica sottolinea cuore, istinto, senso dello spettacolo. La paura di saltare, quella mai: anche a Imola era fuggito ai -17 (è un numero che gli porta fortuna) sulla salita di Gallisterna e aveva chiuso sfatto e commosso.

Pier Augusto Stagi per Tuttobici dice che su certi percorsi vincono corridori di prima grandezza, su questo credo che non ci siano dubbi. Vince LouLou che è un fuoriclasse assoluto. Francia tatticamente perfetta, sempre nel vivo della corsa, fin quando entra in scena lui, che comincia a fare prove tecniche di trasmissione. Il primo scatto a 58 km dal traguardo, il secondo ai -21, poi ai -19 e il colpo definitivo e letale ai -17. Quando parte fa male, e fanno male a farlo partire. Vai tu, vado io, lui va senza indugiare troppo. Non occorre la lingua, ma le gambe. Il ciclismo è così, sport spietato e giusto. E su un tracciato pazzesco e di rara bellezza, che i corridori si bevono alla velocità del suono come se fosse un boccale di birra, il transalpino va a tutta birra fino al traguardo.

Ancora Roos conferma che quando Alaphilippe prende dieci secondi di vantaggio in tali circostanze, li mantiene. Quello che guadagnato, non si recupera mai. Non molla niente e come non vederci un’allegoria della sua vita, di quella infanzia a cui ha saputo sottrarsi per costruirsi passo dopo passo passo un destino fuori dal comune, senza mai guardarsi troppo nello specchietto retrovisore?

Julian, come racconta Marco Bonarrigo sul Corriere della sera, è figlio di quel Jo Alaphilippe che fu infaticabile direttore di orchestrine popolari nella natia Saint-Amand-Montrond, nel cuore del cuore dell’Ottagono, un personaggio esuberante e strampalato da film di Jacques Tatì. Un francese vero. È Julian, il ragazzino giudicato troppo poco dotato per frequentare un liceo, troppo scarso fisicamente per essere ammesso a una scuola di ciclismo e quindi mandato, a 14 anni, a montare e smontare bici e motorini in un istituto professionale perché «almeno impari a far qualcosa nella vita e la smetti di cazzeggiare con i tuoi amici», gli disse mamma Catherine che lo voleva garzone di bottega dal meccanico e non corridore, come invece l’ha cresciuto il cugino Frank, allenatore e padre putativo. È Julian Alaphilippe, figlio della Francia più vera e popolare, che ha vinto con un’autorevolezza che non si vedeva da anni un campionato del mondo di una qualità che non si vedeva da altrettanto

Julian Alaphilippe è un Poulidor che vince. È un Lou-Lou che riscatta Pou-Pou, e che per farlo deve battere – tra gli altri – suo nipote van der Poel. L’anno scorso – ricorda Roos nel suo pezzone per l’Équipe – abbiamo scritto che l’incoronazione di Imola era stata la più grande vittoria del ciclismo francese del XXI secolo. Siamo tentati di sostenere che il trionfo di Lovanio, questo secondo arcobaleno, sia una delle più grandi conquiste dello sport francese degli ultimi vent’anni. Ma onestamente sarebbe ancora troppo riduttivo, tanto lo scossone è inquantificabile e impalpabile. Ognuno l’avrà sentito a modo suo. È stato un terremoto intimo. Abbiamo toccato il sublime

 

I battuti: il primo è van Aert

 

Chiedo scusa al Belgio. Però non ho rimpianti.

Sarebbe stato peggio se avessi fatto secondo. Alla fine ha vinto il corridore più forte

Wout van Aert

 

Con il senno di poi, avec la Seine de Pois, l’Evenepoel mostruoso di ieri con i gradi di capitano, stamattina forse sarebbe campione del mondo. Sospettato di individualismo incontrollabile, si è messo davanti dal primo momento, agitando la corsa mooolto lontano dal traguardo, correndo in una maniera che a Leonardo Piccione, anima di Bidon, faceva dire in tempo reale di un Belgio assolutamente perfetto finora, non foss’altro perché sta riuscendo nell’impresa di far correre Evenepoel contemporaneamente per la squadra e per se stesso. Equilibrio invero precario, ma al momento regge alla grande. Evenepoel avrebbe fatto un mondialone del genere senza quelle punturine di Merckx? Probabilmente sì. Fatto sta che se l’obiettivo di Eddy, con i suoi modi un po’ così, era tirar fuori il meglio da Remco, beh, c’è riuscito in pieno

Ed era vero, era verissimo. Il Belgio ha corso benissimo fino a 26 chilometri dalla fine – è il giudizio di Alessandra Giardini per Bicisport – sospinto da una folla commovente, appassionata, immensa. Una roba da pelle d’oca. I belgi hanno attaccato, chiuso, difeso. E soprattutto avevano Evenepoel (voto 9), che da solo faceva tutto quanto. Hanno continuato a correre per Van Aert (voto 4), anche se era ormai chiaro che il capitano designato non era in giornata. Ecco. Quel che non avevamo considerato era il collasso di van Aert quando Alaphilippe è partito. Il collasso di van Aert, di van der Poel, di Colbrelli. 

Evenepoel fa la biglia impazzita – dice Pier Augusto Stagi per Tuttobici – ma gli altri impazziscono, mentre il suo Belgio se la prende comoda. Merckx alla vigilia lo accusa di egoismo, lui risponde sulla strada, con una condotta di gara intelligente e generosa, che non ci fa assopire, ma solo sognare. Sulla schiena ha il numero 13: è la fortuna del Belgio. Se Remco, invece, fosse una unità di misura, molti dovrebbero già smettere di correre

E di van Aert dice: Wout va forte dappertutto e, soprattutto, lo fa per tutto l’anno: non si risparmia. Forse è arrivato il momento di scegliere. Non è un caso che Julian Alaphilippe abbia addirittura saltato le Olimpiadi, per preparare il bis iridato. Wout ha fatto di tutto e di più. Anche la crono, che gli è sfuggita di un niente. Sono considerazioni, su un corridore immenso, che però resta un uomo

 

L’Olanda aveva van der Poel nell’attacco decisivo ma con l’incognita delle sue condizioni. Quando è partito Alaphilippe, le gambe per inseguire le ha avute van Baarle. Un secondo posto di grande prestigio per uno dei gregari più affidabili e completi che ci siano in gruppo (Spazio Ciclismo). L’olandese è un socialista della bicicletta. Per lui il bene comune ha un valore maggiore di quello personale. Corre perché non può farne a meno. Sa di non essere un fenomeno e per questo si mette a disposizione. Al contrario dei fenomeni però è un corridore che va forte da marzo a ottobre, una garanzia e un’assicurazione per i suoi capitani. La medaglia di argento nelle Fiandre non è un premio alla carriera, è giustizia sociale”.

Alessandra Giardini per Bicisport scrive di Van der Poel e dice che il petit phénomène (così lo chiamava suo nonno Poulidor quando ci raccontava il futuro) è rimasto a lungo sul fondo del gruppo. Da Tokyo in avanti non abbiamo più visto il vero Mathieu, evidentemente il mal di schiena lo condiziona molto

Non pervenuti gli sloveni, il primo e il secondo del ranking mondiale, Roglic e Pogacar, vincitori di Vuelta e Tour. Proprio mai visti. 

 

L’Italia come ha corso? 

 

A Colbrelli – sottolinea ancora Stagi su Tuttobici  – cosa gli vuoi dire? È stato bravo. Ha fatto il suo. Certo, se non ci fosse stata quella dannatissima caduta all’inizio, se non avessimo perso due uomini preziosi come Trentin e Ballerini, se… È andata così, e l’amarezza di Sonny è la nostra, la mia. Risponde in prima persona al terzo allungo di Julian, ma nulla può lui e tutti gli altri quando il transalpino parte a razzo ai -17. Perde l’attimo, la gamba che ti dice calma, la corsa che si fa sentire, i chilometri che sono tanti e pesano. È andata così

Ancora Giardini sottolinea la perdita di Trentin e Ballerini, l’Italia si era fatta sorprendere dal primo attacco di Remco, loro si sacrificano per chiudere. Soprattutto Matteo, che rinuncia al suo ruolo di secondo capitano. Il resto lo fanno un immenso Bagioli e gli altri, da Moscon a De Marchi, da Ulissi a Nizzolo. Con qualche foratura di troppo nel momento sbagliato (Moscon, Ulissi). Rimane da dire di Sonny Colbrelli, campione italiano, europeo e capitano designato: è l’ultimo ad arrendersi, l’unico a tenere il passo di Alaphilippe nel suo terzo attacco. Al quarto perde l’attimo, uno dei tanti del fuoriclasse francese. Ma corre da grande

Marco Bonarrigo sul Corriere della sera dice invece che quando Alaphilippe ha aperto il gas, Colbrelli non ha preso la sua ruota e nemmeno quella dei primi inseguitori. Troppo ampio il divario di esperienze nelle Classiche fiamminghe tra lui e chi gli è arrivato davanti, più abile nel risparmiare energie su ogni salitella o tratto lastricato. Cassani lascia una Nazionale professionisti senza fenomeni, che sull’onda dei trionfi di un anno magico ci siamo illusi di poter trovare o inventare qui in Belgio. Dalle Fiandre torniamo però con titoli in tre specialità chiave (Ganna, Baroncini, Balsamo) e giovani uomini e giovani donne davvero promettenti.

   quando li rivedremo domenica 3 ottobre Parigi-Roubaix | sabato 9 ottobre Giro di Lombardia | 20-24 ottobre Mondiali su pista a Roubaix

 

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