L’uomo che bacia la medaglia che gli hanno messo al collo, conosce come pochi altri il solco che esiste tra la gloria e l’insuccesso. Ha vinto finora tutte le finali internazionali che ha giocato. Non è stanco di farlo e non ha smesso di volerlo. Non può essere né sospettato né accusato di velleitarismo. Ha ammucchiato Coppe su Coppe cercando non il quanto ma il come. Tra poco gliene diranno di tutti i colori. Ha sbagliato a mettere Gündogan davanti alla difesa. Ha sbagliato a non far giocare Fernandinho o Rodri. Ha sbagliato a dare spazio a Sterling. Quante cose ha sbagliato all’improvviso l’uomo che ha cambiato il calcio, assediato dai tanti che dopo sapevano tutto prima.
C’è una cosa che non sbaglia. Quel bacio. Un gesto dolce alla medaglia dei battuti. Il pezzo d’argento che per frustrazione in molti si sfilano dal collo un attimo dopo averlo ricevuto. Potendo, la getterebbero via. Pep Guardiola la tratta come un trofeo. Per quello che è. Perché conosce la fatica con cui si riempiono le giornate per arrivare a una finale, prima di giocarla e magari perderla: quella fatica merita sia gioia sia rispetto. Perché sa che il sudore degli sconfitti vale quanto quello degli altri che sollevano la Coppa: con quel bacio sta rendendo omaggio alle squadre che in passato ha messo sotto. Perché ha la totale consapevolezza che uno sconfitto non è un perdente, nonostante senta ripetere questa scemenza intorno a sé, anche da parte di uomini di sport che dovrebbero conoscere la lezione.
«Il secondo è il primo dei perdenti» scandirà infatti tra poco il mascelluto Capello, pensando che sia più nobile ripeterlo solo perché una volta l’ha detto Enzo Ferrari.
Il bacio di Guardiola alla medaglia dei battuti è arrivato all’orecchio del papa. «Mi hanno raccontato che pochi giorni fa c’è stato uno che ha vinto e uno che è arrivato secondo, che non ce l’ha fatta: il secondo ha baciato la medaglia. A volte delusione e rabbia per la sconfitta – ha detto – possono motivare reazioni sbagliate, per esempio la tentazione di gettare la medaglia, no quell’uomo l’ha baciata: quel gesto ci insegna che anche nella sconfitta ci può essere una vittoria».
È la seconda volta che Jorge Bergoglio, argentino, accarezza quest’argomento. In una intervista di inizio 2021 con Pier Bergonzi per la Gazzetta dello sport aveva detto che «la vittoria contiene un brivido che è persino difficile da descrivere, ma anche la sconfitta ha qualcosa di meraviglioso. Per chi è abituato a vincere, la tentazione di sentirsi invincibili è forte: la vittoria, a volte, può rendere arroganti e condurre a pensarsi arrivati. La sconfitta, invece, favorisce la meditazione: ci si chiede il perché della sconfitta, si fa un esame di coscienza, si analizza il lavoro fatto. Ecco perché, da certe sconfitte, nascono delle bellissime vittorie: perché, individuato lo sbaglio, si accende la sete del riscatto. Mi verrebbe da dire che chi vince non sa che cosa si perde. Non è solo un gioco di parole: chiedetelo ai poveri». Lo aveva detto prima di lui con le stesse parole Gesualdo Bufalino.
L’Osservatore romano ha scritto che “è un gesto saggio quanto trasgressivo. In un mondo in cui la competitività e la vittoria (possibilmente “schiacciante”) sono diventate un dogma, un orizzonte di senso, il bacio alla medaglia per il secondo posto è quanto di più trasgressivo si possa immaginare. Mi sono ricordato una frase di un altro allenatore, italiano: «Per me la sconfitta è una parola che non esiste». Lo disse al termine di una partita, incalzato dai telegiornalisti. È la non invidiabile sorte degli allenatori delle squadre di calcio di alto livello, nuovi pensatori della contemporaneità, anzi sacerdoti, membri di una casta che celebra il rito settimanale e dai quali si va ad attingere parole illuminanti di saggezza. La quale invece forse risiede nel gesto di Guardiola. Una saggezza antica. Non è un caso che Omero, come notava Borges, non intitola il suo primo poema Achillea (come fa con il secondo) ma Iliade, cioè il suo è il punto di vista degli sconfitti, che per giunta sono anche i nemici, e il poema termina con i funerali di Ettore, che emerge come il vero protagonista della vicenda. Sempre Borges citando Chesterton nota come tutti poi abbiano scelto, come i Romani, di derivare dai Troiani e non dagli Achei”.
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3 gennaio 2021
La stessa cultura della sconfitta manifestata da Guardiola.
È un tema a cui si è dedicato con un libro che porta proprio questo titolo lo storico Wolfgang Schivelbusch, il quale ha considerato tre grandi sconfitte nella storia moderna. I casi degli Stati Uniti meridionali dopo la guerra civile, della Francia dopo la guerra franco-prussiana del 1871 e della Germania dopo la prima guerra mondiale. Secondo Schivelbusch sono esemplificativi di un processo simbolico che consente a chi esce battuto di sublimare la sconfitta attraverso una cultura dell’unicità o della superiorità spirituale. Il perdente, secondo Schivelbusch, reagisce al trauma con un universo di miti. Il suo approccio è legato a esperienze di sconfitta militare, ma non sono dinamiche così distanti da quelle di una partita di calcio.
Fernando Broncano, in Laberinto de la identidad, spiega invece che “ogni rivoluzione culturale è stata la risposta alla sconfitta di una rivoluzione sociale”. Porta alcuni esempi: il romanticismo dopo la rivoluzione francese fallita nei suoi ideali, l’avanguardia dopo la conversione dell’arte in merce, la postmodernità dopo il trionfo del neoliberismo, l’altermondismo in seguito alla vittoria della globalizzazione e del capitalismo.
Elvis Valoy su El Nuevo Diario ha considerato che “la nostra sociologia politica non precede il riconoscimento delle ragioni dell’avversario. Nelle istituzioni sociali, chi perde usa in genere argomenti banali per nascondere la sconfitta. In politica nessuno perde. La formula è semplice: competi, e se non vinci, squalifichi il processo per creare un mantello di dubbio sui risultati. Nella nostra società non esiste una cultura della sconfitta”.
Per questo il bacio di Guardiola è stato rivoluzionario quanto le sue idee di calcio.
Nel magnifico libro Le undici virtù del leader – prefazione di Gianni Mura – Jorge Valdano dedica un paio di pagine meravigliose a una visita scolastica del ministro dell’Istruzione di una provincia argentina in compagnia di un popolare allenatore di cui tace il nome.
“L’invitato – racconta Valdano – cominciò col misurare il livello culturale dei presenti con una domanda accessibile: «Chi ha scoperto l’America?». I bambini, stimolati dalla domanda facile e della presenza di un personaggio famoso, urlarono la risposta: «Colomboooo!».
L’allenatore rimase soddisfatto dal risultato e andò avanti, stavolta elevando il grado di difficoltà: «E chi è arrivato secondo?». I bambini non erano preparati a tanto rigore e cominciarono a muoversi nervosamente sulle sedie. Uno di loro disse, con voce quasi impercettibile: «Pinzón» ma fu talmente insicuro che non trovò alcuna eco. L’allenatore era al settimo cielo – continua Valdano – perché quell’ignoranza si incastrava alla perfezione con la sua teoria: «Vedete, ci si ricora solo di chi arriva primo. Per questo vi dico che vincere è l’unica cosa che conta».
Mancava solo che l’allenatore dicesse che Pinzon avrebbe dovuto uccidere Colombo per essere ricordato nei libri di storia. Il ministro dell’Istruzione è solito raccontare l’episodio senza riuscire a togliersi un dubbio trascendentale: ridere o piangere. Io sceglierei di piangere, perché lo ripeto, ridere di questo genere di uscite, è un’irresponsabilità che ci rende complici”.
Libro splendido. Davvero. Lo regaleremo a Capello.