Quante buone notizie in quel Ceferin Out
Il dibattito è già macchietta, riduzione eliotiana, parodia. Lo avrete visto, se siete su Twitter. In una settimana siamo passati dall’approssimazione para-referendaria del chi-sta-con-chi agli hashtag dei tifosi di Juventus e Real Madrid, degli account fiancheggiatori e dei molti bot. Ceferin Out è stato lo slogan scelto dalla macchina della comunicazione che si va piano piano ricompattando. Nel guardare tutto quel flusso superleghista ieri veniva da pensare che è una buona notizia che la screditata UEFA di Ceferin sia adesso incalzata – per frustrazione – anche da chi ha perso la partita della Superlega. Solo che non è dei nostri figli che Ceferin è stato il padrino di battesimo.
È una buona notizia che adesso la Champions extra large sia considerata – sebbene per ripicca – una specie di ipocrisia, una Superlega light, ma l’UEFA di Ceferin non l’ha certo partorita con il paracadute delle wild card per poterle assegnare al Nottingham Forest dei due titoli o allo Stade Reims e al Valencia delle due finali. Nasce per gli appetiti dei soliti.
È una buona notizia che ci siano all’improvviso più voci disposte a sollevarsi per i diritti negati in questi anni dall’establishment ai diversi Celtic Glasgow e Stella Rossa di Belgrado, ma quando l’Italia ha avuto una quarta squadra ai gironi si sono sentiti i mille violini suonati dal vento per il capolavoro diplomatico: c’era una chance in più per Milano che stava da troppo tempo fuori.
È una magnifica notizia questa onda lunga che proprio ora vuole riformare anche l’UEFA, ma in certi ambienti è una sensibilità nuova, nuovissima, improvvisa, se fino a qualche settimana fa all’UEFA abbiamo aperto i nostri stadi – la Juventus per prima il suo di proprietà – così da permetterle di aggirare in campo neutro le quarantene anti covid dei paesi seri che non concedono privilegi al calcio. Non si avvertiva allora l’eccitazione di riformare il sistema in chiave anti-UEFA, casomai era forte l’ansia di salvarlo.
È una buona notizia questa nuova disposizione d’animo a considerare Ceferin un presidente che ha commesso da tempo molti errori, ma i presidenti che sbagliano si depongono e Ceferin non lo hanno rieletto i critici ma gli amici. Evidentemente maggioranza. I critici gli hanno solo fatto notare, in minoranza, gli errori che commetteva. Tanti. Il suo protocollo giocare-giocare-giocare, trasmesso in Italia a Gravina, è stato difeso da tutti – ma proprio tutti – pure contro le ASL. La Norvegia ha perso a tavolino contro la Romania, per aver rispettato le indicazioni di un ministro della Salute che le imponeva di non lasciare il paese. Non c’erano hashtag quel giorno. Quel giorno Ceferin era ancora un buon amico in un sistema da salvare.
È del tutto evidente che i Mansour, gli Abramovich e gli Al-Khelaifi non sono i rappresentanti di un calcio antitetico alla Superlega. Non sono certo uguali a chi in questi anni giudicava virtuose per il sistema meno egemonie e più equilibrio. Tant’è che nella sua logica protezionista la Superlega voleva dentro proprio loro, mica i Rocco Commisso o gli altri teorici delle redistribuzione, giudicati nostalgici di un tempo che fu. Eppure esisterà ancora una differenza tra una marcia indietro di Abramovich e un sì di Pérez, qualunque sia il motivo che li ispira. Così come non può essere definita ipocrisia quella di Guardiola e Klopp che prendono posizione contro gli interessi di chi li paga (onestamente non siamo tanti in giro a farlo); né per criticare con sincerità la Superlega bisogna essere solo disoccupati, precari o con un reddito inferiore ai mille euro al mese. Lordi.
Alla figura di Al-Khelaifi dedica il proprio editoriale Vincent Duluc su l’Équipe scrivendo che “esiste il sospetto che ci sia un misto di buone e di cattive ragioni nel suo atteggiamento. I legami con UEFA e FIFA sono strettamente commerciali, tramite beIN e difficilmente potrebbe tradire le istituzioni quando siamo così vicini ai Mondiali 2022 in Qatar”.
Duluc si domanda poi che sviluppo desiderare per la Ligue 1. “Sappiamo da anni che non è perfetta. La sua scarsa competitività è un handicap considerevole nel lungo periodo in Coppa dei Campioni e dobbiamo considerare che la riduzione del numero a diciotto non sarebbe un insulto al calcio popolare. Quello che la settimana ha ricordato ai dirigenti francesi che già sognano un formato play-off da vendere a un nuovo operatore, è che non è necessario scendere a compromessi con la storia né stravolgere una competizione. Il campione di calcio francese è sempre stato il più costante per tutta la stagione, non deve diventare quello che vince l’ultima partita. La lezione, la stessa, soprattutto pochi mesi dopo il fiasco di Mediapro, è che uno sport perde la sua anima quando sceglie di venderla a un’emittente televisiva per un contratto a tempo determinato che verrà più o meno onorato. Questa settimana ha dimostrato il fondamentale attaccamento del pubblico europeo alla sua soap opera settimanale e nazionale, che non vorrà mai sacrificare a una lega chiusa”.
Jonathan Wilson sul Guardian scrive che “la settimana è apparentemente terminata con una cupa accettazione dello status quo, ma nessuno dovrebbe pensare che tutto rimanga uguale o che la crisi sia in qualche modo superata. Sebbene la minaccia di una fuga da parte dell’élite abbia chiaramente perso molto del suo potere, non è svanita. Le condizioni che hanno provocato il colpo di stato non sono svanite. Rimane in piedi un gruppo di superclub diviso in due fazioni: quelli la cui ricchezza deriva prevalentemente dal calcio e quelli che potrebbero essere definiti i petroclub, le cui risorse esterne fanno sì che possano facilmente superare un paio di anni deludenti in campo. «La logica del mondo in questo momento, e il calcio non è estraneo, è che i ricchi si arricchiscono a spese dei poveri», ha detto Marcelo Bielsa, l’allenatore del Leeds, lunedì sera. «E poi chiedono più privilegi». Una superlega sente la naturale conseguenza dell’economia neoliberista che guarda al calcio semplicemente come a un generatore di entrate e ignora la sua funzione sociale. A sentir Pérez parlare di crisi, si potrebbe pensare che prima del covid le partite si giocassero dentro stadi vuoti. La verità è che nei campionati inglesi le presenze sono più alte di quanto non fossero da 60 anni. Se i club sono in difficoltà, non è per mancanza di interesse. Ma la spinta espansionistica implica la ricerca di nuovi clienti, che nel calcio sono diventati i tifosi globali, un concetto altamente problematico. La Premier League è un campionato globale. Non ha senso fingere che il Liverpool, diciamo, appartenga solo a coloro che hanno le radici nell’immediata area del Merseyside. I tifosi – che anche 30 anni fa erano così importanti per le finanze di un club, tanto che esisteva il terrore di trasmettere troppe partite in tv per ridurre le presenze allo stadio – non sono più la principale fonte di entrate. Ciò richiede un aggiustamento al sistema e rappresenta una delle principali tensioni della globalizzazione: ciò che una volta era locale è aperto a un pubblico molto più ampio. Questo è il paradosso. Sei anni fa, ho trascorso un po’ di tempo a Lalibela, in Etiopia, e mi sono reso conto che ogni sabato circa il 20% della popolazione maschile adulta del villaggio guardava la Premier League. L’interesse è reale. Il modo in cui i club lo monetizzano è un problema, ma quei fan globali esistono e sono stati attratti dal calcio come è ora. Il calcio è già estremamente popolare – David Goldblatt sostiene in The Age of Football che il gioco moderno è la modalità culturale più pervasiva e universale che sia mai esistita – eppure il rischio è alienare ampie sezioni dell’enorme pubblico che già esiste per inseguire nuovi consumatori. A un certo punto, qualsiasi prodotto esaurisce nuovi mondi da conquistare. Se offendi i clienti esistenti per inseguirne di nuovi e immaginari, probabilmente ci sei arrivato. E se stai dichiarando una crisi economica in un momento in cui il calcio è visto da più persone che mai, forse il problema non è il calcio ma il business. Il modo in cui si svilupperà questa dinamica determinerà l’aspetto del calcio tra un decennio. Questo è l’altro paradosso: secondo la logica del mercato, i club che non possono prosperare in tali circostanze non dovrebbero fallire? Pérez non ha mai pensato di spendere meno?”.
Spendere meno significa spendere quel che si ha. Gabriele Marcotti, firma per ESPN e corrispondente dall’Inghilterra per il Corriere dello sport-Stadio ha sottolineato che la strada (abbandonata) del fair play finanziario, pur con i suoi limiti, pur con due gigantesche perplessità su PSG e Manchester City, aveva portato a un traguardo. “In un decennio – ha detto su Twitter – (e un decennio in cui Real/Juve hanno vinto tantissimo) si è passati da un passivo di 1,8 miliardi di euro a due anni di utile pre-covid. E sono raddoppiati i ricavi. Quindi dire che il sistema è insostenibile è semplicemente falso. In un libero mercato quando l’azienda subisce una crisi inaspettata tipo covid o immetti più fondi (se li hai o se te li prestano) oppure tagli i costi. Questo vale per tutti”.
Nel suo podcast per Calciomercato Mario Sconcerti ieri mattina diceva che “non c’è nessun rapporto tra i conti non sostenibili del calcio e la scorrettezza di creare un club privato dove esistono solo le tue leggi. I prezzi sono poco sostenibili nella vita di ognuno di noi, ma non ci costruiamo una vita parallela che danneggia gli altri. Si cerca di lavorare di più e meglio. I prezzi del calcio dipendono da un mercato costruito dalle grandi squadre, non da me. Regolino questo mercato correttamente, non escludendo fuori dai regolamenti tutti gli altri e il diritto sportivo. Nessuno pensa che il calcio sia perfetto, ma chi l’ha riempito di debiti sono loro. O le devo ricordare le cifre? Per di più vincendo approfittando dei debiti fatti”.
Lo scrittore Enrico Brizzi, autore di una serie di volumi sulla storia del calcio dei pionieri, sul Foglio sportivo vede a sua volta che è stato il calcio di Ceferin e di Infantino ad aver prodotto “la spaccatura insensata fra “top club” e comprimari, il calcio-spezzatino, i biglietti di curva da 50 euro, i primi stadi inaccessibili ai non abbonati, da ultimo la scientifica imperfezione degli abbonamenti tv che non bastano mai a vedere tutte le partite. Sono stati loro i primi a rivolgersi alla platea globale, a consentire lo strapotere dei fondi d’investimento e il saccheggio legalizzato da parte dei procuratori, a contentarsi di un fair play finanziario fasullo, e solo ora che la magia sfugge loro di mano, si rivoltano con uno sfoggio ipocrita di moralismo degno delle “comari del paesino” cantate da De André”. Si dice certo che troveranno un compromesso “bastevole a ritardare di qualche tempo la scissione, nel tentativo di governarla insieme ai club invece di subirla e basta” e si domanda che cosa rimanga agli altri. “Nient’altro che la promessa di uno schianto tanto rumoroso da produrre una palingenesi, un ritorno a un campionato più equo dove i meriti effettivi producono risultati, e può capitare che lo scudetto sia cucito nuovamente, come accadeva nella seconda metà del secolo scorso, sulla casacca del Torino o del Bologna, della Fiorentina o del Cagliari, della Lazio o della Roma, del Verona, del Napoli o della Sampdoria, che torni prima o poi al Genoa o alla Pro Vercelli, o che finisca per la prima volta a Bergamo”.
E qui Brizzi si sbaglia. Perché i superleghisti vogliono prendere più soldi di là e gli stessi soldi di prima di qua. Condizionando ancora di più gli albi d’oro. L’equivoco è sommo. Non vogliono la scissione. Vogliono il cappello di FIFA e UEFA sul loro circolo, in cambio della moneta lanciata a chi guarda i dolci con il naso schiacciato sulla vetrina. “E così non va – dice Marcotti – O sei dentro, o sei fuori. Non puoi riscrivere le regole”.
Senza quel cappello, andranno all’Antitrust, come racconta Arianna Ravelli sul Corriere della sera. “La guerra vera forse deve ancora cominciare. Impossibile prevederne adesso le conseguenze, tutto potrebbe finire in vuote minacce o in una mediazione. Tutti i ribelli sanno che è finita. Ma formalmente fanno ancora parte della società consortile European Superleague Company SL, che esiste tuttora, ha sede in Spagna, ha un consiglio di amministrazione dove siedono le proprietà dei 12 club (per il Milan c’è Gordon Singer, per l’Inter Zhang), che ha un capitale (minimo) versato”. Puntano al riconoscimento del principio per cui l’Uefa non può essere l’unico ente a organizzare competizioni.
Alessandro Barbano, condirettore del Corriere dello sport-Stadio, scrive che “la Superlega è una risposta sbagliata a un problema reale. È il tentativo di garantire l’investimento finanziario attraverso un cartello anticoncorrenziale chiuso, un surrogato ingannevole dei modelli americani, che ha perduto qualunque contatto con la realtà del fenomeno sportivo. Non stupisce che sponsor di questo oligopolio di cartone siano presidenti di club figli di una cultura industriale storicamente sussidiata dallo Stato. Lo statalismo e i monopoli sono da sempre due facce di uno stesso schema culturale. Da cui il calcio non può attendersi nulla di buono. Ma la risposta a questa deriva non può essere una Champions allargata su base, per così dire, elettorale. Che serve per legittimare leadership altrimenti destinate a un ricambio”.
Daniel Verdú per i lettori spagnoli di El País disegna un ritratto di Andrea Agnelli, definendolo “l’unico della sua generazione che è riuscito a perpetuare il nobile cognome della sua famiglia. La carriera professionale di Andrea ha sempre orbitato attorno all’impero Exor – il conglomerato che comprende Ferrari, Juventus, The Economist, La Repubblica, La Stampa, Partner Re… – e che gestisce tutte le attività economiche della famiglia, con una breve esperienza alla Philip Morris. Era un personaggio minore della dinastia, cresciuto nella Juve dove ha accumulato dei meriti. La famiglia si era stancata dei manager esterni e ha optato per la linea di sangue per riportare la squadra ai vertici. Fino a questa settimana, aveva del credito. Ha preso la Juve appena condannata alla Serie B per i peccati di Luciano Moggi che comprava gli arbitri. Le cose stavano andando ragionevolmente bene. Ma voleva di più. E ora la situazione si è fatta estremamente difficile. Chi lo conosce dice che la famiglia è stata informata dell’operazione e che l’hanno approvata. In Italia gli Agnelli sono stati sempre considerati la cosa più vicina a una monarchia dopo i Savoia. Ma questa mossa, conclusa in un’intervista a Repubblica dove ha sottolineato che c’era «un patto di sangue» tra tutte le squadre di Super League quando la metà se ne era già andata, ha compromesso l’affidabilità della leggenda”.
opinioni “La Superlega è stata bocciata dai tifosi, dai governi, dai grandi campioni e alla fine anche dal mercato. Poi ci sono i bastian contrari, quelli che “la maggioranza ha sempre torto”. E qualche volta hanno ragione”. – di francesco merlo, la Repubblica