Il Sarrià non esiste più: che fine ha fatto lo stadio di Pablito e Dieguito

Pablito e Dieguito

  Il Sarrià della leggenda non esiste più  ▻ Lo stadio dove Pablito si trasformò da un mistero in un eroe, non esiste più da 23 anni. Il Sarrià di Barcellona andò giù in 2 secondi e 60 centesimi sotto la spallata di 72 chili e mezzo di esplosivo Goma2. Si trattava dell’esplosivo che usava l’ETA. Era il 20 settembre del 1997, a dispetto dell’enfasi quattro minuti dopo le cinque delle sera, per non scomodare Federico García Lorca. La situazione economica dell’Espanyol aveva spinto a mettere in vendita i terreni, dove adesso sorge un parco, con una placca che ricorda il vecchio stadio. Ha scritto Marca in occasione del ventesimo anniversario che ci sono persone disposte a giurare di non essere mai più passate da quella strada. Per i tifosi dell’Espanyol, il Sarrià è stato il luogo memorabile della rimonta nel ritorno di semifinale di Coppa UEFA 1988 contro il Bruges, tre a zero dopo lo 0-2 subito in Belgio all’andata. Ma vincere per 3-0 la prima finale contro il Bayer Leverkusen di Tita e Buncol non bastò: la Coppa sfumò al ritorno in Germania, 0-3 e rigori fatali. 

L’ultima partita giocata al Sarrià è del 21 giugno 1997, tra l’Espanyol e il Valencia di Valdano (3-2), prima che lo stadio – ha scritto Raúl Paniagua su El Periódico – “fosse vittima dei dubbi e della cattiva gestione di dirigenti criticabili”. La cerimonia venne trasmessa in diretta su TVE3. La vecchia tribuna rimase in piedi e qualche giorno dopo dovettero arrivare le gru a completare il lavoro. L’ex presidente Manuel Meler non si presentò. Disse di non avere il cuore. “È come accompagnare un familiare all’ultimo viaggio. È stato un funerale”. 

Mundo Deportivo per l’occasione sentì proprio Rossi. Che con i suoi tre gol al Brasile era stato per il Sarrià quel che Italia-Germania 70 fu per l’Azteca di Città del Messico. 

 

“Quando le lancette dell’orologio si sono avvicinate alle cinque del pomeriggio – scrisse il quotidiano sportivo catalano – un silenzio assoluto è caduto in tutta l’area di sicurezza intorno allo stadio. Era un silenzio tanto spaventoso quanto rispettoso”. Suonò una sirena a cinque minuti dalla detonazione e un’altra cinque secondi prima per avvertire. Poi l’ingegner Óscar Caudet schiacciò il bottone. 

 

Il Sarrià aveva 44 mila posti. Per via di un paio di circostanze impreviste – l’Argentina e l’Italia seconde nel loro girone – anziché ospitare un girone con Brasile Polonia e Belgio, al più piccolo tra gli stadi di Barcellona toccarono tutte insieme la rivincita di Baires 78 tra Menotti e Bearzot il 29 giugno, tre giorni dopo Zico contro Maradona (espulso) e dopo ancora altri tre giorni Santo Catenaccio contro Socrates e Falcão. Per un giorno, prima che iniziasse quel gruppo con 6 Coppe del mondo (d’allora), venne presa in considerazione l’ipotesi di trasferire tutto al Camp Nou. Per vendere il doppio dei biglietti. Invece fu Sarrià e fu Pablito.

 

Il match dei pesi welter Rossi contro Maradona c’era già stato una prima volta all’Olimpico di Roma il 26 maggio del 1979. L’Italia aveva già quasi la squadra di Spagna, eccetto Causio al posto di Conti e Bettega per Graziani. Era finita 2-2. L’Italia era stata in vantaggio per un minuto, tra il 2-1 di Rossi e il pareggio di Passarella su rigore. 

Un mese dopo – il 25 giugno del 1979 – nuovo incrocio tra miti a Buenos Aires, nell’amichevole per l’anniversario del Mundial argentino. Rossi era il numero 9 del Resto del Mondo con Bearzot in panchina: Leão, Kaltz, Cabrini, Tardelli, Pezzey, Krol, Causio, Platini, Rossi, Asensi, Boniek. Con cinque undicesimi di una futura Juve. Quella volta segnò Maradona e finì 2-1 per gli altri con autogol di Galvan e Zico entrato nel secondo tempo. 

Tre anni dopo, eccoli al Sarrià. Ciccio Graziani racconta al Corriere della sera che Pablito temette potesse restare quella la sua ultima partita. Pensava che contro il Brasile Bearzot non lo avrebbe fatto più giocare. 

Una quarta e ultima volta Rossi e Maradona si sono sfidati a Los Angeles il 27 agosto 1986 per una partita Europa-Americhe con Pablito selezionato dai CT Beckenbauer-Cruijff accanto a Belanov, i 2 Palloni d’oro post Mundial, mentre Maradona era nella squadra guidata da Bilardo-Milutinovic con Alemão e Falcão. Risultato 2-2 e un gol per ciascuno. In Serie A altri sei confronti: due Juventus-Napoli nell’84-85, due Milan-Napoli 85-86, due Verona-Napoli 86-87. 

 

  Rossi e Maradona, dunque. Alessandro De Calò sulla Gazzetta dello sport considera stamattina che gli dovevamo qualcosa di più, non in questi giorni di lutto e di memoria, ma prima. Perché “con gradazioni diverse – spiega – Rossi e Maradona sono stati molto più che dei giocatori di calcio: due simboli giganteschi. Hanno segnato il costume, illuminato il destino di tanta gente, scritto qualche virgola di storia contemporanea accendendo il senso dell’orgoglio di appartenere a una comunità: senza di loro, l’Italia e l’Argentina oggi sarebbero qualcosa di diverso. Quanto? Forse più di quello che immaginiamo. C’è una generazione, forse due, che è dentro fino al collo. L’aria che si respirava in Italia e quella in Argentina non erano molto diverse quando Paolo Rossi e Maradona viaggiavano verso la gloria, oltre ai loro vent’anni. Da noi non era finito il momento delle stragi di Stato e neanche quello dei compagni-che-sbagliano. A Buenos Aires il confronto col terrorismo rosso aveva spinto la dittatura militare allo sterminio dei Desaparecidos”. 

De Calò considera Rossi con Antognoni, Cabrini e Tardelli “i nostri Beatles”. Contribuirono da pop star ad avvicinare le donne al calcio. E poi le vittorie. “Contava il riscatto – scrive – l’aver schiantato i giganti (Argentina, Brasile, Germania) contro ogni pronostico, il sentirsi tutti campioni del mondo. Paolo Rossi – l’hombre del Mundial e uomo più popolare del pianeta – alla fine eravamo noi. Lo stesso meccanismo che si è ripetuto in Argentina (e a Napoli) quattro anni dopo, col trionfo di Maradona in Messico costruito sul modello italiano”. 

 

Al dolore per i due campioni dedica una riflessione Riccardo Signori sul Giornale, una nuova occasione per ricordarci che il sud d’Italia è lazzaro, irredimibile, una palla al piede. Signori racconta dell’ingresso solo per inviti previsto al funerale di Rossi e annota: “Inviti appunto, non arrembaggio di massa che disegna un’Italia più folkloristica. Già, quale Italia ci ha accompagnato nell’ultimo mese? Diciamo dal 25 novembre, addio di Maradona, fino ad ora che il calcio si è perso un’altra faccia della sua bellezza: el Pibe genio e sregolatezza, Pablito fantasiosa essenzialità. Facce, specchi di quel che siamo: fama che si mischia alla fame di sentimenti. Abbiamo visto Napoli riesplodere tra fuochi d’artificio, ammucchiate selvagge, pianti senza mascherina, cortei senza limiti, trasgressioni al senso civico di un mondo ora diverso da quello illustrato dal suo idolo. Napoli è tornata argentina senza paura, qualcuno ha detto senza rispetto per i morti che contiamo giorno dopo giorno. Ma quella è Italia, questa è Italia. Maradona spingeva al tutto o niente e la città ha interpretato un’ultima volta la sua filosofia. Non c’era più tempo per dirsi qualcosa. O forse è vero che narrare agli altri i propri affanni toglie forza al dolore. Ma poi tiriamo lo sguardo verso l’alto ed ecco Prato che appenderà una bandiera d’Italia ad ogni balcone, narrando così il lutto cittadino nel ricordo del figliolo che vi nacque 64 anni fa: molto intimista. Vicenza, il Veneto, sono vive, ricche non solo economicamente, rappresentano una essenza lavorativa, non metropoli ma esistono idee e comportamenti metropolitani. Davanti allo stadio, ieri sfilavano tifosi in ordinato silenzio. Comunque lo si guardi, questo Paese ha facce inconfondibili”.

Con il massimo rispetto ci sarebbero molte repliche possibili, ma non è proprio il momento. Dolore è più dolor, se tace. Se no che dolore è. 

 

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