I campioni di Cannavò

  La mattina del 12 marzo 1983 sulla prima pagina della Gazzetta dello sport c’è la notizia dell’intervento alle coronarie di Gianni Agnelli, a New York, e più in grande, poco sotto, titolo principale d’apertura, la scoperta che le porte dello stadio Friuli sono più basse dei due metri e 44 previsti dal regolamento. Una è 2 metri e 40, l’altra 2 metri e 41. È stato l’allenatore dell’Udinese Ferrari ad accorgersene, dopo 4 traverse colpite dai suoi che hanno tolto tre punti alla sua squadra. Se le porte fossero state della misura regolamentare, l’Udinese si sarebbe ritrovata al quarto posto anziché al settimo. 

La mattina del 12 marzo 1983 sulla prima pagina della Gazzetta dello sport c’è l’editoriale del nuovo direttore, Candido Cannavò.

Domani sono 90 anni dalla sua nascita. 

Cannavò si era formato giornalisticamente nella sua Catania, nella redazione de La Sicilia, dove era stato inviato e poi capo redattore. Della Gazzetta era stato corrispondente, collaboratore in occasione di Olimpiadi e Mondiali di calcio, poi a Milano braccio destro in direzione di Gino Palumbo, il giornalista che aveva riscritto la maniera di fare informazione sportiva, prima al Corriere d’informazione e poi in Gazzetta.

 

Nel libro Le prime pagine della Gazzetta dello sport, Franco Arturi racconta in che cosa consistesse questa rivoluzione di Palumbo. 

Il suo approccio non fu mai sperimentale o improvvisato, ma al contrario contenuto in una vera e propria teoria giornalistica, che Gino sapeva spiegare sia ai giornalisti che insieme a lui si incaricavano di tradurla in pratica sia a chi ne chiedesse conto in termini scientifici. La chiave popolare fu la prima a essere usata con tutto ciò che essa significa: apertura, spiegazione, scelta di terreno informativo. La seconda parola magica fu umanizzazione: il personaggio, non la tecnica, era il centro dello sport; l’emozione e l’enfasi che erano i logici corollari: un po’ alla volta i lettori trovavano sulle colonne del giornale lo stesso spirito con cui palpitavano sulle tribune degli stadi. Il campione era un uomo come chi ne osannava le gesta: i suoi sentimenti, le reazioni emotive lo avvicinavano al pubblico e un giornale popolare doveva raccontarli.

 

Palumbo si raccomandava: Scrivete per chi legge, non per voi stessi. È questa la linea che eredita Cannavò. È questa la continuità che si impone di garantire. 

Cannavò – scrive Arturi – ha un grandissimo e scintillante talento di scrittura, in cui risuonano echi classici ma anche la migliore contemporaneità. Sul piano delle scelte editoriali, il passaggio di consegne avviene all’insegna della più convinta ed esplicita continuità: la formula di Palumbo del resto è ancora vitalissima e capace di dare frutti copiosi. Cannavò la corregge impercettibilmente soprattutto accentuando l’importanza dello stile di scrittura che per il suo grande predecessore non era mai stata di fatto il primo obiettivo a cui tendere. Ora la firma si mette al servizio della struttura, aprendo nuove strade di interesse e partecipazione popolare.

“E tu per chi tifi?”

“Per la squadra di mio padre”

“È una buona risposta. Ma in una tribuna stampa si dice sempre: per nessuno”

Dialogo tra Candido Cannavò e un giovane apprendista

 

Sarà direttore per 19 anni. Fino al 12 marzo del 2002. Sarà il direttore della Gazzetta dei record, quella che arriva a tirare 1 milione 486 mila 110 copie dopo la vittoria del Milan in finale di Coppa dei Campioni 1989. Eppure i suoi fondi, ricorda Arturi sono sferzanti, decisi, quasi implacabili. E nessuno ne è al riparo

Esempio numero 1. “Agnelli – scrive Arturi – è di fatto l’editore della Gazzetta, ma alla sua squadra non è risparmiato un pesantissimo Juve, nascondi quella coppa quando, al ritorno della tragica trasferta dell’Heysel, costata 39 morti per i terribili incidenti causati dai tifosi del Liverpool, il presidente Boniperti scendendo dall’aereo “osa” levare in alto il trofeo vinto

Esempio numero 2. Il 21 marzo 1991 Berlusconi, presidente del Milan, è già uno degli uomini più ricchi e potenti d’Italia quando Cannavò si scaglia contro la decisione di ritirare la squadra a Marsiglia per un guasto (riparato) alle luci dello stadio, con un fondo dal titolo Quell’ala del manicomio, nel quale accusa i dirigenti rossoneri di volgare antisportività”

Esempio numero 3. Cannavò è sempre stato un buon amico della famiglia Moratti, di cui apprezzava la passione sportiva e l’impegno in molte imprese di solidarietà, ma, poco dopo l’esplosione dello scandalo di Calciopoli, nel 2006, non esitò a definire quel titolo che stava per essere assegnato a tavolino alla società nerazzurra come uno scudetto di carta, invitando il club a non reclamarlo.

 

Nel febbraio 2009, all’età di 79 anni, mentre sta pranzando alla mensa aziendale, poco dopo aver scritto la sua ultima rubrica dal titolo Fatemi capire, Cannavò ha un malore che gli sarà fatale. Queste sono le parole che ha dedicato ai suoi campioni da prima pagina, alle imprese memorabili, agli atleti che ha amato di più. 

 

Il primo editoriale

Ci guiderà un principio basilare: la difesa dei valori dello sport. Sarà questo il nostro caposaldo. Lo sport è uno dei fenomeni massimi del nostro tempo: attività fisica e costume, è vita e spettacolo, è passionalità e cultura, è fascino del campione ed è anche umile e successiva scoperta di una corsa sui campi. Lo sport ha dato dell’Italia, in momenti problematici o addirittura allarmanti, immagini sane, vittoriose, ottimistiche. Ha avuto i suoi drammi e i suoi scandali, ma li ha vigorosamente affrontati e superati. Il favoloso 1982 ci fa ancora vibrare con tutte le sue stupende emozioni.

12 marzo 1983

 

Lo scudetto della Roma

  41 anni di attesa sono tanti, lasciamo che la gente sfoghi la sua felicità. Abituata a tutto, maestra nell’arte del disincanto, è difficile che Roma si lasci stravolgere da un avvenimento, per grande che sia. Ma questo scudetto è un’eccezione, è un mondiale romano, è un lungo sospiro popolare che abbatte mille tabù. Ed è – diciamolo subito – il risultato di una cosa seria, realizzata in quella capitale dove persino la sociologia e la meteorologia sono stati scomodate per dimostrare una presunta incapacità a programmare, a costruire. C’è stata una svolta: l’hanno promossa alcuni personaggi calcisticamente universali (Liedholm e Falcao, soprattutto) ma a darle sostanza e continuità è stata una squadra gradevole, corretta e moderna, alle cui spalle si è sempre intuita la presenza di una società ben staccata da certi pittoreschi modelli del passato. In tre anni la Roma di Viola, Liedholm e Falcao ha coperto un vuoto storico del nostro calcio. È un assurdo che si cancella nella geografia dello scudetto. Lasciamo che la gente sia felice

9 maggio 1983

 

Il Giro d’Italia vinto da Moser

  Seguo da trent’anni lo sport nel mondo. Una delle emozioni più grandi che mi sono rimaste addosso me l’ha data Livio Berruti con i suoi 200 metri alle Olimpiadi di Roma nel 1960. Lo sport di questa fetta di secolo ci ha offerto dei momenti sublimi e indimenticabili. Ma Francesco Moser è riuscito a commuovere chiunque, anche i più incalliti veterani del nostro tempo. Il suo modo di esprimersi, di mostrarsi, di soffrire, di gioire, di vincere, non ha epoche: perché parte da una radice umana che sommerge persino il suo talento. La gente ne resta incantata, lo ama perché rivede in lui i sogni e le sofferenze, perché lo vede così com’è, senza maschere, senza artifizi, senza diplomazie. È l’ideale personaggio sportivo, così come la gente lo immagina. Non dimenticheremo mai certi momenti. 

11 giugno 1984

 


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Lo scudetto del Verona

  Caro Verona, goditi questo scudetto: cerca di restare grande o quantomeno all’altezza dell’amore spontaneo che ti sei conquistato. Una città splendida, paziente e misurata, una società governata con la saggezza antica e con la modernità del nostro tempo, due gagliardi stranieri che hanno giocato divertendosi senza ridicoli struggimenti psicologici, quattro giocatori di livello medio consegnati alla nazionale, un grande maestro in panchina. Ecco, se un segreto vogliamo proprio trovare, cerchiamolo in questo Osvaldo Bagnoli, personaggio timido, ruvido e amabile, Che non ha inventato il calcio dei marziani, ma ha gestito il suo capolavoro come si gestisce una sana fabbrica: idee e lavoro, lavoro e idee. E una spruzzatina di coraggio al momento giusto. 

13 maggio 1985

 

Lo scudetto del Napoli

  Napoli lo aspettava da sessant’anni e il sogno era passato, come certe magre eredità, da una generazione all’altra. Il calcio italiano si trascinava uno scarabocchio nella sua storia e ormai si era quasi abituato a quella ferita geografica come se fosse un incorreggibile vizio di natura. Napoli, che peccato! Napoli sfiora lo scudetto! Napoli riprovaci! Quante ne abbiamo sentite e scritte. E adesso si spiega come su tutte le piramidi del trionfo, sulle feste popolari, sulle lacrime e sui sospiri, si erga come l’insegna più vistosa un modestissimo avverbio: “Finalmente”.

11 maggio 1987

 

Il mito di Enzo Ferrari alla sua morte

  Quante cose si concentrano in questo protagonista dell’epoca moderna. Il genio delle macchine, l’uomo che ha saputo annusare gli umori di un secolo straordinario, il costruttore che con la sua officina ha battuto i colossi del mondo nella grande arena dei mercati internazionali. E poi, l’inventore della Formula 1, il circo viaggiante che ha portato l’automobilismo da corsa a livelli inimmaginabili – e persino eccessivi – di popolarità, di tecnologia, di business, oggi difficili da controllare. E ancora: il capo, con un carisma senza confronti, ora adorabile, ora spietato. La macchina era il suo mito, la sua religione, il pilota veniva dopo: era il celebrante, era quel tanto di umano di cui l’officina non poteva fare a meno.

17 agosto 1988

 

L’oro olimpico dei fratelli Abbagnale

La barca degli Abbagnale salpa, come quella dei Malavoglia, nel pieno della nostra notte. Che a Seul ci sia già il sole, non ha importanza: quello è un posto immaginario perché in Italia ha fissato la sveglia, sacrificando il sonno a un’emozione lungamente annunciata. Quando la barca parte, i remi degli Abbagnale sembrano unghie conficcate nel costato dei tanti nemici. L’epica della lotta sbollisce presto nel godimento sereno di un trionfo. Nella storia del nostro sport, dopo quello madrileno di Tardelli, entra un altro urlo: lo lancia Giuseppe, grande uomo, grande capovoga, e lacera l’aria dopo il traguardo.

26 settembre 1988

 

La seconda Coppa dei Campioni del Milan di Sacchi

  Sacchi ci ha dato una prova che dilata la dimensione umana e tecnica del suo personaggio. Lui non è uno di quei rivoluzionari che si lasciano ammansire dal successo o allettare dal sistema. Ha dato una svolta felice e brutale al nostro calcio e vi è rimasto fedele in modo quasi ascetico, smaltendo le delusioni e le critiche, sfidando e risalendo le correnti contrarie. Sacchi ha sempre rischiato insieme con il Milan. Ma da questo temerario sposalizio è nata una delle più straordinarie squadre da torneo che il nostro calcio ricordi.

24 maggio 1990

 

Il record del mondo di Carl Lewis

  Tutti i record dell’atletica hanno in sé un piccolo tocco di sovrumano. Ma quello dei 100 si pone ai confini della fantasia: l’impresa emerge sovrana dalle particelle impalpabili di un attimo. Ben Johnson ispirò voli pindarici sulla pista di Roma e, un anno dopo, autentici deliri dopo il trionfo olimpico a Seul. Nel suo cono d’ombra c’era sempre Lewis, regale e patetico nel ruolo di martire, di condannato. Capirete perché ieri mattina, nel quadro di quel capolavoro d’arte televisiva che sono state le telecronache da Tokyo, il trionfo di Lewis nei più grandi 100 metri della storia ci sia arrivato addosso come l’evento della vita: grandioso e purificatorio. Chi ama lo sport non so cosa possa sognare di meglio, di più intenso, di più completo. Lewis, a 30 anni, è sembrato di una bellezza irrresistibile. Tutto ciò che di ambiguo e sfuggente c’era nei suoi tratti è prodigiosamente scomparso.

26 agosto 1991

 

L’oro olimpico di Giovanna Trillini a Barcellona

  Evviva Giovanna da Jesi. In quella terra così fertile di opere d’arte fiorisce il primo capolavoro della nostra Olimpiade. Oro finalmente e oro straordinario, oro femminile, come era scritto nel destino. Oro incredibile, all’ultima stoccata, con i muscoli a pezzi e il cuore che scoppia. Chi ha seguito la maratona in pedana di Giovanna Trillini sino al gradino più alto del podio non può non essersi entusiasmato. Questo spirito da combattente nata le ha fatto superare i momenti nevralgici degli incontri e l’ha resa protagonista di rimonte che parevano impossibili.

31 luglio 1992

 

Il secondo mondiale su strada di Bugno

  È lui, Gianni Bugno, il nostro amore sportivo il nostro rimpianto, il puro campione che avevamo celebrato e smarrito nel volgere di poche stagioni. È proprio lui in carne ossa, col suo stile un po’ irridente, a trasformare quel rettilineo spagnolo in leggera salita in una sorta di passerella. Mondiale per la seconda volta consecutiva. L’anno scorso ci regalò il brivido di quelle braccia alzate anzitempo, ieri ha cavalcato lo stupore, l’incredulità di gente prima esterrefatta e poi felice. In una sola domenica, dunque si può rovesciare il mondo. Anzi Bugno fa di più: lo solleva come un trofeo. 

7 settembre 1992

 

Gli ori olimpici di Belmondo e Compagnoni

  Se fossi ministro del Turismo, anziché bruciare miliardi alla vecchia maniera, prenderei due ragazze come Manuela e Deborah e le manderei in giro per il mondo, o ci farei un bel manifesto sullo sfondo delle loro montagne. Venite a trovarci, gente: l’Italia è anche questa, disegnata nei sorrisi aperti, nelle facce pulite, nella dolcezza, nella grinta, nella semplicità, nel sereno modo di soffrire e di vincere che le nostre eroine dei Giochi nordici ci hanno regalato ogni giorno. Ma è un’idea senza speranza: chi volete che la raccolga nel paese dove il rapporto tra la cultura e lo sport è ancora a livelli medievali? Il meglio che si nota in giro, oltre alla passione della gente, è un “Forza Italia” preelettorale che dallo sport succhia un’emozione.

25 febbraio 1994

 

Il titolo mondiale di Alberto Tomba

  E come si fa a restare fuoriclasse, ai vertici assoluti, per oltre un decennio? Io credo che i ringraziamenti per Madre Natura, gli esami fisiologici del Superman Tomba, le penose forme di demagogie e moralismo per le sue debolezze, i suoi errori, le sue cadute, tutto questo affastellarsi di parole, di giudizi, di ricerche e di sentimenti su Alberto, debba venire a patti con quella domanda. Come si fa a restare Tomba per oltre 10 anni, nell’ambiente spietato e quasi parossistico dello sport agonistico moderno? Nella risposta a mio avviso c’è la solare dimensione del nostro campione: un uomo ferreo di dentro, di grande forza morale, di immensa disponibilità al sacrificio.

24 febbraio 1996

 

L’oro di Chechi ad Atlanta

  La notte d’oro di Chechi è lunga quattro anni. Comincia da Barcellona. Quel gambone di gesso aveva un aspetto sinistro e crudele. Sopra c’erano scarabocchiate le firme degli amici, sotto languivano i resti di un’Olimpiade bruciata. Lo so, ci sono ben altre angosce nella vita. Ma provai, ricordo, un senso sovrano e provocatorio di ingiustizia, come se a un gabbiano avessero spezzato le ali per un capriccio. Tutta la ginnastica del mondo è contenta. L’atto di giustizia si è compiuto. Lo sport si prepara a inventare altre storie. Questa di Yuri ci resterà attaccata addosso, come i 200 romani del ’60 nei quali Berruti fu più veloce di tutta l’America.

30 luglio 1996

 

Il Tour de France vinto da Pantani

  Il Marco che mi sta davanti sul viale più celebre del mondo era ancora un pensiero, o il soffio di una nuvola nel cielo della Romagna, quando l’Italia della gente semplice si lasciava incantare dalla favola di un ragazzino di nome Felice.

Ho avuto il privilegio di trovarmi a pochi metri e di assaggiare i sentimenti, la spiritualità, la verità di quell’incontro. Marco vive da alcuni giorni in una sorta di trance da trionfo. È inutile che si dipinga il pizzetto di giallo, i giorni delle burle, del divertimento arriveranno. Queste sono per lui ore di pensieri dedicati: è come se, raggiunta una nuova frontiera della vita, il Pirata stesse studiandone le suggestioni, il fascino e i limiti. Ci vorrà del tempo perché, aldilà dell’impatto emotivo, si dia una dimensione storica ai capolavori di ciclismo, ardimento e fantasia che Pontani ha realizzato in questo favoloso ’98. Sono tra quelli che ancora provano un brivido ai Campi Elisi se si sollevano una bandiera italiana e le note di un inno che conosciamo da bambini. Spero di non guarire.

3 agosto 1998

 

L’oro olimpico di Fioravanti

  Cent’anni di nuoto italiano per vedere un oro olimpico. Da quel tizio che gareggiò sulla Senna nel 1900, ai Giochi di Parigi, sino a questa trionfale Sydney azzurra: l’inseguimento è stato eterno, velleitario, disperato, impossibile. Abbiamo esaltato mostri e squali volanti, ci siamo inchinati a scuola e californiane, ci siamo cibati di scienza delle piscine sovietiche, australiane. L’Italia apparteneva al Terzo Mondo del nuoto. Quando noi scoprivamo un campione, la Calligaris, Franceschi, Lamberti, gli altri facevano tre balzi in avanti.

18 settembre 2000

 

L’Amérique di Varenne

  Questo di Varenne è un grande romanzo italiano di cui la trionfale domenica parigina è solo la tappa più eclatante. È un’impresa che rilancia uno sport di potenzialità enorme. Dietro c’è studio, organizzazione, fatica, amore, capacità di pensare in grande: anche denaro, sì, ma volto non alla grettezza di un investimento speculativo, bensì a un traguardo che saldi l’ebbrezza dell’impresa con l’eternità della storia.

29 gennaio 2001

 

Il calcio in campo l’11 settembre

  Questo giornale di sport si apre oggi con le cronache, le immagini, i lutti e lo sgomento di una guerra. Il mondo è sotto choc. Gli Stati Uniti, il più potente paese della terra, sono bersaglio del più grande e subdolo attacco terroristico della sciagurata storia dell’umanità. Crollano, in un quadro di agghiacciante vulnerabilità, le due maestose torri gemelle di New York, infilzate da aerei dirottati dai guerriglieri e purtroppo carichi di passeggeri. 

New York ha perso i suoi connotati. Noi riviviamo il terrore dei bombardamenti del ’43, la storia evoca Pearl Harbor, l’America in ginocchio, non più invulnerabile, conterà a lungo i suoi morti. Con le due torri si sbriciola una delle ultime certezze del mondo. Oggi è proprio difficile parlare di sport. Un’Uefa meno gretta e affarista avrebbe chiuso gli stati d’Europa.

12 settembre 2001

 

L’editoriale di congedo dai lettori

  Molta gente in questi giorni mi chiede se sono triste. Io rispondo: non ne ho il diritto. Ed è vero. Se mi volto indietro, penso ai giorni duri della guerra, agli stenti, ai bombardamenti, al padre perso quando avevo cinque anni, alla madre eroica che ha tirato su sei figli facendo la sarta, antesignano della modernità. Da quello scenario sono partito. Il giornale la Sicilia come palestra e trampolino, poi la Gazzetta. Entrando ogni giorno nello storico palazzo milanese di via Solferino ho sempre pensato alla mia famiglia siciliana, alla parte aspra della mia vita. E allora come si fa a essere tristi dopo un così lungo e felice viaggio, con tanti amici intorno, con le feste del Centenario, i riconoscimenti olimpici, l’affetto della gente, la mattinata del Giubileo trascorsa col Papa, persino l’Ambrogino d’oro consegnato, a me terrone di Milano, da un sindaco leghista? Molta gente mi dice anche grazie. E io rispondo che il diritto-dovere di ringraziare è tutto mio.


S


 

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A cura di Angelo Carotenuto.

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