Immobile e Belotti: i due centravanti che aspettiamo agli Europei

I due centravanti che aspettiamo agli Europei

 

  Una giornata che rincuora il ct Mancini con i gol e le prestazioni di Belotti e Immobile. La Lazio ha vinto di nuovo nel recupero ed è potenzialmente in testa. Ancora cori razzisti contro Balotelli. Oggi aspettiamo Ibrahimovic e il duello scudetto.

 

A confronto. Segnalo i 19 gol di Immobile. Li avessero segnati Ronaldo o Lukaku saremmo sommersi di colori. A Roma Belotti gioca una partita perfetta alla guida di un Torino che ha pochi uguali nel contro-gioco di lusso. Erano anni che non avevamo due centravanti così, abbiamo quasi dimenticato il ruolo, pensato di poterne fare a meno. Una vecchia idea di Esopo. Ma i nostri Europei o passeranno da Belotti e Immobile, o non saranno. | Mario Sconcerti, Corriere della sera

 

Chi preferire. Belotti è il prototipo del centravanti che serve a Roberto Mancini per dar senso alla squadra di piedi buoni e fantasisti: magari segnerà meno dell’amico Immobile, con cui condivide la passione per la pesca e che spesso trascina a cimentarsi con i pesci di lago, anziché di mare. Ma è più organico a una squadra che giochi con lui e non per lui, come la Nazionale. | Matteo Pinci, la Repubblica 

 

Giornata 18  Oggi: Brescia-Lazio 1-2, Spal-Verona 0-2, Genoa-Sassuolo 2-1, Roma-Torino 0-2. Domani: Bologna-Fiorentina, Milan-Sampdoria, Juventus-Cagliari, Atalanta-Parma, Lecce-Udinese, Napoli-Inter  la classifica Inter Juventus 42, Lazio 39, Roma 35, Atalanta 31, Cagliari 29, Parma 25, Napoli Torino 24, Bologna 22, Milan Verona 21, Sassuolo 19, Udinese 18, Fiorentina 17, Lecce Sampdoria 15, Brescia Genoa 14, Spal 12

 

Brescia-Lazio

Gli Spietati. L’unica Lazio che infilò nove vittorie consecutive – primato eguagliato ieri – non vinse lo scudetto, ma arrivò seconda dietro al Milan. Alcune regole della casa vengono mostrate al Brescia con estrema crudeltà. Tipo: sei gol segnati nei minuti di recupero, inclusi quattro degli ultimi cinque. Così, come a Cagliari e contro il Sassuolo, per restare in viaggi recenti, il successo arriva dopo il 90′. E poi la Lazio segna almeno due reti da 12 partite, avvicinandosi al primato del grande Torino (13 nel 1948). | Pierfrancesco Archetti, la Gazzetta dello sport

 

Il primo gol del decennio: dal Nyt ai cori razzisti. Un gol storico per entrare negli almanacchi e illudere il Brescia. E poi la rabbia, alla mezzora, dopo aver segnalato all’arbitro cori razzisti dei tifosi laziali: «Questa è già la seconda volta, alla prossima esco», ha detto a Manganiello. È stata lunga la domenica di Mario Balotelli. Il New York Times, nel reportage da Brescia a lui dedicato, lo aveva elevato da fenomeno sportivo a fattore culturale. | Luigi Bolognini, la Repubblica

 

#saynotoracism. «Laziali presenti allo stadio vergognatevi». Prima in italiano e poi in inglese. E con l’hashtag #saynotoracism. Questo il contenuto di un post pubblicato da Balotelli sul suo profilo Instagram, poco dopo il termine della gara, insieme al filmato del gol segnato a Strakosha. | Pietro Guadagno, Corriere dello Sport-Stadio

 

In Francia. L’Équipe ha dedicato un articolo a Balotelli vittima dei cori razzisti a Brescia. Ha ricordato che la seconda volta che accade, dopo il pallone scagliato sugli spalti a Verona. Il quotidiano ha riportato il comunicato con cui la Lazio ha condannato i cori discriminatori.

 

Roma-Torino

Conservare il quarto posto. Un incidente grave ma evitabile la sconfitta col Toro (formidabile Sirigu, Belotti assai più vivo di Dzeko). Dico però che per una squadra rifatta per cinque undicesimi la conservazione del posto Champions sarebbe (è) crema. | Ivan Zazzaroni, Corriere dello sport-Stadio

 

Rinforzi. Un ko brutto, avvilente e inaspettato che ha mille padri e mille motivazioni, e che mortifica il brillante rendimento pre sosta della squadra di Paulo Fonseca. Con una mezza (mezza?) conferma: se Dzeko, regista d’attacco e finalizzatore, non va, la Roma segna poco. Tocca al ds Petrachi, ora, mettersi – e in fretta – al lavoro per risolvere il problema: il mercato è aperto. | Mimmo Ferretti, il Messaggero

 

Davide Nicola e il Genoa. Si comincia da due scelte: Perin titolare e Schone in panchina. Il Grifone è già a immagine e somiglianza del Davide Nicola calciatore, non bello stilisticamente ma mai arrendevole. Con Nicola è squadra che deve salvarsi, che sa di doverlo fare, che ha la mentalità per poterlo fare. Un bel contributo lo dà il ritorno di Perin, subito schierato titolare. Una scelta criticata da molti ma basta la parata su Traorè dopo appena 5′ per scaldare i cuori. Basta vederlo rincuorare i compagni, stimolarli, disperarsi, esultare per capire quanto un giocatore così sia mancato al Genoa. | Andrea Schiappapietra, il Secolo XIX 

 

giudizi universali

Tonali. Strappi tutto campo e gioco nel breve, più in luce nella ripresa da interno e quasi punta (la Gazzetta dello sport)

Pazzini. Secondo gol consecutivo: per la 14a stagione realizza almeno due reti in A. Solo in 16 prima di lui ci sono riusciti. (la Gazzetta dello sport)

Juric. L’Hellas è un dobermann che azzanna l’avversario, gli toglie il fiato, lo smonta un pezzo per volta e – salendo su questo piedistallo – costruisce una partita perfetta, tutta giocata sulle ripartenze rapide. | Furio Zara, Corriere dello sport-Stadio

 

Dzeko. Dzeko: nulla. E ancora meno quando è entrato Kalinic, mossa della disperazione di un Fonseca che era stato così in difficoltà soltanto nell’altra sconfitta casalinga, quella contro l’Atalanta.  | Luca Valdiserri, Corriere della sera

L’arbitro Di Bello. Serata sbagliata per una designazione sbagliata (era stato l’arbitro di Torino-Roma lo scorso anno con proteste feroci – e non motivate – di tutto il club granata, tanto è vero che da allora non ha più diretto il club di Cairo, basta questo per far capire l’errore grave di Rizzoli): Di Bello cade in maniera clamorosa, i 90’ più scarsi della stagione. | Edmondo Pinna, Corriere dello sport-Stadio

 

~ lo Slalom ~

 

Duellone per Pogba. L’intrigo più intrigante adesso riguarda Pogba, sul quale la Juve lavora da un anno e l’Inter da un mese. Le cose certe sono due: il francese vuole scappare da Manchester (Raiola ne ha parlato chiaramente in un’intervista a Repubblica) e il solito Real è in prima fila per accoglierlo. Ma non è detto che Perez si voglia esporre per un investimento da 200 milioni complessivi (la scorsa estate si è tirato indietro), mentre la Juve studia il dossier da un pezzo ed è su un centrocampista di quel livello che intende fare il botto l’estate prossima. Bisogna però considerare una frase di Raiola che i più hanno sottovalutato: «Pogba ha bisogno di una società come la prima Juve». E nella prima Juve, in sede comandava Marotta e in campo Conte. | Giulio Cardone ed Emanuele a Gamba, la Repubblica

 

Napoli-Inter

L’affinità tra Conte e Gattuso. Si fonda su tre valori: regole, lavoro, empatia. Se Antonio di recente, su un Frecciarossa, ha intercettato una Coca Cola clandestina di Lautaro e contestato la maturità delle banane messe a disposizione; Rino a Milanello metteva sotto chiave il distributore di merendine per evitare raid notturni. Conte è più capo di truppa, parla al gruppo, seduce col carisma di una bacheca da mister già ricca, che garantisce credibilità. Gattuso la credibilità ha dovuto sempre meritarsela con il lavoro di campo, anche in contesti sofferti. Gattuso è arrivato nuovamente a fine impero, come lo era il Milan che ha allenato. È arrivato in un Napoli lacerato dallo scontro suicida tra presidente e spogliatoio; un Napoli da rifondare, dopo anni gloriosi. Rino sta cercando di portare regole, lavoro ed empatia tra le macerie di un ammutinamento. | Luigi Garlando, la Gazzetta dello sport

 

The New Pope. In uno dei primi episodi Voiello-Orlando arriva trafelato in ritardo a una riunione col Pontefice e i più stretti collaboratori e si giustifica così: «Scusate, ma stavo seguendo la conferenza stampa del Mister del Napoli e questo parla, parla, parla». Con sagacia, la sceneggiatura cita un generico Mister del Napoli senza fare nomi, evitando così deplorevoli errori possibili. | Antonio Dipollina, la Repubblica

 

Vidal. La prima pagina del quotidiano sportivo catalano Sport mette una sua foto gigante in prima pagina e il virgolettato del Barcellona. “Tu rimani”. 

 

Juventus-Cagliari

Il disagio di Sarri. Ronaldo è un grande ma non guarda la partita, guarda se stesso. Sarri trova Conte un tecnico dal gioco basico, elementare, ma gli invidia la forza con cui riesce a imporre la sua libertà di scelte. Credo che Conte gli ricordi i suoi tempi all’Empoli, al Napoli. La stessa libertà selvaggia che vede in Gasperini a Bergamo. È il disagio esistenziale di Sarri e la piccola stanchezza che si intravede nella società. La Juve ha giocatori diversi, che valgono di per se stessi, difficile guidarli senza interessarli. | Mario Sconcerti, Corriere della sera

 

Pjanic e Nainggolan. Storia di più matrimoni. Amici inseparabili, indivisibili, con un’idea fissa: far sposare Aisha, la figlia del Ninja, con Edin, il figlio di Mire che adesso gioca nelle giovanili bianconere. Chissà. Il legame nato nei migliori anni della loro vita trascorsi alla Roma e cementato dalla vicinanza di casa nella zona più residenziale di Casal Palocco, è solido, forte, importante. Josepha, la moglie del regista bosniaco, ha un’ amicizia vera con Claudia Lai, la moglie di Radja che combatte una battaglia tosta contro un tumore, curandosi proprio a Roma. | Francesco Velluzzi, la Gazzetta dello sport 

 

Milan-Sampdoria

  L’età è un numero. La nuotatrice Dara Torres a 41 anni vinse ancora medaglie all’Olimpiade di Pechino, Roger Federer non stupisce più, e gli atleti quarantenni o quasi che ancora fanno valere la loro classe in giro per il mondo non si contano. «Ho seguito alpinisti che a 40-45 anni scalavano l’Everest, gente che a sessant’anni corre ancora le maratone. L’età anagrafica non conta. È la funzionalità a fare la differenza», Maurizio Casasco, ex manager di calcio, presidente dei medici sportivi europei oltre che di quelli italiani, parla di parametri che danno speranza a tutti. «A parità di risultati di esami clinici e di ogni strumento diagnostico, contano le capacità funzionali e l’età non incide. Fra Ibra e un suo ipotetico gemello potrebbero esserci dieci anni di differenza sul piano funzionale. Il Milan può stare tranquillo». | Alessandra Bocci, la Gazzetta dello sport

 

Che cosa manca davvero al Milan. L’arrivo di Rebic è l’emblema della mancanza di programmazione rossonera. Giampaolo, che nel precampionato ha sbagliato a ritenere Suso adatto a giocare sulla trequarti e lo ha presto spostato di nuovo a destra, si ritrova con un calciatore che gioca nello stesso ruolo dello spagnolo, quindi un doppione, e inoltre con caratteristiche tecniche lontanissime dal modo di giocare del tecnico ex Sampdoria (un altro equivoco). E infatti Rebic, che pure ha giocato un Mondiale da titolare e da protagonista con la Croazia, arrivando fino alla finale, al Milan finora è sembrato totalmente un pesce fuor d’acqua…  Anche il ritorno di Ibrahimovic è un’operazione che va analizzata da diverse angolazioni. Ibra aggiungerà qualità e personalità a un attacco da 0,94 gol a partita, in cui le punte di ruolo hanno segnato solamente una rete a testa su azione in diciassette partite stagionali, però il suo ingaggio appesantirà ulteriormente un bilancio già deficitario, e difficilmente porterà qualcosa in più di una una qualificazione in Europa League. Magari la sua presenza riuscirà a cancellare il tetro senso di sconfitta ineluttabile che da anni accompagna la squadra rossonera, ma allo stesso tempo parliamo comunque di un giocatore di 38 anni reduce da un biennio in un campionato di secondo piano come la Mls. E che resta, in ogni caso, il miglior attaccante del Milan negli anni Dieci (42 gol segnati dal 2010 al 2012). Nessuno, dopo di lui, è riuscito ad avvicinarsi a questa cifra. E il fatto che sia dovuto tornare lui è un fatto che va oltre i sospetti, che certifica un fatto: ai rossoneri mancano soprattutto programmazione, pazienza e unità d’intenti.  | Gianluca Cedolin, Rivista Undici

Io sono Zlatan

 

Sogni svedesi. Confesso: Ibra ho sognato di averlo a Bologna. Per riprendere la serie di successo “I resuscitati di Casteldebole”. Il rossoblù un po’ sfuocato mi sembrava giusto per lui che giovanotto non è più e poteva confrontarsi non con Piatek, il polacco protagonista dell’ultima ingloriosa cronaca rossonera ma con la storia, tanto per dire Baggio e Signori che quando ancora ci piaceva l’Italiano erano i principi del gol. | Italo Cucci, Corriere dello sport-Stadio

 

  Kulusevski e Bergamo. Gian Piero Gasperini conosce il rischio che corre: Kulusevski è un talento e se, per caso o per bravura, gli venisse un colpo dei suoi e risolvesse la pratica i tifosi dell’Atalanta ci rimarrebbe male e magari qualcuno imputerebbe all’allenatore la mancata esplosione dello svedese con la maglia dell’Atalanta. «Kulusevski ha raggiunto un valore di mercato molto alto – spiega il tecnico dei bergamaschi – Sono le situazioni particolari del calcio, dove c’è chi si può permettere un simile acquisto lasciandolo sei mesi dov’è. Dejan è un grandissimo profilo, può diventare un giocatore molto importante per la Juventus e la sua cessione è un bene ovviamente anche per noi, per il futuro della società». Ma ormai il capitolo Kulusevski non è più affare suo. | Andrea Schianchi, la Gazzetta dello sport

La prima di Iachini con la Fiorentina. Iachini ha in testa le sue idee, custodite sotto il suo sportivo cappellino, ma più che la fiducia sulle sue qualità di tecnico conta nel suo caso l’appartenenza al mondo viola che, da sola però non basterà ad allontanare i tremori della classifica. Il lato più malinconico della Fiorentina è proprio questo rimanere impigliata nella mediocrità, questo ritrovarsi ancora una volta nella lotta per non retrocedere anche dopo aver cambiato proprietà, giocatori e allenatori. | Sandro Picchi, Corriere fiorentino

 

Bologna Revolution. Nei mesi in cui Mihajlovic non c’era, dentro lo spogliatoio si erano dati una sorta di organizzazione interna. Come un’autogestione, ma un po’ confusa. Insieme decidevano orari, pranzi, tipologie. E quando Mihajlovic poteva supervisionava tutto. A distanza non è stato semplice, e non è stato semplice nemmeno per questo gruppo, che oggi torna a cercare uno slancio in classifica. | Giorgio Burreddu, Corriere dello sport-Stadio

 

I 60 anni di Tutto il calcio minuto per minuto. Per un bel po’ di anni la sarabanda si limitò, chissà perché, a coprire i soli secondi tempi. Ma quell’oretta di adrenalina bastò a cambiare le domeniche degli italiani. Che per un po’ a metà pomeriggio smisero di uscire. E ripresero a farlo poco alla volta solo a patto di essere dotati di transistor, e di poter circolare per viali, parchi e giardini con la loro brava radiolina – i primi tempi mica tanto ina – all’orecchio. L’epoca d’oro fu quella di Enrico Ameri dal campo principale e di Sandro Ciotti dal secondo per importanza. Ameri era un lucchese che prima di diventare giornalista era stato maestro elementare: quando i bambini giocavano a pallone durante la ricreazione, lui faceva la radiocronaca imitando Carosio. Ciotti un romano de’ Roma, nipote di Trilussa, che a pallone aveva giocato, e bene, da mediano nelle giovanili della Lazio.

Scusa Ameri. Grazie Ciotti. Ameri era Bartali, Ciotti sapeva di Coppi. Alla classe del secondo, più colto, più seducente, il primo rispondeva con la grinta, la tigna quando serviva, proprio come il vecchio Gino. Ciotti era la voce, per quanto roca, a volte chioccia, ispessita da non meno di tre pacchetti di americane al giorno, rigorosamente senza filtro. Soprannome, catarro armato. Perfetta la sintassi, la competenza, la proprietà di linguaggio: senza negarsi i voli pindarici del campo per destinazione, della ventilazione inapprezzabile. Ameri era innanzitutto il ritmo. Non che la sua voce non fosse di prim’ordine, ma era quasi accessoria rispetto alle cadenze che riusciva a imprimere al racconto, e a mantenere senza flessioni. Un intervento di Sandro poteva sbalordire per la perfezione dialettica e insieme per la lievità. Uno di Enrico era pathos allo stato puro, che attraversava l’ etere e ti sbalzava la pressione all’insù. | Gigi Garanzini, la Stampa

 

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