Il fantasma di Xavi sulla panchina del Barcellona – Il derby di Madrid in Arabia

La sconfitta in Supercoppa contro l’Atlético Madrid sta sconquassando il mondo del Barcellona. Mundo Deportivo oggi in prima pagina scrive che il credito di Valverde è finito. L’altro quotidiano sportivo Sport titola: Terremoto Xavi. Ma aggiunge che fino a giugno non dovrebbe accadere nulla. Diario AS sintetizza: Il Barcellona cerca il suo Zidane. Con la foto dell’ex regista di Guardiola, attualmente allenatore dell’Al-Sadd, in Qatar.

 

Vittimismo catalano. Nessun club sente la sconfitta più del Barça. Quel fatalismo e anche il racconto vittimista, che sembravano superati dall’arrivo di Johan Cruyff, sono riapparsi con la caduta nella semifinale di Supercoppa in Arabia Saudita. I campioni della Liga non vincono in Europa da Berlino 2015. Il Barcellona non sa gestire il vantaggio e non trova una diagnosi, ora vittima di un attacco di panico, ancora più pronunciato perché l’anno prossimo ci saranno le elezioni presidenziali senza il concorso del presidente Bartomeu. Un momento cruciale per un’entità consegnata a una squadra che vive di momenti e dipende dalla forma di Messi. Valverde non è responsabile. Il fallimento è dovuto alla politica strutturale, direzionale e sportiva, condizionata dal marchio Barça. Come è possibile che una squadra di veterani commetta errori così infantili? In Arabia Saudita e ad Anfield. Nessuno sembra avere la risposta al momento, e quando non si sa perché si vince è difficile scoprire anche perché si perde a Barcellona. Parola di Johan Cruyff. | Ramon Besa, El País

 

Ma Xavi fa l’equilibrista. Perché è molto amico dei nemici di Bartomeu, la vecchia gestione rappresentata da Laporta e Guardiola, ma non vuole chiudere le porte a nessuno. È un po’ che fa dell’equilibrismo politico in questo senso. Poi Xavi sa che la panca del Camp Nou prima o poi sarà sua. Con questa dirigenza o con un’altra (ci saranno elezioni nel 2021 e Bartomeu non può più presentarsi). Lo sanno tutti. E di nuovo non vuole precipitarsi. Arrivare ora coi panni del salvatore porta con sé indubbie lusinghe ma anche parecchi rischi. Va ricordato che prima di Natale Carles Puyol, altra bandiera dell’altro Barça, ha detto no a Bartomeu che gli chiedeva di entrare in società. | Filippo Maria Ricci, la Gazzetta dello sport

 

Domani la finale con il derby di Madrid in Arabia. Si giochi dove si giochi, per miracolo della comunicazione, se la partita è bella, il fascino sorge. Non ci vuole molta raffinatezza. Basta mettere cinque centrocampisti di alta qualità e chiedere loro di muoversi e passarsi la palla, come ha fatto il Real Madrid contro il Valencia. Siamo rimasti tutti abbagliati dalla brillante conseguenza di quella rivoluzione. La partita ci ha posto davanti a un grosso problema: le teorie dei profeti della praticità, nate quando il Barcellona ricamava, si sono rivelate come ridicole. Il Real Madrid gioca divinamente, la squadra vince e i tifosi si fanno male alle mani per applaudire. Improvvisamente la bellezza si è ribellata e ora leggo e sento che questa è la base per buoni risultati. Lo è. Ma da quando si doveva giocar male per vincere? L’intelligenza di undici talenti unici che entrano in complicità con la palla come veicolo di associazione produce un entusiasmo competitivo, obiettivi, trionfi e un senso insormontabile di pienezza. Quando si accende il calcio di alto livello, l’orgoglio per lo scudo cresce e gli applausi sorgono spontaneamente e fragorosi. È il riconoscimento della grandezza. Ed è la sconfitta della mediocrità. Simeone, nel frattempo, preferisce la spinta dell’energia collettiva ai lampi di un grande giocatore. João Félix lo sta sperimentando, a poco a poco, nella stessa malinconia degli altri giocatori che hanno attraversato il club per squilibrare gli equilibri e ne sono usciti squilibrati. Ma all’Atlético, con il suo calcio di trincea, va riconosciuta la capacità di sopravvivere alle grandi tempeste. | Jorge Valdano, El País

 

Inghilterra

La missione di Ancelotti. A 60 anni, la sua sola presenza sulla panchina dell’Everton dà credito a un club che, per stagioni, ha acquistato giocatori tra i detriti di chi vegetava lontano dalle Big Four. Carletto non sarà disorientato alla testa di una rosa cosmopolita alla quale dovrà dare un’unità e un’identità di gioco. Negli ultimi anni, dirigenti e tifosi non hanno smesso di esitare tra la volontà di modernizzare lo stile dell’Everton e la nostalgia di uno stile molto britannico. Certamente, il pedagogo e il pragmatico Ancelotti ascolterà il suo assistente Duncan Ferguson, una leggenda del club, che in tre settimane da traghettatore ha dato nuova energia ai giocatori. | Christophe Larcher, France Football

~ oggi Everton-Brighton

 

la classifica  Liverpool 58, Leicester 45, Manchester City 44, Chelsea 36, Manchester United 31, Tottenham e Wolverhampton 30

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.