È forse questo il momento peggiore per l’immagine internazionale della VAR. Il suo punto di popolarità più basso. Forse perché finita nel mirino della stampa anglosassone e dunque criticata con la lingua che ha il tasso più alto di diffusione al mondo. Agli inglesi non piace, questa cosa diventa ogni giorno più evidente. Sono i gol annullati per fuorigioco millimetrico a far montare un’opposizione sempre più robusta.
Dopo una serie di perplessità analoghe, una delle firme calcistiche più note, Oliver Kay, ha scritto per The Athletic il pezzo definitivo sul tema “la falsità del concetto di minima interferenza per il massimo beneficio”. Dal punto di vista di chi si oppone alla VAR.
“Sì, le decisioni eque e corrette sono desiderabili. Ma a quale costo? Sabato ci sono voluti più di due minuti, usando la tecnologia – che dobbiamo ritenere infallibile – per determinare che la spalla di Son, mentre correva verso la porta, era marginalmente al di là del sedere di Jonny Evans”.
“La Premier League si augurava che l’introduzione della VAR avrebbe alzato l’accuratezza dei fischi arbitrali nei momenti chiave dall’82 all’87 per cento. Per lo sconvolgimento che comporta e per la sua invadenza suona come un guadagno deludente, minimo. Del precedente 18 per cento di inesattezze nelle decisioni importanti, quel tipo di errore sarebbe stato il meno fastidioso e il più scusabile”.
“È davvero questo che il calcio voleva e di cui aveva bisogno? È questo il progresso? Se lo spirito del gioco significa oggi ancora qualcosa, viene davvero rafforzato da un sistema che penalizza le violazioni involontarie e chiude un occhio su molto altro? O questa è solo un’altra società che guarda nel Black Mirror e si incammina inesorabilmente verso la distopia, usando tutta questa tecnologia preziosa per trovare le risposte a tutte le domande sbagliate?”.
> Piccoli pensieri non richiesti sulla VAR (per giunta in italiano)
di ANGELO CAROTENUTO
In fondo noi ci siamo passati già. Il sentimento di frustrazione che stanno sperimentando gli inglesi ci è noto. Nasce da un malinteso sull’identità della VAR, sui motivi della sua genesi e del suo utilizzo. La VAR andrebbe definita prima per negazione. Che cosa non è? Non è Robin Hood. Non la inventiamo per togliere ai ricchi e dare ai poveri. Non è uno strumento di giustizia infallibile. Perché è una macchina ma non solo, come sappiamo bene noi che nella nostra lingua non usiamo l’articolo the distinguendo perciò tra la VAR e il VAR, la macchina dall’arbitro, cioè la macchina dall’uomo. Come sperimentato con gli arbitri di porta, più uomini guardano, più uomini interpretano, più uomini sbagliano. La VAR – sappiamo bene – da noi è stata perfino pretesto per sotterranee lotte di potere, nel migliore dei casi inconsce. Il problema non è filosofico, non riguarda il Grande Fratello. Il problema è più banale. Riguarda gli uomini.
Riportando la VAR dentro il perimetro della sua ragione di vita, le si rende un servizio. Ricordando che gli inglesi la stanno contestando per delle decisioni che sono comunque giuste. Fiscali, molto fiscali, ma giuste. La VAR è nata per ridurre i casi di errori clamorosi. È nata – questo è il punto principale – perché con tante telecamere intorno a un campo di calcio, a un certo punto è parso paradossale e inaccettabile che gli spettatori da casa potessero avere più strumenti per avvicinarsi alla verità di quanti ne avesse a disposizione l’arbitro, il solo uomo in campo chiamato a prendere decisioni somiglianti alla giustizia. Decisioni che in molti casi possono avere un impatto sulla vita economica di un club e che di certo ne hanno sul sentimento popolare. Basterebbe oggi porsi due domande. Senza la VAR avremmo meno errori? Certamente no. Senza la VAR avremmo meno polemiche e più trasparenza? Certamente no. Tutto il resto, direbbe il Califfo, allora è noia. Oltre che essere migliorabile.
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Un caso nel basket di casa nostra
Brindisi ha espresso ufficialmente tutta l’amarezza per una rimessa nei secondi finali, durante la semifinale di Supercoppa contro Venezia, erroneamente ribaltata. Ma gli arbitri all’instant replay osservano immagini diverse rispetto a quelle trasmesse da Eurosport. Sembra incredibile, ma è proprio così. Possibile che sul monitor del tavolo degli ufficiali non si possano visionare le stesse immagini della tv? Ormai, è diventata una necessità.
Mario Canfora e Vincenzo Di Schiavi, la Gazzetta dello sport
Gli inglesi ce l’hanno pure col possesso palla basso
Dove sta andando il gioco. L’edizione di domenica scorsa di Observer ha ospitato un ragionamento interessante di Jonathan Wilson sulla costruzione dal basso, alla luce della nuova regola che autorizza il pressing subito dopo il primo tocco in area di rigore.
“Negli anni 70 e 80, il Liverpool e il Nottingham Forest preferivano il possesso palla con costruzione da dietro. Almeno una parte dei motivi del loro declino negli anni 90 è stata l’introduzione del divieto per il portiere di prendere la palla con le mani su passaggio all’indietro”.
La costruzione dal basso ha l’evidente obiettivo di aprire davanti a una squadra spazi nuovi e di creare subito situazioni di superiorità numerica, altrimenti affidate alle capacità tecniche di chi sa saltare l’uomo in dribbling. Con una serie di esempi, Wilson in fondo si domanda se i rischi non siano in molti casi – non per tutte le squadre ma come tendenza diffusa – superiori ai vantaggi.
“Con una piccola manciata di eccezioni degne di nota, quali giocatori sono probabilmente meno abili con la palla, meno capaci di allontanarsi da un avversario o di sbrigare un passaggio fatto bene sotto pressione: i difensori centrali e i portieri, o i centrocampisti?”.
Conclude la sua analisi così: “Per ora, però, squadre come l’Arsenal hanno un dilemma. Hanno adottato una strategia in cui il rischio è intrinseco, ma gli errori sono una parte inevitabile del processo o sono sintomatici di una tendenza problematica?”.
Segue dibattito.