Marino Basso
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La strategia
“Ci vuole coraggio, presunzione, orgoglio, cattiveria e anche una dose di poesia per scappare da personaggi che si chiamano Merckx, Guimard, Verbeeck… Ma ci vuole del coraggio a vigilare tutta la corsa con un occhio chiuso e l’altro aperto come ha fatto Basso, spigolare le ruote, anzi la ruota, quella di Merckx, perché solo quella ruota d’oro poteva portarlo al traguardo”
– di luigi gianoli, la Gazzetta dello sport, 7 agosto 1972
L’arrivo più folle
“Bitossi sembra vincitore, Bitossi affronta la rampa del traguardo iridato con un centinaio di metri, ma nel momento culminante le gambe del toscano si bloccano mentre rinvengono Guimard, Basso e Merckx, e ai dieci metri, Basso ha il “rush”, il cosidetto colpo di reni che gli permette di sfrecciare, di trionfare, di diventare campione del mondo”.
– di gino sala, l’Unità, 7 agosto 1972
Lo sprint nell’illustrazione d’epoca del Corriere della sera
| Il battuto Bitossi
“Ho dato tutto, non ci vedevo più, negli ultimi metri non vedevo più nulla. Ho sentito le gambe diventare di legno, come quelle di Pinocchio. Ho guardato indietro, stavano scattando, mi sono sentito battuto. Ho come intuito che qualcosa d’azzurro mi stava superando, ho capito, più che pensato, che un italiano stava battendomi. Chi era?”
La beffa
“Bitossi, all’arrivo, si è chinato sul manubrio ed ha cominciato a piangere come un bambino: “Mi ha beffato proprio sul traguardo — ha detto —. Da un mio compagno di squadra, non me lo sarei mai aspettato”
– di maurizio caravella, la Stampa, 7 agosto 1972
| Bitossi qualche anno dopo
“La cosa noiosa è che tutti da quel giorno mi chiedono particolari su quel giorno. Era una ferita, è diventata una noia”. | – a gianni mura, la Repubblica, 2 settembre 2010
La vittoria di un disoccupato
“Il campione del mondo è uno che sino a ieri sera era un disoccupato, perché la Salvarani ha deciso di chiudere e soltanto stamane c’è stata la stretta di mano con il nuovo patron della Bianchi, che ha ingaggiato Marino Basso, oltre che Gimondi”.
– di fulvio astori, Corriere della sera, 7 agosto 1972
Il 1972 di Basso
“Quest’anno al Giro d’Italia l’onta del fuori tempo massimo. Gli è accaduto sulle rampe del Block Haus, il terzo giorno di corsa, poche ore dopo aver ceduto a Colombo la maglia rosa. “Mi rifarò al Tour” s’era detto Marino Basso. Al Tour non s’è rifatto, per un verso o per l’altro, mai gli è andata bene. Avesse finito il Giro d’Italia non si sarebbe presentato a quello di Francia due chili sopra peso, le gambe legnose e il fiato corto”.
– di fulvio astori, Corriere d’informazione, 7 agosto 1972
Il personaggio (con due fratelli in seminario)
“Tutto Basso in una risposta che diede dopo la sua prima vittoria importante (tappa del Giro a Napoli, non ancora maggiorenne): sì, è vero, ho due fratelli in seminario. Io? Ma a me di vita piace questa…
Davvero, Basso a più d’uno ha tutta l’impressione di un ragazzo di vita, sia detto in senso buono. Inclinazione al vestito vistoso, completi di velluto, camicie con lo jabot di pizzo, stivaletti, colori vivaci, nuovi piuttosto in un ambiente conservatore qual è quello del ciclismo”.
– di gianni mura, la Gazzetta dello sport, 7 agosto 1972
Sono diventato il bersaglio di tutte le critiche: mi piacevano i cavalli, le macchine veloci. È vero. Sono cose che mi piacciono, che costano. Ma se cerco la vittoria non è soltanto per mettere fieno nella mangiatoia di “Marino” o per il serbaloio della mia Porsche; è perché vincere mi piace, lottare mi piace. Pagherei ogni volta qualcosa pur di poter tagliare per primo un traguardo.
– di marino basso, l’Unità, 7 agosto 1972
Francesco Moser
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Il solito Moser
“Il Moser che ieri ha battuto Thurau, suo valoroso compagno di avventura, sembrava perfettamente eguale al Moser che un anno fa, in circostanze che parevano identiche, si era schiantato alla ruota di Maertens al termine di una volata invincibile. In realtà una differenza c’era ed era una differenza fondamentale. Questa volta Moser aveva perfettamente indovinato la scelta, perché aveva avuto il merito e l’arroganza di imporla. (…) Il campione ha fatto strada all’uomo, lo ha reso simpatico al mondo, lo ha fatto applaudire da tutti. Ogni analisi tecnica della sua giornata, cede spazio e sentimento a questa conclusione. Possiamo scrivere che ha vinto il più forte e che il più forte è uno dei nostri, un montanaro del Trentino al quale più nessuno conterà i giorni”.
– di bruno raschi, la Gazzetta dello sport, 5 settembre 1977
Un italiano in Venezuela
“Un italiano, in un centro sperduto delle Ande, diventa campione del mondo dì ciclismo: è Francesco Moser, ex contadino di Palù di Giovo, un paesetto nel Trentino che conta 600 abitanti. Quando Moser lasciò la vanga e cominciò a pedalare, sua madre scosse la testa e disse: «Forse in famiglia abbiamo trovato un campione; sicuramente abbiamo perso due braccia buone per lavorare». Il campione adesso c’è davvero, Moser è l’erede di Gimondi, che in una magnifica giornata di sole, quattro anni fa a Barcellona, batté tutti, persino il grande Eddy Merckx. Moser trionfa a ottomila chilometri di distanza da casa sua, eppure non si sente tanto lontano da casa: perché qui è pieno di italiani, sono una forza viva di lavoro, e domani nelle fabbriche e nei bar potranno dire di aver vinto anche loro”.
– di maurizio caravella, la Stampa,5 settembre 1977
L’avversario di quel giorno
[S] Dietrich Thurau. La sua ferocia veniva mascherata dietro il nomignolo di Didi. Aveva vinto l’estate prima tre tappe al Tour, aveva tenuto la maglia gialla per 18 giorni e alla fine in classifica s’era piazzato quinto. Un tedesco. La Germania nel ciclismo non aveva il rispettabile peso di oggi. Nel giorno in cui a San Cristobal, Venezuela, 4 settembre 1977, Didi Thurau si trova a 3 km dal titolo mondiale, la sua nazione aveva avuto solo una volta un corridore fra i primi tre al Tour (Kurt Stoepel nel ’34), nessuno al Giro e un solo vincitore in 75 Parigi-Roubaix, il primo, Josef Fischer, noto soprattutto per le sue sfide contro i cavalli. I due campioni del mondo partoriti fin lì dalla Germania, Heinz Müller nel ’52 e Rudi Altig nel ’66, nella loro eccezionalità parevano finanche uno sproposito. Thurau non era il frutto di un movimento. Thurau era un regalo del cielo alla Germania.
Buttarla in politica
Comincio a temere che quelli della Repubblica federale tedesca se la prenderanno con noi, nella convinzione che noi ce l’abbiamo con loro. Temo che siano indotti a pensare che noi vogliamo vendicarci dell’umiliazione che ci hanno inflitto col caso Kappler.
– di kim, l’Unità, 5 settembre 1977
Una squadra tutta per lui
Bitossi ha corso per Moser ed anche per se stesso, nel finale ha cercato la medaglia di bronzo con tutte le forze che gli rimanevano, e non erano poche, nonostante i suoi trentasette anni; Gimondi ha corso con altruismo, e non è la prima volta; Saronni, che rappresenta il domani del nostro ciclismo, si è battuto col coraggio di un ventenne che non ha nulla da perdere e molto da guadagnare; poi, disciplinatamente, ha accettato il gioco di squadra, facendo il gregario, come tutti. Possibile che gli azzurri abbiano messo da parte rivalità, litigi, polemiche?
– di maurizio caravella, la Stampa, 6 settembre 1977
| Mi sarebbe piaciuto arrivare da solo | Francesco Moser
I commenti all’estero
Il titolo è andato a uno stradista di classe, dotato di tenuta e di coraggio [l’Équipe, 5 settembre 1977]
È finito il nostro dominio? È finita la supremazia del Belgio nello sport della bicicletta? [Le Soir, 5 settembre 1977]
La famiglia e il paese
Mamma Cecilia si era coricata tranquilla, dopo aver avuto, come ci ha confessato, dei segni premonitori che sarebbe stata la volta buona. Ma il dolce sonno della “Cila” — così la chiamano i compaesani — è durato, sì e no, un paio d’ore. All’annuncio della conquista del titolo di campione del mondo da parte del figlio Francesco, centinaia e centinaia di tifosi hanno assediato casa Moser, vincendo, per l’occasione, la proverbiale riservatezza e quella compostezza tutta montanara che all’estraneo possono apparire affettazione o addirittura superbia. Il singolare concerto è durato tutta la notte, mentre sulla piazza del paese cuoceva una gigantesca polenta, e mentre nelle fornitissime cantine di Palù il Nosiola e lo Schiava gentile scorrevano a fiumi. – da La Stampa, 6 settembre 1977
I gelati dello sponsor
“La Sanson, industria produttrice di gelati, con un fatturato di venticinque miliardi all’anno, metterà sul mercato un nuovo gelato. Si chiamerà Moseriride, sarà un ghiacciolo che costerà cento lire, di quelli con lo stecchino, al gusto di menta, limone e arancia. L’involucro di carta cellofanata avrà l’immagine di Moser mondiale”.
– di giuseppe romanelli, Corriere d’informazione, 6 settembre 1977
Giuseppe Saronni
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Il giorno in cui la folla divenne opinionista
“Saronni è campione del mondo. Stiamo a scrivere di sulla tribuna, attorniati da una folla che ha travolto tutte le barriere d’ordine della flemmatica Inghilterra e che incombe su di noi come una piena. Un Masaniello dall’accento inconfondibile pronuncia un invito che è un ordine: “L’Italia mundial è una moda. Lo scriva!”. Come a dire che l’opinione, da questa tribuna che non è più un pergamo, non la facciamo più noi ma la gente comune”.
– di bruno raschi, la Gazzetta dello sport, 6 settembre 1982
La fucilata eretica
[S] Una fucilata, si disse. Forse perché Saronni vinceva sempre in volata, lasciava dietro di sé come il rumore di uno sparo, bang, e invece stavolta aveva fatto le cose in grande. Una fucilata, si disse, forse perché pochi la videro partire, e quando tutti la sentirono ormai era tardi, ormai era arrivata. Due mesi prima l’Italia di Bearzot aveva vinto i Mondiali in Spagna. Saronni a Goodwood, Inghilterra del sud, una ventina di miglia dalla Portsmouth di Dickens, chiudeva in quel modo l’estate più bella di sempre.
— SLALOM —
L’anno prima era stato bruciato sulla linea del traguardo da Freddy Maertens, lo stesso belga che nel ’76 aveva battuto Moser. Lungo il rettilineo finale proprio Moser non s’era mai affacciato in testa a tirare, il peso era caduto tutto sulle spalle di Baronchelli che ai 300 metri si era piantato lasciando Saronni al vento. Forse neppure a Goodwood Saronni si fidava o forse era solo un circuito un po’ diverso. Fatto sta che partì senza che nessuno stavolta lo lanciasse, preferì lo scatto allo sprint, scelse un gesto eretico per la sua vittoria più importante. Eretico per le sue abitudini e allo stesso tempo per il corpus letterario del ciclismo narrato come fatica e impresa. Aveva 25 anni non ancora compiuti, sette di meno rispetto a Bruce McLaren, che nel ’70 stava testando la sua nuova M8D e poco distante dal traguardo di Goodwood andò a sbattere per sempre lungo il rettilineo, prima del Woodcote corner, fra le querce.
| Fossi stato Saronni, avessi avuto come dono divino il suo sprint, beh nelle gare mi sarei comportato forse peggio di lui. Intendo che non avrei tirato una corsa, dico una… | Francesco Moser
Il ghigno assassino
“Tutti se l’aspettavano: il gesto violento, improvviso. Ma in verità quella raffica breve, rabbiosa, che ha seppellito gli avversari nessuno l’ha vista bene. In un attimo sulla scia di nemici che sgranchiavano lateralmente, dove la strada sbocca in un piccolo crocicchio e da un lato comincia pesantemente a salire, Giuseppe Saronni è scattato in testa, solo, a un soffio dal titolo mondiale. Si è voltato indietro, ha visto che a quattro passi, giù in basso, gli avversari ormai luccicavano, l’americano Lemond sarebbe arrivato secondo, Kelly, irlandese, terzo. Allora la bocca gli si è aperta in una smorfia, ed è stato un ghigno sferzante, da assassino, che sapeva di aver amputato agli altri qualsiasi speranza di vittoria”.
– di emanuela audisio, la Repubblica, 6 settembre 1982
| Ho ringraziato Moser, ho detto che se potrò ricambierò il favore: questo non significa che lo lascerò vincere. Siamo cresciuti. Prima eravamo come due fratelli, uno giovane e l’altro più vecchio, che hanno sempre bisogno di misurarsi a braccio di ferro per vedere la forza dell’altro” Giuseppe Saronni
Aveva dentro le gambe tante forze e tante rabbie, sedimentate in tante avventure, ha sbattuto tutto dentro la bicicletta, ha scaricato sui pedali i suoi complessi, quelli d’inferiorità e quelli di superiorità. (…) Tanti angeli hanno portato al traguardo di Goodwood un diavolo (…) Avevamo scritto, in fase di presentazione, che se Saronni mancava alla fiducia generale, poteva anche sparire di scena, scappare. Il campione viene fuori in momenti così.
– di gian paolo ormezzano, la Stampa, 6 settembre 1982
| Se davvero vogliamo paragonare questa squadra “mundial” a quella del calcio, Saronni è stato un Rossi, Moser un grande centrocampista, ma Chinetti uno stopper perfetto
Il ct Alfredo Martini
Il compaesano che scommise la casa
“Erano già pronti da una settimana per il carosello di auto i tabelloni con i manifesti di Saronni che taglia un traguardo. Giuseppe Riccio, un meridionale immigrato a Parabiago, factotum del Saronni Club, aveva scommesso la casa sulla vittoria di Saronni”.
– di giorgio d’ilario, Corriere della sera, 6 settembre 1982
Occhio lungo
“Altra nota lieta di questo campionato mondiale è la medaglia d’argento conquistata da un americano, Greg Lemond: per il ciclismo vuol dire puntare con ottimismo verso il futuro”.
– di felice gimondi, Corriere della sera, 6 settembre 1982
Il cane sciolto e la sua profezia
“Lemond rimane un impenitente. “Eravamo agli ultimi 500 metri e Boyer aveva 20 metri di vantaggio, non c’era verso di conservarli. Non pensavo che avrebbe potuto vincere e non lo volevo. Non è un mio amico. Non ha mai vinto una corsa e non pensavo che fosse il tipo di corridore che merita di essere campione del mondo. Io portavo la maglia degli USA, certo, come lui, ma in definitiva gli USA non esistevano, non ne facevo parte. Mi sono pagato di tasca mia il viaggio per l’Inghilterra e tutto. Non c’è stato alcun supporto da parte della federazione. La squadra per cui ho corso al Mondiale era la Renault. (…) Le corse in bici non sono un vero sport qui in America. Io voglio che lo diventino. Forse per riuscirci servirà qualcuno che vinca il Tour de France”.
– di sam abt, New York Times, 29 settembre 1982
Ma quale lotteria
“Il Mondiale è una corsa in cui devi metterci la testa e il cuore. La vittoria di Saronni è stata pulita, casinista ma precisa. Alcuni dicono che il Mondiale sia una lotteria e che la vittoria può cadere su uno qualunque dei partecipanti; ma per potersi bagnare bisogna stare sotto la pioggia”.
– di javier dalmases, Mundo Deportivo, 6 settembre 1982
Gianni Bugno
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Il brianzolo silenzioso
“L’Italia dello sport è prospera ed amata, gode del rispetto del mondo. È forse l’Italia migliore fra le tante che convivono nel nostro problematico Paese. Ed è soprattutto vera. Vero, verissimo è il Gianni Bugno, brianzolo silenzioso, che parte da grande favorito nel mondiale di ciclismo e domina, controlla, modella a suo piacimento quella corsa che spesso si rivela una diabolica lotteria. La classe illustrata al popolo”.
– di candido cannavò, la Gazzetta dello sport, 26 agosto 1991
Il Signor Vedremo
“E vedere poi il suo incontro con la moglie Vincenzina, che sembra una ragazzina, la frangetta di capelli mossi sugli occhi molto grandi e vivi, a me ogni volta fa venire in mente la canzone di Viola-Jannacci. “Complimenti”, solo questo lei gli ha detto. C’è molto pudore in Bugno e penso che il suo reiterato “vedremo” con cui ho deciso di ribattezzarlo in un Tour che poteva vincere, faccia parte di questo pudore, o discrezione, riserbo, senso della misura. A volte fa anche rabbia, questo Pédaleur de charme che tanto piace ai palati fini di tutta Europa. Poteva vincere il Mondiale l’anno scorso in Giappone, se solo avesse detto due parole a Fondriest. “No, non avevo i titoli per farlo”, insiste Bugno. Sembra la storia di quello che annega senza gridare aiuto, per non disturbare. (…) Le responsabilità lo limavano, correva in anticipo la corsa e l’adrenalina dell’emozione gli succhiava via gli zuccheri. E poi cos’altro? La labirintite che lo bloccava nelle discese, l’allergia al latte. E lui a inciampare nei dubbi e nei rimorsi: avrò fatto bene a interrompere gli studi alla IV liceo per fare il corridore? Perché dovrei spaccare il mondo e non ci riesco? Perché se piove mi passa la voglia di pedalare?”
– di gianni mura, la Repubblica, 27 agosto 1991
Ossessione Tour
“Dimmi che sei felice, lo implorava Martini e rivolgendosi alla gente aggiungeva: “State buoni, che ora lo dice”. “È la rivincita del Tour”, urlavano gli sbandieratori italiani. “Non è una rivincita“, diceva Bugno, “il campionato del mondo non è una rivincita di niente, è il campionato del mondo”. “Ti sei realizzato, lo sai che ti sei realizzato?”, lo informava Martini. “Mi sarò realizzato veramente quando avrò vinto anche il Tour”, diceva Bugno”.
– di gianni ranieri, la Stampa, 26 agosto 1991
Caro Bugno, lo dica ai lettori del Corriere della sera: oggi è meglio che leggano prima della sua vittoria o di Gorbaciov?
“Prima di Gorbaciov. Non c’è dubbio. Lo sport viene dopo. Quelle sono cose davvero importanti”.
– intervista di vittorio monti, Corriere della sera, 26 agosto 1991
Il mondo rovesciato
È lui Gianni Bugno il nostro amore sportivo e il nostro rimpianto, il puro campione che avevamo celebrato e smarrito nel volgere di poche stagioni. È proprio lui in carne e ossa, col suo stile un po’ irridente (…) Ha cavalcato lo stupore, l’incredulità di gente prima esterrefatta e poi felice. In una sola domenica, dunque, si può rovesciare il mondo.
– di candido cannavò, la Gazzetta dello sport, 7 settembre 1992
Un buono
“Se invece Gianni decidesse di voltare pagina, di diventare «cattivo» per aggredire in ogni circostanza, non so proprio cosa rimarrebbe agli avversari. Probabilmente il monzese rimarrà quello che è e precisamente quel buon ragazzo che conosciamo e che per alcuni anni si è fatto attendere. Buono di carattere, generoso con tutti, ammirevole per molti aspetti”.
– di gino sala, l’Unità, 26 agosto 1992
Il calabrone
“Non ricordo un campione del mondo con la faccia più afflitta, con meno voglia di fare festa. E c’era tutto Bugno, quello vero, in quel mantenersi sotto le righe, quasi dovesse scusarsi di qualcosa. Gli sono grato per la capacità di stupire, di stupirci, di stupirsi forse. Da mesi gli girava per la testa un calabrone: sono alla frutta, sono finito, non sono più io, non mi riesce più nulla come una volta. (…) Il calabrone non era lì per caso, nella testa di Bugno. Tra una maglia iridata e l’altra, non aveva vinto nulla”.
– di gianni mura, la Repubblica, 8 settembre 1992
Facciamo finta non sia successo nulla: a Bugno è concesso di ricominciare da capo, di tornare indietro di un anno.
– di cesare giumi, Corriere della sera, 7 settembre 1992
L’enigma degli enigmi
“L’indifferente e abulico Bugno, l’enigma degli enigmi, ha abbandonato i dubbi e le perplessità che di solito nasconde tra le pieghe dell’animo, ha turato i buchi della sua armatura crivellata al Tour, si è fatto gelido e bruciante”.
– di gianni raineri, la Stampa, 7 settembre 1992
Mario Cipollini
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Il fascino dello sprint
I velocisti hanno un fascino tutto particolare. Li ammiri per i pochi secondi di una volata, sono uomini potenti e arditi che non ti comunicano il senso della fatica e tanto meno quella della sofferenza. Comete luminose che sorvolano il ciclismo dei poveracci e ripiegano davanti alle montagne. Cipollini è da tanti anni il “re” di questa tribù. Generazioni di sprinter si sono cimentate contro di lui, spezzandosi le ossa. Hanno lanciato la sfida, hanno vissuto l’illusione, poi il tramonto. E lui, sempre là, fuori dal tempo, a contare le volate e le vittorie, a impegnarsi in polemiche rovente e in stravaganti invenzioni.
– di candido cannavò, la Gazzetta dello sport, 14 ottobre 2002
Come Van Steenbergen
“A pieno diritto si accosta ad altri grandi delle due ruote. Il merito fisico: un nome clownesco: il coraggio che, nel ciclismo, è spesso la virtù che le vale tutte. Mario Cipollini assomiglia a Rik Van Steenbergen, un atleta magnifico, capacissimo di vincere «sei giorni» e corse classiche e i mondiali, che sarebbe stato buono per ogni sport. Se fosse nato in Belgio, all’epoca delle spettacolari «sei giorni» – che allora non erano ridotte a mascherate – sarebbe divenuto anche six days man. Non si sarebbe mai incipriato della polvere di carbone, del paesaggio delle miniere: e per sfuggire all’ inferno del nord, avrebbe accettato di vincere pure una gara a tappe”.
– di mario fossati, la Repubblica, 14 ottobre 2002
| Ho una stanza, dove c’è il biliardo, con la collezione delle maglie vinte, quella tricolore, le rosa, gialle, ciclamino. Ogni tanto mi dicevo “ne manca una”. Adesso c’è anche quella
Mario Cipollini
Le compagnie vistose
“Che poi Cipollini fosse un atleta stravagante era noto da tempo. Non un tipo da salotto, come s’è detto qua e là perché i ciclisti appartengono alla categoria degli uomini che praticano una disciplina assai faticosa e piena di rischi. C’è chi si nasconde davanti alla curiosità dei tifosi, c’è chi è burlone, pieno d’allegria per natura, chi frequenta compagnie, come dire?, vistose”.
– di gino sala, l’Unità, 14 ottobre 2002
Fatica e glamour
“Cipollini ha continuato ad allenarsi, nonostante il ritiro annunciato e il rientro mai confermato, pedalando di nascosto 6 ore al giorno a 60 all’ora dietro la Smart del suo amico Roberto Lencioni, qualche puntatina in Sardegna da Briatore, il servizio fotografico in Corsica e un paio di apparizioni sulle passerelle, modello per Roberto Cavalli o Laura Biagiotti”.
– di giancarlo laurenzi, la Stampa, 14 ottobre 2002
Il ciclismo, senza simili guasconi, senza campioni “immagine”, scade a sudore e fatica, a sport inattuale, al sospetto, appunto, di “bombe” che devono lenire sforzi sovrumani e calendari dissennati. Il ciclismo senza lo spettacolo dei Cipollini interessa poco agli sponsor.
– di aldo grasso, Corriere della sera, 14 ottobre 2002
Un uomo chiamato (come un) cavallo
Concord Jet ha vinto ieri a Roma il Derby del trotto piegando il favorito Cherokee Chief. Ha trottato i 2100 metri alla media di 1’15″4, un secondo e mezzo in più del record (1’13″9) stabilito da Varenne. Settimo si è classificato il tre anni chiamato Mario Cipollini.
– da Corriere della sera, 14 ottobre 2002
Paolo Bettini
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Fotografia di Paolo Bettini
“Non ha il naso triste come una salita ma un sorriso largo e ottimista. Ha ormai trentadue anni suonati che nel ciclismo significano saggezza oltre che esperienza, è sposato con Monica dai capelli bruni e il viso pulito della mamma italiana, ha un figlia piccina piccina che si chiama Veronica, ha fissato la sua residenza fiscale a Montecarlo, come i big della Formula Uno coi quali condivide la passione per i bolidi: possiede due Ferrari, di cui una prodotta in 550 esemplari al mondo. Alla moglie ha regalato una Porsche, vuole prendere il brevetto da pilota di aerei e ha una fattoria con vigneti a La California, sulla Costa degli Etruschi, dove andava anche Celentano d’estate e dove passa l’Aurelia immortalata nel film «il Sorpasso» di Dino Risi”.
– di leonardo coen, la Repubblica, 25 settembre 2006
Mondiale di calcio + ciclismo. Come nel 1982
“Io come gli azzurri del calcio? Sì ma solo perché anche nell’82 dopo il trionfo in Spagna ci fu la fucilata di Goodwood sparata da Saronni…”. Quel pomeriggio del 5 settembre, Bettini aveva otto anni. Vide la corsa in un bar e poi scese in strada per una gara. (…) Ventiquattro anni dopo, dall’urlo di Tardelli a quello di Saronni, passando per quello di Grosso è la stessa cosa. O quasi.
– di paolo tomaselli, Corriere della sera, 25 settembre 2006
Era un gregario
“Un pedalatore che gode di una simpatia generale per la serietà, la costanza e l’intelligenza con cui interpreta il mestiere. Un uomo piccolo di statura e di grande talento, un toscano nato gregario che è diventato un campione”.
– di gino sala ,l’Unità, 25 settembre 2006
| Adesso la mia carriera è perfetta. Ho chiuso il cerchio – Paolo Bettini
Il dolore
“L’anno scorso, dopo il mondiale e la morte del fratello, volò al Giro di Lombardia come ossessionato da una vertigine di distruzione: strisciava i muri della discesa e sembrava un pazzo suicida, invece quell’accarezzare la fine era il suo modo per annullarla, disperatamente. Si esorcizza il pericolo guardandolo negli occhi e dicendogli sei tu la mia forza”.
– di maurizio crosetti, la Repubblica, 1 ottobre 2007
Le accuse
“Sulla sua rettitudine, qualcuno ha provato ad attaccarlo: l’assessore di Stoccarda ha lamentato il fatto che non avesse firmato la carta Uci contro il doping. Ma Bettini l’ha riscritta a modo suo: i soldi da devolvere in caso di positività non vanno alla federazione mondiale, ma ad enti di beneficenza. La tv pubblica ZDF ha citato un’accusa del suo ex compagno Patrick Sinkewitz (“Mi diede il testosterone”), smentita ufficialmente dagli avvocati del tedesco. Paolini si è sentito ferito e ha risposto a muso duro”.
– di paolo tomaselli, Corriere della sera, 1 ottobre 2007
La replica
“Bettini ha uno stile. Le sue imprese sono sintesi di fantasia, calcolo, coraggio, rabbia, emozioni. Paolo fa sempre uno scatto in più, ci mette qualcosa che è solo suo. È come se le sue vittorie avessero i sottotitoli, sono cartoline, con dedica, imbucate nel cuore di chi ama, ancora, il ciclismo. E i tedeschi che si incazzano… come i francesi ai tempi di Coppi e Bartali dovranno farsene una ragione. Bettini ha vinto anche perché si è sentito offeso, colpito alle spalle”.
– di pier bergonzi, la Gazzetta dello sport, 1 ottobre 2007