RUOTE
C’è un personaggio in un libro di Baricco che a un certo punto sente della musica in mezzo al fango. Si chiama Pekish, succede in Castelli di rabbia. Il fango nelle storie di Baricco ha sempre un suo perché, anche quando lui infila le scarpe da cronista e se ne va al campo della Spal o dell’Alessandria, a raccontare il calcio di provincia, fatto di nomi antichi – parole sue – come il Ciocorì.
Per dire. Quando s’è dedicato alla rilettura dell’Iliade per un progetto teatrale, Baricco nel fango ha fatto rotolare Priamo impazzito dal dolore, e c’è un’immagine meravigliosa del re che vaga dall’uno all’altro posto, a supplicare che lo lascino libero di raggiungere le navi degli Achei per riprendersi il corpo del figlio. Solo che prima di partire con doni preziosi per addolcire l’animo di Achille, il vecchio aspetta che il fango si indurisca tra i capelli e sulla pelle bianca.
In un’altra pagina del Nuovo Barnum, il fango diventa uno strumento buono per vincere una battaglia in guerra. Da Brihuega i soldati tedeschi stanno avanzando verso Madrid in una colonna motorizzata, appoggiata da artiglieria e aviazione. Però, dice Baricco, successe una cosa. Si mise a piovere e la Storia si diverte a sovvertire le umane vicende nei dettagli, anzi dice Baricco, “alle volte con un filo”. Insomma piove, la terra è argillosa, “ci pisci sopra ed è già fango”. Le piste per il decollo degli aerei sono in terra battuta e quelli allora non si alzano. La colonna di fanti resta sguarnita, fango dappertutto, i tedeschi si impantanano, i repubblicani ne fanno scempio. Fango nero, ceffoni di freddo, un lento sprofondare.
Ma insomma, al personaggio di Pekish in Castelli di rabbia, nel fango accade di più. Ascolta undici rintocchi di una campana e vorrebbe misurarne le note sotto il putiferio di un acquazzone, anzi, “contro il frastuono di quel putiferio”. Prima di calpestarlo o che, Baricco dice che questo fango spuntato dappertutto, con l’acqua che viene giù dai vestiti, “dai capelli e dall’anima”, il signor Pekish lo sbiascica. Come per il re Priamo è diventato un’esperienza corporale. E quando la melma raggiunge il corridoio, lui si siede al suo pianoforte chiaro, un Pleyel del 1808, per martellare i tasti e cercare la nota del rintocco, un si bemolle, forse un do, forse una nota che non esiste.
Bon. Qualche passaggio sarà forse mal ricordato, non tutti i libri sono nella stessa casa per poterli controllare, ma il fango indurito sulla faccia di un re sfiancato dal dolore, il fango che fa morire i soldati in battaglia, il fango che Pekish sbiascica e nel quale cerca la grazia di un si bemolle, è risalito tutto insieme alla mente davanti alla tv, mentre ieri sera si impastava a Diegem sotto le ruote dei tre giganti del ciclocross, nella gara più bella dell’anno, forse la più bella della storia. Eh sì.
Eurosport che l’ha trasmessa, parla di “altro epico giorno per il ciclocross” e di “gara surreale, fantastica”.
Al quarto duello in sei giorni con van der Poel, Wout van Aert ha vinto per la terza volta, come a Mol venerdì e a Zolder martedì, lunedì era arrivato secondo a Gavere, ieri al secondo giro pareva dovesse sprofondare nella mediocrità per stanchezza. Il Mathieu olandese se n’era andato pestando forte i pedali lungo il banco di sabbia da 58 metri. Aveva preso 13 secondi di vantaggio, prima che al sesto e penultimo giro cominciasse un’altra cosa.
Una faccenda da film western.
Van Aert si è riportato prima su Pidcock, e insieme hanno ripreso van der Poel in riserva. I due Van hanno accelerato, sono rimasti da soli davanti, si sono passati e sorpassati più volte e in più modi, seguendo linee diverse sulla sabbia, nelle serpentine sull’erba, chi a piedi, chi in sella. Van der Poel stava dominando e invece ha ceduto di schianto.
Da dietro è arrivato Pidcock e la trama è di nuovo cambiata.
Il britannico in maglia iridata ha iniziato l’ultimo giro partendo in testa, ma si è fatto passare all’interno da van Aert prima dell’ultimo tratto di fango, dove era decisivo non mettere piede a terra. Wout ha tirato dritto fino all’ultima scalinata da salire a piedi, i gradini a uno a uno con la bicicletta in spalla immettevano sul rettilineo, verso il traguardo. Pidcock ha esitato in una curva e si sta mangiando le mani.
«Non che io sia contrario in assoluto a correre in notturna, ma la partenza poteva essere data qualche ora prima. Siamo le scimmie del circo» | Van Aert
Guy van den Langenbergh ha scritto su Het Nieuwsblad che “non tutti gli organizzatori possono improvvisamente pensare che si debba correre in notturna, così come non tutte le corse su strada possono avere dei tratti in sterrato. Le notturne dovrebbero diventare l’eccezione, non la regola. Il fatto è che le migliori partite di Champions League si giocano alle nove meno un quarto di sera, e siamo a questo livello. Van Aert contro Van der Poel è come se fosse Barcellona-Real Madrid, Van Aert contro Pidcock come Barcellona-Manchester City. Con Wout van Aert nella parte di Messi”.
Il giornale belga si mette pure nei panni degli specialisti del ciclocross. “Per Van Aert e compagni, questa rapida successione di gare è una preparazione ideale per la stagione su strada. Li mette in forma e alla gente piace. Per i ciclocrossisti che lavorano da fine settembre, si tratta di concorrenza sleale. Non solo per la differenza di talento. Una volta ci preoccupavamo principalmente dei corridori su strada stranieri che venivano a correre per alcune settimane il cross e strappavano titoli mondiali. Oggi non ci disturba affatto. Giustamente. Wout e Mathieu garantiscono spettacolo e visibilità, di cui il resto del gruppo beneficerà per tutto l’inverno”.
Oh, domani lo rifanno a Loenhout.