Come allargare la mappa del calcio: dove porteremo i Mondiali nel 2030

| E me la chiami mappa, questa, questa è una mappa?

È piccola, è una mappina

Totò

 

  DISCUSSIONI

 

  I sudamericani non vincevano i Mondiali di calcio da vent’anni. Non sono dei parvenu. Hanno memoria e folclore. È quella che in una parola diciamo tradizione. Hanno inventato il dribbling, la veronica, la rovesciata, qualcuno sostiene abbiano inventato il gioco [qui]. Certamente hanno inventato la passione e il racconto intorno al calcio. Resta che da vent’anni non vincevano, in sostanza da quando è mutato il sistema produttivo dei club europei, con l’allargamento delle iscrizioni alle prime quattro dei maggiori campionati europei e la gentrificazione della Coppa dei Campioni. Il grosso del denaro, e dunque la qualità del talento, si è concentrato in poche mani. Le nazionali sudamericane hanno avuto bisogno di un ventennio per reimparare a formarsi. Nel 2002 erano 16 i convocati brasiliani e argentini dai tornei in patria, in Qatar sono scesi a quattro. Hanno capito in quale ufficio si doveva andare a lavorare per essere i migliori. 

Il potere d’acquisto dell’Europa ha fatto altro. È diventato un veicolo per la trasmissione delle competenze negli altri continenti. Qatar 2022 ha portato per la prima volta nella storia agli ottavi tutte le aree del mondo. Non era previsto che accadesse alla vigilia dell’ampliamento del torneo a 48 squadre, ma non poteva capitare in un momento migliore per farci considerare che questo abuso abbia un fondamento tecnico. Il problema sarà gestire la formula. Un’alternativa era restare a 32 con un riequilibrio dei posti, garantirne alcuni su scala regionale, altri con dei play-off globali. Ma come lo spieghi ai grandi elettori dei presidenti UEFA e compagnia?

 

Il calcio post 2022 è chiamato a lavorare sull’inclusione. In Qatar c’era una sola esordiente: la squadra di casa. Quattro dei cinque paesi più popolosi al mondo sommano un’unica partecipazione ai Mondiali, la Cina nel 2002. Pechino ha spezzato la costruzione del futuro, mai ne hanno India, Indonesia e Pakistan. Sono tre miliardi e 300 milioni di persone senza un posto ai Mondiali di calcio. Il quinto dei cinque paesi, gli USA, aspetta la Coppa del 2026, ma sarà l’assegnazione del 2030 a dirci se e come il calcio intende mettere mano alla sua mappa. Quali luoghi frequentare, dove andare, perché. 

Non esistono ancora candidature ufficiali, ma qualche ambizione più o meno sotterranea è emersa. Il Regno Unito conferma l’ansia di tenere sempre il calcio dentro la culla, pare che la Scozia possa farsi capofila di una candidatura di tutta l’isola, Brexit o no. L’Africa s’aspetta un riconoscimento vent’anni dopo il torneo di Mandela. Il Marocco è stato bocciato già cinque volte. Le tensioni politiche con l’Algeria sono un ostacolo a una candidatura del Maghreb unito. L’Egitto come il Camerun potrebbero manifestarsi. L’Est europeo è un altro angolo di mondo dove i Mondiali non si sono mai posati: Romania, Bulgaria e Serbia potrebbero andare unite, come pure l’Ucraina potrebbe giocarsi una carta post-bellica, affiancando Spagna e Portogallo. È forte la suggestione del torneo del Centenario [1930-2030] di nuovo in Uruguay come allora, forse insieme con l’Argentina, ma la storia delle Olimpiadi ci ricorda che il Centenario dei Giochi moderni [1896-1996] fu celebrato in casa della Coca-Cola e non da Spyridōn Louīs. 

 

Sports Illustrated sottolinea che con le Olimpiadi invernali a Pechino, la Coppa del Mondo in Qatar e l’ascesa del LIV Golf sostenuto dai sauditi, il 2022 è stato l’anno del riciclaggio della reputazione attraverso lo sport. Lo scrive Jon Wertheim chiedendosi se adesso ci siano davvero milioni di persone che muoiono dalla voglia di andare in vacanza in Qatar. 

Andare a Dubai o Doha per divertimento, sarebbe una cosa strana da fare se sei americano, non così insolito se sei un europeo molto ricco o un asiatico o un australiano. Quindi è per quel mercato che certe manifestazioni rappresentano una pubblicità efficace. Questa Coppa del Mondo non è la prima cosa che il Qatar ha fatto per normalizzarsi come partner commerciale dell’Occidente. Ma perché la Coppa del Mondo? Perché qualcosa di così grande, tanto grande da mettere in evidenza le violazioni dei diritti umani? Per questo mi chiedo se stiamo guardando le cose nel modo giusto. Forse qualunque cosa il Qatar voglia dalla Coppa del Mondo, non l’abbiamo ancora capita. Se sei in Arabia Saudita e hai una popolazione giovane, ti interessa che i ragazzi nel paese pensino: quanto è fico che Cristiano Ronaldo venga a giocare qui. Ma non credo questo sia il caso del Qatar e dei suoi 300mila cittadini. La Coppa è stata organizzata per dire al mondo che erano aperti agli affari

Nei resoconti di fine torneo sulla stampa anglosassone, spiccano il giudizio di Marina Hyde sul Guardian [un Mondiale che si è svolto su una scena del crimine] e il parere di Henry Winter sul Times: Non è stata la migliore Coppa del Mondo, nemmeno la migliore del 21esimo. Nel 2006 e nel 2014 abbiamo avuto edizioni migliori, figuriamoci se torniamo indietro alle epiche edizioni del 1970 e del 1982. La Coppa del Mondo appartiene al mondo, quindi andiamo a giocarla in posti come il Marocco, dove l’amore per il gioco è profondo e genuino. E perché non dovremmo andare in Uruguay, Argentina, Paraguay e Cile nel 2030, nel centenario del primo torneo? Perché si deve semplicemente andare dall’offerente più ricco? La Fifa ha trasformato questa Coppa del Mondo in un gioco politico, come confermato assegnando a un arbitro qatarino inesperto la finale per il terzo posto

Il Times è disposto a riconoscere una buona innovazione nel pre-partita, quando un tifoso di ogni paese leggeva le rispettive formazioni: conoscevano le pronunce esatte e trattavano ogni nome come se fosse quello di un caro amico.

 

Nel giudizio di Barney Ronay, ancora sul Guardian, è calato il sipario su quello che chiama un Project Hard Football Power, un Mondiale di illusioni e falsità, il calcio nell’era del populismo e della post-verità. Qatar 2022 ha segnato la fine di alcune altre cose. Tanto per cominciare, la fine della finzione, che ci sia un qualche tipo di innocenza nella Coppa del Mondo della Fifa; che sia qualcosa di diverso da una città-stato di predoni che gira intorno alla terra, alla ricerca del prossimo ospite compiacente e complice con cui condividere il cibo. Il Qatar non ha inventato questo mondo, non ha inventato il lavoro migrante, non ha inventato il capitalismo globale. È semplicemente il più zelante tra gli ultimi che lo hanno adottato e ora vende al mondo un brutale iper-capitalismo, alimentato dal carbonio nella sua forma finale, come quando i Beatles portarono il rock and roll all’America

 

Un giudizio condiviso tra USA e Inghilterra è che il calcio al torneo in Qatar è stato eccellente. Sono stati i calciatori a salvare questa Coppa del Mondo, ma il calcio merita molto di più ha scritto John Feinstein sul Washington Post, ricordando un passaggio in un pezzo del mese scorso, sullo stesso giornale, un intervento dell’editorialista Sally Jenkins sul presidente della FIFA Gianni Infantino, che aveva rimproverato con rabbia i media per aver avuto l’audacia di criticare la FIFA. A Infantino il braccio faceva senza dubbio male, per la forza con cui si dava da solo una pacca sulla spalla. La mia collega Jenkins essenzialmente ha definito Infantino un delinquente, che è esattamente quello che è

[Nella versione originale la parola è thug – e del resto il Washington Post ha pur sempre fatto cadere un presidente americano].

Feinstein non risparmia critiche al governo del suo paese, scrivendo che se gli Stati Uniti hanno così a cuore i diritti umani, perché il Segretario di Stato Antony Blinken era in Qatar? Una cosa è mandare una squadra a gareggiare in Qatar, in Russia e in Cina, ma perché un membro del governo di così alto rango dovrebbe sostenere lo sportswashing presentandosi in tribuna? Come accade alle Olimpiadi, gli atleti hanno salvato tutto. Ora tocca a tutti noi fare qualcosa per gli uomini orribili che gestiscono questo meraviglioso sport.

Il Guardian dice che non c’è alcuna morale da trarre, sulla bellezza protetta dai gesti del campo. Il Mondiale – riprendiamo il pezzo di Ronay – è stato bello perché il calcio è bello. Questo è il motivo per cui il Qatar ha pagato 220 miliardi di dollari per avere in prestito la sua luce. È per questo che la Fifa incasserà 7 miliardi di dollari di entrate dallo spettacolo. Questa cosa ha una forza soprannaturale, non importa quanto possiamo provare a piegarla. Il palco in tribuna era infestato dai fantasmi. La Coppa del Mondo del Popolo è stata anche la Coppa del Mondo dei morti. Possiamo discutere sul conteggio finale, ed è una faccenda che fa parte dell’orrore. Ma questo è stato il Mondiale di calcio come accessorio del mondo overclass, il calcio come prodotto VVIP.

 

Rory Smith sul New York Times aggiunge che il Qatar ha avuto la Coppa del Mondo che voleva, un torneo dove il confine tra l’artificiale e l’autentico è stato sfumato oppure è evaporato, dove sono state le persone – come sempre – a definire il torneo. I Mondiali si svolgono da sempre in una FIFAland, un parco tematico, un simulacro, il palcoscenico di un reality dove l’identità e le tradizioni del paese ospitante sono – per la maggior parte – ridotte a nulla di più di una cerimonia di apertura, qualche attivazione culturale, un po’ di merchandising a tema. Il Qatar ha solo portato questa tendenza al suo estremo logico e letterale. A Doha non sono stati costruiti nuovi hotel, ma interi quartieri. Lusail è stata tirata fuori dalla sabbia. Il Qatar ha chiuso le sue scuole, ha chiuso i suoi uffici e ha iniziato a costruire una versione alternativa della realtà. Ha dato a Doha l’aria di un set cinematografico, una città che si guarda attraverso una selezione di filtri di Instagram. Ci sono esempi pure in Occidente, vanno da Hudson Yards a New York fino a Granary Square in Londra – luoghi che potremmo accusare di essere dei derivati, inorganici. Ma la portata di Lusail è tale da essere inquietante in un modo superiore ai suoi ovvi riferimenti, che sono Las Vegas e la Epcot di Disney World

E allora, calcio, dove vuoi posarti fra due Mondiali? E soprattutto: per farci cosa?

 

MONDI

Il nuoto accoglie le Isole Cayman

 

  È uno di quei posti dove l’off-shore non è la motonautica. Prima di Melbourne, le Isole Cayman non avevano mai vinto una medaglia ai Mondiali di nuoto.  Si chiama Jordan Crooks, il tipo che ha aggiunto un puntino nuovo sulla mappa. È nato ai Caraibi, si allena negli Stati Uniti, dove ha studiato all’Università del Tennessee. Sesto nei 100 stile libero, oro nella distanza dimezzata, davanti al campione del mondo in carica Ben Proud. Dylan Carter, di Trinidad e Tobago, ha portato ai Caraibi anche il bronzo. 

È il primo riconoscimento internazionale per Crooks, sbucato quasi dal nulla, in un Paese dove lo sport nazionale è il calcio, ma dove la Nazionale ha perso il 65 percento delle partite giocate nella storia, e per 11-0 quella contro il Canada nel marzo del 2021. L’idolo di tutti i tempi si chiama Lee Ramoon perché esordì nel 1979 quando aveva 14 anni. 

Alle Olimpiadi: mai una medaglia. Il comitato olimpico delle Isole Cayman esiste nel 1973, la prima partecipazione risale a Montréal. La migliore prestazione nella storia è l’ottavo posto di Cydonie Mothersill nei 200 metri a Pechino. Quattro anni prima era stata la portabandiera in Atene. Suo marito è Ato Modibo, quattrocentista di Trinidad e Tobago. Mothersill è nata in Giamaica, ma si era trasferita alle Cayman all’età di 7 anni. Anche lei come Crooks era salita sul podio a un Mondiale, edizione 2001, ma per un bronzo. 

Nel 2010 le Cayman sono arrivate anche ai Giochi invernali, con Dow Travers, 69esimo nello slalom gigante maschile. Ha gareggiato di nuovo quattro anni dopo, ma è uscito sia nello slalom sia nel gigante. 

 

Anche lo sci si allarga

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| Due nazioni hanno raggiunto il loro miglior risultato di sempre in una prova di Coppa del mondo. Una è l’Albania con il 17esimo posto di Lara Colturi nel gigante di Killington, ma con un asterisco grosso così. Colturi ha preso il passaporto di Tirana per accorciare i tempi del suo debutto tra le grandi, ma è italiana di nascita e di formazione. L’altro paese che si affaccia sulla mappa è Andorra con Joan Verdu, due volte 12esimo in Alta Badia in gigante, dopo 4 vittorie e 2 podi in carriera in Coppa Europa, il primo un anno e un giorno fa. È il principato in cui la federazione internazionale porterà le finali di Coppa nel prossimo mese di marzo, a Soldeu-El Tarter, dopo il successo di pubblico di qualche stagione fa. Ha sconfitto le candidature più tradizionali di Lenzerheide e di Kvitfjell/Hafjell. Allargare la geografia è un obiettivo diffuso, sia per l’area tecnica sia per l’area marketing. Roberto Liberale segnala che in Coppa del mondo hanno vinto solo 27 nazioni, altre 5 sono salite sul podio.

 

 

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