2018 | Com’era la Russia quando la FIFA ci portò i Mondiali

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     ▻ Com’era la Russia quando la FIFA ci portò i Mondiali: la situazione nel 2010 all’assegnazione e nel 2018 quando si svolsero – La fotografia di Putin sotto l’ombrello, l’unico a non bagnarsi durante la premiazione | Letture e temi:  Tracce di Qatar 2022 nella cancellazione di Israele-Argentina – Perché c’è Yashin sul poster del torneo – Una nuova fruizione post-televisiva – Il Mondiale del dis-possesso palla | I Mondiali dell’Italia: Le ragioni della mancata qualificazione – Eliminati dal gioco all’italiana – Le scuole calcio dove si paga per giocare – Gentile dice che non è scontato qualificarsi per gli Europei 2020 – Gomis, l’italiano che ai Mondiali andò | La finale: L’incidente di Deschamps – La versione di Limonov

 

RUSSIA 2018

 

    Quando la FIFA aveva votato per mandare i Mondiali del 18 in Russia e quelli del 22 in Qatar, Barack Obama dalla Casa Bianca stava inseguendo rapporti più distesi, Cameron dall’Inghilterra non aveva ancora cominciato a parlare esplicitamente di mazzette, Putin non era ancora apertamente amico di Assad in Siria. L’ex agente Sergei Skripal non era stato ancora avvelenato, il Fifagate non era ancora esploso, Mosca stava preparando le sue Olimpiadi invernali di Sochi già da tre anni. Col tempo avremmo scoperto che aveva mobilitato i migliori laboratori chimici del Paese. Era il 2010. Era un altro mondo. 

Solo otto anni dopo – quattro anni fa – il pallone dentro gli stadi di Putin incontrava una crisi diplomatica con l’Occidente già a buon punto. L’inno e la bandiera nazionale erano stati messi al bando nelle competizioni di atletica leggera, Olimpiadi di Rio comprese. Il Paese stava affrontando altre sanzioni per il caso Skripal, esploso nel mese di marzo. Il ministero degli Esteri contro-accusava il governo inglese di avere organizzato un attacco con armi chimiche da 40 morti tra i civili nell’area di Damasco, mentre il ministero della Difesa aveva indicato nel governo americano il responsabile di un progetto per un attacco con armi non convenzionali nell’area di Deir Ezzor, in Siria orientale. Barack Obama non era più l’inquilino della Casa Bianca e la crisi si era accesa tre giorni dopo l’intercessione del nuovo presidente Donald Trump, affinché la Russia fosse riammessa al G8.

Il Foglio scrisse che si trattava di una denuncia gravissima, “se fosse vera – ma non se ne è accorto nessuno, o meglio nessuno ha preso in considerazione la notizia perché ormai il senso normale delle cose si è perso”.  

I Paesi Bassi in maggio avevano accusato formalmente la Russia di aver abbattuto nel luglio del 2014 un aereo passeggeri della Malaysia Airlines che passava nei cieli dell’Ucraina, 298 passeggeri colpiti da un missile terra-aria partito da una base militare, 193 erano cittadini olandesi. Mosca disse che era stata colpa degli ucraini. Nel Donbass avevano cominciato a combattersi. Il calcio aveva previsto che i due Paesi non potessero affrontarsi su un campo, né con le Nazionali né con i club. Eppure la FIFA stava portando la Coppa del mondo proprio là, sotto al braccio di Gianni Infantino, la nuova guida emersa dopo gli scandali che avevano travolto Blatter. 

Alfredo Sessa sul Sole 24 ore scrisse che “Russia 2018 fa irruzione in un teatro mondiale innervosito dalla diffidenza reciproca e dall’incertezza. A seminare zizzania sono intervenute guerre informatiche e commerciali, la tragedia siriana, la costante minaccia del terrorismo. Il tutto mentre il presidente Vladimir Putin scommette invece sulla grande festa calcistica per rafforzare il prestigio internazionale della Russia. Memoria individuale e collettiva, identità tribale, fenomeno economico e televisivo, elegante ed energico balletto. Il calcio è diventato tutto questo, è materia prima che in 90 minuti può essere sgrezzata e portare al capolavoro, oppure rivelarsi una mediocre recita da avanspettacolo”.

Ne parlava a proposito del libro di Riccardo Brizzi e Nicola Sbetti, Storia della Coppa del mondo di calcio (1930-2018), Politica, sport, globalizzazione [Le Monnier], di nuovo in libreria da lunedì 21 novembre con un aggiornamento.

 

 

Fa una certa impressione prendere tra le mani l’album delle fotografie e sfogliare quelle di quattro anni fa, quando la comunità internazionale dello sport più popolare andò a stringere in un abbraccio il capo di Stato che oggi nessuno ha più voglia di ricordare come il buon amico che fu. 

Sapemmo, in quei giorni, che la Russia stava distruggendo una parte dei suoi archivi e dei suoi documenti riservati, mentre dagli stessi cassetti venivano alla luce e giungevano fino a noi altri frammenti di storia. Come i dettagli sul volo di Yuri Gagarin, che la notte prima non dormì, venne svegliato alla 5.30 insieme alla sua riserva, si chiamava German Titov, “e non dormiva, insonne anche lui – raccontò Micol Flammini sul Foglio – pensava, temeva che Gagarin avrebbe potuto rinunciare all’ultimo, o forse lo sperava. Quel magma di ansie, aspirazioni, umane invidie e incomprensione dell’incomprensibile scuoteva la notte che avrebbe portato l’umanità intera a scoprire che lo spazio era per tutti un po’ più vicino. Fino a quel momento gli unici esseri con sembianze umane che erano entrati in una navicella erano dei fantocci e si chiamavano tutti Ivan Ivanovic, un nome comune in Russia. Tre Ivan Ivanovic rividero la terra, gli altri quattro no, quindi Gagarin aveva più probabilità di morire che di sopravvivere. Lo sapeva ma la mattina del 12 aprile si dimostrò come sempre “gioioso e tranquillo”, si legge negli archivi. Indossava due tute, poste l’una sopra l’altra. Una blu, calda e l’altra arancione, protettiva. Un paio di cuffie e sopra, il casco bianco con la scritta rossa: Cccp, Sssr, Unione delle repubbliche socialiste sovietiche. Il suo viaggio avrebbe rappresentato il successo o l’insuccesso di quella sigla che portava impressa sul casco: doveva partire. Tra i 3.461 candidati, era stato scelto lui”. 

 

La storia del primo vincitore della corsa mondiale allo spazio veniva rilanciata mentre Pietro Del Re raccontava da Avdiivka, Ucraina orientale, che “non hanno chiuso occhio neanche stanotte, i soldati che difendono l’ultimo avamposto dell’esercito ucraino. Troppe granate, cadute troppo vicino alla loro trincea, scavata in un campo dove una volta crescevano girasoli. «L’inferno si scatena appena cala il sole, perché al buio le telecamere degli osservatori per la sicurezza e la cooperazione in Europa non riescono a filmare da dove partono i colpi», dice Yuri, la barba incolta e gli occhi gonfi di sonno, smontando e rimontando compulsivamente un vecchio kalashnikov. Dalla sua postazione, protetta soltanto da una mitragliatrice sovietica, le linee nemiche dell’autoproclamata Repubblica popolare di Donetsk distano meno di un chilometro. «Ma in caso di un’incursione terrestre degli indipendentisti e dei loro sostenitori russi possiamo sempre servirci di queste», aggiunge Yuri, indicando una mezza dozzina di bombe a mano disposte in bella vista, vicino a un vasetto di marmellata e a un pentolino per scaldare il tè”. 

Nel Donbass si combatteva con asprezza, nonostante gli accordi di pace firmati l’11 febbraio 2015 a Minsk, da Putin e Poroshenko con Angela Merkel e Francois Hollande. Eppure partirono, eppure la FIFA portò lì la sua Coppa, Putin la tenne tra le mani mentre Infantino gli sorrideva. Era l’unico che sotto un ombrello, l’unico che non si bagnò durante la premiazione. 

Donbass era il titolo del film del regista ucraino Sergei Loznitsa premiato qualche mese prima a Cannes per la regia, nella sezione Un certain regard. 

A Cristina Battocletti, del Sole 24 ore, Loznitsa disse che «ci sono almeno cinque persone del mondo dello spettacolo, del tutto innocenti, detenute in prigione. Una di queste, Kirill Serebrennikov, noto per i suoi film e spettacoli satirici, non ha potuto raggiungere Cannes, dove concorreva il suo Leto, perché condannato a cinque anni di carcere per frode. Putin ha risposto all’appello in favore del rilascio del regista – sostenuto da Pedro Almodóvar, Wim Wenders, Ken Loach, e perfino dal filogovernativo Nikita Michailkov ndr -, replicando di non poter intralciare l’indipendenza della giustizia. A questo annuncio in sala la gente è scoppiata a ridere. È una tal tragedia che finisce per rasentare la commedia».

voci Il calcio e lo sport di Nikita Michalkov

«A me piace chi in campo guarda oltre se stesso, chi si accorge degli altri, chi li rende partecipi, chi gioca per la squadra. La bellezza sta nel collettivo, non nel sovrastarlo. Iniesta non è al servizio del proprio specchio, ma del gioco. E questo me lo rende ammirevole rispetto a Cristiano Ronaldo che ormai non separa l’uomo dal calciatore. Sono un tutt’uno, anzi il secondo ha prevalso sul primo. Capisco l’autostima, ma quando uno è bravo per quanto guadagna, per i selfie, e per gli oooh che suscita ogni rinnovo di contratto significa che i parametri di questa società sono altri. Ci sono giocatori che danno l’anima per tutta la partita, ma escono dal campo nell’oblio».

 ➣  L’Urss ha vinto il Pallone d’oro con Yashin (’63), Blochin (’75) e Belanov (’86), gli ultimi due ucraini. Poi il buio.

«Da quando l’Urss si è smembrata abbiamo perso un certo carattere etnico, ogni sport ha bisogno di una sua fisiologia ed è chiaro che non abbiamo più le diversità e la supremazia di prima. Sono stato a Rio sulla spiaggia di Copacabana, tutti i bambini giocavano a pallone sulla sabbia, ho visto un ragazzo centrare dieci volte un foglio di giornale che l’allenatore teneva sulla porta. Vogliamo parlare dei corridori africani che mangiano chilometri? Non si può riprodurre tutto, nemmeno nell’era della globalizzazione. Gli afroamericani sono sublimi a cantare i gospel, gli italiani hanno la lirica, se sostituisci gli uni agli altri non hai lo stesso risultato. È vero che il calcio oggi si mischia, ma poi quando si ritorna all’identità nazionale le cose cambiano. Non sei più nel Real o nel Manchester, sei nella tradizione del tuo paese».

 ➣  Suo padre Sergej, poeta, ha scritto tre volte l’inno russo.

«Sì. La prima volta nel ’43 glielo chiese Stalin, nel ’77 Breznev, nel 2000 quando aveva 87 anni lo modificò per Putin».

 ➣  Le è dispiaciuto non sentirlo suonare nelle ultime due Olimpiadi?

«Sì. L’ho trovato ingiusto. Le atlete americane hanno muscoli artificiali che non possono essere il risultato dell’allenamento. E se quelle atlete a Rio perdono il testimone nella staffetta, ottengono il permesso di ricorrere la gara. Due pesi, due misure. Loro buoni, noi cattivi.

Ogni volta che c’è da giudicare la Russia avanza il pregiudizio e mai la presunzione di innocenza. Non c’è obiettività, siamo per forza tutti colpevoli e dopati». – intervista di emanuela audisio, Repubblica, 20 giugno 2018

La vedova dell’ex dissidente sovietico Solgenitsyn raccontava a Rosalba Castelletti, corrispondente da Mosca per Repubblica, che una volta eletto presidente nel 2000 Putin aveva voluto incontrare suo marito. «Quell’incontro ha un antefatto. Solgenitsyn – disse – odiava il telefono. Nella stanza dove lavorava non ce n’era. Rispondevo io alle chiamate e, se necessario, lo convocavo. Un giorno telefona un ufficiale di collegamento di Putin. Dice che il presidente ci invita al Cremlino per fare la nostra conoscenza. Io rispondo che dubitavo ci saremmo andati. “Se Putin vuole conoscere Solgenitsyn”, dissi, “che venga”. E così fu. Putin venne da noi a fine giornata insieme all’allora moglie. Solgenitsyn e Putin parlarono per due ore, mentre io m’intrattenevo con Ljudmila Putina. Poi, quando si era già fatto tardi, scesero al piano terra. Stavo preparando del tè, ma Putin chiese qualcosa da mangiare. Dopo quell’incontro, ce ne furono altri due. Nel 2007 Putin tornò a casa nostra per conferire a Solgenitsyn la massima onorificenza statale. La sostanza del loro colloquio fu questa: Solgenitsyn pensava che la politica di Gorbaciov fosse stata debole e avesse lasciato espandere la Nato e che Eltsin fosse stato altrettanto irresponsabile. Era soddisfatto invece dai primi passi di Putin in politica estera. Putin era riuscito a risollevare il Paese dal fondo nel quale lo avevano cacciato i suoi predecessori».

La signora sosteneva che i rapporti tra gli scrittori e il governo «oggi sono diversi rispetto a quando c’era l’Urss. Nell’Unione sovietica gli scrittori avevano un ruolo importante, ma non potevano pubblicare i loro libri senza superare censura e pressioni e senza ottenere l’autorizzazione delle autorità. Ora gli scrittori non sono più importanti, ma possono scrivere qualsiasi cosa, non devono ottenere le autorizzazioni di diverse commissioni per pubblicare. Non ci sono più rapporti tra potere e scrittori. A partire dagli anni Novanta, mi sembra che il potere non abbia più bisogno degli scrittori, perché la letteratura ha perso il ruolo educativo che aveva una volta. I grandi scrittori oggi non hanno bisogno del potere, quelli piccoli sì per fare stampare i loro libri. Ci sono molti scrittori e poeti brillanti, ma non ci sono pensatori, quei letterati che tutti riconoscono essere i più grandi. La società è spaccata. Gli scrittori non guidano la società, per questo il potere non ne sente più il bisogno. La situazione può cambiare, magari sta cambiando. Più l’Occidente esercita pressioni sulla Russia più il popolo si compatta. Magari un giorno si riconoscerà in un letterato e allora il potere ne avrà bisogno. Tra l’altro l’Occidente sta facendo un errore strategico. Sta ottenendo una cosa opposta a quella che vorrebbe».

Chissà cosa voleva invece ottenere la FIFA a Mosca, trentotto anni dopo le Olimpiadi svolte in piena guerra fredda, durante l’invasione dell’Afghanistan, quando “qualche preoccupazione destava il giovane Papa polacco, mentre Reagan era ancora un aspirante presidente e Gorbaciov un oscuro funzionario”.

Così scriveva a ridosso dei Mondiali russi Aldo Cazzullo sul Corriere della sera, aggiungendo che “la caduta dell’impero rosso fu talmente fragorosa e umiliante che solo così si spiega la fortuna di Putin. In Occidente, la sua immagine non è mai stata tanto fosca, ed evoca il polonio di Litvinenko, il sangue di Anna Politovskaja, la repressione in Cecenia, l’annessione della Crimea, l’intervento in Siria. Ma qui, per gli stessi motivi, l’uomo forte non è mai stato tanto popolare. Quando il blogger Navalny ha invitato a boicottarne l’ennesima rielezione, si è avuto il record d’affluenza. È stato allora, nel marzo scorso, che qualcosa nella testa di Putin è scattato. Alla cerimonia di re-insediamento, quasi un’incoronazione, la seconda persona cui ha stretto la mano, dopo il patriarca Kirill, suo ex collega al Kgb, è stato l’ex cancelliere Schroeder, ora suo dipendente (dirige il colosso petrolifero Rosneft). Poi ha ricevuto la Merkel a Sochi, donandole un mazzo di fiori («sessista!» commentarono i giornali tedeschi). Putin vuole uscire dall’isolamento, e la via passa per Berlino. Non a caso, la Germania campione del mondo è stata qui accolta trionfalmente, Mosca è piena di poster che celebrano la vittoria tedesca in Brasile. Il presidente del resto parla perfettamente tedesco: quando cadde il Muro lavorava nella sede del Kgb di Dresda, e passò notti intere a distruggere documenti («ne bruciai tanti che scoppiò la stufa» ha raccontato). Russia 2018 è la grande occasione per riaprire al mondo il gigante oggi al di sotto delle sue potenzialità (il Pil della più grande nazione del pianeta è inferiore a quello italiano). Le sanzioni, come sempre, hanno rafforzato il potere; ma il popolo ne ha sofferto, nel morale prima ancora che nella vita quotidiana. I supermercati sono pieni di surrogati dei prodotti italiani, oltre che di mozzarelle fabbricate da nostri ingegnosi compatrioti con latte di bufale russe, rare e preziose. La popolarità del nostro Paese è altissima, anche perché – come ripetono un po’ tutti, dai diplomatici ai baristi —, l’Italia è sempre stata amica: Berlusconi dormiva – e non solo – nel lettone di Putin, Prodi lo baciava e abbracciava ogni volta; e ora c’è un governo che chiede apertamente di finirla con le sanzioni. A giudicare dai capi di Stato e di governo attesi oggi, la diplomazia del pallone non darà grandi risultati”.

Il resto, ormai, si sa. 

 

Che cosa successe durante i Mondiali

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Un nuovo governo italiano. Vicino alla Russia

di ilvo diamanti, Repubblica, 7 giugno 2018

 

“La politica estera incombe sul dibattito politico che accompagna la formazione del nuovo governo. Probabilmente, molto più che in passato. Perché la centralità dell’Unione europea e, in particolare, della Germania, insieme alla distanza dalla Russia, non sono più indiscutibili, come in passato. Oggi non è più così. Il premier, Giuseppe Conte, nel suo discorso di “investitura” alle Camere, ha infatti annunciato che, nei rapporti con la Russia, «si apre una nuova era». È una conferma che il nostro mondo sta cambiando rapidamente. E profondamente. Soprattutto dopo le elezioni del 4 marzo. Per il partito (e l’uomo) forte della coalizione di governo, la Lega di Salvini, infatti, la Russia di Putin non appare più dall’altra parte del muro “geopolitico”. Sembra divenuta, invece, un possibile alleato. Un contesto “amico”. Molto più della Germania governata da Angela Merkel. Il vero centro dell’Unione europea. E dell’Europa”. 

 

  Letture e temi

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Tracce di Qatar 2022 nella cancellazione di Israele-Argentina

di giulio meotti, Il Foglio, 7 giugno 2018

 

“Con la cancellazione dell’amichevole fra Argentina e Israele, il movimento per il boicottaggio dello stato ebraico ha ottenuto il suo scalpo più pregiato, il suo “successo più ambizioso” come lo definisce il Washington Post. “Bruciamo le maglie di Lionel Messi se va a giocare a Gerusalemme”, aveva detto Jibril Rajoub, il capo della Federcalcio palestinese. Le minacce (“anche di morte” ha detto Messi) hanno funzionato. Ma la stampa argentina castiga la Nazionale. Sul quotidiano Clarín, il giornalista Miguel Winazki ha detto che è il momento di “sollevare la Coppa del Mondo dell’ipocrisia”. Per essere coerente nella decisione di evitare controversie all’estero, ha scritto Winazki, la Nazionale “non dovrebbe giocare in Russia, perché il Cremlino è dietro la decisione di lanciare incursioni militari in Siria”. Non dovrebbe giocare contro la Spagna, “per le sue enclave coloniali a Ceuta e Melilla”. 

Uno dei principali finanziatori del boicottaggio di Israele è il Qatar, che è anche uno dei primi sponsor di Hamas a Gaza. Il Qatar nel 2022 ospiterà i Mondiali di calcio e, come farebbe giustamente notare Winazki, in quel caso l’Argentina ci sarà, anche se Doha è una satrapia islamista dove gli operai (tutti stranieri) impiegati nella costruzione degli stadi da calcio sono trattati come schiavi. Israele è soltanto l’ottava destinazione mediorientale delle esportazioni argentine, dopo Qatar, Iran, Turchia, Iraq, Arabia Saudita, Yemen ed Emirati Arabi Uniti. E col Qatar, l’Argentina ha appena stretto uno dei più copiosi patti economici nella storia del paese sudamericano. La Qatar Petroleum, il più grande fornitore al mondo di gas naturale liquido, il 3 giugno ha acquistato il trenta per cento della Exxon Argentina. E lo stesso Lionel Messi è la star del Barcellona, il cui sponsor guarda caso era la Qatar Airways. Si vendono più maglie a un miliardo di musulmani che a diciassette milioni di ebrei”. 

 

Perché c’è Yashin sul poster del torneo

di giulia zonca, La Stampa, 13 giugno 2018

 

“Il ragno nero che vola appeso allo Sputnik: il poster dei Mondiali è una poesia dedicata al tempo che fu, all’Unione Sovietica sottratta al giudizio del tempo. Di solito la Russia propina gli echi vintage ai turisti, nei giri delle città, pigiati dentro quel che resta delle «kopeyka», le auto Vaz-2101 che ancora stanno parcheggiate sulle rive dei canali di San Pietroburgo, rottami diventati civette per nuovi locali, ma il calcio ha tolto polvere a un mondo sommerso e ha fatto emergere messaggi d’amore in bottiglia per un’epoca strozzata dal regime che in realtà si è lasciata dietro ricordi e scintille. 

Nessuno rivuole quegli Anni indietro, ma se c’è da scegliere un uomo come faccia del primo Mondiale a Est proprio non può essere un contemporaneo. E allora Lev Yashin, l’unico portiere capace di vincere il Pallone d’oro, un campione che ha giocato quattro Mondiali e rappresentato una nazione e un sistema parando pure le contraddizioni. La Russia si specchia dentro questo poster e si perde leggera in quella scia. Back in Ussr, un ritorno che vale persino per la generazione che non ha mai vissuto quel periodo. Lara Vychuzhanina è una giovane artista nata a Yekaterinenburg, oggi in attività a Sochi, entrambe città mondiali. Lavora con le bambole e ricompone atmosfere perse. In questi giorni propone la barbie sovietica e sarebbe una stupida trovata di marketing se non fosse perfetta, assorta dentro la cucina comune. Lei in accappatoio e il desolato Ken, con la canotta a righe, appoggiato al tavolo. E la Pravda, la vodka, il cartone di latte triangolare, le sigarette senza filtro accartocciate ma Vychuzhanina non cerca l’accuratezza, evoca l’atmosfera.  Non è nostalgia, è un sentimento più raffinato, messo in mostra dai russi per spiegare da dove vengono. Si può rinnegare il regime, superare gli errori, non cancellare un’eredità e nella scatola chiusa dell’Unione Sovietica si è forse perso qualcosa”. 

 

Una nuova fruizione dei Mondiali

di danilo taino, Corriere della sera, 14 giugno 2018

 

“Uno studio di Ipsos citato da Statista prevede che, nel mondo, solo il 62% di chi seguirà le gare lo farà davanti al televisore. Si tratta di numeri ancora elevati, naturalmente: il torneo del 2014 in Brasile fu seguito da casa da 3,2 miliardi di persone, per una visione cumulativa di oltre nove miliardi; e si prevede che quest’anno la audience tv totale cresca di più del 10% rispetto a quattro anni fa, dal momento che la fascia oraria russa è maggiormente favorevole per i fan europei e asiatici. La perdita di centralità della televisione, però, sta nel fatto che (sempre fonte Ipsos) un 25% di spettatori vedrà le gare anche online, il 13% le seguirà su telefoni mobili, l’8% su tablet. È la tecnologia che entra prepotente nei Mondiali: li moltiplica ma li disperde. Un fatto di grande rilievo sociale ed economico. Se i meno giovani tenderanno a guardare i Mondiali alla vecchia maniera, in poltrona con i pop-corn, i millennials (più o meno coloro che hanno tra i 22 e i 35-40 anni) e i più giovani li guarderanno con un occhio solo, mentre commenteranno sui social network, magari interessati solo alle highlights e non alla noia di un’intera partita tra squadre di terza fila. Oppure non li seguiranno in diretta ma su siti che trasmetteranno a ripetizione i momenti più significativi”. 

 

Il Mondiale del dis-possesso palla

di luca valdiserri, Corriere della sera, 6 luglio 2018

 

“Tenere troppo il pallone tra i piedi è stato uno svantaggio. O Globo ha pubblicato dati sul possesso palla, negli ottavi di finale, che non temono smentita: Francia-Argentina 41%-59%; Uruguay-Portogallo 39%-61%; Russia-Spagna 25%-75%; Croazia-Danimarca 54%-46%; Brasile-Messico 47%-53%; Belgio-Giappone 56%-44%; Inghilterra-Colombia 51%-49%; Svezia-Svizzera 37%-63%. In cinque casi su otto ha vinto la squadra che ha tenuto meno il pallone. Naturalmente, ogni partita fa storia a sé. È chiaro che una squadra che deve recuperare il risultato, magari dopo essere passata in svantaggio nel primo tempo, è costretta a giocare molto più di chi si deve difendere. I dati totali del possesso palla delle otto migliori sono comunque indicativi: Brasile 58,64%; Belgio 55,61%; Inghilterra 54,52%; Croazia 53,1%; Francia 51,2%; Uruguay 49,45%; Svezia 36,25%; Russia 35,65%. È una bocciatura definitiva del calcio alla Guardiola?”

 

La mancata qualificazione dell’Italia

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Eliminati dal gioco all’italiana

di gianni mura, Repubblica, 14 novembre 2017

 

“Niente da fare. Niente Russia. Più dolorosa che clamorosa, questa eliminazione. Parlano le lacrime di Buffon, che puntava al record del sesto mondiale. Parla lui, da uomo di sport, dicendo che andare al Mondiale poteva far bene anche al Paese. Già a Solna s’era intuito che la fortuna non era in maglia azzurra. E a Milano s’è vista la replica del film già visto: catenaccio gigante della Svezia, Italia più tonica e battagliera: 11 tiri a 1 nel primo tempo, possesso palla del 75%, nel secondo 10-1 e 76%. Ma sono numeri, anziché attenuare il dispiacere lo aumentano. Se oltre a un pizzico di fortuna ti manca quel pizzico di lucidità che fa la differenza tra occasione da gol (tantissime) e gol (nessuno) il quadro comincia a delinearsi. Non è un bel quadro. Azzurro tenebra, aveva scritto Giovanni Arpino sul mondiale del ’74 (subito rispedita a casa, ma almeno ci era andata). Ecco, siamo lì. Al buio, frugando in tasca alla ricerca dei cerini.

L’apocalisse è arrivata, dopo il mondiale vinto nel 2006 e due sonore bocciature. Ora, con calma ma senza indulgenze, chi di dovere deciderà da dove e da chi ripartire. I primi a rispondere del fallimento saranno Ventura e Tavecchio: è inevitabile, è normale. Era un azzardo Jorginho, ma se l’è cavata, anzi Ventura avrebbe dovuto utilizzarlo prima Siamo arrivati al momento-chiave con le punte fuori condizione. E anche Candreva ha esagerato, sbagliando troppi cross e rallentando l’azione. Più sbrigativo e utile El Shaarawy. E Insigne mai usato? È paradossale. Ma sono tutti discorsi inutili. L’arbitro, ne parliamo? Su quattro rigori (due per parte) non ne ha concesso nemmeno uno. Evitiamo, per favore, parole come onta e vergogna. Le vergogne sono altre, questo è un pessimo risultato e se fa male a noi spettatori figuriamoci a chi ha sputato l’anima e tirato il carro. Sberleffo finale: l’Italia eliminata da una squadra che ha giocato all’italiana”

 

Le scuole calcio dove si paga per giocare

di mario sconcerti, Corriere della sera, 14 novembre 2017

 

“Per la prima volta non trovo le parole. Ne ho scritte tante in giro con il calcio, ma non ricordo una delusione così massiccia e un’Italia peggiore, così inadeguata e piena di peccati da divorarsi da sola. Ma sarebbe sciocco pensare che tutto sia cominciato stasera. La fiamma si è spenta nel 2006, cinque minuti dopo l’istante in cui abbiamo vinto il Mondiale. Avevamo Del Piero, Totti, Cannavaro, Toni, Pirlo e decine di altri giocatori fuori del normale. Poi siamo usciti al primo turno nel 2010 e di nuovo al primo turno nel 2014. Ventura ha allargato il problema, ma lui se ne andrà e sarà punito dall’evidenza della sua inadeguatezza. Ha giocato l’ultima carta con una formazione sbagliata, senza Insigne, con un centravanti doppio che colpiva i piedi dell’altro, con centrocampisti senza qualità e la stessa difesa dei cicli precedenti. Ha reso dannoso il suo passaggio, ma il problema non è mai stato lui. Un c.t. si sostituisce e la vita ricomincia. Il problema è che non siamo più in grado di trovare un solo giocatore di classe da vent’anni, da quando Pirlo, Totti e Del Piero ne avevano già venti.

È un problema grande che riguarda il modo di giocare a calcio, il dove, l’effetto delle televisioni (tutto è cominciato allora) e perfino l’ingerenza di una nuova classe dirigente, quella dei genitori dei piccoli calciatori. Troppe cose per discuterne ora, andrà fatto con calma. Ma non siamo davanti a un temporale, siamo davanti a un vero rovesciamento di situazioni sociali. È tempo di rivedere tutto perché è già tardi. Questa è la prima epoca in cui tutti i ragazzi devono pagare per giocare a calcio e pagando devono giocare tutti. Dov’è la selezione?”. 

 

Gentile dice che non è scontato andare agli Europei 2020

intervista di lorenzo vendemiale, Il Fatto quotidiano, 11 giugno 2018

 

 ➣  È il punto più basso della storia del nostro calcio?

«Senza dubbio. E credo ci sia qualcosa in più del semplice risultato negativo. Il pallone ha sempre fatto parte della nostra cultura, è un elemento di identità popolare, è stato anche motivo di orgoglio e unità nazionale: oggi invece c’è un misto di vergogna e sfiducia a parlare di calcio».

 ➣  È arrivato Mancini: è l’uomo giusto per ripartire?

«Da solo non potrà fare nulla: bisogna investire sui giovani e sul lavoro sul campo. Lui, però, da ct ha un obiettivo fondamentale: qualificarsi ai prossimi Europei. Sembra poco ma non è scontato: un’altra eliminazione renderebbe la crisi irreversibile».

 

L’italiano che ai Mondiali andò

intervista di paolo tomaselli, Corriere della sera, 7 giugno 2018

 

 ➣  Alfred Gomis, portiere della Spal e del Senegal. Lo sa che lei è l’unico italiano che andrà al Mondiale?

«Non ci avevo pensato, ma è così. Porterò in valigia anche il tricolore, con orgoglio: mi sento italiano, per educazione e formazione, non solo sportiva. E sarò sempre grato all’Italia: sono arrivato quando avevo 3 anni, sono cresciuto prima a Cuneo e poi a Torino, l’ho girata per giocare. E quest’anno, anche se un po’ in ritardo, ho giocato la mia prima stagione in serie A, centrando una storica salvezza: meglio di qualsiasi sogno».

 ➣  Lei ha fatto uno stage con l’Under 20 di Di Biagio. Facile pensare che poi abbia scelto il Senegal per avere più possibilità di giocare. O invece c’è dell’altro?

«Ci sono le mie radici, che non ho dimenticato. La scorsa estate ho fatto un viaggio in Senegal, dove mancavo da 15 anni: è stata la goccia definitiva, perché ho rivisto i luoghi della mia infanzia. E altri molto speciali».

 ➣  Le va di raccontare quali?

«Sono stato sull’isola di Gorée, a largo di Dakar. Lì c’è la “porta del non ritorno”, attraverso la quale venivano fatti passare gli schiavi destinati all’America: chi non era in grado di partire, per motivi di salute, veniva buttato a mare. Ho visto una stanza in cui venivano ammassate 200-300 persone, grande come una camera da letto al giorno d’oggi. Un colpo al cuore dietro l’altro».

 ➣  Ha rivisto anche i suoi famigliari?

«Mia nonna, che parla un dialetto che non capisco. Ma è stato bello passare del tempo con lei. Mio padre era morto da poco, sono andato a vedere se la sua tomba era sistemata come si deve e a fare due chiacchiere con lui. Lì è scattato qualcosa. Ho scelto il Senegal per ricordare papà: quello che ha fatto per me e per i miei fratelli, tutti portieri anche loro, è stato pazzesco. Non eravamo certo benestanti e lui ha fatto sacrifici e rinunce enormi per realizzare il nostro sogno. E dire che io in porta da bambino ci sono finito controvoglia»”.

 

La finale

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L’incidente di Deschamps

di giovanni battistuzzi, Il Foglio, 16 luglio 2018

 

“L’epilogo di questa Coppa del Mondo di non grande spettacolo è il modo migliore per dimenticare questa Coppa del Mondo di non grande spettacolo. Soprattutto per noi italiani spettatori disinteressati ma davanti la televisione, perché è comunque calcio e vale la pena vederlo. Indipendentemente da come è andata a finire, dalla vittoria dei cugini antipatici, quei francesi contro i quali, in molti bar e salotti, si è gufato senza nemmeno troppo nasconderlo. Ha vinto la giovane Francia contro la navigata Croazia. Ha vinto ancora la Francia e peccato che le favole nel calcio, non sempre vanno a finire bene. Anche perché, sarà stata anche la prima finale della sua storia, ma la Croazia favola non era. Perché considerare favola una squadra con in campo gente come Luka Modric, Ivan Perisic, Mario Mandzukic, Ivan Rakitic e compagnia, vuol dire sminuire altre storie fatte di giocatori sconosciuti e idee geniali. Ha vinto la Francia e va bene così, si stapperà Champagne in onore di Didier Deschamps, quello che in Russia doveva preparare la squadra per il prossimo Mondiale all’eroe nazionale Zinedine Zidane e che invece la Coppa del Mondo l’ha alzata”. 

 

voci La versione di Limonov

intervista di michela iaccarino, il Fatto quotidiano, 16 luglio 2018

 

«Mosca è piena di stranieri ubriachi, questo mi irrita». Le sue parole planano come sempre decise. «Volevo che vincesse la ruskaja komanda, la squadra russa», ma Edward Limonov dice che «l’Inghilterra ha perso, quindi è otlicno, eccellente».  

 ➣  L’immagine di Putin e della sua Russia sono diventate ancora più solide dopo questo mondiale?

«Meno di quanto sembri a Putin. In Russia sono arrivate per il mondiale 2 milioni di persone, comunque un numero molto piccolo rispetto ai 7,5 miliardi della popolazione terrestre, è una kaplja v more, una goccia nel mare. Putin ha sopravvalutato troppo lo sport come strumento di influenza nel resto del mondo. Alla Duma di Mosca oggi sono seduti molti di quelli che ieri erano atleti, ovviamente dei neumnych, dei non intelligenti. Per i Giochi Olimpici invernali a Sochi hanno invece distrutto la natura unica del territorio. La visione di Putin riguardo lo sport non è così dritta, ha sbagliato».

 ➣  È stato gentile a dare questa intervista durante la finale.

«Non sono un uomo gentile, sono un uomo efficiente. Dio non ha voluto che la Croazia vincesse, la coppa del mondo sarebbe finita tra le mani di fascisti dei Balcani, che hanno ucciso milioni di serbi ed ebrei. Per Putin sarebbe stato un autogol».

 

[Fine]

 

Qui tutta la serie della Storia dei Mondiali

 

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A cura di Angelo Carotenuto.

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