Senza la Francia, il mondo sarebbe solo
Victor Hugo
Noi e la Francia, da Bartali a Zidane
Lo schema Paolo Conte, lo schema dei francesi che si incazzano, ha camminato a lungo sulle gambe di Gianni Brera. Li chiamava “gelosi e cocoricò”, cittadini di “un mediocre Paese calcistico”, “presuntuosi e sciovinisti fino al grottesco”. Li accusava di non aver preso sul serio il calcio “prima di incoraggiarvi immigrati poveri come italiani, polacchi e africani”.
Rimproverava al suo conterraneo Manzoni, “gran codino egoista e pauroso” di averli visti arrivare a Milano e aver trascorso qualche anno a Parigi, sotto Bonaparte, “e si è dimenticato che la Lombardia ha dato qualcosa come novantamila morti alla causa della Grand Révolution. Fosse stato più coraggioso e moderno, Manzoni avrebbe dato il suo Guerra e Pace agli italiani, non si sarebbe rifugiato alle spalle di Don Rodrigo e Azzeccagarbugli”.
Così, se Schopenhauer scriveva che i francesi, “insopportabili – migliorano con gli anni, come certi vini”, Gianni Brera non mandava giù il fatto che per loro gli italiani fossero tutti “dei fourbs, degli imbroglioncelli”.
A nutrirsi delle sue cronache e del suo racconto dello sport, si assorbiva allora tutto questo alicui venenum infundo nei loro riguardi. Eppure, Brera era stato anche una firma de L’Équipe. Eppure, qualche volta i grandi di Francia venivano arruolati per missioni battenti bandiera italiana, come Arnoux e Prost in Ferrari, Michel Platini alla Juventus. Più spesso stavano di là, dall’altra parte, tipo Fignon con Moser nel pomeriggio della crono di Verona che decideva il Giro 1984. Lì il francese si incazzò davvero, quando gli elicotteri volavano bassi sulla sua testa e un vortice d’aria lo frenò, mentre Moserone volava sulle ali delle ruote lenticolari. Altri totem dello sport di Francia sono stati irraggiungibili. Gustavo Thoeni non era ancora sbocciato quando Jean-Claude Killy dominava sulle nevi, Giovanni Manca fu troppo tenero per Marcel Cerdan, Bernard Hinault risultò imbattibile nei suoi giorni migliori per Saronni, Baronchelli, Panizza, tutti.
Ma la Francia è stata dolce per Fausto Coppi, Adriano Panatta ha vinto il suo Slam al Roland-Garros, Tomba fu per la seconda volta oro nel gigante olimpico sulla neve di Albertville. Maria Canins ha arginato Jeannie Longo, Federica Pellegrini ha duellato in più campi con Laure Manaudou, Varenne è andato a prendersi due volte l’Amérique in casa di Bellino II e di Ourasi. Andando oltre le tracce di Brera, Gianni Clerici ha trasferito agli aficionados l’amore per Suzanne Lenglen e Gianni Mura per la Francia tutta, per i girasoli lungo le strade del Tour, la lavanda della Provenza, le albicocche del Dôme, le canzoni di Jacques Brel. È stato il primo giornalista scrittore non francofono a ricevere il premio Antoine Blondin dai francesi.
Ai francesi portammo via un campione che credevano loro, nel Natale di diciotto anni fa. Claudio Gregori sulla Gazzetta certificò una scoperta che cambiava la storia della Roubaix. Uno studio di Franco Cuaz, ingegnere, presidente della Società Autostrade Valdostane, ciclofilo, scopriva che il primo vincitore Maurice Garin era stato naturalizzato francese solo anni dopo. Quando era arrivato primo, era ancora italiano, un valdostano emigrato per fare il ramoneur, lo spazzacamino
“I sacri testi – parole di Gregori – dicevano che alla maggior età aveva optato per la cittadinanza francese. Invece fu naturalizzato solo a 30 anni e mezzo, il 21 dicembre 1901. Garin gareggiò da italiano per due terzi della carriera”. La pepita d’oro che aveva cambiato la scena, era un documento scovato negli archivi, la richiesta di Maurice Garin al sindaco di Chalons-sur-Marne di aprire e gestire uno spaccio di bevande in Place de l’Hotel de Ville n.7. La frase Garin Maurice Francois, né à Arvier (Italie), naturalisé Francois par décret du 21 Décembre 1901 stabiliva in via definitiva che da Parigi dovevano restituirci almeno due Roubaix, se proprio si ostinano a non volerne sapere della Gioconda.
Un anno fa, Aldo Cazzullo sul Corriere della sera ricordava che “l’Italia ha dato alla Francia due regine – Caterina e Maria de’ Medici -, un cardinale quasi re – Mazzarino era nato a Pescina da madre umbra e padre siciliano -, un imperatore – a casa Bonaparte si parlava italiano, e per tutta la vita Napoleone parlò francese con accento italiano -, un capo del governo – Léon Gambetta era figlio di un droghiere genovese -, un grande scrittore come Zola, figlio di un ingegnere veneziano, e un capitano della Nazionale: Michel Platini è di Agrate Conturbia, Novara. Se è per questo, Pierre Cardin si chiamava in realtà Pietro Cardìn ed era di Sant’Andrea di Barbarana, Treviso”.
Morale: i francesi non si incazzano più. Lo ha scritto a inizio agosto Stefano Montefiori sempre sul Corriere della sera, dentro una serie di servizi su come all’estero vedono noi italiani. Il complesso di superiorità e la rivalità? Luoghi comuni.
“È a senso unico: sentita dagli italiani, certo, ma non dai francesi. I francesi ci adorano, e pazienza se il sentimento non è corrisposto. Sono gli italiani e l’Italia a far sognare, a rappresentare l’idea di un altro modo di vivere magari più interessante, un luogo dove le persone sorridono non per ingenuità ma per gusto e comprensione della vita, sono brillanti e hanno il panache, quel misto di classe e saperci fare che qui viene tenuto — giustamente — in grande considerazione. «Croquer la vie à pleines dents» è una bella espressione francese che indica l’ambizione di affondare i denti nella vita, di vivere con tutta l’intensità possibile: a torto o a ragione gli italiani in questo sono considerati maestri, e l’Italia è vista come il luogo più propizio per almeno provarci”.
L’Équipe ha dedicato un numero monografico del suo Magazine al sorprendente 2021 dell’Italia nello sport, senza stizza, senza irritazione, un omaggio sincero, un’attenzione speciale, come quella di Cannes per i nostri autori, Moretti e Sorrentino oggi, in passato Petri e Rosi, Germi e Antonioni, Visconti e Rossellini, Fellini e De Sica. C’è un ponte tra le arti, con le traduzioni di Battiato e De André da una parte, di Nicole Croisille che rifà Mia Martini dall’altra. Il successo di Elena Ferrante ha riacceso l’interesse su Napoli, come Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore aveva fatto per la Sicilia. Anche il presidente Emmanuel Macron parla spesso del suo amore per Napoli, scoperta al liceo, dove la sua futura moglie Brigitte Trogneux studiava il teatro di Eduardo.
Ha scritto Montefiori che “noi italiani tendiamo a scambiare questa ammirazione per sufficienza, supponenza, ma è un segno più del nostro — immotivato — complesso di inferiorità che dell’arroganza francese”.
Jean Cocteau diceva: «Gli italiani sono dei francesi di buonumore». Solo di una cosa è meglio non parlare. Quella là. La testata di Zidane a Materazzi. Altrimenti torniamo a Paolo Conte. A Conte e a Brera che si meravigliava di non essere ascoltato: “Quando io parlavo di Gigi Riva ai colleghi francesi, sempre li vedevo fare smorfie eloquenti: e mi ricordavano – divertendomi assai – il folgorante ingegno di Pelé, il quale si rifiutava di riconoscere la grandezza di Riva perché – cos’’e pazzi! – sapeva solo segnare dei gol”.