L’addio di Vettel, il tedesco che non abbiamo capito

I segni che ho lasciato in pista, la pioggia li laverà via

Sebastain Vettel

Sebastian Vettel non aveva mai avuto un account social. Ne ha aperto uno su Instagram per postare poco dopo il video con il quale ha annunciato il suo addio alla Formula 1 alla fine di questa stagione. Dopo quindici anni da pilota e quattro titoli mondiali vinti. 

 

SONO TRE  i Sebastian Vettel che escono di scena. Il primo fu quello che videro esplodere pieno di luce in Red Bull, il campione del mondo più giovane della storia, il ragazzino dei quattro titoli mondiali consecutivi che a fine stagione se ne andava in macchina sul Vesuvio, forse per vedere da vicino che cosa significa trattenere il fuoco dentro

Il secondo Vettel fu quello che la Ferrari andò a prendersi sperando fosse il nome giusto per riportare il titolo a Maranello, salvo scoprire che il fuoco non resta mai per davvero tutto dentro. Quando usciva dagli argini e non sapevano come gestirlo, Sergio Marchionne trovava facile dire che quel tipo «era un tedesco dal carattere latino». Ogni tanto gli scappava: napoletano. Come dire: non era in effetti il tedesco che volevamo.

Il terzo Vettel è quello che Charles Leclerc in due gare ha spinto altrove. Ne traccia un ritratto definitivo Erik Bielderman su L’Équipe, parlando di un ritiro che arriva dopo gli ultimi anni complicati. La firma per l’Aston Martin gli pare l’ultimo errore commesso.

 

Oggi ne trae logicamente le conseguenze. L’arrivo di Charles Leclerc alla scuderia italiana nel 2019 ha ridistribuito le carte. A Vettel sono bastati a due GP per capire che il monegasco non avrebbe esitato a mordergli le caviglie.  Scelse il GP di Toscana, al Mugello nel settembre 2020, in un momento in cui la Ferrari celebrava il suo millesimo GP di F1, per annunciare che se ne sarebbe andato all’Aston Martin. Solo per rovinare la festa. Le storie d’amore finiscono spesso male. Aveva la speranza che i dollari canadesi potessero comprare abilità e genialità. Sognava una F1 green. Vettel credeva di poter trovare la luce. Senza nessun Leclerc al suo fianco. Senza nessuna pressione, diventata malsana alla Ferrari, senza nessun tifoso che ne coltivasse ancora, sbagliandosi. Ha vissuto una stagione per accumulare delusioni, chiudere con nove punti di differenza (43-34) rispetto al figlio del boss e un 12esimo posto nel mondiale piloti. Non restava che sperare, pregare e vedere Lawrence Stroll fare il suo mercato, strappando alle grandi scuderie ingegneri e tecnici promettenti. Ha finito per rimanere disilluso, lottando in fondo alla griglia e perdendo la motivazione. Ha visto Max Verstappen, Lewis Hamilton e anche Fernando Alonso, gli altri tre membri del club dei campioni del mondo in attività, battagliare ancora davanti. Sperava nel 2022 di lottare per una vittoria come Pierre Gasly e la sua Alpha Tauri 2021. Ha visto il suo desiderio esaudito, ora che le due case sono sì in lotta, ma in fondo alla griglia per l’ottavo posto nella classifica Costruttori. Allora non vale più la pena sacrificare la propria anima, la famiglia, la coscienza, per qualche giro in più.  Tutto ha spinto Sebastian Vettel a non prolungare ulteriormente questa mascherata. Il simbolo di tutto è arrivato domenica scorsa sul circuito Paul-Ricard, al termine dell’ultima chicane dell’ultimo giro, quando davanti a sé ha trovato Lance Stroll, che stava lottando per un punto. Il punto di arrivo di Vettel.

 

   coriandoli I commenti della stampa italiana

Non vince un mondiale da nove anni, non vince un Gran Premio da tre. Stefano Mancini su La Stampa scrive non è il talento che è invecchiato a 35 anni: è la voglia di spremerlo e di sfruttarlo al limite che si è esaurita. Diceva Enzo Ferrari che i piloti perdono un secondo a figlio. La storia racconta che Schumacher ha messo sette titoli in bacheca malgrado lo aspettassero a casa due bambini, e Hamilton ne ha vinti altrettanti senza paternità. Forse nel caso di Sebastian il Drake aveva ragione. Il nuovo look, i capelli lunghi e la barba, i messaggi pacifisti, l’ambientalismo, erano tutti segnali di un processo interiore in cui cambiano ritmi e odori della vita, «l’aria aperta, la natura e le sue meraviglie, il cioccolato, l’aroma del pane», senza la pressione della pista.

  ◇  Alessandra Retico su Repubblica ricorda come in questi anni, Seb si è speso in campagne ambientali, per la salvaguardia delle api e dell’agricoltura biologica, per i diritti Lgbt, contro la guerra e adesso dunque Seb ha scelto la vita

  ◇  Daniele Sparisci sul Corriere della sera ricorda che tedesco di Heppenheim, il Seb bambino frequentava la pista di Kerpen, la città del dio Michael. Idee chiare, perfezionista al limite dell’ossessione. Come quando era a Maranello: pur parlando un ottimo italiano, si esprimeva in inglese perché si vergognava di sbagliare qualche vocabolo. Se fosse per lui al suo posto sull’Aston Martin ci metterebbe Mick Schumacher, ma per il suo sedile c’è la ressa

  ◇  Giorgio Terruzzi, sempre sul Corriere, lo definisce una immagine sdoppiata. Un pilota in declino; un uomo in costante evoluzione. Il sorriso di un tempo è ricomparso a bordo di auto di ieri. Ha avuto tutto e in fretta. Forse troppo.  Quando è così, può succedere che la fame diminuisca, porti altrove. Le corse perdono un protagonista amatissimo, ma hanno avuto un bimbo prodigio capace di diventare adulto

  ◇  Fulvio Solms sul Corriere dello sport-stadio dice che ha sorpreso tutti. Non tanto per la notizia, quanto per la modalità dell’annuncio: una videolettera minimalista. In bianco e nero, voluta perché ogni dettaglio parlasse di lui e rappresentasse la vera essenza di Seb. Pantalone nero e maglietta girocollo nera, come un mimo. Sgabello nero, parete bianca. Barba incolta e capelli lunghi ravviati con un colpo della mano: il suo look 2022 di pilota già stufo della Formula 1 a 35 anni

  ◇  Umberto Zapelloni sul Giornale considera che ci mancherà l’uomo più del pilota. Sebastian Vettel ha dei numeri da leggenda, ma la sua è una leggenda esagerata e bugiarda come riesce a esserlo ogni tanto la Formula 1. Quando guardi l’Albo d’oro del campionato del mondo e vedi che Seb ha quattro titoli, due in più di gente come Alonso o Niki Lauda, uno in più di Jackie Stewart, quattro in più di Stirling Moss, capisci che quell’Albo d’oro è bugiardo come una moneta da cinque euro. È stato al posto giusto nel momento giusto.

  ◇  Nel suo spazio blog Profondo Rosso, Leo Turrini ha scritto: Anche io, più di una volta!, mi sono chiesto quanto, come e se sarebbe cambiata la carriera di Seb Vettel senza l’errore di Hockenheim 2018. Ma poi, nel tempo, mi sono reso conto che non si può ridurre ad un episodio l’esistenza di un essere umano. È vero, quella domenica Seb sbagliò. Ed è vero che se invece avesse consolidato il vantaggio su Hamilton, beh, forse quel mondiale avrebbe avuto un vincitore diverso. Ma importa davvero, ora che siamo qui a salutare un quattro volte iridato, uno che ha conquistato tanti Gp che solo Schumi ed Hamilton possono dire di aver fatto meglio? Uno che nella leggenda Ferrari, in termini di successi “di tappa”, è stato inferiore a pochissimi? Non credo. C’è stata, contro Vettel, una narrazione in negativo, figlia della idiozia. Lui è un gran pilota, magari non il migliore, io lo giudico un gradino sotto Hamilton, ma è un gran pilota. A farsi sì che mi immedesimassi con lui ha anche contribuito un ricordo dell’infanzia. Vettel bambino sognava di essere Schumi. Io bambino, anni Sessanta, sognavo di essere Neil Armstrong, il primo uomo a mettere piede sulla Luna. A me non hanno mai dato un Apollo 11 da depositare sulla superficie del Mare della Tranquillità. E a Seb la Ferrari, in quel momento storico, una monoposto perfetta non gliela ha mai data, al netto dell’errore di Hockenheim.

 

    binocoli Cosa scrivono in Germania | Karin Sturm su Die Zeit scrive che se ne va perché non può più vincere e perché la Formula 1 non riesce riconciliarsi con la sua coscienza. Nina Golombek su Der Spiegel parla di fine dell’alienazione. Michael Wittershagen sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung le considera dimissioni nel nome del progresso e aggiunge: Il 35enne Vettel, che aveva costantemente considerato i social come inutili e di conseguenza li aveva rifiutati, aveva aperto solo di recente il suo account. Dopo meno di due ore, aveva già più di un milione di followers. È solo uno dei misteri che Vettel si lascia alle spalle: cosa vorrà fare in futuro di questo seguito?”. A Philipp Schneider, sulla Suddeutsche Zeitung, pare che stia lasciando la F1 allo stesso tempo come un gigante e come un incompiuto

 

REWIND La sua epifania | Quando Vettel apparve sulla scena, aveva la luce attorno. Sfilò all’ultima corsa il mondiale al povero Fernando Alonso che se lo sentiva in tasca. In quel 2010 ci fece un effetto strano, di sentenza definitiva sul nostro sport. Emanuela Audisio su Repubblica mise la sconfitta in fila con il fallimento della Nazionale di calcio ai Mondiali in Sudafrica, quello degli azzurri di pallavolo ai Mondiali giocati in casa, la scherma che ai Mondiali di Parigi non aveva vinto nemmeno un oro nelle gare maschili, la qualificazione mancata dalla Nazionale di basket per i Mondiali, Valentino Rossi che iniziava a non vincere più.

L’Italia nel 2010 non comanda più – scrisse Audisio – come se lo sport non riuscisse più ad essere leggero, convinto di sé, né ironico, né eroico. Ma solo irrilevante. Come se non gli importasse più di mettersi il paese sulle spalle e di portarlo in alto. Certo, capita che gli altri siano più bravi. E che non ci siano colpe da scontare, se non applaudire l’avversario. Ma è stata la Ferrari a perdere il mondiale, a ordinare lucidamente uno stop che ha costretto Alonso a guidare in un traffico da ferragosto, su una pista dove poi sorpassare è difficile, soprattutto se ci si deve districare tra macchine più lente. La Ferrari resta un’ industria privata, un pezzo importante della via Emilia dei motori. Un’azienda brillante e molto desiderata sul mercato della velocità. Ma la Red Bull, a sei anni dal suo ingresso in Formula Uno, ha vinto non facendo calcoli. Come fanno tutti quelli che amano giocare. La Ferrari ha perso per averne fatti troppi, in cerca di un trionfo con poca fatica. Come tutti quelli che soffrono la libertà del gioco.

 

Il primo Mondiale di Vettel – stamattina è bello ricordare soprattutto quello – fu una trappola in cui cadde Maranello. Alonso aveva il terzo tempo in prova, 8 punti di vantaggio su Webber e 15 su Vettel in classifica. Webber corse a cambiare subito le gomme, Alonso lo seguì, Vettel si involò e non lo presero più. In conferenza stampa, con Vettel le cose andarono così.

  Come sta? Pausa. Sorriso. 

«Vuoto, mi sento vuoto».

  Come vuoto? 

«Sì. Mi viene da dire vuoto. Senza parole, se preferite. Ma vuoto è più preciso». 

  E ora come si sente? 

«Ancora vuoto. C’è un meccanico nel team che conosce tutti i campioni dal 1950 ad oggi. Tu gli dici l’ anno e lui ti dice il campione. Ecco, sapere di essere su quella lista, nella sua testa, insieme a Senna e Michael… Ecco, non so…».

  Perché aveva scritto Monza sul sottocasco? 

«Un giorno a metà stagione il mio ingegnere di pista mi fa: dimmi una parola che ti fa sentire bene, felice. Due giorni dopo gli ho detto: “Monza. Sì, Monza. La Toro Rosso, l’inno italiano in Italia. Monza”. E lui l’ha scritto».

  Ora è il campione più giovane di sempre, 167 giorni prima di Lewis Hamilton. 

«Il record era suo. Non è la cosa più importante…». 

Intervenne Hamilton: «È un bel record – disse – se lo goda, tanto nel giro di due anni apparterrà a qualcun altro». 

 

   panorami La stampa specializzata | Nella stampa di settore, Autosprint lo saluta come portatore di un sogno ferrarista nel quale ha lasciato indelebile il segno, umano prima ancora che sportivo.

Laura Di Nicola su Circus F1 scrive che la Formula Uno non è un posto per brave persone ma Vettel ha smentito anche questa certezza.

La vita, se ti dice bene – continua – è una cosa semplice. Un modo fatto di piccole grandi cose, come in quella canzonetta dei Beatles: uno stallo al mercato, una bella ragazza che fa la cantante, prendersi per mano e mettere su, in un paio d’anni, una casa dolce casa e una bella famiglia. Obladì, obladà, life goes on, brah! Molto spesso, soprattutto durante le ultime, faticose stagioni alla Ferrari, ho sentito suonargli intorno la sinfonia del “poco”: poco carismatico per guidare la rinascita della Scuderia, poco o per niente all’altezza del Grande Predecessore Michael Schumacher, poco resistente alla pressione della sfida con Lewis Hamilton o del confronto interno con l’arrembante Charles Leclerc, poco avvezzo al corpo a corpo in gara… Cosa succede accordando le trombe a un altro concetto, quello di “troppo”? Una musica simile: troppo giovane all’esordio in massima serie, troppo travolgente il suo successo in Red Bull, troppi quei 4 titoli tutti di fila, troppo emotivo e troppo coinvolto quando ha indossato i colori rossi, troppo affezionato al sogno infantile di raggiungere l’iride con la Ferrari da non vedere che quello non era il cavallo giusto per prendersi altre soddisfazioni in carriera, ma un Cavallino, bellissimo e fatale. Fra le due melodie, c’è uno spartito in comune: nel considerare i 4 titoli mondiali di Sebastian Vettel troppi – perché in almeno un paio di occasioni avrebbe meritato l’iride qualcun altro – o pochi – perchè non è più riuscito a ripetersi – c’è sempre una buona fetta di corresponsabilità della Ferrari”.  

 ◇   Alberto Antonini, in Ferrari con lui, ci ha lavorato, come responsabile delle relazioni con la stampa. Ne ha scritto su Formula Passion

Ho avuto la fortuna di salire su un’auto da corsa con diversi piloti e mai ho visto una luce simile nei loro occhi. Per qualcuno, Sebastian è sempre stato un “giovane vecchio”. Uno che ricercava il piacere dei dischi in vinile anche prima che diventassero di moda, che amava le auto d’epoca e si divertiva a pasticciarci in officina, anche se la meccanica applicata non era esattamente il suo forte. Uno che ha sempre odiato i social media e a differenza di Kimi Raikkonen non si è fatto convincere dalla moglie (ma in fondo anche Hanna è ben diversa da Minttu) ad aprire un profilo Instagram, se non per annunciare il suo ritiro dalla Formula Uno. Dopo sedici anni, che, mi dicono, è la durata media di un matrimonio in Italia. Non li capiva, i social, non li voleva capire. Mi diceva: “Ma perché dobbiamo raccontare quello che facciamo su Facebook. Per dovere aziendale – non piacciono neanche a me – rispondevo: perché ci permettono di raggiungere quattro milioni e rotti di fan in tutto il mondo. A lui, però, quello che tutti facevano sembrava interessare poco. Rifuggiva dai protocolli, si presentava in ritardo anche quando ad aspettarlo c’era Sergio Marchionne – che non era contento – e faceva impazzire i logistici con le sue richieste di andare in bicicletta nel traffico di Tokio. Quando vinse il GP Canada del 2018, Maurizio Arrivabene mi chiamò, fingendosi disperato, dalla sala Vip dell’aeroporto di Montréal: questo qui si è tolto le scarpe e gira in calzini (bianchi) e braghe corte ascoltando Toto Cotugno a tutto volume… 

È stato un collega, un buon collega, anche se non sempre è andato tutto liscio e non solo fra me e lui. Ricordo momenti di tensione, lamentele, improvvisi impuntamenti, ostinazioni incomprensibili e conferenze stampa condotte non proprio secondo i dettami dei briefing. Ma ricordo anche l’entusiasmo con cui, dopo la prima vittoria in Ferrari, volle restare con i meccanici al box mentre smontavano, per dare una mano come faceva in Red Bull, e poi a cena nel loro albergo. Uno dei ragazzi a un certo punto gli chiese, in italiano: ma tu, veramente, chi sei? Lui rispose, nella nostra lingua: sono uno di voi”.

 

 ◇   Lawrence Barretto, editor del sito ufficiale della Formula 1, sottolinea che Sebastian Vettel è come nessun altro pilota di Formula 1 abbia mai visto. È stato forse giusto, allora, il modo che ha scelto per annunciare il suo ritiro. Solo Michael Schumacher, Lewis Hamilton e Juan Manuel Fangio hanno vinto di più. L’Aston Martin avrebbe voluto per Vettel una terza stagione, ma le sue prestazioni non sono state abbastanza buona. Nonostante gli enormi investimenti, l’auto del 2022 non ha fatto i passi avanti attesi nelle prestazioni. Sulla carta, sono l’ottava o la nona squadra. Vettel sa che il prossimo anno non sarà molto migliore. Hanno una nuova fabbrica che sarà operativa, una nuova galleria del vento e risorse per migliorare i macchinari.  La realtà è che potrebbero volerci tre, quattro, forse cinque anni prima che questa squadra sia da titolo mondiale.  Quando l’ho intervistato in passato, Vettel era sempre più vivace quando non parlava di corse. Amava discutere di articoli che aveva letto sui giornali nel week-end precedente o parlare della sua ultima scoperta in un ristorante, dei produttori locali di verdure, della commedia britannica. È semplicemente un tipo interessato alla vita. Ha già avviato una serie di iniziative, dalla costruzione di case di api in Austria con i bambini, alla raccolta dei rifiuti a Silverstone. Ha tutte le caratteristiche per essere un filantropo di successo

Buona vita, allora, magnifico tedesco. E sorridi. 

 

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