il misterioso caso di Marcell Jacobs

Credo che la parola “mistero” sia solo un modo diverso di definire un pasticcio

da E.M. Forster, Passaggio in India

 

A poche ore di distanza dalla tappa di Diamond League in Stoccolma, ieri Marcell Jacobs ha comunicato una nuova rinuncia per un fastidio a un gluteo. Era l’ultima occasione per un test prima dei Mondiali di Eugene di metà luglio, dove dovrà difendere e legittimare il titolo olimpico dei 100 metri, senza aver mai corso nel 2021 dopo l’oro di Tokyo e con soli due giorni di gara nel 2022. Sempre che a Eugene, Jacobs davvero corra.

 

Scoppia di salute, Marcell Jacobs. Ma solo nelle foto e solo a parole. Uno lo vede gonfiare i muscoli come un Popeye senza pipa in bocca e pensa wow, ora li sbrana tutti. Uno sente annunciare i piani ambiziosi e immagina di trovare lo stesso inaudito calpestatore della pista elastica di Tokyo, quello capace di volare in 9”80 con le scarpe magiche sul tappeto magico preparato dalla Mondo. Invece i muscoli ci sono, le parole ci sono, ma i tempi no. Non il 9”80 del 1° agosto 2021. Nemmeno il 9”95 del record italiano di Savona 2021. Nemmeno un 10 netti, va’. Anzi, a dire il vero, non c’è quasi mai Jacobs, il velocista da un anno scisso in tre parti diseguali: condizioni, dichiarazioni e prestazioni. 

 

Il suo coach Paolo Camossi è coinvolto in tutte e tre le sfere. Intervistato da Repubblica, a dicembre scorso diceva: «Puntiamo a correre in 9”62 – 9”63. Jacobs ha ristabilito il suo schema motorio». Il titolo mondiale indoor sui 60 metri indoor davanti a Christian Coleman, una volta usciti finalmente dall’auto-esilio post Tokyo, aveva rilanciato l’ipotesi di un Marcell Jacobs in cammino verso una bozza di normalità. A febbraio, parlando con Tuttosport, Camossi insiste: «Può correre intorno a 9”70». Tre mesi dopo, a maggio, il tempo potenzialmente nelle gambe del campione olimpico era salito ancora, «poteva correre in 9”85», si rammarica il coach, per aver dovuto saltare l’appuntamento di Nairobi. 

Nairobi, ecco. Tutto comincia da qui. Il nome del luogo evoca una Casa di Carta sulla via del cedimento. La tappa non era prevista. Quando Filippo Tortu annuncia che sarà il suo primo appuntamento della stagione, viene voglia pure a Marcell di volare in Kenya a 1800 metri sul livello del mare. Camossi sta già raccontando da qualche settimana che in allenamento lo vede volare. Perché non approfittarne per un tempo da scolpire nella storia?

Stefano Tilli, voce tecnica dell’atletica leggera in Rai, alla Gazzetta dello sport approva: «Marcell adesso è un modello. L’appetito vien mangiando: essendosi reso conto di avere una condizione molto alta, ha fatto bene a cercare una gara veloce e competitiva, con avversari di livello. Bisogna sapere cogliere l’attimo».

    NAIROBI | Dall’aeroporto di Nairobi, Andrea Buongiovanni, inviato dalla Gazzetta al seguito del tentativo di qualcosa (il record del mondo?), testimonia che Jacobs è come una volta Paolo Rossi: l’Italia, adesso, viene identificata con Marcell Jacobs. Eccessivo, ma non troppo. Sarà che di atletica, in Kenya, ne masticano parecchia

Anziché incontrare Fred Kerley, Jacobs però deve incontrare dei medici. 

La sera prima della tappa del World Continental Tour, le cronache dal Kenya fanno rimbalzare in Italia la notizia di un problema gastrointestinale. 

Quella domenica, la Gazzetta racconta: Venerdì mattina, ospite della conferenza stampa della vigilia del meeting in un ambiente da giungla, circondato da specie vegetali di ogni genere, era apparso a tutti in forma smagliante. In pochi avevano fatto caso al fatto che a pranzo aveva mangiato meno del solito. Così come non aveva destato allarmi la scelta di disertare la seduta di rifinitura allo stadio. Da lì a poco, però, s’è scatenato l’inferno. Sotto forma di ripetuti e continui attacchi di dissenteria e vomito. In qualche modo tipici per chi non è abituato a queste parti del mondo – si è a meno di 150 km a sud dell’equatore – ma dagli effetti ben poco piacevoli. Chi a quel punto l’ha visitato al Safari Park Hotel, quartier generale del meeting, viste le condizioni ha suggerito il ricovero”

Va in ospedale pure il suo fisioterapista, Alberto Marcellini, sofferente come lui, se non di più. L’ambasciata favorisce un trasferimento al pronto soccorso del Ruaraka Uhai Neema Hospital, in Off Thika Road, struttura fondata nel 2009 dalla Ong italiana World Friends in collaborazione con l’arcidiocesi cattolica di Nairobi, dove operano medici italiani. È disidratato, gli fanno esami del sangue, flebo. 

«Un banale virus intestinale», commenta lui. 

 

Banale, aggettivo. Privo di originalità, distinzione, importanza (Un uomo banale). Piatto, convenzionale (Discorso banale). Semplice, facile, scontato.

 

Camossi è ottimista. «Di solito, in situazioni come questa, si perde circa una settimana. I 200 di Savona sono in calendario tra dieci giorni». Nessun problema. Anche perché Christian Coleman, da molti indicato quale rivale n. 1 di Jacobs – scrive la Gazzetta – ha vinto i 100 della tappa Gold del Continental Tour di Tokyo in 10″09. Nulla di cui preoccuparsi troppo

 

    IL DOPO-NAIROBI | Il lunedì Marcell Jacobs, all’ora di pranzo è di nuovo in Italia e si accorge che l’infezione intestinale che a Nairobi lo ha costretto a due giorni di ospedale non è debellata. Soprattutto non lo sono gli inevitabili strascichi conseguenti

Sono passate 24 ore e il virus intestinale già non è più così banale. 

Passano quattro giorni. Al giovedì, intorno all’ora di pranzo, le cronache lo danno in pista al Paolo Rosi. «Voglio riscrivere la storia», dice lui sempre alla Gazzetta

Nell’attesa scrive la prefazione al libro della sua mental coach, Nicoletta Romanazzi, Entra in gioco con la testa (Longanesi). Visto che c’è, partecipa pure alla presentazione, mentre Fred Kerley – a matita – segna un 9”92 a Nairobi, facendo capire che forse l’avversario non è più Coleman. 

Domenica 15 maggio i giornali annunciano che Jacobs al mercoledì sarà a Savona. Attenzione. Non più sui 200 metri, come previsto fino a qualche giorno prima, ma sui 100 metri. Non è più il momento per fare esperimenti. Abbiamo attraversato la soglia dell’emergenza: bisogna pensare ai Mondiali. Repubblica aggiunge che correrà i 100 pure a Oslo

Per ingannare il tempo, Marcell Jacobs ha scritto pure la sua autobiografia, si intitola Flash – La mia storia, edita da Piemme, va in libreria il 17 e in edicola il 18 con la Gazzetta dello Sport, che ha dichiaratamente sposato la macchina marketing del campione. Il direttore Stefano Barigelli dice a Prima Comunicazione: «Nell’agosto di un anno fa, l’incremento che abbiamo avuto dopo la sua medaglia d’oro per la vittoria nei 100 metri a Tokyo, ha superato quello registrato dopo lo scudetto dell’Inter. Ancora oggi, basta che sul sito compaia sul sito la parola Jacobs e i dati si impennano. Rappresenta un fenomeno che tiene anche quando non si sono i Giochi Olimpici». 

«Ora sto bene – racconta allora Jacobs alla Gazzetta alla vigilia del meeting di Savona – ma non è stato semplice. Il malessere è arrivato in fretta. la febbre è subito salita a 40°. In questo momento peso 80 kg, 2,5 in meno di dieci giorni fa, il che potrebbe non essere necessariamente un male. Ma ciò che conta è che a livello energetico ho perso poco». 

Andrea Buongiovanni fa il suo lavoro e gli chiede di una noia al bicipite sinistro di cui ha notizia. «Immagino sia eredità di quanto successo – gli risponde il campione – venerdì notte ho avvertito un crampo violento, pensavo si fosse aperto il muscolo. Mi sono mosso con cautela, è stato solo un indurimento. Il mio fisioterapista Alberto Marcellini in queste ore mi ha raggiunto a Savona. Un paio di trattamenti e sarà tutto dimenticato».

La scatola nera del corpo di Jacobs racconterà un’altra storia. Questo è un altro bivio, nel quale – di nuovo – condizioni, dichiarazioni e prestazioni vanno ognuna per conto suo. 

A Savona, in batteria, Jacobs corre in 9”99. Sarebbe un buon tempo da stampare su una cartolina e spedire in America per rispondere sul piano mediatico al 9”82 di Kerley. Solo che è ventoso. Quel tempo ufficialmente non esiste. Sarà per questo che Jacobs decide – o chi per lui – di correre pure la finale. Nonostante abbia sentito di nuovo indurirsi un muscolo. Il vento stavolta s’è placato e pure Jacobs. Chiude in 10”04. Un tempo con il quale a Tokyo sarebbe rimasto fuori dalla finale. Stefano Tilli, in diretta Rai, intuisce e la butta là: in queste condizioni, perché andare a prendersi una sconfitta in faccia dagli americani al meeting di Eugene?

Paolo Camossi è di altro parere. Dice che andranno, partiranno – vedrete – stupiranno. 

Nei giorni successivi a parlare sono gli esami clinici. Dicono che si tratta di una distrazione-elongazione di primo grado del bicipite sinistro. Che significa? Significa che ci sono altre tappe da depennare dall’agenda, le tre di Diamond League: quella prestigiosa di Eugene, quella di Roma (con i biglietti dello show di Marcell da tempo in vendita) e quella di Oslo. Fuori un mese, insomma. Durante il quale si perde il conto delle volte in cui cambiano i piani, se non altro cambia la comunicazione. Nessuna gara fino a Eugene. Anzi sì: solo Stoccolma e niente Assoluti. Anzi no: anche gli Assoluti, ma solo in batteria. Anzi no, no: prudenza, meglio solo Stoccolma. Anzi no, no, no: anche gli Assoluti. 

All’ultimo minuto finalmente è un sì. Jacobs a Rieti corre la batteria in un mediocre 10”17 pieno di ovvia ruggine. Così cambia di nuovo idea: corre pure la finale. Niente di che: 10”12. Sarebbe arrivato settimo in semifinale ai Giochi. Chituru Ali gli arriva vicino. 

Che si fa? Stoccolma sia, decide la macchina del marketing e della comunicazione. All’Istituto di Scienza dello Sport di Roma, domenica era stato sottoposto a un controllo. Secondo le versioni ufficiali, l’impegno non aveva lasciato scorie. Due giorni fa, nella conferenza stampa di presentazione del meeting, lui si dice in netta ripresa e fiducioso. «Ora va bene – garantisce – mi sentivo un po’ stressato prima di rientrare in pista, ma sono tornato e posso concentrarmi sui Mondiali. Spero di raggiungere il top della forma tra due settimane per vincere una medaglia»

È l’ultimo passaggio della scissione di Jacobs in tre. Non era così netta, la ripresa. Intorno a Jacobs, se ne erano accorti o no? All’improvviso sente un altro fastidio. Stavolta è il gluteo. Cancella un’altra gara a pochi istanti dal via. Non dice più «ora va bene», ma dice «siamo esseri umani, non macchine». Ed è vero, è terribilmente vero finanche nell’era in cui Paltrinieri va sul podio ai Giochi un mese dopo la mononucleosi, Sofia Goggia dopo una frattura alla tibia e Rafa Nadal vince il Roland-Garros con una sindrome degenerativa alle ossa del piede. Solo Paolo Camossi di nuovo rasserena: «C’è fiducia». Marcell scoppia di salute. Nelle foto e nelle parole.

Delle tre l’una: o deve cambiare la posa, o deve cambiare chi gli scrive i testi, o deve cambiare metodi di preparazione. Deve farlo per non lasciarci con la domanda su quale sia il vero Jacobs. Sono carine da ricordare anche le canzoni che durano un’estate sola, basta sapere che di quello si trattava. Oppure qualcosa sta sbagliando. Lui saprà che cosa. Meglio di tutti noi. 

 

 

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