Se c’è una magia nella boxe è la magia di rischiare tutto
per realizzare un sogno che nessuno vede. Tranne te
Million Dollar Baby
Nei 140 anni di vita dell’impianto, erano entrate come cameriere, come show girl o con Marilyn Monroe che canta Happy Birthday a John Fitzgerald Kennedy.
Mai per combattere un match di boxe, sullo stesso ring dove fecero a pugni Joe Frazier e Muhammad Ali.
Mai fino a dopodomani. Quando Amanda Serrano e Katie Taylor si sfideranno nel match più grande di sempre per il pugilato femminile
▻ Era di maggio, sessant’anni fa. Marilyn vestiva pelle e perline, come disse il governatore dell’Illinois. S’accostò al microfono e davanti a 17 mila persone vi soffiò dentro una canzoncina che avrebbe impresso per sempre nella nostra coscienza collettiva. Happy Birthday Mister President, Happy Birthday To You. Sedevano in platea Maria Callas e Ella Fitzgerald. Lei e Kennedy si guardarono negli occhi. Tutt’intorno c’era il Madison Square Garden, il terzo dei quattro esistiti a New York, costruito nel 1925 sul lato ovest dell’Eighth Avenue, tra la 49esima e la 50esima Strada di Manhattan, lungo il cammino del tram. Ma questo – questo viene dopo.
Si trattava del primo Garden lontano da Madison Square Park, dove erano stati tirati su i primi due, nel 1879 e nel 1890. Nel suo periodo d’oro, fino al 1910 circa, era conosciuto come il posto degli hotel e dei ristoranti più eleganti, la culla del baseball, il parco dove erano cresciuti Edith Wharton e Theodore Roosevelt, quello in cui passeggiavano Herman Melville e Mark Twain. Secondo il libro Gotham: A History of New York City to 1898 apparvero contemporaneamente dozzine di saloon, i predecessori dei club alla Playboy, dove si potevano incontrare ragazze con gonne corte e alti stivali rossi. Portavano da bere ai clienti con le bottiglie infilate nei reggicalze, prima di ritirarsi in qualche stanza privata nei paraggi. Il Madison era stato addirittura la scena di un crimine, uno degli scandali più rumorosi nella storia della città, con l’omicidio dell’architetto Stanford White (1906) da parte del marito geloso di Evelyn Nesbit, la showgirl di Gibson girl. Lo uccise al ristorante sul tetto, dove 14 anni più tardi si sarebbe tenuta la più grande veglia funebre della storia per salutare l’ingresso del Proibizionismo – l’addio estremo all’immaginario John Barleycorn, la personificazione della birra e del whisky – organizzata con un biglietto di ingresso di 2 dollari.
Il primo dei Madison Square Gardens era originariamente un deposito merci per la New York and Harlem Railroad, una struttura a due piani con una torre sulla 26esima Strada e Madison Avenue. Fu liberato e divenne la pista per i cavalli di PT Barnum. Non era riscaldato e il signore dei circensi lo vendette a un compositore e maestro di banda, Patrick Sarsfield Gilmore, il primo a includere un sassofono tra gli strumenti del suo gruppo. Lo ribattezzò Gilmore’s Garden, così quando William K. Vanderbilt lo rilevò gli diede definitivamente il nome che conserva oggi. Il finanziere J.P. Morgan lo comprò per 400mila dollari, lo rase al suolo e al suo posto costruì un palazzo in mattoni e terracotta, sormontato da cupole, decorato con archi. Fu demolito nel 1925 e il terzo Garden trasferito altrove.
Anche questo terzo Garden si apriva agli spettacoli del circo, con gli animali esotici, le corse dei carri, i gladiatori. I Ringling Bros e la donna cannone del Barnum & Bailey erano regolarmente in cartellone. Il circo era così importante che quando i Rangers si qualificarono per le finali della Stanley Cup nel 1928, furono costretti a giocare tutte le partite in trasferta. Dovevano lasciare libera la pista. Solo qui ci si esibiva all’epoca sul filo alto e al trapezio. Blinc Candlin, un vigile del fuoco di Hudson, guidò lassù – sospeso in aria – la sua bicicletta in esclusiva per un ventennio. Nel ‘32 Franklin Delano Roosevelt proseguì una tradizione iniziata da Grover Cleveland e davanti a 22 mila persone si ricandidò alla presidenza degli Stati Uniti. Il soffio di Marilyn avrebbe chiuso una stagione e aperto l’età del quarto MSG, costato 150 milioni di dollari. The Mecca per i fedeli del basket, il ring di Joe Frazier e Muhammad Ali per i patiti della boxe. Era arrivato nel frattempo il Sessantotto e le prime donne a prendersi la scena furono Aretha Franklin, Tina Turner e Janis Joplin. Il record appartiene a Madonna, che ha montato un palco dentro il Garden per trentuno volte, ma nessuna – nessuna donna era mai entrata con dei guantoni allacciati intorno alle mani. Fino a sabato. Due giorni ancora. Gong.
In uno degli angoli sta Katie Taylor, irlandese, la proto-femminista della boxe. Si è battuta per l’ingresso alle Olimpiadi, ha vinto l’oro nella prima edizione di Londra 2012, ha alzato la voce perché le riprese durassero tre minuti, come per gli uomini. Viene da Bray, un posto con 31mila abitanti, definito una volta come una tranquilla comunità di camere da letto sulla linea ferroviaria dei pendolari per Dublino. Alla fine degli anni ’90, la boxe femminile in Irlanda venne vietata. Figlia di un boxeur, Taylor poteva allenarsi quanto voleva, ma non c’erano match autorizzati. Mamma Bridget è stata la prima giudice di boxe nel suo Paese. Dietro le quinte, fece pressioni sull’Irish Amateur Boxing Association perché rivedessero il bando. Katie nel frattempo si infilava i capelli sotto il caschetto e si iscriveva ai tornei maschili con il nome K. La metamorfosi. Alla fine, le autorità irlandesi hanno ceduto. Oggi si allena in un anonimo edificio in mattoni nel centro del Connecticut, sotto un murale che raffigura The Marvelous Mykquan Williams.
Dall’altra parte del ring siede Amanda Serrano, portoricana, mancina, vive poco lontano dal ring, a Brooklyn e si allena in una palestra nel Queens. Come raccontato da Dario Torromeo sul suo blog, nel settembre 2011 pesava 58 kg quando conquistò il titolo IBF dei superpiuma, nell’agosto 2014 era 60,861 e vinse la corona WBO dei leggeri, nel febbraio 2016 era scesa di nuovo a 57,150 per il mondiale WBO dei piuma, otto mesi più tardi era calata a 55,338 per il titolo WBO supergallo, nell’aprile 2017 era andata ancora più giù, a 53,623, per diventare campionessa WBO dei gallo. Amanda espande e restringe il corpo. Dopodomani entra nella storia del Madison Square Garden dopo essere risalita attorno ai 64 chili, per la riunificazione della cintura dei superleggeri. “Quasi nove chili in più di quanto non pesasse l’ultima volta che ha combattuto per un titolo – scriveva tempo fa Torromeo – ma forse a renderla davvero unica è il fatto che non abbia mai avuto, per scelta, un telefonino. Dice che l’avrebbe distratta dalle cose importanti della vita”.
Tess Crain sul Guardian dice che “il match è stato presentato come il più grande nella storia recente della boxe, ma forse è il più grande e basta: punto. Serrano e Taylor sono le due migliori pugili al mondo indipendentemente dal peso. L’ultima volta che un numero 1 e un numero 2 si sono affrontati è stato più di un decennio fa, quando Manny Pacquiao sconfisse Juan Manuel Márquez con decisione non unanime nel 2008”.
Serrano ha un record di 42-1-1. Ha detenuto corone in 7 classi diverse di peso. Solo Pacquiao nella storia è arrivato a otto. Secondo alcune fonti, i 30 knockout inflitti in carriera alle avversarie sono la seconda migliore prestazione nella storia della boxe femminile, rispetto ai 32 di Christy Martin.
“Eppure – scrive il Guardian – Serrano ha trascorso la maggior parte della sua carriera decorata, sconosciuta a tutti, tranne che ai fan più accaniti della boxe, spinta nell’ombra dagli stessi ostacoli che devono affrontare innumerevoli altre pugili donne. Ostacoli che hanno portato molte di loro a passare alle arti marziali miste, che vantano una parità di genere superiore, sia nella retribuzione sia nella promozione. La stessa Serrano l’ha fatto temporaneamente. Questa sarà la prima borsa a sette cifre della sua carriera. Dal più grande incontro di boxe femminile di sempre, Serrano spera che esca un messaggio chiaro: «Che le donne possono combattere. Che possiamo vendere i biglietti. Il Garden è quasi esaurito. È incredibile, non è vero? Questo era sicuramente un mio obiettivo per la nuova generazione di donne nello sport. Non avrei mai pensato che sarei stata in grado di vederlo. Spero solo che non sia la fine».
Serrano sbaglia. Non lo sta vedendo, lo sta causando. La rivista americana Sports Illustrated ha dedicato una copertina a quello che chiama il Garden Party, “la storia nel luogo più consacrato della boxe”. Chris Mannix ha scritto che ufficialmente c’è in palio il Mondiale, “ufficiosamente il match ci dice che la boxe femminile è arrivata. Quando i biglietti sono stati disponibili a febbraio, si è registrata la seconda prevendita più alta nella storia dell’impianto. Nel giorno in cui annunciarono che il match tra Shakur Stevenson e Oscar Valdez si sarebbe tenuto nella stessa data a Las Vegas, le indiscrezioni non segnalavano che le donne avrebbero spostato il match per non sovrapporsi, ma che lo avrebbero fatto gli uomini”.
Arriva a The Mecca quello che Lennox Lewis descriveva agli esordi come «uno spettacolo da baraccone», mentre lo storico di questo sport Bert Sugar parlava di «donne che scendono nelle sabbie mobili, brandendo fritture e pentole».
In venti-trent’anni muta lo spirito del tempo. Ci sono articoli sui giornali italiani del 1993, all’alba del primo match autorizzato nel Paese, in cui si parla di “sport senza futuro”, “impresa azzardata”, “discussione sul niente”, con critiche all’allora presidente dell’Associazione mondiale dilettanti Anwar Chowdry che permetteva alle donne di combattere. Quel Chowdry che diceva: «Non so quando, non so come. So soltanto che da oggi sarà possibile».
Nella sua tesi di laurea dal titolo L’identità non esiste, Imane Kaabour scrive che erano articoli nei quali si lanciavano invettive sul pugilato femminile, “descrivendolo come nato in mezzo a balere di periferia o su ring di secondo ordine popolati di mezze figure maschili”. La conclusione era che la boxe sarebbe rimasta così come è: “discussa e discutibile, inguaribilmente maschile e maschilista”.
Eppure il più grande scrittore di pugilato era già all’epoca una donna, Joyce Carol Oates.
Che nella prefazione alla sua raccolta Sulla boxe (edizioni 66thand2) dice: “Non mi riesce di pensare alla boxe in termini letterari come metafora di qualcos’altro. Chi come me ha cominciato ad appassionarsi di boxe da bambino − ho seguito la passione di mio padre − è improbabile che la consideri il simbolo di qualcosa che la trascende, come se la sua particolarità stesse nell’essere sintesi o immagine di altro. Posso però valutare l’idea che la vita sia una metafora della boxe − di uno di quegli incontri che si protraggono all’infinito, ripresa dopo ripresa, jab, colpi a vuoto, corpi avvinghiati, un niente di fatto, di nuovo il gong, e poi di nuovo, e tu e il tuo avversario così simili che è impossibile non accorgersi che il tuo avversario sei tu: e perché questa lotta su un palco rialzato, delimitato da corde come un recinto, sotto luci infuocate, crude, spietate, davanti a una folla scalpitante? −, il genere di metafora letteraria dell’inferno. La vita è come la boxe per molti e sconcertanti aspetti. La boxe però è soltanto come la boxe”.
Una donna intorno alle boxe del Madison Square Garden c’era stata nel 1977, quando Eva Shain fu chiamata a fare da giudice per il match dei pesi massimi tra Muhammad Ali e Earnie Shavers. Il periodo in cui venivano concesse le prime licenze alle donne. Sostiene Sports Illustrated che “la boxe femminile ha ancora molta strada da fare. La profondità rimane un problema. Ci sono stelle emergenti, da Claressa Shields, due volte medaglia d’oro olimpica che ha dominato le classi di peso superiore, a Seniesa Estrada, una campionessa dal pugno pesante come un mattoni, probabilmente la migliore agonista che ci sia. Ma mancano di avversarie per fare regolarmente match di un calibro da prima pagina. Taylor-Serrano è un passo verso questo scenario. Sarà un evento, un momento nel quale tutti ricorderanno dov’erano. Ispirerà le donne. È il primo vero super combattimento della boxe femminile. Non sarà l’ultimo”.
date | 1722 Alla Boarded House di Londra, nei pressi dell’attuale Oxford Circus, Elizabeth Wilkinson, the Cockney Championess, sfida Martha Jones | 1876: il combattimento tra Nell Saunders e Rose Harland all’Hills Theater di New York è in il primo femminile avvenuto negli Stati Uniti | 1954 Barbara Buttrick è la prima donna che vede trasmesso il suo match sulla tv nazionale americana | 1975 Caroline Svendsen riceve la prima licenza pugilistica degli Stati Uniti, nello stato del Nevada e può combattere in un match autorizzato di quattro riprese a Virginia City nello stesso stato | 1976 Pat Pineda è la prima donna ad avere una licenza nello stato della California | 1978 Dopo un lungo processo nello stato di New York, ci riescono anche Cathy “Cat” Davis, Jackie Tonawanda e Marian “Lady Tyger” Trimiar | 1995 Ai New York Golden Gloves, il più prestigioso torneo di boxe amatoriale degli Stati Uniti, viene creato un girone femminile | 1999 Sale sul ring la figlia del leggendario Muhammad Alì, Laila. Il suo debutto all’età di 21 anni, al Turning Stone Casino di Verona, nello stato di New York, è il primo evento mediatico per la boxe femminile | 2001 Si svolgono i primi campionati mondiali di boxe femminile | 2012 A Londra la boxe femminile entra nel programma olimpico. Nicole Adams, 30 anni, britannica, vince la prima medaglia d’oro olimpica.