Come da tradizione, le gare dei Giochi inizieranno prima della cerimonia d’apertura. Stavolta non sarà il calcio a cominciare ma il softball, tornato in programma a distanza di tredici anni. Giappone-Australia la prima partita.
Yukiyo Mine porta un perno di metallo dentro il pollice destro dal giorno in cui se lo fratturò. Era la giocatrice più giovane fra tutte nel 2008, quando il Giappone vinse la finale per la medaglia d’oro battendo 3-1 gli Stati Uniti, spezzando la sua egemonia iniziata nel 1996. Hitomi Kawabata era davanti alla tv, andava in prima media e disse a sua madre che sarebbe stato bello giocare al fianco di Yukiko Ueno. La madre le rispose di togliersi queste fantasie dalla testa, ché il softball alle Olimpiadi non lo avrebbero messo mai più. Yukiko Ueno, dentro la stessa scatola televisiva, si era rotta una mandibola ai Giochi precedenti, Atene, presa in pieno da una palla, ma era diventata un mito perché per prima al mondo aveva chiuso un perfect game di sette inning, e comunque la mamma di Hitomi si sbagliava. Il softball alle Olimpiadi è tornato. Non solo. Ma per la prima volta ha sfilato al calcio la prima palla al centro, sì, insomma, il primo tocco, il primo gesto, il primo piede in campo ai Giochi: la gara che inizia prima dell’inizio. Mancano quattro giorni alla cerimonia ma meno di 48 ore al primo risultato. Giappone contro Australia, allo stadio Azuma di Fukushima. Eri Yamada ci arriverà come sempre, lei che a scuola giocava a baseball con i maschi. Metterà come ogni santa volta prima il piede destro dentro la riga e quando si preparerà a battere, punterà la mazza verso la lanciatrice, poi si toccherà la manica della divisa, una specie di Nadal con i suoi tic. Era in squadra già nei giorni del bronzo 2004 in Atene. Yu Yamamoto, otto anni più tardi, stava annunciando il suo ritiro perché la spalla sinistra le dava troppo dolore ma dopo l’intervento chirurgico ha deciso di farsi coraggio e tornare. Adesso gioca con la data dell’intervento (“2012.7.17”) ricamata sul guantone, per ricordare ogni giorno di prendersi cura del suo corpo. Mana Atsumi tiene un diario. Minori Naito suona la chitarra. Yamato Fujita colleziona scarpe da ginnastica.
Questo primo Giappone che difende il nome del paese ai Giochi più tormentati è un gruppo di quindici ragazze affidate a Reika Utsugi, 58 anni, la sola coach donna tra i sei presenti nel torneo, dove 4 delle 12 medaglie assegnate nella storia sono andate agli USA, tre al Giappone, una alla Cina e le altre 4 all’Australia – un argento e tre bronzi – l’avversaria di domani notte.
| le australiane ► La maggior parte delle ragazze d’Oceania gioca perché lo faceva già la mamma, o la sorella, o un cugino. Stacey McManus, per esempio. Anche sua sorella minore Brooke è in Nazionale, ma quella della Nuova Zelanda, il paese di papà. Tutt’e due avrebbero potuto giocare anche per gli USA, che è la terra di mamma, e sono state avversarie in una partita ai Mondiali del 2012. Come i fratelli Boateng del calcio, quando uno aveva la maglia della Germania e l’altro quella del Ghana. Molte di loro hanno messo roba in valigia e sono partite. Hanno usato il softball per andare a prendersi una borsa di studio in America e laurearsi là. Clare Warwick alle Hawaii e adesso insegna alla Harrison Public School di Canberra: deve alla flessibilità della preside la sua presenza in Nazionale a 34 anni. Leigh Godfrey alla Radford University: sua madre Robyn e sua zia Sue sono state prima di lei in Nazionale. Michelle Cox alla San Jose State University, lei che è la sorella di Thimoty, un ex Boston Red Sox. Gabrielle Plain ha un diploma in psicologia preso alla University of Washington in Seattle. Rachel Lack ha completato due anni di studi in biologia sempre alle Hawaii, prima di trasferirsi alla Macquarie University nel New South Wales, in Australia e lavorare come guardiana di animali esotici presso lo Zambi Wildlife Retreat di Sydney.
Due delle ragazze australiane hanno cultura aborigena. La famiglia di Tarni Stepto viene dal popolo dei Kamilaroi e dagli Ualarai. Anche lei ha studiato negli USA, al Salt Lake Community College nello Utah e al secondo anno alla Oregon State University.
Anche i genitori e i nonni di Stacey Porter vengono dai Kamilaroi, costa orientale. Due anni fa è diventata la giocatrice internazionale di softball con più presenze in Nazionale al mondo (430) e usa i suoi successi per incoraggiare i giovani indigeni a fare sport. Ha lavorato con i bambini delle comunità nell’entroterra dell’Australia occidentale. L’anno scorso insieme con la compagna di squadra Leah Parry ha introdotto una nuova maglia disegnata dall’artista Kylie Hill che celebra le radici del paese.
Ellen Roberts è la ragazza che in squadra conosce meglio il Giappone. Ha un passato anche in Italia e adesso sta giocando per il Minamo Ogaki. A Japanball ha detto che «mi sono immersa nella cultura giapponese in ogni modo possibile: imparando la lingua, provando nuovi cibi e abbracciando lo stile di vita del paese». Ha un contratto come dipendente di una società di trasporti, va a lavorare la mattina in azienda e dalle 13 alle 19 si allena. Chi invece conosce più di tutte le Olimpiadi è Kaia Parnaby. Ne ha già frequentata una. Quando aveva 10 anni ha partecipato alle cerimonie di apertura e chiusura dei Giochi di Sydney, esibendosi come corista e ballerina della cantante Nikki Webster. È da allora che sperava prima o poi di tornarci. Ed eccola qua.
🔸 domani notte ore 2 Giappone-Australia