Il destino dei golpisti della Superlega

  Quando non c’era più nulla da cui sfilarsi, si sono sfilate anche l’Atlético Madrid e l’Inter. Quando non c’era più nulla da difendere, s’è arreso a quel punto pure Andrea Agnelli. Solo la sera prima, in due interviste a Corriere dello sport-Stadio e Repubblica lo escludeva, come ricorda Antonio Barillà su la Stampa: Benché il muro già scricchiolasse, aveva escluso il crollo con protervia, parlato d’un patto di sangue tra società fondatrici, garantito continuità e successo. In una notte di concitate riunioni virtuali ha compreso d’essersi sbagliato, dopo poche ore di sonno agitato è stato costretto a firmare la resa: «Rimango convinto della bellezza del progetto, avremmo creato la competizione più bella al mondo, ma per essere franchi e onesti non può andare avanti». Agnelli parla alla Reuters, dal suo ufficio con vista sullo Stadium. Al lavoro s’è presentato presto, nascondendo stanchezza e delusione

La Stampa scrive pure che il presidente è solo, con le sue riflessioni amare, con le ultime denunce sull’inaffidabilità del sistema calcio e sulle minacce ricevute dai club aderenti alla Super Lega. È sconfitto, sfiduciato, mollato dagli alleati, intrappolato tra le macerie di una rivoluzione a pezzi, naufragata troppo velocemente per non essere sgangherata

È così solo che senza tracce di scuse” (Paolo Tomaselli, Corriere della sera), con la Borsa giù per il secondo giorno consecutivo, ha scelto di impegnare tutto il club. 

Nemmeno in un passaggio così delicato difficile, la Juventus ritrova l’articolo davanti al nome e in una nota fa sapere che pur rimanendo convinta della fondatezza dei presupposti del progetto, ritiene che presenti allo stato attuale ridotte possibilità di essere compiuto

Non è un passaggio di poco conto. È l’unico club italiano che può dire di aver agito con un solo indirizzo, mentre dentro Inter e Milan le parole di Marotta ma soprattutto di Maldini con più nettezza («Non sono mai stato coinvolto nelle discussioni, ho saputo domenica sera come tutti voi, è una cosa che si è decisa a livello più alto ma non mi esenta dal prendere la responsabilità di scusarmi con i tifosi, non solo del Milan ma in generale») mettono l’accento su Zhang e Gazidis, la volontà dei proprietari passata sopra le teste dei manager. In questo caso no, in questo dettaglio Agnelli ci tiene a far sapere che il congiurato non è lui. È tutta Juventus. 

 

La Superlega è respinta, ma il calcio non è guarito. Ora la palla è nella metà del campo di una UEFA screditata, una istituzione che con Ceferin non può certo intestarsi questa vittoria, anzi, dovrà adesso portare il peso della pressione per l’epifania tellurica di un’ansia di cambiamento. Questa storia lascia alla fine sul campo qualche punto cardinale per orientarsi, alcune parole che il calcio adesso sa di non poter più ignorare nel suo futuro – merito, tradizione, appartenenza – e il principio di un nuovo primato della politica sulla finanza, emerso dietro le quinte della sommossa popolare, come analizza stamattina Gigi Riva sul Corriere di Bergamo. I 12 magnati che volevano sequestrare il calcio – scrive – avevano messo in conto il malcontento di supporter a cui avevano già inflitto campionati-spezzatino, orari impossibili dei match, strapotere della fruizione televisiva, senza pagare dazio. Non avevano previsto l’entrata a gamba tesa della politica. Il premier inglese Boris Johnson ha addirittura minacciato un’offensiva legislativa ad hoc per minare il progetto con gravi conseguenze per le casse dei club ribelli. Ecco, è stata la politica, per lungo tempo vassalla della finanza, a prendersi la sua rivincita. Spira un vento nuovo nel mondo segnato dal Covid-19, un cambio di passo dei governanti sull’onda del successo di Joe Biden negli Usa che vuole riassegnare alla politica il primato che le spetta. Così la rivoluzione si è trasformata in 48 ore in una tempesta in un bicchiere d’acqua.

Antonello Guerrera su Repubblica dal Regno Unito riferisce che c’è una commissione governativa già al lavoro con alcune associazioni dei tifosi e tra qualche settimana proporrà soluzioni: modello tedesco con il 51% delle quote del club ai tifosi; una sorta di ente regolatore/antitrust che scongiuri ogni campionato europeo; soldi dei diritti tv revocabili (le emittenti sarebbero già d’accordo). Per Johnson, la Premier League, il campionato più bello e ricco al mondo, è un brand troppo importante e prezioso per la sua Global Britain post Brexit. Le sei ex ribelli (United, City, Chelsea, Arsenal, Tottenham e Liverpool) sono state oramai terrorizzate dalle pressioni del governo, dalla rivolta dei tifosi e dalle probabili epurazioni dagli organi direttivi della Federcalcio inglese. Della Superleague, qui in Inghilterra, non si parlerà più per molti anni. Altre teste eccellenti potrebbero cadere, dopo il madornale errore di non aver capito nemmeno i loro tifosi, in un sistema devoto a comunità, tradizione, localismo, armonia tra generazioni. Era uno scontro di civiltà: la ricchissima e internazionale Superleague contro i tifosi inglesi che la partita la vedono spesso allo stadio o al pub, perché persino gli abbonamenti privati alle pay-tv in Inghilterra possono trasmettere soltanto una parte dei match. Questa congiura delle polveri bagnate non avrebbe mai attecchito da queste parti

E Giulia Zonca su la Stampa considera che Boris, la furia Boris: dopo essere riuscito a vaccinare quasi l’intero Paese, lo ha anche sostenuto nella sua passionale contestazione. Ha ipotizzato leggi promosse per fermare la fuga, ha fatto pressione per proteggere un mondo che ha mescolato capitali, idolatrato le plusvalenze, dimenticato pezzi per strada ma ha ancora lo spirito da Fa Cup. L’Inghilterra dei dopolavoristi di provincia che sognano solo quei 90 minuti in cui sfidare i campioni, i campetti di quartiere con i festoni nel giorno in cui arrivano club di Premier. Quelli che a un certo punto si sono trasformati nei più ricchi e pazienza, il calcio cambia, certo, ma non deve per forza inseguire un tifoso che non ha mai guardato una partita.

 

Boris Johnson, e poi? E poi in ambito UE certamente la Francia con Macron, tanto che l’Équipe ricorda già un suo precedente intervento dopo un Congresso FIFA del 2019 a Parigi, dove aveva segnato la sua forte opposizione al progetto di una Champions League quasi chiusa su iniziativa di ECA e UEFA insieme, quella volta. La sua uscita aveva contribuito a spazzare via l’iniziativa”.

Stavolta si sono spazzati via da soli, scrive Francesco Costa, vicedirettore de il Post, con un incredibile fallimento di comunicazione. In un mondo in cui tutti promuovono tutto, dal salumiere sotto casa fino alla grande multinazionale, questi pensavano di stravolgere il calcio mondiale senza una media strategy. Senza contendere spazio e argomenti a quelli che sapevano gli avrebbero fatto la guerra. Senza rispondere ai dubbi, senza marketing, senza spot, senza testimonial, senza pundits, senza social, senza mandare presidenti e dirigenti promotori a parlare 24/7 su tutti i giornali e le tv del mondo. Con un comunicato e un sito costruito in venti minuti. Un’azienda che progetti un lancio così importante in questo modo vedrebbe licenziamenti di massa. Un dilettantismo sbalorditivo che – al netto del giudizio sul progetto – è una fotografia triste di un mondo che almeno sul piano industriale si pensava più avanzato di così

Il mondo della finanza ha reagito con Standard Ethics, che ha declassato il rating di JP Morgan che si era associato al circo Pace e Bene per girare l’Europa: da EE- (adeguato) a E+ (non conforme). Sostenendo la Superlega, dice l’agenzia, la banca USA è andata in conflitto con le migliori pratiche di sostenibilità definite sulla base delle linee guida delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea, cosa che incide negativamente sugli interessi degli stakeholder.

 

discussioni La proposta di Dan Peterson Credo che la soluzione stia in una sola parola, che ripeto da quando sono in Italia, ormai quasi 50 anni: calendario. Per me le interruzioni del campionato di calcio per le Coppe e le nazionali sono una follia. Una cosa alla volta! Cinque mesi di campionato, due gare alla settimana se volete, da settembre a gennaio. Poi tre mesi di coppe da febbraio ad aprile. Infine due mesi solo per le nazionali, maggio e giugno. Un mese di riposo, luglio. Un mese di preparazione per l’anno successivo, agosto. È così difficile? (Gazzetta dello sport)

 

Adesso dove andare

  Cosa cerca il calcio adesso? Chi deve guidarlo verso un cambiamento? Verso quale cambiamento? Non sono poche le domande che ci accompagnano. Marco Iaria, firma economica della Gazzetta dello sport, ha anticipato su Twitter i temi del suo intervento: Dopo aver stoppato la Superlega le istituzioni del calcio, i club, i giocatori, gli allenatori mettano lo stesso impegno nel riformare un sistema che non funziona: un calendario ingolfato da troppe gare senza appeal, calmierare i costi con un’azione congiunta, estrarre maggior valore dalle competizioni sfruttando la diffusione globale dei marchi, adattare i format alla luce dei cambiamenti imposti dalla pandemia nell’esperienza stadio e dalle aspettative delle giovani generazioni

Mario Sconcerti sul Corriere della sera considera che la soluzione non è fare un club privato di lusso e lasciare buone mance ai camerieri, la soluzione è rendere gestibile l’azienda collettiva.  Ora si può riprovare, la situazione è matura, la disperazione aiuta, la gente ha capito.  Per trovare soluzioni al disincanto giovanile, bisogna rendersi conto che siamo davanti a un grande equivoco. Fino a 25 anni fa, si poteva vedere calcio solo negli stadi e solo quello della nostra squadra. Oggi tutti vedono tutto, il risultato elementare è l’inflazione. Più prodotto dai, più quel prodotto si svaluta. Il calcio vive da 20 anni solo dei soldi di chi lo inflaziona. È un giro vizioso che dobbiamo finalmente imparare a gestire.

 

Di equivoci piccoli e grandi si occupa pure Emanuele Atturo in un intervento molto interessante su Ultimo Uomo, che non è proprio un baluardo della conservazione. Atturo si domanda: una Superlega renderebbe il calcio più divertente? E ancora: cos’è davvero divertente? Nel ricordare che l’ultima finale europea tra Francia e Portogallo è stata bruttarella e così pure PSG-Bayern finale della Coppa 2020, Ultimo Uomo scrive che il progetto della nuova Superlega, almeno da un punto di vista estetico, parte dalla falsa convinzione che riunire fra loro in un torneo le migliori squadre e i migliori giocatori al mondo basti per migliorare lo spettacolo. O ancora meglio: per creare una forma di intrattenimento che riesca a competere con Fortnite o con League of Legends, citando le parole di Andrea Agnelli. Che sappia quindi replicarne la velocità adrenalinica, la stimolazione neuronale accelerata, un senso di meraviglia estesa che fa sembrare i video dei migliori giocatori di Fortnite, per esempio, dei trip psichedelici. Un paragone di cui all’epoca non avevamo riconosciuto la premessa radicale alla base: per Agnelli il calcio non è uno sport ma uno spettacolo da vendere a dei consumatori. È un’idea con cui abbiamo imparato a familiarizzare negli ultimi vent’anni, certo, ma che non pensavamo potesse spingersi fino a svincolarsi completamente dalle sue basi sportive. Dalla meritocrazia, prima di tutto, creando una lega chiusa e che stronchi sul nascere la possibilità che club piccoli si scontrino con quelli grandi. Persino negli ultimi anni, quelli di maggiore oligopolio, abbiamo visto storie nuove che creavano un minimo di biodiversità: l’Atalanta l’anno scorso arrivata fino ai quarti di Champions; la Roma in semifinale tre anni fa; l’Ajax eliminato a un passo dalla finale due anni fa. Ma il grande elefante nella stanza è quello che il calcio, come forma di intrattenimento pura, non vale granché: è lento, noioso, frustrante

 

A proposito di questa cosa di Fortnite e del nuovo pubblico giovanile che sta tanto a cuore a Pérez e Agnelli, come ha fatto notare Fulvio Paglialunga su Twitter, viene da domandarsi come mai il ragazzino che gioca a Fifa, accende la console e la Juventus non la trova. Sapete in che serie si trova il Piemonte Calcio?. Una questione di diritti sul nome, evidentemente. 

 

L’intervento di Atturo su Ultimo Uomo è tutto interessante (dal link si legge per intero) ma qui viene una parte chiave per originare una discussione: Nel progetto della Superlega si dimentica che il calcio è soprattutto una cultura. Se esiste anche come forma di intrattenimento è per il significato e i valori che questa gli attribuisce. È grazie al bagaglio identitario, di storia e tradizione, che il calcio esiste anche come forma di intrattenimento, una delle più diffuse e redditizie a livello globale. È grazie al fatto che i tifosi non si sentono consumatori ma parte integrante di una cultura che è ancora possibile, per qualcuno, preferire uno zero a zero tra Chievo e Salernitana a una serie di Netflix creata da un algoritmo per triggerarci le endorfine. Di guardare partite di Champions ricoperte da aspettative insostenibili naufragare in un abisso di noia. Ed è questo complesso ecosistema culturale, fatto di alto e basso, di partite che navigano tra il significante e l’insignificante, che nobilita la noia, ma che ci fa anche riconoscere Bayern-PSG per quello che è stata: una partita eccezionale, quindi rara. Il tentativo di renderla riproducibile all’infinito ne svuoterebbe la cornice che la rende significativa. Senza la patina storica e simbolica, le corse di Mbappé e Alphonso Davies, le sterzate di Sanè e le parate di Neuer – anche tutte queste cose insieme, e stiamo parlando di una concentrazione irrealistica di grandi giocate e divertimento calcistico – non basterebbero a soddisfare il palato desensibilizzato da anni di Fortnite, TikTok, video porno e serie tv.  Tutti questi non sono discorsi nostalgici o ideologici, non sono contrario a priori ai cambiamenti del calcio. I fatti recenti, però, dimostrano che il calcio forse dovrebbe riformarsi in senso più inclusivo e solidale, e non esclusivo e diseguale

Le riforme se sono tali si scrivono insieme. Altrimenti esistono altre parole che designano forma di legislazione e di governo alternative. Kevin Miles, capo dell’associazione tifosi in Inghilterra, ha scritto su questo tema un intervento sul Guardian: La traiettoria del calcio europeo ha portato, per decenni, al caos che abbiamo visto negli ultimi giorni. I club d’élite hanno chiesto sempre di più e gli è stato dato. Gli avvoltoi girano in cerchio e vogliono sempre di più. Li abbiamo nutriti e nutriti, e la cosa non ha saziato il loro appetito – ha solo costruito la loro forza e alimentato la loro avidità. Questa volta la casta dei proprietari miliardari ha esagerato. Mai prima d’ora era stato mostrato un fronte così unito. Anche se tutti abbiamo visto quel film in cui i mostri tornano dal regno dei morti, quindi non c’è scampo da parte dei sostenitori. Non toglieremo il piede dall’acceleratore. Un ritorno allo status quo non è accettabile. Se gli viene permesso, i proprietari senza scrupoli ricostruiranno la loro fiducia, si raggrupperanno e riemergeranno con altri piani orribili. Quali modifiche sono necessarie? Se la Premier League non può controllare i suoi club, chi può? È necessario un organismo di regolamentazione indipendente. Il sistema non funziona. I tifosi devono essere inseriti nelle istituzioni del gioco, dotati di potere e influenza reali, con spazi riservati nei consigli dei club per i rappresentanti dei tifosi eletti. Il calcio è probabilmente la più grande espressione di comunità e identità culturale in questo paese e deve essere trattato con rispetto. I migliori club hanno spesso trattato i propri fan con disprezzo: vogliamo che il coinvolgimento dei tifosi sia adeguatamente integrato nella struttura di potere e nell’etica di ogni club

 

  Come accade in Germania. Dove Christian Spiller su die Zeit sottolinea le contraddizioni che si sono intraviste nelle barricate contro la Superlega. Gary Neville – scrive – ha tenuto il suo sfogo dall’emittente televisiva a pagamento Sky, i cui miliardi sono in parte responsabili delle difficoltà finanziarie dei campionati. Roman Abramovich ora è un salvatore del calcio tanto quanto l’Uefa, che ha creato il sistema esistente e lo sovrintende, un sistema la cui logica continuazione è la Super League. Il Bayern è acclamato in patria e all’estero per essere rimasto saldo. È solo strano che una concorrenza equilibrata e leale in Bundesliga sembri al Bayern di secondaria importanza. Nel week-end potrebbe diventare campione per la nona volta consecutiva a Mainz. Il Mainz genera circa un quinto del fatturato di Monaco. È solo questione di tempo prima che arrivi la prossima mossa. Prima o poi ci sarà un nuovo campionato europeo, nel 2024 inizierà la Champions in una modalità simile. Tuttavia il messaggio dei giorni scorsi è che non sono dodici uomini ricchi a dover decidere al telefono quale aspetto avrà il calcio del futuro, ma tutti coloro che hanno a cuore il calcio. Forse è ingenuo, ma in Inghilterra di questi tempi, la Germania viene indicata come un modello. Il modello 50+1, in cui i membri hanno l’ultima parola sul destino del loro club viene considerato adesso attraente da tanti. Negli eventi che circondano la Super League c’è un’opportunità. Mai prima d’ora un pubblico europeo così ampio aveva discusso il tema dell’eccessiva commercializzazione del calcio. Ciò che prima era riservato ai gruppi dei tifosi organizzati è diventato mainstream. Può sembrare che la UEFA abbia vinto, ma la garanzia che tutti possano arrivare al vertice ha molto sofferto negli ultimi decenni. Se continua così, non c’è bisogno di una Super League. La nuova Champions le sembra già molto simile. Questo è il momento di cambiare. L’energia dei tifosi arrabbiati dovrebbe essere trasformata in riforme. È stato risvegliato un contro-pubblico la cui voce li accompagnerà per molto tempo a venire

 

Michael Horeni per la Frankfurter Allgemeine Zeitung considera che la Champions League recentemente riformata non è una buona soluzione per il calcio, anzi. Questa riforma è solo la continuazione di uno sviluppo che ha portato il calcio professionistico europeo in un vicolo cieco per oltre un decennio. Pochi vincitori – compresi quei club che volevano abbandonare questo sistema in direzione della Super League – si trovano di fronte a troppi perdenti: campionati nazionali che da molti anni conoscono un solo campione. Competizioni internazionali gonfie che producono tante partite mediocri e infortuni. L’attuale sistema calcistico europeo non funziona. Non produce il miglior calcio che potrebbe produrre. Soprattutto, produce soldi per pochi. Il progetto della Super League organizzato e comunicato in modo incredibilmente amatoriale, con il suo fallimento, ha anche inflitto enormi danni a tutti gli sforzi per aumentare la qualità delle competizioni

 

  voci Qualche retroscena dal presidente del Lione | «Noi non ne avremmo fatto parte perché penso che questo tipo di organizzazione non sia compatibile con ciò che vogliono i tifosi. Nel calcio, ogni squadra deve avere la sua possibilità. È uno dei pochi sport in cui tutti possono battere tutti. Non credo in nessuna lega privata. Sapevo di questa minaccia, non avrei mai immaginato che avrebbe portato a ciò che ci veniva inflitto. Domenica sera alle 20.30 abbiamo avuto un consiglio dell’ECA, c’è stato un rifiuto immediato da parte di coloro che non erano interessati. Fondamentalmente, la maggior parte dei club. Il cammino è stato incredibile perché venerdì mattina c’era stato un primo board dell’ECA che aveva convalidato l’ultima trattativa con l’UEFA sulla nuova Champions. L’UEFA aveva accolto la richiesta principale dell’ECA, che era quello di avere una governance condivisa per gestire le Coppe europee. Ci eravamo incontrati il ​​giorno prima con i principali club, compresi i dodici, e non c’erano contrapposizioni. Tra l’incontro ECA di venerdì e quello di domenica, Andrea Agnelli è scomparso. Ne ho discusso con il presidente Ceferin a Montreux. Gli ho detto che avevo provato a chiamarlo domenica e non mi aveva risposto. Ceferin mi ha risposto che pure con lui non si era fatto vivo. Agnelli, a cui ero vicino, aveva la nostra piena fiducia. C’era un rapporto personale e professionale. È un enigma che ci trafigge. La forma è ancora più sorprendente della sostanza. La delusione è immensa per l’uomo. Almeno avrei voluto che dicesse, sabato o domenica, che stava per succedere qualcosa. Aveva sicuramente delle buone ragioni. Mi sento come se fossi stato ingannato».

Jean-Michel Aulas intervistato da Étienne Moatti, l’Équipe 

Che fine faranno i golpisti 

  L’altro tema caldo. Le sanzioni. La replica. Una volta sdoganato da De Zerbi il paragone con il colpo di stato, restiamo pure su questa metafora. Nel suo podcast sul sito Calciomercato, Mario Sconcerti cancella la falsità che la Superlega nasca dalla pandemia (è nata molto prima, come possono dimostrare gli archivi. Cancelliamo questa favola che qualcuno sta raccontando per giustificare le squadre coinvolte) e ricorda che quando c’è un colpo di stato i casi sono due: o sovverte il vecchio ordine o i golpisti pagano. In questo caso non siamo davanti a un reato, ma a un illecito sportivo. Le squadre sono tenute a rispettare le regole delle associazioni a cui sono affiliate. Tramare per travolgerle è un illecito punibile nei modi più duri, dalla retrocessione alla radiazione. Si può arrivare a questo? No, anche se è opportuno farlo pesare ai fuggitivi. Se il golpe fallisce tutti i presidenti delle società ribelli non possono più essere presentabili. Ma l’azienda totale deve andare avanti. I precedenti sono importanti. Togliatti varò il condono per i fascisti della pubblica amministrazione italiana. Adenauer fece la stessa cosa in Germania con gli impiegati nazisti. Non era pietà. Era che bisognava andare avanti. La continuità è una soluzione mai profumata, ma è la più conveniente. E sul Corriere della sera aggiunge che non si può chiudere questa storia con un’intervista. Agnelli, Marotta, Gazidis, sono tesserati di un’associazione a cui sono affiliati e hanno lavorato per danneggiarla. Non si può fare. Non serve un processo dei vincitori, ma il rispetto del regolamento dove si parla di lealtà e correttezza, questo mi sembra necessario.

 

Intanto Gravina è già sintonizzato là. Sul condono. E non glielo fa nemmeno pesare. Quando mai un eletto si mette contro i suoi elettori. 

 

  «Nessun processo, nessuna sanzione. Non si sanziona un’idea»

Gabriele Gravina presidente federcalcio

 

Ma i club di serie A, guidati pare dalla Roma e dal Torino, sono pronti a un’azione legale contro chi ha fatto saltare la trattative con i fondi. Ecco un’altra contraddizione. Il riferimento dei buoni nella storia non sono certo i francescani di Assisi. Come stanno insieme il romanticismo e Cvc-Fsi-Advent? 

Massimo Gramellini sul Corriere della sera scrive che chiunque abbia letto un paio di libri di storia, o almeno il sussidiario delle elementari, sa che per avere qualche probabilità di successo un golpe ha bisogno del sostegno di una parte dell’esercito e della nomenclatura, rappresentati nel calcio dai tifosi e dalle vecchie glorie. Invece i golpisti della domenica sono spuntati da soli, a mezzanotte come i ladri, e con un’arroganza pari all’improvvisazione, risultando immediatamente antipatici a tutti (anche se alcuni di loro partivano avvantaggiati). Basti pensare che sono riusciti nell’impresa di trasformare il fin lì anonimo Ceferin, presidente dell’Uefa, in un eroe della Resistenza, come Eltsin quando arringava la folla sul carro armato davanti al Parlamento di Mosca.

Gabriele Romagnoli su Repubblica considera che quarantotto ore è la durata di un golpe fallimentare, da operetta nel teatro in mezzo alla giungla. Quando le cose vanno così ci possono essere tre spiegazioni. La prima: a capo dell’operazione c’era uno col tricorno in testa che si è proclamato imperatore e ha distribuito cariche immaginifiche. La seconda: il vero scopo dell’operazione non era rovesciare lo Stato, ma saggiarne la forza, per poi preparare l’assalto decisivo. La terza: non si erano messi d’accordo, uno aveva effettivamente il tricorno, uno pensava che fossero le prove generali, un altro si è bruciato i ponti alle spalle credendoci davvero. A volte chi vuole incendiare il palazzo resta con il cerino in mano”

Enzo D’Orsi, firma storica del giornalismo sportivo e scrittore (ultimo libro Michel et Zibi. Gli amici geniali, edizione InContropiede), su Twitter dice che in attesa che la Figc intervenga, mi aspetto le dimissioni di Gazidis e Marotta, se non altro per una questione di coerenza. Quanto a Agnelli, sarebbe il minimo, anche nell’interesse della Juve. Coinvolta in una vicenda che le procura danni d’immagine incalcolabili. Dopo la retromarcia del Milan, a ventiquattr’ore dalla lettera di Gazidis agli sponsor (“Un nuovo entusiasmante capitolo”), credo che le dimissioni dell’amministratore delegato siano un atto conseguente. Dopo la fine ingloriosa della #Superleague, niente sarà come prima. Stefano Barigelli, direttore della Gazzetta dello sport, ha scritto che questa non è una Waterloo, perché non ha nulla della grandiosità napoleonica. È una ritirata scomposta che con il passare delle ore ha assunto toni grotteschi, perfino farseschi

 

In Inghilterra, Jonathan Liew, premiato come giornalista sportivo dell’anno (con una pista di vantaggio) ha scritto sul Guardian alla sua maniera: analisi e ironia

Avrete notato l’ironia: una competizione pensata per eliminare promozioni e retrocessioni per sempre – leggiamo – è riuscita in qualche modo a perdere metà delle sue squadre in una sola serata. Avevano promesso una visione del calcio più snella e focalizzata, e l’hanno raggiunta, lanciando e terminando un intero torneo in tre giorni

Liew torna sulle scuse dei proprietari ai tifosi e scrive che sembrano come se fosse stato tutto un malinteso gigantesco, come cambiare la password del wifi. In una cultura dipendente dalla droga della pubblica vergogna, forse è allettante considerarla una punizione sufficiente. Il calcio ha una notevole capacità di amnesia. C’è sempre una cosa successiva: un’altra storia, un altro scandalo, un altro round di appuntamenti. Ma ci sono molte ragioni per cui tornare alla normalità non sarà sufficiente qui. Questa idea, questo schema, può essere morto. Ma il cartello sopravvive, così come le circostanze che lo hanno creato. Torneranno. Forse non in questa stagione, o quest’anno, ma un giorno sì. E quando lo faranno, avranno imparato una o due cose. Avranno imparato che se stai per annunciare una fuga di 15 club, potrebbe essere d’aiuto avere il sì di quei 15 club in anticipo. Avranno imparato l’importanza di una strategia di PR, o anche solo un flusso costante di disinformazione per sbagliare e dividere i loro avversari. Avranno imparato che potrebbe non essere la mossa migliore mandare in televisione il 74enne presidente del Real Madrid Florentino Pérez per parlare a lungo dei desideri dei giovani. La prossima volta non sarà una cosa da ridere. A meno che non si faccia qualcosa ora, quando i grandi club sono più deboli. Possiamo cavillare su quale possa essere la sanzione appropriata per un tentativo di colpo di stato, ma una cosa è certa: alla sporca dozzina del calcio europeo non deve essere permesso di rientrare nella loro routine nazionali o riprendere residenza nell’Uefa. Ora, soprattutto, è il momento di essere vendicativi. Penalizzazioni di punti, sospensioni, espulsioni, multe, embarghi sui trasferimenti: nulla di tutto ciò dovrebbe essere escluso in questa fase. Un divieto di due anni dalle competizioni europee per tutti i 12 club sarebbe un buon inizio, anche se l’Arsenal sembra ben attrezzato per farcela da solo.  Ora che la minaccia è svanita, non ci sono più ragioni per una fase a gironi ampliata a 36 squadre con partite extra per l’élite del continente. Lasciarla com’è significherebbe premiare i club separatisti per la sedizione

 

Cosa succede dentro la Juventus

  Il più golpista tra i golpisti. Che ne sarà di Andrea Agnelli. Luca Bianchin sulla Gazzetta dello sport si domanda se può ancora guidare la Juventus. Sarà decisivo il ruolo di John Elkann, cugino di Agnelli, soprattutto presidente e a.d. di Exor, società che detiene il 63,8% del capitale della Juve. Elkann non può non aver valutato il progetto Superlega con Agnelli – troppo importante, troppo incisivo sui conti – e probabilmente in queste ore sta ragionando sul futuro (Juventus ritiene). 

Agnelli da un lato ha portato il valore di mercato del club (capitalizzazione in Borsa) dai 160 milioni del 2010 a oltre un miliardo, dall’altro vive il suo momento più difficile, a causa delle spese dell’ultimo triennio (Ronaldo su tutti) e dei danni da Covid: la semestrale di febbraio ha registrato la perdita record di 113,7 milioni. 

Le indiscrezioni vogliono che al suo posto arrivi il cugino Alessandro Nasi, un passato a Wall Street, presidente dell’industria robotica Comau appartenente al gruppo Stellantis, ma per adesso è solo uno scenarioscrive la Stampa

Paolo Tomaselli sul Corriere della sera analizza: Se dovesse vincere la «volata» tra cugini, Nasi non sarebbe un presidente in prima linea nella gestione sportiva: in questo senso, pensare a un ritorno a Torino dell’ex ad Beppe Marotta, per quanto lui stesso abbia smentito con forza l’ipotesi anche di recente, non è fantamercato: i rapporti con John Elkann sono eccellenti. Come non lo è il possibile sbarco a Torino di due leggende del recente passato: David Trezeguet, che studia da d.s., e Alessandro Del Piero, che potrebbe prendere il posto di vicepresidente, oggi di Pavel Nedved: i più amati dai tifosi per completare una rivoluzione completa. Anche se nessuno come Agnelli sa che certe rivoluzioni possono finire prima di cominciare.

 

Attenti a Perugia. Può dare la spallata finale. La Procura ha chiuso le indagini sull’esame di italiano sostenuto da Luis Suarez all’Università per stranieri. Può essere il preludio alle richieste di rinvio a giudizio per l’ex rettrice Giuliana Grego Bolli, l’ex direttore generale Simone Olivieri, la professoressa Stefania Spina e l’avvocato della Juventus, Maria Cesarina Turco, per falsità ideologica e materiale e rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio. I magistrati parlano dell’avvocato Turco della Juventus come di istigatrice morale. 

 

 

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