▻ A Genova hanno messo i carrugi a lutto. Gli abitanti del centro storico si sono infilati un bracciale nero e sono andati così sotto le finestre di Palazzo Tursi, la sede del Comune per dire che la città oramai è bell’e morta. Non c’è ricchezza, si lamentano, le strade sono sudicie, i centri culturali vuoti. Il sindaco Romano Merlo invita a quello che chiama l’ottimismo del cuore. Sta sperando che la realizzazione delle opere per l’Expo porti una scossa, piantando nel porto vecchio ristoranti, alberghi, centri commerciali, perfino un acquario vogliono far nascere a Ponte Spinola, il più grande d’Europa, dicono, sarà il secondo al mondo. Sono già sei mesi che Fabrizio De André nel nuovo disco Le Nuvole canta l’affanno del suo malato immaginario contro il medico medicone, il Mégu Megún, il suo ipocondriaco che spaventato d’ogni cosa, della gente che ruba, della gente che sporca, della gente che innamora, incupito e afflitto, s’abbandona e decide di non uscire, di non alzarsi più dal letto.
A Genova hanno deciso di combattere il rumore. Il traffico non risparmia neppure i quartieri considerati residenziali. Il piano Disia – così si chiama – prevede un tetto di 50 decibel di giorno e di 40 durante la notte. Le discoteche stanno cambiando musica. L’house è in crisi, pure la techno, al Paul Cezanne di via Cecchi puntano sul revival, al Mako in corso Italia chiamano il pubblico a esibirsi, mentre al Victor Victoria – dove ogni tanto, spesso, si vedono i giocatori della Samp – hanno deciso di puntare sulle serate a tema. Una volta gli anni ’70, un’altra il free jazz punk inglese, quando capita la acid tracks.
le formazioni La squadra prima in classifica gioca con una maglia detta blucerchiata: 1 Pagliuca, 2 Mannini, 3 Invernizzi, 4 Pari, 5 Vierchowod, 6 Lanna, 7 Lombardo, 8 Cerezo, 9 Vialli, 10 Mancini, 11 Dossena. Allenatore Boskov. Si chiama Sampdoria.
La squadra con lo scudetto in petto, in una cacofonia cromatica, porta la maglia rossa, i pantaloncini azzurri, i calzettoni bianchi: 1 Galli, 2 Corradini, 3 Rizzardi, 4 Crippa, 5 Francini, 6 Renica, 7 Venturin, 8 Mauro, 9 Careca, 10 D., 11 Zola. Allenatore Bigon. Si chiama Napoli.
Una città che negli ultimi vent’anni, racconterà Renzo Parodi sul Guerin Sportivo, è scesa di 140 mila abitanti. Giù fino a 700 mila. “Genova – scrive – invecchia al galoppo. Il 27% dei genovesi ha passato i sessant’anni. Il tasso di disoccupazione è schizzato al 10% e l’industria – storico architrave dell’economia locale – va in caduta libera: negli ultimi dieci anni ha perduto il 40% degli addetti. La città insegue il suo passato aggrappandosi a un futuro tutto da inventare. I cantieri aperti qua e là stanno scrostando mattoni e antiche pigrizie, energie inedite si liberano ancora troppo confuse però per fare tendenza”.
Pierangela Vallerino, a titolo personale più che a nome della Zena brontolona, è andata in quei giorni in televisione a esibire una discreta voglia di vita. Ha 35 anni, è nata a Serra Riccò, un paesone della periferia, e gestisce il 44 Rosso, un club riservato dove si fanno le ore piccole uscendo dal teatro Duse o dal politeama Genovese. Si entra con la tessera, agli attori non la chiedono, e dentro ci trovi la borghesia, gli imprenditori, i Gadolla, i Cameli. È figlia unica, papà tramviere, madre casalinga. Ha girato il mondo facendo l’indossatrice e quando s’è stufata si è imbarcata come mannequin sulle navi da crociera, sui piroscafi sovietici della Morflot che portano i turisti nel Mediterraneo per conto della Italturist, l’Ivan Franko, la Ruskadeli. S’è appena presentata a Telemike, il quiz di Canale 5, come esperta di letteratura erotica. Ha vinto subito 120 milioni di lire rispondendo a una domanda sui giochi del marchese De Sade.
È il personaggio di cui a Genova parlano tutti, in questi giorni di metà marzo del 1991. Ai giornali che la intervistano, racconta che il sessuologo che le fa da consulente, il professor Rossitto, trova la maggior parte delle coppie tra i 25 e i 40 anni alle prese con problemi a letto e non si tratta di insonnia. Lei non dice che avverte Genova come troppo piccola, no, questo no, «ma è una città lenta». Così la chiama. Una città lenta. «Perché capisce le cose troppo tardi».
12esimo minuto del primo tempo | Un tiro del numero 10 blu viene deviato in angolo. Batte lui stesso, il numero 8 devia di testa, “quasi svenendo all’indietro e la palla agonizzante va a morire dentro la porta” – scrive il Corriere della sera. Il numero 1 che ha preso il gol manda a quel paese il numero 2 che ha lasciato passare il pallone. Sampdoria 1, Napoli 0.
I giochi erotici invece hanno messo nei guai a Napoli quel famoso calciatore argentino D. che adesso porta in campo la maglia rossa con il numero 10. È entrato in campo zompettando come fa sempre lui, davanti a tutti, è il capitano. Otto telefonate intercettate sulle linee di quattro ragazze lo accusano di aver acquistato cocaina e di averla offerta gratuitamente alle compagne occasionali di una notte. Il mercoledì prima della partita che in qualche maniera stiamo guardando, la Procura della Repubblica di Napoli lo ha convocato come si dice da poco con un invito a comparire, l’ex mandato di comparizione. È la quarta volta che vogliono sentirlo al terzo piano del palazzo, dopo l’avviso di garanzia per detenzione e cessione di sostanze stupefacenti, nell’ambito di un’inchiesta sull’organizzazione di ragazze squillo guidata da un’anziana maitresse dei Quartieri Spagnoli. L’avvocato del 10 ha chiesto uno slittamento. Andrà lunedì. Il giorno dopo questa partita.
18esimo minuto del primo tempo | Il numero 10 con la maglia blu mette una palla profonda verso l’area di rigore, in direzione del numero 9. Li chiamano gemelli perché s’intendono. Il numero 9 controlla, se l’allunga, fulmina il numero 1 avversario con un diagonale verso l’angolo basso, il suo colpo preferito. Quando dopo la partita D. si lamenta che il 9 l’ha toccata con la mano, Claudio Mangini sul Corriere della sera dice che deve essere vero perché “lui se ne intende”. Sampdoria 2, Napoli 0.
A Genova è successa una cosa strana in settimana. Fulvio Collovati, il campione del mondo di Bearzot che sta chiudendo la sua carriera al Genoa, è stato deferito alla commissione disciplinare per aver provato a inquinare l’antidoping dopo aver giocato i 10 minuti finali contro il Bologna. Ha diluito l’urina con un’aranciata. Il medico se ne è accorto e l’ha obbligato a ripetere il prelievo. Lui ha spiegato che ah ah ah, voleva fare uno scherzo. In federcalcio tendono a credergli, anche se il periodo è quello che è. Il centravanti della Roma e della Nazionale agli ultimi Mondiali, Andrea Carnevale, è sotto indagine penale. Anche lui, come il portiere Angelo Peruzzi, agli inquirenti del calcio aveva inizialmente parlato di una ragazzata per certe pillole alla fentermina. Bruno Conti, Antonio Comi e Stefano Desideri – compagni di squadra di Carnevale, arrivato in estate dal Napoli – sono stati ascoltati dal giudice e riferiscono che quello voleva sapere i nomi dei medicinali prescritti dal medico. Loro hanno tutti risposto che si tratta di pappa reale, ginseng coreano e un preparato di nome Apergan. Niente di proibito. Desideri rivela un particolare: il giudice aveva i fogli dei controlli antidoping di tutta la stagione, di tutte le squadre, di tutte le testimonianze raccolte. E da quei fogli – scrive Repubblica – “risultava che i calciatori della Roma segnalavano spesso, all’atto dei test, malattie e problemi per i quali assumevano farmaci a rischio sportivo”.
Così, dopo le pillole di Carnevale, è successo che sia stata modificata la normativa: l’uso di steroidi anabolizzanti, derivati delle anfetamine e di altri stimolanti, caffeina, diuretici, betabloccanti, analgesici, narcotici, sarà punito con una squalifica da 6 mesi a 2 anni. I controlli in serie A – raccontano i giornali – sono diventati obbligatori da domenica 10 marzo. Due calciatori per ogni squadra. La domenica prima della partita che stiamo guardando, per esempio, dopo un noioso Napoli-Bari allo stadio San Paolo sono stati chiamati a fare la pipì i calciatori Raducioiu Florin, Alberga Giuseppe, Zola Gianfranco che ha impiegato un’ora e mezza, e poi D. che l’ha fatta nel giro di una quindicina di minuti.
Non l’ha accompagnato stavolta il direttore generale. Luciano Moggi due giorni prima ha annunciato l’addio al Napoli. Vuole tornare al Torino e lavorare con il presidente Borsano. Ha detto alle televisioni e ai giornalisti che dopo due scudetti e una Coppa UEFA secondo lui si è chiuso un ciclo. Ha fatto un accenno a certe situazioni che non riesce più a gestire.
40esimo minuto del primo tempo | Il numero 5 blucerchiato fa il difensore e sta marcando D. Eppure trova il modo di presentarsi da solo davanti alla porta. Può segnare ma difensore è. La mette fuori. Il suo compagno con il 10 un minuto prima aveva cercato un pallonetto delizioso che qualcuno ha trovato pretenzioso.
Il Napoli è partito per Genova il giorno prima, sabato pomeriggio. Cinque minuti dopo il decollo, uno dei motori dell’aereo si è bloccato. Scintille, una forte esplosione, una scia di fumo nero, sussulti, una buona dose di minuti di panico, forse pochi ma a tutti paiono interminabili. Con la squadra a bordo ci sono tre giornalisti. Scriveranno che il massaggiatore Carmando si è aggrappato alla poltrona con il volto completamente bianco. Il solo dirigente Serao è rimasto impassibile, gli altri hanno simulato. Il quadrigetto della Socofimm, prodotto dalla British Aerospace, 100 posti, era ripartito da Napoli subito dopo essere giunto da Hannover. Sorvolando il mare tra Sorrento e Capri, si apprestava a virare quando si è scatenato il panico. Il comandante prima ha annunciato che sarebbero scesi a Ciampino per cambiare mezzo, poi ha ripreso il microfono e si è corretto insieme alla rotta, decidendo di proseguire per Genova, volando con il motore bloccato a una quota più bassa. Francesco Marolda sul Mattino racconterà che “qualcuno ha ricordato che per la prima volta sull’aereo del Napoli non c’era Moggi. Ma era soltanto una battuta”. Non è una battuta quella che pronuncia alla fine della partita il napoletano con il numero 8 dietro la maglia: «Ora che se ne è andato Moggi, siamo rimasti soli».
19esimo minuto del secondo tempo | Il numero 9 con la maglia blucerchiata sale più in alto di tutti su un pallone arrivato dalla destra sotto forma di curva, calciato brasilianamente dal numero 8 mentre il portiere avversario è uscito, come ancora si dice all’epoca, a farfalle. Che gli vuoi dire: aveva evitato fino a poco prima un paio di gol con le sue parate. Sampdoria 3, Napoli 0.
Pur specchiandosi e sprecando come le capita spesso, questa Sampdoria sta riversando nella partita una buona quantità di rabbia e frustrazione accumulate in settimana, quando è stata eliminata in Coppa delle Coppe dai polacchi del Legia Varsavia. Addirittura. Eppure abbiamo il campionato migliore del mondo. La primavera precedente la serie A è andata a prendersi tutte e tre le Coppe. “Non solo la semifinale se n’è andata con il pareggio contro il Legia – ha scritto Corrado Sannucci ma Repubblica – ma anche un pezzetto di Sampdoria come squadra simpatia. È bastato un fallaccio di Cyzio al 41′ perché Vialli reagisse e Pari desse fiato alla rissa con altre pedate: con un altro arbitro sarebbero stati espulsi entrambi. È bastata un po’ di flanella del portiere dopo il gol del 2-2 all’89’ perché si ripetesse come in un flashback la scena già vista tra Benedetti e Mancini in Sampdoria-Torino. “Il portiere ha tentato di darmi un cazzotto ma io l’ho schivato e poi mi sono buttato a terra come se mi avesse colpito” confessava il leale Mancini. È bastato che alcuni giocatori polacchi festeggiassero a fine partita la meritata qualificazione perché su di loro piombasse Bonetti, prima di essere portato via da qualcuno dei suoi. Il rispetto per gli avversari non è stata la qualità forte dei doriani”.
25esimo minuto del secondo tempo | Una doppia carambola in area di rigore sui corpi del numero 7 e del numero 3 in maglia blucerchiata mandano la palla a sbattere contro la traversa. Per poco non si facevano gol da soli, visto che gli altri non ne vogliono sapere
Qualche ora prima della partita, in quei Quartieri Spagnoli teatro dell’inchiesta su bordelli e coca, si è ricominciato a sparare dopo un anno di tregua. Quando manca mezz’ora a mezzogiorno di domenica 24 marzo, a bordo di una Vespa bianca due killer hanno avvicinato una Y10 di colore grigio scuro e hanno sparato un colpo solo in mezzo alla fronte di un pregiudicato, Ciro Napolitano. Un secondo proiettile ha preso alla spalle l’uomo che gli era seduto accanto in macchina, Vincenzo Romano, ritenuto un nome di spicco del clan Picuozzo e probabilmente il vero bersaglio dell’agguato di Calata Trinità delle Monache. L’arrivo in ospedale, il Vecchio Pellegrini, si trasforma in un casino gigantesco.
30esimo minuto del secondo tempo | Il numero 2 blucerchiato sgambetta in area di rigore il numero 11 in maglia rossa e l’arbitro torinese – si chiama Trentalange – fischia un calcio di rigore. Lo va a tirare D. con il suo piede mancino. Mette la palla in porta ma per qualche motivo a Trentalange la cosa non sta bene. Decide che il tiro è stato irregolare. Poteva essere questo l’ultimo gol italiano di D. e invece il rigore va ripetuto. Alla trasmissione Pressing si domanderanno perché mai, rimproverandogli anche altre decisioni sbagliate. D. ritorna sul dischetto e calcia di interno, incrociando. Il portiere si è buttato dall’altra parte. Sampdoria 3, Napoli 1.
Quando D. sta calciando il rigore del suo ultimo gol della sua ultima partita in coda a sette anni trascorsi Italia, non sa ancora che il giorno dopo in Procura lo aspettano non per le donne e la coca, ma per una seconda vicenda. Stavolta l’accusa è più pesante. Traffico di droga. Venti giorni prima della partita che stiamo guardando, un’ex guardia giurata che dice di essere un suo amico ha raccontato ai giudici una storia. Il cronista Gigi Di Fiore sul Mattino lo definirà “un misterioso personaggio, comparso – chissà perché – solo ora, quando Maradona è in fase di popolarità calante ed è ormai al centro di un’inchiesta giudiziaria”. Pietro Pugliese è andato in Procura a riferire che Guillermo Coppola, ex manager di D., lo aveva incaricato di portare dall’Argentina a Napoli un pacco di giornali. «Lo consegnai a Maradona – ha detto Pugliese a verbale – e in compenso ho ricevuto un assegno di 25 milioni che intascai presso la Banca Popolare della Provincia di Napoli. Quella cifra così alta per un incarico di poco conto destò in me qualche sospetto».
Glielo destò dopo averlo intascato.
«Chiesi a Diego il motivo di quella decisione – aveva proseguito – purtroppo non ebbi una risposta soddisfacente. E quando venne fuori la storia della droga, pensai che era meglio raccontare tutto».
Di questo voleva parlare a D. il sostituto procuratore Luigi Bobbio, titolare dell’inchiesta.
40esimo minuto del secondo tempo | Il numero 7 blucerchiato non riesce a mangiarsi l’ennesimo gol e con un diagonale fa passare la palla oltre il piede proteso del portiere avversario, verso il palo lontano. Sampdoria 4, Napoli 1. Erano trent’anni che in serie A non si segnavano 37 gol in una sola domenica: dal 21 febbraio del 1960. Nel girone di ritorno la Sampdoria ha conquistato 17 punti sui 18 a disposizione. Per il Napoli è la terza sconfitta con il risultato di 4-1. Anche all’andata era finita allo stesso modo, con un memorabile gol al volo del 10 blucerchiato.
D. sarebbe arrivato il lunedì pomeriggio a Castel Capuano intorno alle 15.30 in jeans, scarpette da ginnastica, blusa di pelle bianca e faccia scura, a bordo di una Y10 con l’avvocato Vincenzo Siniscalchi. Aveva fretta. Essendo stato ammonito a Genova, sapeva di dover saltare la partita successiva contro l’Inter per squalifica e aveva prenotato un posto sul volo Roma-Baires dell’Alitalia in partenza da Fiumicino cinque minuti dopo mezzanotte, per unirsi alla nuova Nazionale di Alfio Basile, attesa da un’amichevole contro il Brasile. Il Napoli gli aveva negato l’autorizzazione.
«Conosco Pugliese – le sue parole ai magistrati – ma non è un mio amico. Me lo presentò Gennaro Montuori, Palummella, il leader degli ultras della curva B. Mi spinse a invitarlo al mio matrimonio in Argentina. Da allora non ebbi pace: quell’uomo mi chiedeva sempre denaro in prestito, io però non gli ho mai dato una lira. Mi telefonò perfino a Trigoria, dove ero in ritiro con la Nazionale per i Mondiali: voleva soldi, diceva che me li avrebbe restituiti presto perché aveva vinto al Totocalcio. Anche allora, comunque, gli risposi di no. Di involucri come quello che ne ricevo spesso. Contengono giornali e riviste argentine. Anche Pugliese me ne portò alcuni: aprimmo il pacco insieme, lo ricordo come fosse ieri. Dice che ad assegnargli l’incarico è stato Guillermo Coppola? Allora chiedetelo a lui, io di questa storia non so nulla. Il conto corrente era intestato alla Diarma, la società di cui era all’epoca amministratore Coppola: soltanto lui poteva manovrare il denaro».
Quando lascia la Procura alle 17.45 è tornato sorridente. Sente di essersi difeso nel modo giusto. Ha anche sporto denuncia per calunnia contro Pugliese. Dice: «I giudici napoletani sono professionali». Si mette in macchina e corre a Fiumicino per prendere il volo. Avrebbe un appuntamento con Ferlaino ma tra la lunghezza dell’interrogatorio e la fretta di partire, lo fa saltare. Che vorrà mai, il presidente. Non c’è tempo per appurarlo. In aeroporto viene fermato dal manager Franchi. Lo informa che il gran capo della federcalcio argentina Grondona ha ribadito che senza il permesso del Napoli non può giocare. Deve rimettersi in macchina e tornare a casa. Il giorno dopo, martedì, non va all’allenamento.
dopo il 45esimo minuto del secondo tempo | Vujadin Boskov, allenatore della Sampdoria, sta dicendo al microfono di Cristina Parodi che lo intervista per il programma Pressing che “in kalcio una forma non si può misurare. In kalcio reti sono la misura. Potevamo fare ankora due, tre, kvattro reti di più”. Anche a D. fanno qualche domanda sul futuro e lui risponde che se il Napoli pensa di prendere al posto di Bigon l’allenatore del Cagliari, allora significa che non vuole più puntare allo scudetto.
Giuseppe Pacileo sul Mattino il giorno dopo gli dà 5+ e nella pagella spiega: “Il presidente del Napoli era allo stadio genovese. Spero sia rimasto fino al termine per valutare quanto convenga pensare a Maradona come fulcro del Neonapoli. Certo, se si tratta di rigori, Tiechite segna anche cinque volte”. È l’ultima volta che lo chiamerà Tiechite, mentre sempre sul quotidiano napoletano Mimmo Carratelli, in un pezzo che gioca con tutti i titoli dei film reduci da poche ore dalla notte degli Oscar aggiunge: “S’apre la voragine del futuro. Arriva Ranieri? Non è Schwarzkopf. Non c’è solo il dopo-Maradona, c’è il dopo di tutto. Sono necessari coraggio e fantasia. C’è bisogno di argent. S’allontanano le stagioni della felicità. La partita di Genova è stato uno choc”.
Più di quanto si sappia o si creda. Sarà chiaro tra poco.
Roberto Perrone sul Corriere della sera scrive: “È stata una partita-rito, con relativa trasmigrazione dell’anima scudetto da una squadra all’altra. Resta solo una domanda perfida: perché hanno giocato in 4 contro 11? Come ha potuto permetterlo il signor Trentalange?”.
I quattro che salva sono il numero 1, il numero 4, il numero 11 e D., sul conto del quale scrive che “in lui brilla qualcosa di positivo, forse una rabbia per questa sua stagione declinante, ma il fisico non lo asseconda più, né lo sostengono i bolsi compagni tra cui spicca l’indisponenza di Careca e Mauro”.
voti Gazzetta dello sport 5 | Corriere dello sport 5.5 | Tuttosport 5.5 | Guerin Sportivo 5
Di positivo c’è il controllo antidoping. Il giovedì dopo la partita dell’ultimo gol italiano, Repubblica anticipa la notizia che nella pipì del famoso giocatore argentino qualcosa non va. Massimo Fabbricini sul Corriere della sera spiegherà che la notizia circolava nelle redazioni già dal lunedì mattina ma “finché il contenuto della provetta di riscontro non è analizzato alla presenza dei periti di parte, delle positività limitate al primo tempo non viene mai data notizia, per garantire l’atleta da ogni possibile errore”.
Ecco di cosa voleva parlare Ferlaino. Non del viaggio Roma-Baires. Il volo di D. verso l’Argentina è solo posticipato di qualche ora. Se ne andrà a fine mese, una fuga, lasciando le chiavi della macchina all’amico che lo accompagna in aeroporto di notte.
«Quando sono arrivato, c’erano ottantamila persone ad accogliermi. Quando me ne sono andato, me ne sono andato da solo».
Non rimetterà piede a Napoli prima di altri 14 anni.
32esimo minuto del secondo tempo | Il numero 9 del Napoli anticipa il 6 della Sampdoria e passa la palla a D., il quale si allarga, supera in dribbling il portiere avversario che gli è uscito sui piedi e tira un diagonale verso la porta con il piede destro. Gol. “Trentalange annulla per fuorigioco e ammonisce il povero Maradona che non aveva aperto bocca” (Roberto Perrone, Corriere della sera)
È questo allora il vero ultimo gol di Diego Maradona visto in Italia. In fuorigioco. Con una maglia di un altro colore. Con il suo piede sbagliato.
Anomalo, eretico e irregolare.
E poi
Dunque, avete saputo. Consegnato ai moderni inquisitori, che ne hanno chimicamente esaminate le urine, Diego Armando Maradona è stato trovato positivo, cioè colpevole di ergogenia medicamentosa, che costituisce per il diavolo uno dei modi più comuni di rivelarsi. Come conseguenza di questo scandalo forte, Diego Armando Maradona verrà sospeso a pedatis e condannato all’infamia: non, per fortuna, alla fame. Il suo corpo intozzato di campesino indio si accontenta ormai di pochissimo. Ben altre disattenzioni invocano i suoi sensi, altri paradisi che non la volgare soddisfazione delle trippe. … Uomini di superiori nascita e censo usano affidarsi alle dispersive ebbrezze di quella polvere fina. In certo modo, un pedatore fa eccezione in una schiera di depravati sublimi, dunque intoccabili sulla terra. E che sia Diego Armando a fare eccezione è quasi giusto. Ho inventato, aspettandolo, il termine iperbolico di prestipedatore. Pensavo a lui, capace di gionglare con le mani ignobilmente ridotte nei millenni a piedi; e in lui mi sono effettivamente esaltato come piccolo imitatore di tanto genio. Appetto mio, Diego Armando era Baudelaire, poeta sublime; io componevo e balbettavo versi appena corretti. Fuor di metafora, avevo delirato calcio e all’improvviso mi era apparso il messia, quello vero. Ho visto scaturire prodezze inaudite dai suoi piedoni di belva andina; il suo tronco atticciato ha espresso obliosi prodigi di grazia e di fantasia per i quali andavo in estatica meraviglia. Purtroppo, era ingrato dovere di ogni tecnico onorarlo di custodi persecutori. E io l’ho visto esordire sgomento fra noi a Verona, aggredito e beffeggiato da una sorta di armadio teutonico. Ha sopportato senza neppure dimostrarsi offeso. Quelle rudi attenzioni erano omaggi alla sua sconfinata bravura, non altro. E presto avvenne che Napoli, dimenticato cimitero di elefanti, si trasformò in privilegiata cittadella del calcio nazionale. Effettivamente i napoletani adottarono Diego Armando e ne apprezzarono le follie come segni della sua natura di superuomo. Così l’ineffabile Nietzche tornava a infierire traverso le esaltazioni del popolino sportivo. Diego Armando era totem e redentore, simbolo e sovrano. Finì che a Napoli non poteva più vivere se non celandosi tra i fantasmi della notte, che è sempre buia e spesse volte sporca. Naturalmente i moralisti, quelli che fornivano adeguate maschere agli invidiosi, incorsero indignati alle prime scoperte di vizi che si vogliono infamanti quando a goderne (o soffrirne) sono gli altri. Diego Armando invecchiò quasi di colpo come atleta. Queste ricorrenti evasioni erano accuse e insieme rimpianti. La giovinezza che aveva onorato nel genio ludico lo stava penosamente abbandonando. I fedeli diradarono. I nazionalisti celati nei tifosi alzarono voci isteriche nell’accusa. Poi fu consegnato agli inquisitori come il Cristo ai vendicativi preti giudei. Adesso gli si va preparando il rogo. Con quali fiamme arderà non posso dire. Certo è che la condanna sembra senza perdono. E proprio il giorno in cui si levano le maledizioni e le ingiurie dei paria (ve ne sono in tutte le classi), io che so il travaglio di un’arte appena sfiorata ma da sempre amata mi inchino a quell’idolo che muore. Grazie, Diego Armando Maradona. Altro non voglio dire, solo grazie per i prodigi di stile e di invenzione che ci hai prodigati nei tuoi brevi anni. Anche Napoli, che ha cuore, ti saprà perdonare, e naturalmente rimpiangerti. Adios.
di gianni brera, la Repubblica, 31 marzo 1991
Ho io la sua maglia. L’ultima del Napoli
Era rossa, scrisse una dedica per mio figlio Filippo
La conservo ancora con orgoglio e passione
Roberto Mancini
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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto.
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