Il Milan e il Bancomat Champions, la differenza tra avere i soldi e saperli usare

La squadra che due mesi fa veniva data in corsa per lo scudetto ora boccheggia sull’ultimo fazzoletto di terra buono per andare in Champions, con l’ultimo numero in mano per entrare in banca, prima che la banca chiuda. In questo tempo sospeso che sta diventando il mese di maggio nelle stanze dei club italiani, quando i bisogni e le urgenze devono incastrarsi con i conti, gira e rigira la credibilità di una programmazione finisce per dipendere da un terzo o un quarto posto – perfino se hai alle spalle la proprietà di un fondo con cinquanta società nel portafoglio, per un valore aziendale di oltre 60 miliardi di dollari.

L’equivoco è presentare l’arrivo di un fondo come un El Dorado, immaginare che quei 60 miliardi di dollari siano a disposizione del Milan. Ovviamente no. Come per un club che da cent’anni appartiene all’alta imprenditoria italiana [la Juventus], come per un club a conduzione familiare [il Napoli], come per gli altri che sono di proprietà straniere [Inter, Roma] e miste [Atalanta], la qualificazione alla Champions rimane il bancomat decisivo per la programmazione. Gaber direbbe: due miserie in un corpo solo.

Dopo l’ultimo scenufregio di ieri sera contro l’Atalanta, la quarta sconfitta nelle ultime sei partite e la quinta nelle otto venute dopo il derby, l’implosione del Milan e la tremarella sulla linea del traguardo mettono definitivamente a nudo la Dottrina Allegri, l’idea che il calcio sia soprattutto una serie di pericoli da evitare prima ancora che una serie di possibilità da costruire. La messa del corto muso stamattina non ha sacerdoti nelle edicole. È iniziato il tempo degli alibi e delle responsabilità che vivono altrove. Ma il Milan di questa stagione è stato controllo del rischio, attesa, gestione, fiducia nel fatto che il talento o l’episodio facessero il resto del lavoro. Una continua sopravvivenza alla partita finché la partita non concede qualcosa. Una la vinci, due le vinci, puoi vincerne pure 19 su 36, ma senza mai avere la certezza che dalla manovella del carillon esca la musica giusta.

Nella sua analisi per il Corriere della sera, Paolo Condò spiega che “le stagioni del Milan di RedBird finiscono sempre allo stesso modo, le curve che si svuotano a partita in corso, la contestazione che dalla società si allarga alla squadra, i calcoli febbrili su quale asset alienare (parliamo anche noi il linguaggio della finanza) per baloccarsi anche la prossima estate con il player trading”.

L’assenza di un centravanti di peso è un motivo vistoso fino all’ovvietà. Ma se è così vistoso, perché il Milan non ha un numero 9? Uno: perché non ha preso chi voleva. Due: perché ha scelto male. È questo il punto. Ha scelto male finanche chi non è venuto. Il Milan ha desiderato Vlahovic, invano, ma è arrivato fino alle visite mediche con Victor Boniface per poi mandarlo indietro: un fosso scansato, 11 presenze al Werder Brema, due da titolare, 30 minuti in media, nessun gol. Ha poi spostato la sua attenzione su Conrad Harder, e oggi non dà l’idea che potesse essere una grande idea: 7 partite da titolare al Lipsia, 30 minuti di media a partita, tre gol. A gennaio guardava come un rimedio a Jean-Philippe Mateta, altro ginocchio che non ha convinto, ma rifiorito al Crystal Palace in primavera, quattro gol da aprile, uno alla Fiorentina in Conference.

Così le soluzioni sono state una toppa e una scommessa. La toppa è Niclas Fullkrug, se non altro arrivato senza che nessuno lo spacciasse per quello che non è. La scommessa è stata Christopher Nkunku, pagato 37 milioni di euro [per esempio: Douvikas 14], dopo aver corteggiato Højlund in uscita dal Manchester United, ma preso in poche ore dal Napoli [il Napoli in poche ore!] dopo l’infortunio di Ferragosto a Lukaku.

È successo tutto e tutto insieme al Milan, che nel nostro immaginario è certamente legato agli anni d’oro di Silvio Berlusconi, ma che negli ultimi dieci anni è più legato a ombre e rebus, ai misteri di Yonghong Li, al ribaltone di Elliott, all’indagine della finanza sulla cessione a RedBird, con il filo rosso della presenza di Paolo Scaroni negli uffici. Un Milan ufficialmente a due teste finché RedBird non ha completato il rifinanziamento a gennaio, con l’uscita di Gordon Singer e Dominic Mitchell dal cda. Ma la sindrome delle due teste è rimasta. Anche quando l’equivoco societario si è chiarito, il Milan continua a dare l’impressione di un club senza una voce unica.


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