La Champions delle capitali: il pallone nei luoghi del potere economico e politico

È la Champions delle capitali. Ai quarti di finale sono arrivate in quattro. C’è Madrid con due squadre, c’è Londra, c’è Parigi, c’è Lisbona. È una cosa del tutto anomala. Anomala e nuova. Negli ultimi trent’anni era successo solo nel 2012, per una circostanza abbastanza singolare. Insieme con Madrid, Londra e Lisbona si era imbucata Nicosia dall’isola di Cipro, con l’Apoel.

Prima che ciascun paese portasse al torneo più di una squadra, poteva essere più frequente. Nel 1996 si presentarono ai quarti Atene, Varsavia, Madrid e Mosca; nel 1984 addirittura in cinque: Lisbona, Bucarest, Vienna, Roma e Berlino. Ma era un altro mondo, di passaggio tra l’età del mecenatismo e un capitalismo estrattivo e globale, favorito dalle gigantesche conseguenze del divieto di raccogliere la palla con le mani dopo un passaggio all’indietro, una valanga tecnica, economica e industriale nata da un’apparente palla di neve [qui è spiegato perché].

Anche prima le capitali restavano un’eccezione. Hanno vinto in tutto 26 Coppe, e 15 sono del Real. Se si escludono i due derby di Madrid del 2014 e del 2016, l’ultima finale fra due capitali è stata Ajax-Panathinaikos del 1971. Storicamente, il calcio europeo non è stato un gioco per loro, ma per grandi città industriali e alternative. Il calcio si è spesso concentrato in ambiti regionali che hanno usato lo sport come strumento di affermazione identitaria contro il centro. Torino e Milano in Italia, la Baviera in Germania, la Catalogna in Spagna, il Nord-Ovest di Manchester e Liverpool in Inghilterra, per non dire della Francia che ha fatto a lungo a meno di Parigi.

Se è vero che gli sport preferiti dalle capitali sono l’economia e la politica, le cinque squadre su otto ai quarti di finale dicono allora qualcosa sulla mutazione e lo slittamento del calcio, invaso da fondi sovrani, private equity e venture capital: investitori istituzionali che preferiscono le capitali per ragioni squisitamente finanziarie.

Il calcio è un’attività industriale e centripeta, legato alla capacità di generare ricavi globali. Come nodi principali della rete economica e politica mondiale, le capitali offrono il terreno ideale per i giganti della finanza. Offrono mercati immobiliari più liquidi e pregiati. Uno stadio a Londra o Parigi ha un valore e un potenziale di sfruttamento commerciale superiore. Per un fondo sovrano possedere la squadra della capitale è un’operazione di soft power politico. Le capitali ospitano le popolazioni più numerose e i redditi pro-capite più alti. Questo si traduce in maggiori ricavi da biglietteria premium e partnership commerciali locali con multinazionali che hanno sede in quei centri. Le capitali sono hub turistici globali. È molto più facile vendere un pacchetto esperienza a un turista asiatico o americano per una partita a Londra o Madrid che per una a Dortmund. È alle capitali che infatti guarda la NBA per la sua versione Europe, con una franchigia a Parigi, una a Londra, forse a Roma, indipendentemente dalla competitività o dalla tradizione di altri territori.

 

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