lunedì 26 gennaio 2026
# 11 giorni a Milano-Cortina
Che cosa stanno leggendo in Europa
⬤ ⬤ ⬤ L’Equipe apre il giornale con il velista Thomas Coville e la vittoria record del suo Sodebo-Ultim 3 al Trophée Jules Verne, la regata transoceanica senza scalo e senza assistenza. È arrivato in 40 giorni 10 ore e 45 minuti, tre ore in meno di quante furono impiegate da Francis Joyon nel 2017. Nel soppalco “l’elettrico Endrick”, il brasiliano del Lione che ha segnato una tripletta al Metz. Celebrazione per la Nazionale di biathlon “in forma olimpica” e per Solberg primo al traguardo del rally di Monte-Carlo. Coville apre anche lo sport di Le Parisien, mentre Libération racconta l’impresa di Alex Honnold, l’alpinista americano che ieri ha scalato il grattacielo più alto di Taiwan, in diretta su Netflix.
⬤ ⬤ ⬤ Marca dedica la prima pagina a Lamine Yamal, protagonista con Raphinha nel 3-0 del Barcellona sull’Oviedo, la vittoria che vale il ritorno al primo posto nella Liga. Il testa a testa con il Real continua e As dedica la foto della prima alle meringhe che si abbracciano dopo la rigenerazione avvenuta con Arbeloa, “il nuovo allenatore ha rinforzato la difesa” e ha ottenuto da Mbappé e Vinicius il pressing alto, rimotivando inoltre Guler e Mastantuono. “La migliore versione di Alcaraz” dice inoltre As a proposito della vittoria a Melbourne su Paul e la qualificazione ai quarti di finale. Sfiderà De Minaur. Nella notte si è qualificato anche Lorenzo Musetti – e avrà Djokovic. Per il Mundo Deportivo il gol di Yamal – una mezza rovesciata con avvitamento carpiato alla Greg Louganis è un “Laminazo”: una foto mostra Laporta in tribuna sotto l’acquazzone senza ombrello. “Spettacolare” dice invece Sport.
⬤ ⬤ ⬤ La prima notizia del Guardian è dedicata alla vittoria del Manchester United sul campo dell’Arsenal [2-3] e a una Premier riaperta con Manchester City e Aston Villa a -4. Il Times scrive che “Dorgu e Cunha hanno inflitto all’Arsenal la sconfitta più dura della stagione” e il Telegraph sottolinea che con questa vittoria Carrick si candida a diventare l’allenatore definitivo dello United, altro che interim: ora è quarto con un punto di vantaggio sul Chelsea e due sul Liverpool.
⬤ ⬤ ⬤ Oh, e veniamo a noi. La Gazzetta prende due piccioni con una sola prima pagina: “Volo Juve. E l’Inter scappa”. Così riassume il 3-0 di Spalletti al Napoli con i gol di David, Yildiz e Kostic. Con l’1-1 di Roma-Milan, l’Inter si trova a+5 sulla seconda e +9 sulle terze [la Roma ha preso il Napoli]. “Buongiorno con Sinner” c’è nella sogliola in basso . perché alle 8 è iniziato il derby degli ottavi all’Australian Open con Darderi. “Ride Lucio” titola il Corriere dello sport-stadio sottolineando che “a Conte mancano 10 giocatori e un rigore”. Spazio in prima anche per la Lazio che ci ha ripensato e trattiene Romagnoli, per la rimonta del Genoa di De Rossi sul Bologna e per Conegliano che ha vinto la Coppa Italia femminile di pallavolo battendo Scandicci. “Bianconero bollente” è il titolo di Tuttosport che ammicca al primo successo sanremese di Fiorella Mannoia [anni Ottanta] con la foto degli juventini che festeggiano uno dei gol al Napoli fingendo di bere un caffè. Spazio anche alla crisi del Torino: “Umiliazioni continue. Basta Cairo: vendi”.
Cos’è una guerra fredda? D’estate se la prendono di ferie?
John C. Reilly in Kong: Skull Island
USA vs Danimarca di hockey a Milano
La prossima confusione tra sport e politica
Quante volte lo sport ci ha preso in giro così. Quella volta in Baviera c’erano di mezzo i canestri e un oro olimpico, con gli universitari USA da una parte e i comunisti sovietici dall’altra, nel pieno di una guerra fredda che qualche settimana prima – estate 1972 – si era giocata pure intorno a una scacchiera tra Bobby Fischer e Boris Spassky. C’erano di mezzo dei palloni e una piscina all’Olimpiade di Melbourne del 1956, quando ungheresi e sovietici si picchiarono fino a sanguinare. Dovette intervenire la polizia australiana per evitare l’assalto di cinquemila tifosi ai giocatori dell’URSS. Il mese prima i carrarmati di Mosca avevano sedato la primavera di Budapest facendo quasi 3.000 morti e 250.000 mila feriti, il tre per cento della popolazione. E cosa fu USA-Iran ai Mondiali di calcio del 1998 se non questo? – due paesi che non si parlavano e che si incrociavano per sport.
Milano-Cortina ci porta quest’altra data da segnare. Quattordici febbraio. Ma non ci sarà nulla di romantico in Danimarca-USA al torneo olimpico di hockey su ghiaccio. Una partita che arriva nel pieno dei rapporti più gelidi da decenni. I rapporti diplomatici bilaterali sono stati portati al limite dalla spinta di Donald Trump a impadronirsi della Groenlandia, il territorio semiautonomo del regno di Danimarca che il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato di voler prendere «in un modo o nell’altro».
La prima ministra danese Mette Frederiksen ha criticato quella che ha definito una pressione «completamente inaccettabile» da parte degli Stati Uniti, affermando che «i confini non possono essere cambiati con la forza e i piccoli Paesi non dovrebbero temere quelli più grandi». Trump ha minacciato dazi, ha ribadito le sue intenzioni e poi ha sembra aver attenuato le sue intenzioni, conducendo un braccio di ferro a colpi di meme con i cani sulla slitta e post sui social i pinguini. Solo che – come scrive Il Post – pinguini in Groenlandia non ce ne sono.
Alle Olimpiadi invernali di Lake Placid 1980, sei mesi prima del boicottaggio a quelle estive di Mosca, un altro famoso USA-URSS di hockey su ghiaccio diventò una partita dal forte contenuto politico e poi finì in cinema, nell’alleluia hollywoodiano di Miracle on Ice, con la nazionale americana in gran parte dilettantistica che batté l’Unione Sovietica, campione olimpica da quattro edizioni.
Oggi il Team USA guida il ranking mondiale e con la partecipazione delle stelle NHL è considerata tra la favorite del torneo. La Danimarca è alla sua seconda partecipazione al torneo maschile olimpico, ottava nel ranking. Ma Nikolaj Ehlers, per tutto l’anno ai Carolina Hurricanes, già dice che la partecipazione sarà «un momento di grande orgoglio e sarà molto divertente». Mads Søgaard, degli Ottawa Senators, si è detto orgoglioso di «di rappresentare il mio Paese». Nessuno ha commentato i risvolti politici della partita. Non più di quanto si legga tra le righe.
ALTRI TITOLI | Corriere della sera: “Giochi Reali – Kate a lezione di curling, Alberto di Monaco non si perde una gara. Il sovrano di Norvegia e l’amore per lo sci” – L’Olimpiade delle dinastie regnanti: sport e geopolitica [di Enrica Roddolo]
La Stampa intervista Davide Ghiotto con Giulia Zonca. Il titolo dice che da atleta vecchio stampo invidia i giovani. Dice: «Il punto di riferimento era Enrico Fabris, tre podi a Torino 2006, ma è un esempio impossibile. Era impeccabile, è irraggiungibile, tanto pulito da toglierti qualsiasi possibilità di approcciare il suo stile. Il mio cervello ha inseguito questa immagine, la proiezione della perfezione. Ho un fratello che ha 12 anni meno di me, è appena entrato nel giro della Nazionale, ha tutt’altro atteggiamento, beato. Mi sa che la tecnica a breve non servirà a niente. Se lo dico al mio allenatore, Marchetto, professionista di grande esperienza, mi strozza. Però, i fenomeni di oggi non rispettano i canoni classici e i ragazzi si logorano meno nel tentativo di aggiustare il gesto. Sono tutta potenza e adrenalina. Abbiamo ragione noi a sfinirci in cerca di purezza? Mah, io preferisco la forza. Guardiamo Pogacar: ha mandato al diavolo decenni di studi sulla biomeccanica».
La parola boicottaggio e i Mondiali di calcio
La prima volta che l’America ci apparve diversa da come l’avevamo sempre conosciuta, Volodymyr Zelensky era vestito di nero ed era circondato. La famosa prima visita alla Casa Bianca venne considerata una trappola dagli osservatori politici. Fu il giorno in cui Donald Trump gli ripeteva: «Non hai le carte».
E se invece oggi le carte ci fossero? “Con Trump che minaccia di annettere parte della Danimarca, quale carta migliore ci sarebbe?” si domanda Jeremy Wilson sul Telegraph. Un Mondiale di calcio, il Mondiale di Trump, senza l’Europa. Senza la Spagna, senza la Francia, senza la Germania, senza l’Inghilterra, senza l’Italia, senza le nazioni che hanno vinto 12 delle 22 edizioni della Coppa. Se ci fosse uno stand-up comedian, risponderebbe al signor Wilson che l’Italia ha già boicottato i Mondiali di Putin e quelli del Qatar, ma non è questo adesso il punto. Il punto è che la parola boicottaggio comincia a farsi viva pure intorno ai prossimi Mondiali di calcio.
La nazione di maggior rilevanza calcistica da cui finora si è sentita una voce è stata la Germania. Il vicepresidente della federazione Oke Göttlich ha detto che il momento «è decisamente arrivato» per prendere in considerazione una sanzione sportiva di enorme portata. «Quali furono le giustificazioni dei boicottaggi olimpici negli anni Ottanta?», ha chiesto Göttlich. «A mio avviso oggi la minaccia potenziale è maggiore. Dobbiamo aprire questa discussione. Il Qatar [Mondiale 2022] era considerato troppo politico da tutti e ora siamo diventati completamente apolitici? È una cosa che mi disturba profondamente. Come organizzazioni e come società stiamo dimenticando di fissare tabù e limiti».
Il premio FIFA per la pace non la prenderebbe bene, ma “come sempre con Trump – dice il Telegraph – nessuno sa davvero cosa potrà accadere dopo”. E ci sono altre questioni rilevanti, a partire da una politica sull’immigrazione che prevede di negare il visto d’ingresso negli USA a tifosi provenienti da quattro Paesi già qualificati: Haiti, Iran, Senegal e Costa d’Avorio. A questo si aggiunge lo spettro di Minneapolis e degli agenti ICE che pattugliano le strade. Trump ha persino suggerito che alcune partite potrebbero essere spostate da una città all’altra se governatori o sindaci non dovessero «comportarsi» come richiesto da lui.
Anja Lilli Beikes, membro del consiglio dell’associazione tifosi della nazionale danese, ha detto che tra i loro iscritti c’erano preoccupazioni per la sicurezza e per i prezzi dei biglietti già prima della temperatura alta sulla Groenlandia. «Gli Stati Uniti sono molto impopolari in Danimarca in questo momento», ha spiegato. «Nell’ultimo anno le agenzie di viaggio danesi hanno registrato un forte calo nelle vendite di viaggi verso gli Usa. Molti tifosi di calcio stanno discutendo se la Danimarca deve boicottare il Mondiale, anche perché la Fifa è enormemente impopolare nel nostro Paese. Onestamente – ed è una mia opinione personale – non credo che molti tifosi danesi verranno al Mondiale se ci qualificheremo. Alcuni forse viaggerebbero per le due partite in Messico, ma non penso che vedremo molti danesi negli Stati Uniti. Io, e alcuni altri tifosi, pensiamo addirittura che forse sarebbe meglio non qualificarsi».
La FIFA ha cercato negli ultimi giorni di dissipare i timori sulla sospensione dei visti per immigrati da 75 Paesi – tra cui il Brasile. Gianni Infantino era pure a Davos, dove ha sostenuto con entusiasmo il Consiglio per la Pace di Trump che include anche il presidente del Manchester City, Khaldoon Al Mubarak, in un incesto mai visto prima di pallone e politica. Anche il Dipartimento di Stato americano ha sottolineato che la sospensione dei visti «non si applica ai non immigranti, come turisti, atleti, loro famiglie e operatori dei media».
Martedì scorso è entrato in funzione un “Prioritised Appointment Scheduling System” della FIFA – il cosiddetto FIFA Pass – che consente ai possessori di biglietti di accedere a corsie preferenziali per gli appuntamenti consolari. La FIFA insiste anche sul fatto che eventuali divieti di viaggio, totali o parziali, per Iran, Haiti, Senegal e Costa d’Avorio non riguarderanno giocatori e staff.
Ma non è passato inosservato che la nazionale femminile di basket del Senegal abbia cancellato un ritiro negli Stati Uniti lo scorso anno dopo che cinque giocatrici e sei membri dello staff si erano viste respingere la richiesta di ingresso. Anche alcuni atleti etiopi diretti ai Mondiali di cross sono stati respinti e il giocatore di baseball sudcoreano Lee Jung-hoo è stato trattenuto giovedì.
Il sindaco di New York, Zohran Mamdani, intende fare pressione su Trump sui divieti di viaggio. «È qualcosa che spero possa cambiare», ha detto al New York Times dopo aver ospitato alcuni membri della comunità senegalese in città per la finale della Coppa d’Africa.
FairSquare, l’organizzazione per i diritti umani che aveva condotto la campagna sui lavoratori in Qatar, ha coordinato una lettera firmata da 90 gruppi della società civile statunitense indirizzata alla FIFA. Nel lungo resoconto del Telegraph si legge che il documento avverte come il Mondiale rischia di diventare «uno strumento di pubbliche relazioni per ripulire l’immagine di un governo sempre più autoritario», evidenziando quelli che definisce ordini esecutivi e cambiamenti di politica «repressivi» dall’inizio del nuovo mandato di Trump un anno fa.
«È stata una lettera che in sostanza diceva alla FIFA: “Guardate che dovete prestare attenzione, perché milioni di persone entreranno in questo Paese e potrebbero essere a rischio”», ha spiegato Nick McGeehan, direttore di FairSquare. «Se si cercano leve per dissuadere Trump dalle sue fantasie espansionistiche, ha molto senso che il Mondiale di calcio sia una di queste. Lui è un uomo televisivo e questa è la sua occasione per essere al centro del più grande spettacolo del mondo. Il punto più ampio è: la FIFA farà qualcosa su una di queste questioni? La risposta è probabilmente un sonoro: assolutamente no».
Non c’è alcun segnale pubblico di preoccupazione. Anzi. La FIFA cita le 500 milioni di richieste di biglietti come prova che i tifosi non si stanno allontanando. «L’equivalente di 1.000 Mondiali in una volta sola. Le persone si fidano. Vogliono viaggiare. Vogliono esserci» ha detto Infantino.
La maggior parte delle richieste proviene da Germania, Inghilterra, Brasile, Spagna, Portogallo, Argentina e Colombia. Un ex alto dirigente della federazione inglese ha detto al Telegraph che Infantino ha calcolato come un buon rapporto personale è essenziale per mandare avanti la macchina. «Penso che Gianni abbia paura: vede questa turbolenza arrivare da quando Trump è stato eletto».
Ma la reale possibilità di un boicottaggio ai Mondiali è onestamente minima. La ministra dello Sport francese Marina Ferrari ha detto che «non c’è alcuna intenzione» e la ministra degli Esteri britannica Yvette Cooper ha insistito sulla via diplomatica. Ancora più netta la leader conservatrice Kemi Badenoch: «Chiunque cerchi di impedire a Inghilterra e Scozia di andare al Mondiale dovrebbe sedersi e farsi visitare da uno psichiatra», ha dichiarato. «Il Mondiale è un evento globale. Non è un evento americano». Se le relazioni internazionali dovessero deteriorarsi al punto da rendere nuovamente plausibile uno scenario simile, molti si aspettano comunque lo stesso esito. L’ex dirigente inglese che resta anonimo ha detto al Telegraph: «Il mio istinto mi dice che le federazioni di Inghilterra e Scozia farebbero di tutto per andarci. Un boicottaggio non ha senso se non è efficace. Provate ad esempio ad andare a Roma e dire agli italiani: “Sostenete il nostro boicottaggio”». In effetti non ha torto. Solo che bisogna prima battere l’Irlanda del nord – e poi andare in Bosnia oppure in Galles.
Le stelle del basket e Minneapolis
È trascorsa un’altra notte di tensione a Minneapolis. Donald Trump ha detto che la morte di due cittadini americani per mano degli agenti federali è colpa dei democratici che incoraggiano “agitatori di sinistra a ostacolare illegalmente le operazioni per arrestare i peggiori dei peggiori. Così facendo – ha scritto su Truth – i Dem stanno mettendo i criminali immigrati illegali al di sopra dei cittadini contribuenti e rispettosi della legge, e hanno creato circostanze pericolose per tutti i soggetti coinvolti”. Ma in una intervista telefonica con il Wall Street Journal ha aperto all’ipotesi che l’ICE lasci la città. A un certo punto ce ne andremo – ha detto – mentre gli ex presidenti Bill Clinton e Barack Obama hanno invitato gli americani a difendere i propri valori dopo l’uccisione di Alex Pretti e Renee Good. “Spetta a tutti noi che crediamo nella promessa della democrazia americana alzarci in piedi e far sentire la nostra voce”, ha detto Clinton, mentre Obama ha chiesto ai cittadini di “svegliarsi” poiché i valori fondamentali sono sotto attacco”.
Dopo le stelle dello spettacolo – che fecero finta di niente alla scorsa cerimonia degli Oscar – si sono svegliate anche le stelle dello sport. “Alex Pretti è stato assassinato”, ha scritto sui social la guardia degli Indiana Pacers Tyrese Haliburton. “Preghiamo per il nostro Paese”, ha postato Angel Reese. L’ex safety degli Steelers Ryan Clark, un Super Bowl vinto con Pittsburgh e ora commentatore sportivo, ha reso omaggio a Pretti sui social: “Riposa in pace Alex Pretti. Eri un eroe. Una morte insensata… di nuovo!!” ha scritto. Dwight McGlothern Jr, cornerback dei Minnesota Vikings, la squadra di football americano di Minneapolis, pubblica regolarmente post sui disordini e lo ha fatto di nuovo sabato. “Non è giusto quello che sta succedendo in Minnesota”, ha scritto. Alan Page, membro della Hall of Fame della NFL, a cui Trump ha conferito la medaglia presidenziale della libertà nel 2018, sembra aver partecipato alle proteste contro la stretta sull’immigrazione a Minneapolis in settimana. Le immagini che circolano sui social media mostrano l’ottantenne tra i manifestanti. Intanto è tornato il basket a Minneapolis. La sede dei Timberwolves si trova a meno di tre chilometri dal luogo della sparatoria ma stanotte si è tornato a giocare dopo un minuto di silenzio per Alex Pretti.
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Lo scudetto non bagna più Napoli
Il mese di gennaio si conferma quello che sgrana la classifica della serie A. Il mucchio selvaggio che ancora esisteva nelle prime posizioni non c’è più. I due scontri diretti fra le quattro squadre più vicine all’Inter sono finiti come in cuor suo Cristian Chivu desiderava. Ha guadagnato tre punti sul Napoli e due sul kiMilan, così adesso ne ha cinque di vantaggio sulla seconda e nove sulla terza. Il 2025 si era chiuso con l’Inter a 36 punti, il Milan 35, il Napoli 34, la Roma 33, la Juventus 32. Nel primo mese del nuovo anno: Inter 16, Milan e Roma 12, Juventus 10, Napoli 9.
Il contesto è del tutto cambiato soprattutto per Conte, uscito ieri sera dalla corsa scudetto nello stadio dove ne avevi vinti tre, e dopo aver perso Filippo ora vede insidiato pure il panaro [spiegazione], con un solo punto di vantaggio sulla Juventus quinta [erano otto dopo il 2-1 dell’andata] e tre sul Como sesto. Il Napoli si è battuto con dignità perché è la sola dote che in questo momento gli resta. Se un calcio di punizione dal limite dell’area viene consegnato a Elmas, significa che la situazione questa è. La Juventus ha imposto un livello di aggressività e di controllo che il Napoli è riuscito per qualche tempo a contenere, ma mai a pareggiare. Gli infortuni incidono, ma non spiegato tutto e soprattutto nessuno spiega come siano stati possibili. Il caso e il malocchio – qui – li scartiamo. La gestione della caviglia di Neres è sufficientemente indicativa per supporre che qualcosa di storto sia accaduto anche con i tre giocatori che si sono fatti male semplicemente calciando: Lukaku, De Bruyne e Politano. Solo pochi anni fa il Napoli aveva il primato del minor numero di infortuni muscolari e si vantava di avere uno staff all’avanguardia con studi sul dna dei giocatori e prelievi salivari. Che fine hanno fatto?
Nel giorno in cui è sfumato En-Nesyri [non Van Basten], la Juventus ha creato occasioni con grande naturalezza [un palo e un salvataggio sulla linea oltre ai tre gol] e soprattutto stavolta el ha sfruttate. Conte ha davanti a sé la prospettiva di recuperare energie e uomini. Ha un calendario non impossibile, mentre la Juventus dovrà giocare tutti gli scontri diretti fuori casa, ma non abbastanza da rimettere in piedi un inseguimento all’Inter. La prospettiva è una corsa all’oro e al bancomat della prossima Champions – mentre dalla presente bisognerà sforzarsi mercoledì col Chelsea per non uscire. La notizia è un’altra. Luciano Spalletti ha aggiustato la Juventus. Saranno ancora possibili inciampi e sgambetti, piccole febbriciattole di crescenza – come si dice per i bambini. Ma la sua mano è più che evidente – è vistosa – in un tessuto dove prima di lui avevano fatto fatica a incidere altri bravi colleghi. Se lo merita. Per il trattamento ricevuto in Nazionale, per essere stato trattato da scemotto del villaggio e perché qui ai matti coraggiosi e visionari vogliamo sempre bene.
Ora il suo stesso linguaggio di prima non è più deriso. Antonio Barillà su La Stampa scrive: “C’è una squadra che si diverte (copyright by Yildiz) e diverte, che ricama bel calcio e non risparmia pressione e riaggressione, che fonde stili e sovrappone ruoli senza perdere equilibrio. Ai tempi azzurri, Spalletti parlava di calcio relazionale, concetto che nella partitissima riaffiora”.
Adesso lo scudetto è una questione milanese, titola il Corriere della sera sul commento di Paolo Condò. “Tre mesi di Spalletti – scrive – hanno creato una struttura solida ed elastica, nella quale i pilastri sono chiari: Yildiz, ed era scontato, McKennie, ed è una sorpresa relativa, Kelly, e un anno fa non l’avremmo mai detto, ma soprattutto Locatelli. Ecco, attorno al capitano gira un groviglio di energie e correnti che costituisce il fulcro di questa storia: in Nazionale Spalletti l’aveva bocciato, ritenendolo grigio, ma vedendolo nel giorno per giorno ne ha scoperto ed esaltato i colori come nessun tecnico aveva fatto fin qui (forse De Zerbi)”.
Emanuele Gamba su Repubblica dice che “Spalletti si sta avvicinando alla plasmatura di una creatura non perfetta ma definita. La sua squadra ha un segreto semplice: recupera palla alla svelta, stroncando sul nascere la ripartenza avversaria e ricominciando a tritare gioco. E se non la recupera, sa ricomporsi in fretta nella posizione difensiva, non facendosi mai trovare scoperta. Il Napoli ha così dovuto giocare a rimorchio, lo ha fatto con tenacia, è rimasto aggrappato alla partita come a una zattera fino a un quarto d’ora dalla fine, ma le differenze si sono viste a occhio nudo. La Juve avrebbe meritato di vincere e stravincere anche contro una squadra senza tutti questi alibi”.
Fabio Licari sulla Gazzetta ha scritto che “se fosse sempre questa la Juve nessun discorso sarebbe vietato. La Juve è uno spettacolo, non si ferma mai, ha in mente soltanto il gol e lo cerca con una varietà di soluzioni un tempo sconosciuta: la manovra collettiva e il dribbling individuale, l’impostazione dal basso e il lancione. E un pressing alto infinito e discretamente sconosciuto a queste latitudini”.
Secondo Ivan Zazzaroni sul Corriere dello sport-stadio il campionato è finito qui. “Il tedoforo Chivu può percorrere i suoi 200 metri olimpici in tuta Armani e in tranquillità. L’unico, piccolo fastidio glielo potrebbero procurare i selfie dei tifosi più intraprendenti e la schiena. Di certo non il Milan, né il Napoli”.
Un’ultima cosa. Condò ha chiuso il suo commento restituendo a Cesc Fabregas i meriti che certe facilonerie riduttive così diffuse nel nostro bizzarro paese gli stavano negando. Condò osserva il Como nella corsa alla Champions, “e per quelli che continuano a ritenere Fabregas soltanto un piacione, secondo attacco e seconda difesa dovrebbero essere credenziali sufficienti”.
il coniglio dal cilindro – Matteo Pinci su Repubblica racconta la mossa con cui Gasperini si è ribellato all’85esima vittoria in serie A per 1-0 di Allegri. “Ha tolto alla partita il talento di Dybala e quello sprecone di Malen per estrarre dal cilindro della panchina Pellegrini e Robinio Vaz, il capitano degradato e il giovane della banlieu che deve il nome a un vecchio milanista come Robinho. Pochi istanti e l’Olimpico ha festeggiato il pari”
il domatore – “Cairo ricompatta il Torino. Visita la squadra al Filadelfia e ribadisce la fiducia a Baroni” titola il Corriere della sera. Se cent’anni dopo Marc Bloch potesse riscrivere I re taumaturghi, gli dedicherebbe un capitolo. Peraltro – si direbbe una visita immotivata. A guardare le medie voto della Gazzetta sui difensori del Torino non ci sarebbe da allarmarsi. Pedersen vanta un rassicurante 6,21 stagionale e Maripan un buon 6,13. Per dire: Mancini della Roma non va oltre il 6,20, Celik si ferma a 6,09 e Ndicka 6. Solo che la Roma ha la miglior difesa del campionato e il Torino la peggiore. C’è qualcosa che non torna.
Per La Stampa sono “cose mai viste” e Gianluca Oddenino ne mette in fila tante. Per esempio: “Le 11 sconfitte nelle prime 22 partite di campionato sono un unicum in quasi cento anni di Serie A, quella nata nel 1929 con il girone unico, e dire che i tifosi granata ne hanno viste e patite di tutti i colori tra fallimenti, tragedie, retrocessioni. Ed invece il 6-0 di sabato a Como sposta i confini dell’umiliazione, visto che mai il Torino aveva preso 11 gol dalla stessa squadra tra andata e ritorno”.
Il cerchio di fuoco – Una settimana fa gli scontri in autostrada fra 200 ultras della Fiorentina e della Roma vicino a Bologna. Ieri la replica sempre sull’A1 ma molto più a sud, tra Ceprano e Frosinone, dove la nebbia è più nebbia che qua. Si sono fronteggiati tifosi della Lazio di ritorno dalla trasferta a Lecce e quelli del Napoli che andavano a Torino. Giovani che hanno trascorso la domenica incappucciati, come in un cosplay, armati di mazze e bastoni. La polizia ha identificato 80 ultrà laziali e 300 napoletani una volta giunti a destinazione. Non è chiaro però se fossero quelli che avevano partecipato agli scontri. Bene, no?
Il giocoliere – Da quando Daniele De Rossi è subentrato a Vieira, la classifica del Genoa è decisamente migliorata. Ora si trova a -3 dalla parte destra della classifica e a -6 dalla zona retrocessione. Eppure il Genoa continua a subire più o meno lo stesso numero di gol di prima, ma ne segna molti di più, quasi il doppio. Ha il miglior attacco dopo quelli delle prime-otto. Non sarà che sulla difesa si continuano a raccontare un mucchio di cose antiche? L’Inter è in testa con 19 gol presi, gli stessi della Lazio. Quattro squadre hanno fatto meglio, ma non sono al primo posto. Un giorno ne parliamo meglio.
Dei molti modi di amare il Real Madrid
Il Santiago Bernabéu non è uno stadio come gli altri. È un luogo dove le emozioni collettive si mescolano, dove il tifo diventa partecipazione e identità, dove in certi momenti la tensione e l’entusiasmo dei tifosi creano un’atmosfera unica, capace di influenzare giocatori, allenatori e anche la direzione del club. Lo dice Jorge Valdano nella sua colonna per El Pais – lo diceva sabato in verità: scusate il ritardo, Tuttavia, la passione può manifestarsi in modi diversi: dall’esultanza alla critica, dal sostegno incondizionato al disappunto condiviso.
“Come se il calcio fosse una cerimonia, le tifoserie caricano lo stadio di un’elettricità collettiva, un clima che attrae e cattura. Un amalgama entusiasta, patriottica e nostra, di cui ci piace far parte. Essere di un club significa appartenere, e in una società sempre più frammentata, bisogna ringraziare il calcio per la sua capacità di creare comunità”
È un cavallo di battaglia di Valdano l’idea che il calcio riesca a unire persone con esperienze e opinioni diverse, trasformando il tifo in un momento di condivisione collettiva. Allo stesso tempo, l’energia della folla può diventare contagiosa e portare alla semplificazione dei giudizi individuali. Valdano nota che “siamo più docili in branco che da soli, più facile seguire da dietro che pensare. Ma una tifoseria è un essere vivo che cambia al ritmo della società. Il profilo del Bernabéu non è più lo stesso di quando la maggior parte dello stadio era in piedi, quando gli Ultra Sur esercitavano un potere mafioso, e quando i turisti non erano ancora arrivati in cerca di un’esperienza”.
La passione non è statica: evolve con i tempi, con la società e con le modalità di fruizione dello sport. La relazione tra tifosi e club è plurale e complessa. Valdano ne scrive a proposito dei fischi con cui la squadra è stata accolta dopo l’eliminazione dalla Coppa. “Quello che abbiamo visto è stata un’altra cosa: un malcontento diffuso di gente che si sente proprietaria del club e che voleva esprimere il proprio disappunto. Per quanto Arbeloa ne sappia, mi permetto di consigliargli di non essere divisivo. Le cose sono più semplici: in un club con una radicata popolarità non esiste un unico modo di intendere la passione per il Madrid. Lo si ama in milioni di modi, e tutti vanno bene”.
Il dibattito sugli atteggiamenti di De Zerbi
Dopo la vittoria dell’OM sul Lens, Roberto De Zerbi ha affrontato la sala stampa del Vélodrome con un atteggiamento insolito, concentrato più sulla propria interpretazione dei fatti che sulle domande dei giornalisti. Come riportano Simon Bolle, Baptiste Chaumier e Mathieu Grégoire su L’Équipe, gran parte dell’intervento è stao dedicato a respingere critiche percepite. “Il modo in cui occupa lo spazio mediatico misura tensioni e confini più di quanto dica il contenuto delle risposte”.
De Zerbi alterna apertura e chiusure verso la stampa. Sa riconoscere domande tecniche e discutere di preparazione o di reazione dei giocatori, ma si irrigidisce quando percepisce accuse o incomprensioni, come nel caso della partita contro il Liverpool. La difesa dell’impegno dei giocatori è stata netta. “Si percepisce una soglia bassa di tolleranza rispetto ai giudizi esterni, che incide tanto quanto le prestazioni sul campo”.
De Zerbi non ha fatto nomi ma ha preso di mira consulenti e commentatori, in Italia e Francia, contribuendo a creare tensione. L’episodio di sabato, come sottolinea L’Équipe, mostra la sua capacità di alternare collaborazione e provocazione, modulando le relazioni pubbliche secondo logiche interne precise. “Il carattere imprevedibile appare quasi come uno strumento strategico, oltre che un tratto personale”. Dal pezzo emerge un giudizio su una figura che divide: i risultati sono evidenti, ma la gestione delle relazioni e l’irruenza nelle risposte generano attenzione e discussione.
Solberg, Coville e Honnold, gli Ulisse del 2026
In una domenica di molti poeti, molti santi e soprattutto molti pazzi navigatori, Oliver Solberg ha vinto il rally di Monte-Carlo in mezzo alla neve, all’asfalto umido e ai nervi tesi, con i due passaggi finali previsti sul leggendario Col de Turini. Non è un successo come tanti, commenta L’Equipe, ma una svolta. Un passaggio di status. Solberg è il più giovane vincitore di sempre della prova e adesso – per forza – un nome che il Mondiale guarda con attenzione. La scena finale, con Sébastien Ogier che va a cercare papà Petter Solberg per condividere l’attesa di un abbraccio a suo figlio Oliver, ha riunito tre generazioni diverse di piloti e pare proprio un passaggio di consegne nella gara più lunga del Mondiale dal 2016.
Nel 2022 un ritiro con Hyundai aveva aperto una stagione storta per Oliver e un ritorno forzato nella seconda categoria. Quattro anni dopo, questa vittoria arriva con una solidità inattesa, nonostante errori spettacolari e momenti di rischio. La maturazione viene spiegata a L’Equipe dal copilota Elliott Edmondson come una somma di esperienza, preparazione e fiducia ritrovata grazie a una squadra stabile e a test mirati. Il riconoscimento dei veterani vale quanto il risultato. Ogier parla di un rispetto guadagnato sul campo e di un campionato che ritrova aria nuova; Adrien Fourmaux apprezza la naturalezza con cui il giovane norvegese-svedese si è inserito nel gruppo di testa. Il tema, ora, riguarda la sua tenuta: una vittoria non dà il titolo, ma il rally di Monte-Carlo spesso indirizza la traiettoria.
Solberg frena gli entusiasmi attorno a lui. Thierry Neuville invita alla prudenza, Jari-Matti Latvala lo inserisce invece tra i candidati al mondiale. Solberg ha detto: «Monte-Carlo è come un sogno lucido: stai guidando e non capisci davvero che sta succedendo. Vincere qui, condividere il podio con Seb, che era il mio eroe, resta la cosa più bella che abbia mai fatto». Secondo L’Equipe, sarà anche presto per parlare di titolo, “ma questo successo gli apre una porta”.
Il trofeo Verne
Trentasei ore in più delle quattro di Solberg ha impiegato Thomas Coville per battere il record del Trophée Jules Verne con i suoi sei compagni di equipaggio. Erano partiti con il loro trimarano Sodebo Ultim 3 il 15 dicembre, sono arrivati con 12 ore di vantaggio su Idec-Sport. Pascal Sidoine su L’Equipe dice: “Ogni volta si ha la sensazione che il mondo si rimpicciolisca, che i marinai, degni discendenti di Phileas Fogg, non smettano mai di sfidare il tempo e di spingersi oltre i limiti.”. Sono passati trentatré anni dal pioniere Bruno Peyron e dal suo catamarano Commodore-Explorer: impiegò 79 giorni 6 ore – comunque meno dell’eroe di Verne. Usciti dalle grinfie della tempesta Ingrid, piazzata di traverso sulla rotta nello sprint finale verso le coste bretoni, Coville e i suoi fratelli hanno battuto il record di Francis Joyon e del suo equipaggio [2017] senza riusc ire però a scendere sotto la barriera simbolica dei 40 giorni. Scrive L’Equipe che “in oltre tre decenni, l’evoluzione dell’architettura navale, dei materiali, degli strumenti di navigazione e delle conoscenze meteorologiche ha permesso di raggiungere un simile livello di prestazioni. Ma per imporsi è necessario che diversi elementi si allineino almeno al minimo: l’esperienza dell’equipaggio e del capitano, la successione dei sistemi meteo, l’affidabilità della macchina e quel pizzico di fortuna che evita, per esempio, l’incontro sfortunato con qualche oggetto galleggiante non identificato o un growler. Avere una barca volante, più moderna e veloce, non basta necessariamente, come dimostra la longevità del vecchio record di Idec Sport”.
Il punto più difficile: l’attraversamento dell’Oceano Indiano.
La scalata al grattacielo
Ha impiegato molto meno Alex Honnold – un’ora e mezza – per conquistare la vetta urbana e artificiale di Taipei 101, il grattacielo più alto di Taiwan e uno dei più alti al mondo: 508 metri di arrampicata senza attrezzature di sicurezza e davanti al mondo intero, in diretta su Netflix.Libération dice che “il rischio era enorme, assistere alla morte in diretta”. Peraltro a pagamento.
Alex Honnold non è nuovo a scalate in queste condizioni: nel 2017 aveva conquistato il famoso El Capitan nella Yosemite Valley, negli Stati Uniti, in solitaria, senza corde né attrezzature. All’epoca, era già stato ripreso da Jimmy Chin ed Elizabeth Chai Vasarhelyi per il film Free Solo , vincitore dell’Oscar come miglior documentario nel 2019. Honnold ha 40 anni, americano, ed è specialista in “avventure nelle quali una caduta significa la morte” insiste il giornale francese per i più distratti. “Con la sua tradizionale maglietta rossa e le scarpe da arrampicata gialle fatte su misura, l’americano ha scalato senza problemi l’edificio di 101 piani in vetro e acciaio. Un fotografo, sospeso a delle corde, ha immortalato la sua impresa, mentre un elicottero sorvolava il grattacielo. Ha persino interagito con gli spettatori che hanno seguito la sua ascesa da una piattaforma di osservazione all’89° piano”.
Nel 2004 di salire lassù era già venuto in mente ad Alain Robert, soprannominato l’Uomo Ragno francese, solo che c’era maltempo e allora si fece aiutare con alcune corde. Facile così. Siamo bravi tutti.
◇ Lisa Vittozzi ha chiuso al terzo posto la mass start di Nové Mesto, in Repubblica Ceca dietro alle francesi Julia Simon ed Oceane Michelon. La bufera di relazioni spezzate dentro la Nazionale non intacca i risultati. Quarta Lou Jeanmonnot, leader della classifica generale. Settimo posto per Dorothea Wierer, all’ultima gara di Coppa del Mondo della sua carriera.
◇ Gara e pettorale giallo tra gli uomini per Eric Perrot, vincitore della mass start maschile. Tommaso Giacomel ha fallito un bersaglio nella serie iniziale, poi ne ha sbagliato un altro nella seconda serie e addirittura tre nella terza serie. Ha chiuso undicesimo.
◇ Mikaela Shiffrin ha vinto lo slalom di Spindleruv Mlyn facendo salire a 108 il numero dei successi in Coppa del mondo. Ha già vinto aritmeticamente l’ottava coppa di specialità e ora si butta sui Giochi. La sedicenne Giada D’Antonio ha mancato la qualificazione alla seconda manche per un centesimo. Oggi arrivano le convocazioni, chissà se c’è.
◇ C’è Mattia Furlani. C’è già. Ha esordito con 8,33 nel salto in lungo al meeting indoor di Parigi: migliore prestazione mondiale dell’anno, quattro centimetri meglio di Kennedy Stringfellow. Primo duello con Miltiadis Tentoglou il 3 febbraio a Ostrava. Esordio stagionale anche per Kelly Doualla, campionessa europea Under-20 dello sprint, quarta con 7.28 nella finale vinta in 7.16 dalla lussemburghese Patrizia Van der Weken. Nadia Battocletti, sempre lei, ha rivinto il Campaccio con 22” di vantaggio sulla burundese Francine Niyomukunzi. Il 6 febbraio sarà a Madrid nei 1500 metri
◇ Il trottatore francese di nove anni Hokkaido Jiel, guidato da Franck Nivard, ha vinto sotto la pioggia il Gran Prix d’Amérique all’ippodromo di Vincennes. Il napoletano Franck Gio si è piazzato quarto
◇ Mathieu van der Poel pare preparato benino per i Mondiali di ciclocross del prossimo fine settimana a Hulst. Ha vinto a Hoogerheidela 12 esima prova di Coppa sulle 12 corse. Ha vinto anche la classifica su un tracciato disegnato da suo padre Adrie.
◇ Repubblica scrive che Sofia Raffaeli si allenerà in Russia e che lo stage a Novogrsk è un caso. “L’iniziativa – scrive Cosimo Cito – si svolge con il supporto istituzionale, oltre che della federazione italiana, della Federazione Russa di Ginnastica e delle Fiamme Oro, il gruppo sportivo della Polizia di Stato a cui appartiene la stella della ritmica azzurra Sofia Raffaeli. Una scelta che ha sollevato diverse critiche sui social, soprattutto per l’avallo concesso dalla Polizia di Stato, emanazione del ministero dell’Interno. Zaripova, nata in Uzbekistan, ha sempre gareggiato da atleta per la Russia e ha una parte della sua famiglia a Mosca”.
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Le immagini della giornata di ieri
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Come Carrick ha cambiato il Manchester United
Lo United ha vinto in casa dell’Arsenal per una combinazione di fattori che hanno avuto poco a che fare con il dominio e molto con la lucidità nei momenti sporchi della partita. Ha accettato di restare basso, di soffrire a lungo, ha trasformato ogni errore dell’Arsenal in una possibilità. Carrick ha letto meglio la partita. Quando l’Arsenal ha perso pulizia dopo il vantaggio, lo United ha alzato l’intensità senza snaturarsi. Quando è arrivato il pari di Merino, ha colpito di nuovo quasi subito. Le reti di Dorgu e Cunha non sono stati episodi isolati, ma l’esito di un piano semplice: restare compatti, sporcare il palleggio avversario, prendersi la responsabilità del tiro quando lo spazio lo consentiva. In una partita in cui l’Arsenal ha avuto più possesso e più territorio, lo United ha avuto più sangue freddo.
Per Carrick questa vittoria significa più di tre punti. In due settimane ha battuto City e Arsenal mostrando grande capacità di adattamento, una qualità che allo United era mancata. Non ha rivoluzionato nulla, ha solo rimesso i giocatori nei ruoli che li facevano sentire utili. Mainoo respira sotto pressione, la linea difensiva è corta e disciplinata, i terzini coprono prima ancora di attaccare. È presto per parlare di futuro definitivo, ma Carrick ha dimostrato di saper preparare partite complesse e di saperle leggere mentre si sviluppano. Lo United con lui non regala nulla e colpisce quando l’avversario perde equilibrio.
Perché Alcaraz e Sinner hanno cambiato il modo di servire
Nel pieno della loro rivalità dolce, sia Alcaraz sia Sinner si sono accorti di dover aggiungere qualcosa nello stesso punto. Il servizio. Per renderlo meno leggibile e più adattabile alle circostanze. Perché nel tennis d’élite contemporaneo, il servizio è un atto totale, in cui ritmo, ripetibilità, gestione dell’energia e imprevedibilità contano quanto la potenza. Così Willis Bennett sul Times spiega cosa sta succedendo al primo colpo dei primi due al mondo.
Per Sinner, il cambiamento è di micro-ingegneria. Ha lavorato sul ritmo iniziale del gesto, rallentandolo e rendendolo più prevedibile per sé, non per l’avversario. Il nuovo lavoro di piedi — il sollevamento della punta, il peso che arretra, il dondolio — serve a creare una sequenza ripetibile e a caricare elasticamente le gambe. Non è una questione estetica, ma un modo per generare più forza con meno sforzo, soprattutto con tempi più controllabili sotto pressione. Anche la palla lanciata è stata corretta: meno avanti, più in asse con lo sguardo, più bassa. Questo gli consente di colpirla quando è più fermo e di avere più opzioni [slice, kick, piatto] dallo stesso gesto.
Per Alcaraz, invece, la modifica riguarda la catena cinetica del colpo. Ha accorciato il braccio all’inizio del movimento, piegandolo, per caricare meglio la spalla e ridurre la dispersione di energia. È un servizio più compatto, in cui la racchetta resta vicina al corpo e accelera tardi, quando il gomito si estende. A questo si aggiunge un lavoro sulla frusta del polso, con la racchetta racket che ritarda rispetto alla mano, aumentando la velocità finale senza irrigidire il gesto. Anche qui la palla lanciata è stata resa più stabile e ripetibile, e il movimento complessivo più fluido, quasi pacificato, come lo definisce lui. Un tiro alla Djokovic – e i due sul copyright ci hanno riso.
Il cuore dell’analisi del Times è che il servizio diventa lo strumento decisivo per spostare l’equilibrio nei momenti che contano davvero. Poiché una partita di tennis si gioca su percentuali quasi simmetriche, la differenza non sta nel vincere molti più punti, ma nel vincere quelli giusti. Un servizio affidabile, variabile e poco leggibile semplifica il gioco nei passaggi chiave: i break point, i tie-break, i finali di set. È un colpo che consente di scegliere quando rischiare. Il pezzo suggerisce che la superiorità di Alcaraz e Sinner non risiede solo nel talento o nella completezza, ma nella loro ossessione per il dettaglio e nella disponibilità ad accettare una fase di instabilità per diventare più difficili da decifrare. È la stessa strada imboccata in campo femminile da Cori Gauff.
L’esplosione di Iva Jovic
Nel tabellone femminile dell’Australian Open, dove le gerarchie sembrano scorrere con la puntualità di un orario ferroviario, Jovic è l’eccezione. Diciotto anni, numero 27 del mondo, americana cresciuta in California in una famiglia serba. È arrivata allo Slam d’apertura dopo una semifinale ad Auckland e una finale a Hobart. Al terzo turno ha eliminato Jasmine Paolini, testa di serie numero 8. Pochi giorni dopo Yulia Putintseva in meno di un’ora.
“Nel torneo che apre la stagione, Jovic gioca togliendo tempo: entra negli scambi prima dell’altra, prende la palla in ascesa, riduce lo spazio utile fino a costringere l’avversaria a colpire sempre in ritardo, sempre da più lontano”.
Il quarto di finale la porta ora contro Aryna Sabalenka, numero uno del mondo. Louis Boulay, inviato a Melbourne per L’Équipe, descrive una giocatrice che non modificherà il proprio assetto con il livello dell’avversaria. Thierry Champion la segue da quando aveva 14 anni, da quando è entrata nel gruppo di lavoro della federazione statunitense. Parla di una competitività costruita nel tempo, di una concentrazione che non oscilla. “In campo la pressione è continua: anticipo, traiettorie tagliate, colpi che spingono l’avversaria a difendersi senza mai trovare un ritmo stabile”. Novak Djokovic l’ha incontrata e non fa che parlare di lei, “alterando la percezione”. È nata una stella, diceva l’altro giorno Eurosport.
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L’insegnante di 93 anni che parla con Buzzati
Il 26 gennaio nel 1966 è un mercoledì e i giornali raccontano dei primi colloqui avuti da Aldo Moro per formare il nuovo governo. I socialisti subordinano le loro decisioni a quelle della DC, i socialdemocratici sono ottimisti, i repubblicano insistono sulla riforma dello Stato, mentre a Roma si apre il congresso del PCI. Il segretario Luigi Longo l’ha aperto con un discorso lungo 89 cartelle durato ore e il Corriere della sera scrive che era giustificato perché “non ha aperto un congresso, ha aperto un concilio. In luogo della linea Ingrao o della linea Amendola, fuori dalla linea cinese o anti-cinese, ha sostenuto una linea generale comunista di dialogo diretto con la Chiesa cattolica. Ha persino detto che il neutralismo vaticano coincide col neutralismo dei comunisti italiani e gran parte del suo discorso è stata spesa per dimostrare che certe decisioni del Concilio Vaticano II sono simili a quelle prese dal partito comunista”. Duecento comunisti molisani passano in massa al PSI.
Le cronache italiane riferiscono che al circo Buss, da metà dicembre a Sesto San Giovanni, tre leoni e una leonessa si sono sbranati. Erano inquieti e il direttore del circo li aveva esclusi dallo spettacolo. Alla mostra della moda di Parigi, i grandi sarti si schierano contro le gonne troppo corte. Il Corriere approva: “Che una quindicenne si presenti con una sottana a mezza coscia può anche passare ma qual è quella donna capace di sopportare la grande prova del ginocchio scoperto?”.
Il Corriere della sera ha invece mandato Dino Buzzati a parlare con l’insegnante più anziana d’Italia, si chiama Lavinia Mondolfo Sacerdote e ha 93 anni.
“È una signora che gode ottima salute. È una donna piena di spirito e di entusiasmo per la vita e il lavoro. È direttrice di una scuola elementare fuori del comune. Assomiglia vagamente a Emma Gramatica. Ogni mattina si alza alle sette e a piedi, per le otto e mezza, dalla sua casa di via Podgora 3 raggiunge la scuola che si trova in via Francesco Sforza 43, proprio di fianco al giardino della Guastalla. Tutto questo è straordinario e abbastanza meraviglioso. Ma la signora Lavinia Mondolfo Sacerdote, appunto perche non si sente vecchia, preferisce non sottolineare questa sua strepitosa vittoria contro il tempo. E vivamente si arrabbia e protesta se il fotografo insiste a scattarle istantanee con il flash”.
Buzzati racconta che nell’istituto si pratica il metodo Steiner, quello che “trasforma lo studio coercitivo di cose aride e ingrate come l’aritmetica e la grammatica in un piacevolissimo gioco. L’arte, la fantasia spontanea del bambino e il senso della natura vengono utilizzati con molta intelligenza. Fin dall’asilo al bambino viene messo in mano il pennello o il pastello. E lo si invita a esprimersi. Il bambino così, invece di sentirsi oppresso da imposizioni che vengono dall’esterno, sviluppa le sue capacita creative, e nello stesso tempo, senza quasi accorgersene, impara”.
Non vanno ancora a scuola, ma ci andranno: a Napoli quel giorno stanno nascendo un futuro pallanuotista campione del mondo e campione olimpico [Franco Porzio] e il futuro amico geniale di Slalom. Domani invece tocca a Rosalia Porcaro.
Pino Daniele parla di Napoli e di Maradona
Pino Daniele ha trentuno anni e sette dischi alle spalle nella domenica in cui concede una monumentale intervista a Enrico Parodi per la Gazzetta dello Sport. Il Napoli gioca in casa della Roma, lanciata all’inseguimento della Juventus, a cinque punti di distanza. Il Napoli è terzo insieme al Milan, dentro la tormenta per i guai del presidente Farina e nel mezzo della trattativa che porterà la società a Berlusconi.
L’intervista non parla davvero di calcio, né davvero di musica, anche se calcio e musica la attraversano dall’inizio alla fine. Pino Daniele tiene insieme il blues, Napoli, lo stadio, Maradona, la famiglia, la politica. Parodi lo introduce come un ragazzo che non cerca lo sguardo. Ha un foulard rosso, le unghie lunghe, il ciuffo da moschettiere, un atteggiamento assorto e quasi distante. Anche davanti a una tazzina di caffè.
«Il mio blues l’ho imparato dai posteggiatori, musicanti girovaghi che suonano per le strade e nei ristoranti. L’ho imparato da Elvis Presley, dalla musica classica e dal suono di questa città: Napoli». Così racconta dei matrimoni suonati per diecimila lire, i repertori imparati sul momento, l’obbligo di arrangiarsi Quando dice che «Napoli è un sentimento, un modo di essere, un modo di vivere. Ed è anche un modo di essere moderni oggi», Pinotto ne riconosce le storture — egoismi, invidie — ma rifiuta la postura lamentosa. Dice che Napule è – la città che è una carta sporca di cui nessuno se ne importa – ormai ha dieci anni di vita e non è più attuale. Gli pare troppo vittimista, mentre Napoli, per lui, nel gennaio del 1986 è un modo italiano di stare nel mondo, non più una periferia da riscattare. Luciano De Crescenzo è giudicato come folklore, meglio quei tre napoletani che stanno a Drive In – dice.
Nel calcio, Pino Daniele riconosce l’altro grande dispositivo emotivo di massa. «Maradona è un grosso artista», dice, e nella risposta su Platini Parodi gli attribuisce un «nun me scuccià».
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La giornata di sport in tv
Una piccola comunicazione sulla newsletter ▬▬▬▬▬▬▬
Il prossimo passo di Slalom
La newsletter che stai leggendo sta per migrare su Substack, la piattaforma di riferimento del settore. I tempi non saranno brevissimi ma non saranno neppure lunghissimi.
Nei prossimi giorni, mi occuperò io del trasferimento degli indirizzi email: non dovrai fare nulla se desideri non fare nulla.
Naturalmente, se lo avvertirai come un disturbo o se sentirai che questo spazio non ti interessa più, potrai cancellarti in qualsiasi momento, con un clic. Nessun automatismo opaco, nessun vincolo.
Colgo l’occasione per dirti con un minimo di chiarezza preventiva che a regime questa newsletter tornerà a essere a pagamento, come alla sua nascita e fino all’interruzione del maggio 2023. Una parte dei contenuti resterà free sul sito, un’altra parte sarà premium per i sostenitori di questo progetto di racconto che si sta espandendo – come avrai notato – anche ad altri ambiti della cultura di massa.
Non è una svolta improvvisa né una posa ideologica. È una scelta di realtà.
Intorno a Slalom cresce un mercato in cui contenuti, tempo, competenze e attenzione producono valore. Far finta che Slalom possa stare fuori da questa dinamica — come se fosse un hobby o un’eccentricità — non ha più senso, nel rispetto prima di tutto di chi legge e vuole scegliere a cosa dedicarsi. Per te significa riconoscere che quanto arriva nella tua mail ha un peso, un’intenzione e una cura. Per Slalom significa provare ad allargare il parco delle firme e dei contributi, stare sui social con una continuità professionale, muovere un passo verso una nuova fase aziendale.
Quando scatterà il passaggio, lo saprai senza forzature. Ma se fin da ora ritieni di non volere che la tua mail sia trasferita su Substack, puoi comunicarlo a digital@loslalom.it e lo staff provvederà a fermare la migrazione e l’invio mattutino.
Nel frattempo, grazie per aver letto fin qui — e per il tempo che scegli di dedicare ogni mattina a Slalom.
Un saluto, Angelo
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