
Nel calcio contemporaneo si può sopravvivere quasi a tutto, tranne che allo scontro con la vera autorità. Ruben Amorim non lo aveva capito. “Ha scoperto che poteva sopravvivere alla sconfitta con il Grimsby, alla sconfitta in una finale europea cruciale contro uno dei peggiori Tottenham della memoria recente. Poteva sopravvivere a un quindicesimo posto, all’inflessibilità tattica, al 32% di vittorie, all’aver definito la sua squadra la peggiore della storia dello United”. A tutto questo sì, spiega Jonathan Liew sul Guardian, allo scontro con il direttore sportivo che fa il mercato: no. È stato travolto non sul terreno che conosce, ma in un’arena diversa, un’arena fatta di influenza e controllo.
“Anche il lettore più distratto coglierà l’ironia: un allenatore che rimproverava i suoi giocatori per aver perso troppi duelli individuali finisce per sgretolarsi sotto il calore bianco e il carisma animale di uno dei direttori sportivi più temuti della Premier League”.
Si chiama Jason Wilcox. Non un burocrate opaco o un uomo d’apparato, ma uno stratega capace di spostare gli equilibri senza esporsi, vincendo partite che non si giocano davanti al pubblico. “Nel manovrare con brillantezza l’allenatore più celebrato dello United, Wilcox si è rivelato uno dei veri generali di questo sport: una mente strategica di cui anche i rivali di metà classifica ora diffidano con rispetto”.
Wilcox è una presenza sfuggente, quasi inaccessibile, volutamente sottratta al linguaggio ordinario e quotidiano. Il suo silenzio pubblico è parte integrante del potere, un segno di superiorità cognitiva più che di riservatezza. Dice Liew con la sua solita carica di sarcasmo che “i veri pensatori di questo sport – uomini come Jason Wilcox – operano semplicemente a un livello che supera la nostra comprensione prosaica. Se mai parlasse, probabilmente sentiremmo solo una serie di impulsi ultrasonici e ronzii a quattro dimensioni. Desiderare non equivale a essere pronti a capire”. In Inghilterra è pienamente in corso la discussione su come sia cambiato il lavoro dell’allenatore, anche nei grandi club, soprattutto nei grandi club. L’allenatore non è più l’architetto del progetto, ma il suo vettore esecutivo, un responsabile senza essere un decisionista a tutto campo. “Se un tempo gli allenatori erano chef – la metafora di Liew – oggi assomigliano più a fattorini di Deliveroo: non sono davvero responsabili del cibo, ma sono comunque chiamati a risponderne se arriva freddo o se cola dalla scatola. Le tattiche si decidono in sala riunioni; a loro resta il compito di consegnarle”.
L’editorialista del Guardian dice che il potere si è spostato definitivamente altrove. Il campo resta il luogo della colpa, non più quello della scelta. Forse, su scala microscopica, dice Liew, tutto questo non è altro che neoliberismo in azione, l’ascesa di una classe dorata che non può mai sbagliare, le cui decisioni sono sempre sacre e i cui errori possono sempre essere scaricati senza spiegazioni.
Lo United pagherà circa 10 milioni di sterline al portoghese e al suo staff come conseguenza dell’interruzione anticipata di un contratto che sarebbe dovuto scadere nel giugno 2027. Dopo l’addio di Ferguson, dal 2012 a oggi, i licenziamenti degli allenatori sono costati al Manchester 65 milioni di sterline. È una stima di The Athletic.