Che cos’è mai questo kyudo, di cui tanto parlano in Giappone? La Gazzetta dello sport manda un inviato molto speciale laggiù per scoprire questa disciplina del tiro con l’arco che affonda le sue radici nell’epoca dei samurai. È Cesare Bonacossa, il suo editore. È il figlio del conte Alberto, morto tre anni prima, e dal quale ha ereditato la proprietà del giornale.
“Scendendo da un taxi, nel centro della città – scrive Bonacossa il 4 gennaio del 1956 – lasciate le scarpe alla soglia di un edificio antico, si entra nel mondo di un Giappone di centinaia di anni fa”.
La scena è descritta come un rito: i samurai in costume da combattimento, seduti a terra, i capitani, gli arbitri in fondo al poligono, lo shogun che dà inizio alla tenzone [si diceva ancora tenzone] e poi si ritira accanto ai premi destinati ai vincitori. Il kyudo era nato per la caccia e per la guerra. L’arco è enorme, richiede uno sforzo che l’autore paragona a quello dell’arma di Ulisse nell’Odissea: “Solo l’eroe con l’aiuto divino lo piegava”. Gli arcieri scoccano dardi verso un bersaglio lontanissimo. Dopo ogni tiro, ritornano a terra “in un’espressione meditativa ed assorta”.
Segue una prova a cavallo, con armature più imponenti e bersagli a forma di cervo. “Il guerriero lancia un grido acuto quando avverte di avere colpito il bersaglio”. Il torneo procede fino al calare del sole, in un silenzio quasi liturgico, “pare di essere nella silente e concentrata atmosfera di una sala adibita a partite a scacchi”.
Bonacossa sottolinea che i giovani giapponesi praticano il kyudo per tradizione, senza gloria internazionale, essendo gli unici possibili avversari quelli delle Hawaii e di qualche squadra statunitense.
Poi il racconto si sposta a un pranzo ufficiale offerto dal presidente del Comitato olimpico giapponese,. In una sala tradizionale dentro un palazzo modernissimo, gli ospiti siedono a terra sui cuscini, con sciatori e pattinatori convocati per i Giochi di Cortina 1956 – ormai alle porte. Tra loro, il principe Tsuneoshi Takeda — figura centrale dello sport del ghiaccio giapponese — nipote dell’imperatore Meiji. Takeda racconta l’idea, allora in fase avanzata, di coinvolgere gli artigiani delle spade — “la parte migliore dell’artigianato nipponico” — perché non estinguano la tradizione dei fabbri dei samurai ma la trasferiscano sui pattini del ghiaccio: “Chi sa così bene forgiare spade da guerra può, con pari arte, creare lame perfette per i pattini”.
Bonacossa conclude riportando una frase del Principe: «Vedremo nelle competizioni internazionali gli atleti del ghiaccio cimentarsi non soltanto nello spirito del bushido, ma avendo anche ai piedi le lame forgiate dagli arcaici maestri dell’arte: lame da samurai». Gli artigiani hanno risposto «con entusiasmo». Chissà com’è andata a finire.