Il controverso legame tra la Coppa d’Africa e Total Energies

 Il tema   In Marocco non c’è modo di ignorarlo. Ovunque si guardi — sui cartelloni di Tangeri, nelle strade ordinate di Rabat, persino al centro accrediti dei media — un nome accompagna la Coppa d’Africa, Total Energies. È una presenza ingombrante nel segno di una contraddizione difficile da eludere. Un brand presente ovunque. È parte del paesaggio. Un’esperienza del torneo.

Non è una novità. La multinazionale francese è partner della federcalcio africana da anni, era già molto dominante nell’edizione 2024 in Costa d’Avorio. Ma ha appena rinnovato l’accordo fino al 2029 per una cifra stimata in oltre un miliardo di dollari. Il marchio è abbinato anche alla Champions League africana e alla Coppa d’Africa femminile. La CAF rivendica sviluppo e competitività del calcio in 54 Paesi e l’azienda si definisce «la principale compagnia multi-energia del continente», presente nel continente da novant’anni.

Ma Simon Hughes su The Athletic segnala una linea d’ombra. In mezzo alle dichiarazioni ufficiali spunta una frase che pesa più delle altre: Total Energies parla di riduzione delle emissioni, “quasi a riconoscere la percezione del proprio impatto climatico”. Greenpeace ha accusato l’azienda di sportswashing già prima della Coppa 2024, un torneo di calcio usato per «sfruttare deliberatamente milioni di spettatori e ripulire la propria immagine». La stessa accusa ritorna oggi. Il contesto rende tutto più scomodo. Pochi giorni fa il Marocco è stato colpito da piogge estreme: dopo anni di siccità, le inondazioni hanno devastato Safi, causando decine di morti. “È difficile separare il torneo dalla realtà che lo circonda” scrive il magazine americano.

Il caso marocchino non è isolato. Hughes ricorda Gazprom ai Mondiali e in Champions League, Aramco come sponsor FIFA da circa 100 milioni l’anno. “Il calcio globale è già dentro queste relazioni”. Eppure, nel caso di Total Energies, il nodo è doppio. Da un lato c’è un’indagine sui diritti umani in Mozambico: un rapporto commissionato dall’Istituto Clingendael e un’inchiesta di Politico accusano soldati governativi impiegati per proteggere un impianto di gas di proprietà Total Energies di un massacro avvenuto tra il 2021 e il 2022. Uomini rinchiusi in un container, esecuzioni e violenze sistematiche. L’azienda respinge ogni accusa e sostiene di non essere stata presente sul sito. Ma nel novembre scorso una denuncia penale è stata presentata in Francia per complicità in crimini di guerra. Nel frattempo, Regno Unito e Paesi Bassi hanno ritirato oltre un miliardo di dollari di finanziamenti pubblici al progetto.

Dall’altro lato c’è il paradosso sportivo. La partita inaugurale ha messo di fronte Marocco e Comore. Hughes insiste su questo dettaglio perché è emblematico. Le Comore sono tra i Paesi più poveri del mondo, altamente vulnerabile ai disastri climatici. Nel 2019 la FIFA aveva aiutato a ricostruire le infrastrutture calcistiche dopo il ciclone Kenneth, parlando di “una ripresa impressionante contro ogni previsione”. «Siamo un Paese fragile», aveva ammesso il presidente federale Said Ali Said Athouman. I giocatori viaggiano in aereo e inquinano anche loro, “il calcio non si limita a riflettere le contraddizioni, le costruisce”.

Hughes riconosce che sarebbe probabilmente ingiusto pretendere che la federcalcio africana rinunci a investimenti così cruciali in un contesto economico già svantaggiato. Ma il disagio resta. “Sarà difficile ignorarlo”, scrive, mentre il mondo del calcio guarda al torneo e il presidente della FIFA Gianni Infantino definisce la sua organizzazione come «il fornitore ufficiale di felicità dell’umanità».

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