La NBA ha un problema con il fallo sistematico. The Athletic: “Cambiamo la regola”

 

   

Ogni correzione, sul momento, non sembra causa di gioia, ma di tristezza

dalla Lettera agli Ebrei

  

Il baseball e il football ci sono arrivati già. Chissà se quei tipi sono dei modelli o degli eretici. La NFL ha cambiato anni e anni di kickoff, la MLB ha preso di mira quelli che venivano ormai considerati momenti noiosi, i tempi morti dell’anima. Il lanciatore che rifiuta cinque segnali, il battitore che sistema i guantoni come un rito sciamanico, le visite al monte come scusa per respirare. Il baseball e il football hanno fatto una cosa che al basket americano continua a sembrare impossibile, hanno accettato l’idea che non tutto ciò che è tradizione meriti di essere difeso. Ne sono usciti più vivi, così la NBA si sta domandando se non sia il caso di guardare ai loro esempi per intervenire sul proprio punto cieco, i finali di partita. 

Ne ha scritto Eric Koreen su The Athletic, alla vigilia della notte che assegna la terza NBA Cup, altra innovazione che a un certo punto Adam Silver ha sentito come necessaria, si dice a imitazione del calcio europeo, qualcuno addirittura sostiene per una forma di fascino verso la Coppa Italia – quella del basket. Sotto indagine – diciamo così – c’è il fallo sistematico quando una squadra è avanti di tre. Una strategia legittima, razionale, spesso efficace. Ma secondo il magazine americano anche il rischio che sia un veleno lento per lo spettacolo. La semifinale di NBA Cup tra Spurs e Thunder lo ha mostrato con brutalità. Quella che sembrava la miglior partita di regular season dell’anno si è trasformata in una marcia estenuante. I due minuti finali hanno dato ragione agli spettatori occasionali che da anni sospettano che ci sia un trucco, due minuti di gioco che possono diventare venticinque di vita reale.

The Athletic non contesta la logica matematica, né ignora che il foul-up-three possa perfino aumentare l’incertezza del risultato. Il foul-up-three è quel fallo intenzionale sull’avversario prima che possa tirare da tre punti, per evitare il pareggio e costringere la squadra avversaria a tirare dei liberi, di solito due, sperando che ne sbagli uno, per poi recuperare la palla e segnare, o almeno gestire il cronometro. Il problema è la qualità di quel tempo. Non è basket dice The Athletic. È una processione tra una lunetta e l’altra, interrotta da review, discussioni, aggiustamenti millimetrici del cronometro. È controllo di istanti e di attimi. È una fase della partita in  cui la partita non è più vera competizione.

L’NBA ha già fatto dei piccoli passi, limitando i timeout negli ultimi tre minuti, e favorendo finali più fluidi. L’esempio di Lakers-Raptors, con gli ultimi 2’40’’ senza un fischio, è lì a dimostrarlo. La velocità può essere elettrica. Ma quando entra in scena il vantaggio di tre punti, il sistema si inceppa.

Le soluzioni esistono. Uno si chiama elam ending, ed è stato sperimentato nell’All-Star Game. Si gioca fino a una certa soglia, diciamo quattro minuti dalla fine, poi si spegne il cronometro e si aggiunge un tot di punti al punteggio della squadra in vantaggio e si stabilisce l’obiettivo da raggiungere. La prima squadra che ci riesce vince. Risolverebbe il problema alla radice, dice The Athletic, ma cambierebbe il senso stesso del punteggio, e la lega non è pronta. 

Resta l’ipotesi di penalizzare i falli intenzionali: tiro libero più possesso, almeno in certe situazioni. Un’idea semplice, forse troppo, con il rischio di consegnare troppo potere agli arbitrie di aprire nuovi spazi per aggirare la regola. Perché cambiare una norma in modo così invasivo e profondo significa sempre accettare delle conseguenze inattese. Scrive Koreen che l’NBA deve ricordarsi di tenere la cosa principale del basket al centro del basket. La partita Spurs-Thunder doveva essere un gioiello. Dovevamo vedere Shai e Wembanyama, il flusso delle giocate, non una sequenza di tiri liberi culminata in un errore forse non fischiato e in un finale interminabile di 9,8 secondi di gioco durati quasi dodici minuti reali. È successo sabato e succede spesso. Ma The Athletic chiede: C’è qualcuno che davvero vuol cambiare

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