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Come si entrerà negli USA per vedere i Mondiali
C’è un’idea di viaggio che ha sempre accompagnato il turista per sport, quello che prenota un viaggio guardando il calendario di un’Olimpiade o di un Mondiale di calcio. È l’idea di attraversare un confine per una partita, una città, una notte che non tornerà. Ora, per chi volerà negli Stati Uniti nell’estate del 2026, quel viaggio rischia di iniziare prima ancora dell’aeroporto, dentro un modulo online che chiede non solo chi sei, ma chi sei stato, cosa hai scritto, che cosa hai condiviso, quali tracce di te e delle tue idee hai lasciato in giro negli ultimi cinque anni. I Mondiali rischiano di cominciare non allo stadio, ma in una stanza virtuale di sorveglianza, di tifosi che si chiedono se per vedere una partita valga davvero la pena rinunciare a qualcosa che dovrebbe restare intoccabile.
Il Guardian racconta la durissima reazione delle associazioni dei tifosi alla proposta statunitense di obbligare i viaggiatori diretti al Mondiale a dichiarare i propri account social come parte della procedura ESTA. Finora era facoltativo, adesso diventerebbe un requisito per milioni di persone provenienti da 42 Paesi.
Per Football Supporters Europe la misura è una linea rossa: viene definita “profondamente inaccettabile” perché trasforma un evento globale in un’esperienza di sorveglianza preventiva. Il punto non è solo burocratico ma politico e simbolico: la libertà di espressione e il diritto alla privacy, spiegano i tifosi, non si sospendono perché si attraversa una frontiera per una partita di calcio. Invece questa proposta crea “un’atmosfera raggelante” che contraddice l’idea stessa di un Mondiale come festa aperta e inclusiva.
Il contesto è chiaro: l’iniziativa nasce da un ordine esecutivo firmato da Donald Trump a gennaio, che punta a sottoporre chi entra negli Stati Uniti a controlli “nel modo più ampio possibile”. Le autorità di frontiera cercano di smorzare i toni, sostenendo che “nulla è cambiato” e che non si tratta ancora di una regola definitiva, ma solo dell’avvio di una discussione per rafforzare la sicurezza dopo recenti attentati.
Il problema è in questa ambiguità. Da un lato il CIO e la FIFA continuano a vendere il Mondiale come un evento globale e accogliente; dall’altro, cresce il timore che andare a una partita significhi consegnare pezzi della propria identità digitale a uno Stato. Il Guardian non ne fa una questione di sicurezza in astratto, ma sottolinea una frattura tra lo spirito del calcio e la logica del controllo.

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Le accuse alla FIFA per i prezzi dei biglietti
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Non è tutto. Sempre sul Guardian, Jacob Steinberg racconta che i biglietti più economici per la finale al MetLife Stadium del New Jersey supereranno le 3.000 sterline. Non un errore, non una stima pessimistica, ma una cifra ufficiale emersa grazie alla federazione croata, che ha pubblicato i prezzi relativi all’allocazione PMA, quella riservata ai tifosi più fedeli, quelli che seguono la propria nazionale partita dopo partita.
Football Supporters Europe parla di «tradimento monumentale», di prezzi «estorsivi», di una frattura profonda con la tradizione del Mondiale. Secondo i calcoli dell’organizzazione, il costo minimo per seguire la propria squadra dalla prima gara fino alla finale toccherebbe quota 6.900 dollari, cinque volte più di quanto sarebbe servito in Qatar nel 2022. E senza considerare voli, hotel e spostamenti interni in un torneo diviso tra Stati Uniti, Canada e Messico.
«È un tradimento monumentale della tradizione della Coppa del Mondo, che ignora il contributo dei tifosi allo spettacolo che essa rappresenta», scrive FSE nella sua presa di posizione ufficiale, chiedendo alla FIFA di sospendere immediatamente la vendita dei biglietti PMA e aprire una consultazione reale sul modello di prezzi e categorie.
Il confronto fa male. Seguire l’Inghilterra da inizio a fine a Euro 2024, con i biglietti fans first, sarebbe costato 375 euro. Anche salendo di categoria, il totale si sarebbe fermato a 860. Ora, per una semifinale del Mondiale 2026, il prezzo minimo supera le 680 sterline. Una finale di Euro 2024 si poteva vedere con meno di 100 euro.
Jason Burt sul Telegraph avverte che la federazione dovrebbe sentirsi come Riccardo Cocciante con Margherita, non può starsene ferma con le mani nelle mani, tante cose deve fare prima che venga domani. Non è solo una questione di cifre, ma di accesso. Il Guardian racconta lo smarrimento degli iscritti all’England Supporters Travel Club, costretti a chiedersi se valga ancora la pena esserci. La fedeltà sembra diventare un aggravante, non un valore da tutelare. Owen Slot sul Times parla di “scandaloso disprezzo della FIFA per il tifoso comune” e questo è “il suo più grosso peccato”.
Sul fondo resta il meccanismo che la FIFA continua a difendere: finestre di vendita diverse, una quota PMA pari all’8% dei posti, il resto affidato anche al dynamic pricing, con prezzi che oscillano in base alla domanda e a criteri definiti dagli stessi organizzatori. FSE parla apertamente di tariffe stabilite «in base a criteri vaghi come l’attrattività percepita della partita». Il paradosso è che tutto questo accade mentre il Mondiale viene raccontato come l’evento più inclusivo di sempre, allargato a 48 squadre, sparso su tre Paesi, celebrato come festa globale. Ma la festa, a quanto pare, non è per tutti. La FIFA, per ora, non commenta. Ma la sensazione, leggendo Steinberg, è che il nodo non sia tecnico né contingente. È culturale. E riguarda una domanda che torna ogni quattro anni, sempre più forte: a chi appartiene davvero la Coppa del Mondo?