.È una rivolta?» «No, Sire, è una rivoluzione»
Dialogo tra Luigi XVI e il duca di Liancourt alla notizia della presa della Bastiglia
Prendete un posto dietro le transenne. Tirate fuori gli smartphone per una foto o un reel. La marcetta della banda militare si sente già che parte in sottofondo e dalle Wellington Barracks sta arrivano la nuova guardia. Prendete un posto e guardate, perché come succede davanti a Buckingham Palace sta cominciando il cambio della guardia, e le chiavi del calcio inglese stanno passando dalle mani del Liverpool e del Manchester City in quelle dell’Arsenal, finalmente Londra, il nord di Londra.
Per raccontare cosa sta capitando alle due squadre che si sono divise gli ultimi otto titoli della Premier League, bisogna ormai avere per forza sotto mano i quadernetti con i numeri. Il Liverpool è arrivato a nove sconfitte nelle ultime 12 partite, il maggior numero in una finestra analoga dal gennaio 1954. E per la prima volta dal dicembre 1953 tre partite consecutive sono finite con uno scarto di almeno tre gol. I Beatles non avevano ancora cominciato a cantare, John Lennon e Paul McCartney andavano alle scuole medie. È i confusione perfino il sommo Virgil van Dijk, il difensore che per soli sette voti non ha vinto un Pallone d’oro. Ha concesso tre rigori in stagione e adesso non si sa se faccia più rumore la caduta di una squadra che aveva vinto subito con Slot dopo l’addio di Klopp, oppure quella del Manchester City, ancora tra le mani dell’uomo che l’ha reso grande. Guardiola ha perso due delle ultime quattro partite casalinghe di Champions League, tante sconfitte quante nelle precedenti 37. Prima di essere battuto all’Etihad dal Bayer Leverkusen, erano passate 24 partite e sette anni immacolati nella fase a girone.
Ma come direbbe il filosofo cileno Serpillo, i quaderni sono fatti per essere bruciati. Basta l’occhio nudo per vedere cosa sta succedendo. Basta posarlo su un qualunque prato della Premier o della Champions League, dove l’Arsenal primeggia – e in Europa addirittura a punteggio pieno con il 3-1 al Bayern di ieri sera. È una superiorità quasi soprannaturale, tanto da indurre The Athletic stamattina a chiedersi per quanto tempo l’Arsenal potrà sostenere questa intensità quasi mistica: una squadra che corre con il vento in poppa, trascinata da un senso di inevitabilità. È un’energia fragile ma, finché dura, aumenta fiducia, ambizione e possibilità di arrivare a trofei pesanti.
La squadra di Arteta è una winning machine costruita per trovare gol in mille modi diversi. Il secondo e il terzo di ieri hanno mostrato in modo sfacciato la sovrannaturale superiorità della rosa. Nel giro di mezz’ora si sono alzati dalla panchina Madueke, Calafiori e Martinelli. I primi due hanno tagliato e cucito il 2-1, il terzo ha segnato il 3-1. Sono ancora infortunati Viktor Gyokeres, Gabriel e Kai Havertz. Il Times ha scritto che il secondo tempo è stato “una marea rossa, troppo forte, troppo audace per poter resistere”.
È il primo gol che però impressiona. Tutti sanno che accadrà. Nessuno sa come evitarlo. Ogni volta che l’Arsenal si raduna intorno alla bandierina, sembra prepararsi a un appuntamento con il destino. Perché in quel pezzetto di campo nasce la parte più raffinata del lavoro della squadra di Mikel Arteta, la geometria segreta dei calci d’angolo, costruita principalmente sulla precisione di Declan Rice, Bukayo Saka e Martin Ødegaard. Come ha raccontato Ahmed Walid su The Athletic, è da lì che nasce una delle giocate più riconoscibili — e temute — della Premier League.
Il turning point arriva nella seconda metà del 2023-24, quando Arteta decide che Rice deve diventare uno dei battitori. All’inizio è una soluzione d’emergenza, poi la scoperta di una abilità. Jover, lo specialista nello staff, lo prende in carico e lo trasforma: nuove traiettorie, nuove velocità, nuove zone da colpire. In breve tempo, l’Arsenal si ritrova con un giocatore capace di eseguire ogni tipo di cross, da ogni zona, con un’efficienza che pochi in Inghilterra possono replicare. Walid dice che “Il cardine di tutte queste combinazioni è la precisione del cross: senza il passaggio perfetto, nessuna routine funziona”.
L’Arsenal, da destra e da sinistra, attacca sempre gli stessi tre corridoi dentro l’area piccola. Lì dentro si muovono Gabriel e Trossard, che diventano terminali di un sistema in cui la qualità del cross è più importante del blocco o del taglio. Saka ha la miglior percentuale sui corner per il secondo palo; Ødegaard è nei primi dieci in più categorie; Rice è l’unico ad avere numeri d’élite in tutte le zone attaccate dall’Arsenal. E se manca Gabriel come ieri sera, allora colpisce Timber. È questo talento diffuso che permette alle routine di Jover di moltiplicarsi. Come scrive Walid, “la bellezza delle esecuzioni dell’Arsenal su calcio d’angolo è ipnotica”. È una questione di fiducia reciproca: chi attacca sa dove arriverà il pallone, chi calcia sa che basta centrare il punto. È la stessa idea che Morten Gamst Pedersen — uno dei migliori specialisti del passato — ripete nell’intervista al magazine americano: la qualità della palla crea la qualità del movimento.
Sul lato destro Saka e Timber sono una catena di furia e di bellezza, e per il Guardian in questo momento Declan Rice è il giocatore più forte d’Europa. Recupero della palla, corsa instancabile, inserimenti offensivi, calci piazzati con una mescolanza perfetta di potenza e tecnica che lo fa apparire come “quattro giocatori in uno, ogni volta che decide di accendere la partita”. L’Arsenal non è più soltanto una squadra ambiziosa, dice il Guardian: è un’armata completa. Può segnare in contropiede, ma è la cornice — la pressione costante, l’intensità, la supremazia territoriale — a raccontare di un salto di livello.
Non hanno schioccato le dita per arri vare fin qui. L’Arsenal ha attraversato un deserto trentennale di derisione e ha dato un mandato preciso a Mikel Arteta, uno dei vecchi vice di Guardiola. Prenditi tempo, costruisci, portaci da qualche parte. Se finora battere grandi club europei come il Bayern restava un’impresa, ieri sera la sensazione è stata netta: questa è la nuova ammiraglia del calcio inglese. E forse l’Inghilterra le sta stretta.
Il precipizio del Liverpool
Paul Joyce sul Times racconta con più solennità di altri – sarà il cognome – la caduta del Liverpool, una squadra allo sbando in ogni reparto, senza identità, senza intensità e senza risposte tattiche. L’idea che il Liverpool potesse salvarsi dai guai in Premier grazie alla Champions League viene liquidata come un’illusione “tanto fragile quanto la linea difensiva di Slot”. La crisi è totale: non è più un problema di nuovi acquisti da integrare. È l’intero gruppo a essere in panne, incapace di eseguire i principi base. Anfield è in crisi di fiducia. Dopo il terzo e il quarto gol del PSV, lo stadio si è svuotato e Slot “non può più aspettarsi un pubblico dalla sua parte”. Il Liverpool ha chiuso la serata al 13esimo posto ed è 12esimo in Premier: dovrà andare in casa dell’Inter e sa Marsiglia. Secondo il Times la qualificazione non è più scontata. Slot viene descritto come confuso e impotente, la squadra sembra peggiorare ogni settimana, si aggiungono errori individuali imbarazzanti. Nel pezzo Van Dijk è LeBron James per i suoi ripetuti falli di mano, Konaté sbaglia il tempo sui palloni lunghi, la linea difensiva è così decimata che ha finito la partita con due centrocampisti a fare i terzini [Curtis Jones e Gravenberch]. Salah è il simbolo del malessere: sul 2-1 del PSV, invece di rincorrere Mauro Júnior, si è piegato e si è alzato la maglia sul volto. Joyce spiega che la società è stata paziente anche per via del contesto difficile. Un mercato pesante, la tragedia della morte di Diogo Jota, ma non può permettersi di continuare a perdere né a dare l’impressione di una squadra “priva di qualsiasi qualità redentrice”.