Lo Slalom del 21 novembre | Cosa leggere, sapere e vedere

 

  Leggi tutto nella versione web

# 2  giorni a Inter vs Milan

 

     

►  LA COSA nella giornata di ieri non è passata sotto silenzio, ma insomma sì: è andata bene. Il sorteggio per i play-off mondiali ha abbinato l’Italia all’Irlanda del nord [in casa] e a una fra Galles e Bosnia [in trasferta]. 

◇  Aurelio De Laurentiis è stato rinviato a giudizio con l’accusa di falso in bilancio in relazione alle annate 2019, 2020 e 2021. Con lui vanno a processo l’ad Chiavelli e il club per presunte plusvalenze fittizie. Nessuna conseguenza sportiva. Il procuratore federale Chiné  aveva archiviato l’indagine nel 2022 e quando ha visionato i nuovi atti dell’inchiesta della Procura di Roma non li ha ritenuti sufficienti per riaprire il processo. 

◇  Il quadro attuale dei diritti tv per la Champions è stato confermato fino al 2031. Amazon Prime ha una diretta il mercoledì sera, tutto il resto va su Sky Sport. 

◇  La Spagna ha battuto la Repubblica Ceca per 2-1 e si è qualificata per le semifinali di Coppa Davis nonostante l’assenza di Carlos Alcaraz.

◇  Il neo-ct della Nazionale di basket Luca Banchi ha chiamato i primi 17 azzurri della sua gestione e nel gruppo ci sono pure alcuni campioni europei Under-20. Achille Polonara è capitano senza aggregarsi alla squadra. Milano ha invece perso in Eurolega dall’Hapoel Tel Aviv con un Guduric che il Corriere della sera definisce a tre cilindri [2 punti, 1 su 4 al tiro]. 

◇  Jessie Diggins, la campionessa di tutto del fondo, si ritirerà alla fine di questa stagione. Lo ha scritto in anteprima The Athletic

 

   

La gente vede fantasmi

Gigi Buffon

 

  

Gattuso, lassù qualcuno ti ama

Il vero lavoro di Rino Gattuso comincia adesso. È stato imbarcato a settembre sul vascello azzurro solo per la fretta di sbolognare il suo predecessore prima possibile, nella simulazione di un’emergenza nazionale che o non esisteva o con lui non è cambiata. L’indecenza di un esonero che Luciano Spalletti dovette comunicare da solo resterà una macchia indelebile sul curriculum dell’attuale presidenza, come se poi fosse la sola. Spalletti andò in panchina con la Moldavia da dead man walking ma con un carico di dignità da riempirci dozzine di bastimenti. Se l’Italia non fosse andata a vincere al Parco dei Principi dodici mesi prima, il Cittìncinnato richiamato dai federali del Coppedè con l’acqua alla gola dalle campagne toscane – dopo la fuga saudita di Mancini – sarebbe stato licenziato molto prima. Del resto aveva ormai assolto al suo compito: restare sulla scena nelle ore immediatamente successive al naufragio europeo. Doveva reggere per salvare Gravina, consentirgli di scavallare l’estate del 2024, far decantare il fallimento, scansare la ghigliottina del governo e tirare avanti ancora un po’. 

Eppure, da domenica sera è ragionevolmente chiaro che l’Italia di Gattuso non è arrivata in nessun punto dove non sarebbe arrivata pure con Spalletti. Ha vinto cinque partite che avrebbe dovuto vincere con qualunque diplomato a Coverciano in panchina e ha perso la sesta che aveva perso pure a Oslo, nelle stesse dimensioni di Oslo, anzi prendendo un gol in più. Il vero lavoro di Rino Gattuso comincia adesso e non ci potranno essere giustificazioni di nessun tipo. Il quadrante del tabellone nel quale è finito per sorteggio evoca certe caratteristiche che Gene Gnocchi attribuiva a Sacchi. 

Irlanda del Nord, Galles e Bosnia mettono insieme sei partecipazioni ai Mondiali, la metà della sola Svezia e due terzi della sola Polonia, le grandi spaventatrici del sorteggio finite una sulla strada dell’altra. Irlanda del Nord, Galles e Bosnia sommano tutte insieme un solo calciatore di buona caratura internazionale, un calciatore – diciamo – da 40 milioni di valutazione, quel Brennan Johnson che gioca nel Tottenham. L’Italia pare ne abbia otto [fonte: Transfermarkt]: Bastoni, Tonali, Barella, Dimarco, Buongiorno, Retegui, Donnarumma e Calafiori. Irlanda del Nord, Galles e Bosnia sommano tutte insieme 12 calciatori con esperienza in Champions League per 157 presenze complessive [il solo Dzeko sopra le 50]. Gli azzurri sono 23 con 442 presenze. Dalla tradizione, al valore di mercato all’esperienza: in ogni parametro non c’è discussione. Ma la sola maniera di aprirne una è pensare che gli altri siano disposti ad accettare l’idea di un mondo immobile come dentro le stanze della nostra federazione. C’è una frase del cittì irlandese che dice molte cose: «L’Italia è forte, sarà bellissimo giocarci contro». C’è nel mondo una dimensione gioiosa del calcio che noi abbiamo dimenticato e che ogni tanto viene a chiedere il conto. 

Paolo Tomaselli sul Corriere della sera fa notare che se è vero che abbiamo le «nostre fragilità, su cui dobbiamo lavorare» (e Gattuso ne parla apertamente), anche gli avversari hanno le loro, tanto che né Irlanda, né Bosnia, né Galles si sono qualificate all’ultimo Europeo. I posti a disposizione erano 24, otto in più che per i Mondiali nelle lontane Americhe. È anche vero che l’Italia ce l’ha fatta arrivano a pari punti con l’Ucraina e passando per gli scontri diretti, dopo uno 0-0 in campo neutro a Leverkusen. 

Emanuele Gamba su Repubblica dice che è soltanto la memoria a spaventarci, quell’antico ricordo dell’eliminazione del 1958. Il vero valore aggiunto è il ct Michael O’Neill: quando l’avversario è superiore, cioè molto spesso, punta tutto sulla difesa a oltranza, con una linea a 5 che rinnega i principi del calcio britannico, ma che se la devi sfangare funziona. Il campionato locale, 46° su 55 nel ranking Uefa, è irrilevante, nonostante un ambizioso piano quinquennale di sviluppo varato dalla federazione: il metodo migliore resta la nazionalizzazione di inglesi di retrovia con qualche parente di Belfast e dintorni.

Jack O’Malley sul Foglio ci scherza, recita con la sua maschera e dice che con le britanniche l’Italia non avrà scampo, potrà ripiombare nel solito psicodramma nazionale. Fabio Licari sulla Gazzetta non ci crede e avverte: Diciamo le cose come stanno: per l’Italia vera, senza scomodare quella di Lippi o l’altra di Mancini, per l’Italia di Donnarumma, Calafiori, Tonali, Kean, questo è un Mondiale da prendere. Per l’Italia spaventata degli ultimi tempi chissà. E nella pagina delle opinioni aggiunge: L’apocalisse atto terzo obbligherebbe a una rivoluzione, con le statue e le icone del passato abbattute e nessuno che aveva mai votato i vecchi leader. Ma sarebbe la solita soluzione all’italiana, senza riforme strutturali, quindi buona soltanto fino al prossimo fallimento oppure alla rinascita improvvisa come quella di Mancini, un capolavoro a tempo, purtroppo. Perdere queste due finali proprio non si può. Il 31 marzo si dovrà fare sul serio. Tutti quanti. O è finita la pacchia.

Gianfranco Teotino su Sky Sport Insider ha scritto che l’avversario più pericoloso per l’Italia, sulla tortuosa strada che la dovrebbe finalmente riportare ai Mondiali, sarà l’Italia, ma Marco Tardelli su La Stampa trova che in questo calcio la forza, la determinazione, la corsa, sono altrettanto importanti che la qualità e l’Irlanda del Nord ne ha da vendere

Alle analisi tecniche Paolo Condò aggiunge un ingrediente di prudenza a cui nessuno ormai sente di poter rinunciare, tanto siamo scottati. Ancora sul Corriere della sera scrive che vivremo momenti delicati, nei quali la gente premerà sulle transenne e gli avversari ne riceveranno un surplus di energia. La Nazionale è tecnicamente migliore di entrambe, ma avrà bisogno di carattere per affermarlo, e con la Norvegia non ne abbiamo visto l’ombra. Questo è l’unico dubbio. La calma nella tempesta, il raziocinio correndo a perdifiato, il tackle che fa ruggire di rabbia lo stadio. La valigia del vincitore.

 

 

«In serie A il turnover è del 15% , in serie B del 35%, in C del 20%, così è insostenibile. Probabilmente il 10% in A, il 20% in B e il 20% in C è una soluzione che entro dicembre proporrò». Così Gabriele Gravina, presidente della federazione a Sport Industry Talk. In effetti ci sono ancora sacche nel calcio italiano dove ogni tanto cambiano delle cose. Meglio mettere un freno. 

 

I romanzi che a Belfast non hanno scritto

Certi campi di Belfast sono minuscoli e scrostati, sembrano teatri di quartiere dove ogni gesto diventa una dichiarazione identitaria. Le partite del campionato sono piene di volti che portano la storia come una cicatrice. Nell’Irlanda del Nord il calcio non è soltanto un gioco. È un dialetto emotivo, un modo di stare al mondo, un codice che tiene insieme comunità divise da tutto il resto. Eppure, dentro questo paesaggio così carico di simboli, quasi nessuno ha provato a trasformare il calcio in narrativa di finzione. È un paradosso nel Paese che ha generato George Best — un giocatore che era già racconto, già mito. Non c’è traccia di un vero romanzo calcistico riconoscibile, un’opera che metta il pallone al centro della trama o come sfondo robusto di una trama. La letteratura nord-irlandese ha preferito altre traiettorie: la memoria dei Troubles, il trauma, l’identità religiosa, la tensione politica, o al massimo l’adolescenza e la musica punk intrecciate allo sport come accade in Two Souls di Henry McDonald. Il calcio, per qualche ragione, resta ai margini. Come se la realtà fosse già troppo carica, troppo compromessa, troppo difficile da reinventare.

E infatti mentre la narrativa non arriva, la saggistica abbonda. Gunshots & Goalposts di Benjamin Roberts attraversa 140 anni di calcio nord-irlandese, tra identità, violenze, miracoli e rivalità storiche. The Little Book of Irish Football di Barry Flynn colleziona aneddoti, episodi e mitologie minori dell’isola, restituendo una specie di mosaico popolare del gioco. Fields of Wonder di Evan Marshall racconta il viaggio della nazionale nord-irlandese verso il Mondiale 1982, quello del debutto da adolescente di Norman Whiteside – che aveva la stessa età di chi guardava. Al cinema ci ha pensato Shooting for Socrates a raccontare il Mondiale del 1986 attraverso il sogno di una famiglia di Belfast e la sfida impossibile al Brasile, mostrando il calcio come un’amplificazione dei desideri e delle ossessioni di un Paese.

Eppure, dentro questo panorama di memorie, cronache, documenti e archivi visivi, non esiste fiction, come i cavalli nelle poesie di Orlando [cit.: si capisce qui]. Figure letterarie nel calcio sì, calcio nella letteratura no. Una è Pat Jennings, il portiere che partì ragazzino da Newry, cresciuto in una scuola cattolica dove il calcio inglese era guardato con sospetto, diventato un’icona – eh sì – tra Tottenham, Arsenal e nazionale. La sua traiettoria attraversa confini religiosi, comunitari e culturali. È la storia di un ragazzo che in un Paese diviso trovò nel pallone un varco inatteso per passare da una sponda all’altra, diventando simbolo di qualcosa che stava sopra [o forse sotto]. le identità dichiarate. Una vita romanzo, una vera vita inventata.

È come se il calcio nord-irlandese fosse rimasto imprigionato nella sua concretezza, negli spalti bassi, nella pioggia obliqua, nei cori delle fazioni, negli eroi locali che nessun romanzo ha trasformato in personaggio. Un immaginario potentissimo, ma congelato. Forse perché il rischio di semplificare è troppo grande. Forse perché la letteratura ha sempre percepito il pallone come un detonatore sociale più che come un dispositivo poetico. George Best, per esempio. La sua bellezza anarchica, la leggerezza che portava in campo, la tragedia che lo accompagnò fuori. Alla sua morte – fra qualche giorno saranno passati vent’anni – emerse uno degli ultimi desideri. Voleva donare gli organi, lui che aveva ricevuto da un estraneo un fegato nuovo. Lo racconta il suo amico e agente Phil Hughes al Belfast Telegraph, ma gli articoli del tempo parlano di un George Best effect, il timore che la sua ricaduta nell’alcol potesse scoraggiare le donazioni. Si sa che fu davvero un organ donor, senza che siano noti altri dettagli. Nel sistema britannico la donazione resta confidenziale. Ma da qualche parte, una volta, qualcuno ha scritto che gli vennero espiantate le cornee. È un ricordo lontano, una traccia in una pagina di vecchi appunti, ma che adesso non si riesce a verificare. Eppure, cosa poteva donare Best di più prezioso, lui che era un magnate del dribbling, uno che scorgeva pertugi invisibili a chiunque altro. Che storia sarebbe quella di uno sconosciuto che un giorno si accorge di vedere il mondo con un’intuizione che non era mai stata sua, come se nelle pupille fosse rimasta la memoria di un dribbling, la fame di uno spazio, un lampo di libertà. Una persona qualunque — un ragazzo di Belfast, una donna di Derry, un immigrato arrivato da lontano — che senza saperlo eredita lo sguardo di un uomo libero nella sua follia. Qualcuno o qualcuna che cammina per le strade dell’Irlanda del Nord e vede il mondo con gli occhi di Best, sentendo all’improvviso tutto il peso del talento, il talento come una condanna.

 

mappe

Giamaica, le dimissioni del ct poco amato

Non ha visitato i luoghi colpiti dall’uragano

▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔

Una volta celebrata la Scozia, una volta accolte Curaçao e Haiti alla gran festa delle Americhe, non resta che consolare gli afflitti e soprattutto la povera Giamaica, che dal calcio s’aspettava almeno una carezza di un’ora e mezza dopo l’uragano devastante delle settimane scorse. L’altra sera Kingston era un ingorgo di speranza. Laurie Whitwell su The Athletic racconta le strade bloccate tre ore prima del fischio, una varietà di maglie gialle, macchiate di verde, un caleidoscopio di aspettative, il profumo di jerk chicken che galleggiava sopra il National Stadium e la dancehall sparata dagli altoparlanti. Bastava battere Curaçao per tornare al Mondiale dopo Francia ’98. Bastava poco, mmm, così sembrava. Lo 0-0 ha portato il ct Steve McClaren in sala stampa con un foglio scritto a mano e gli occhi lucidi, lo ha condotto a parlare di «profonda riflessione… nuova energia, una prospettiva diversa». È stata una resa, più che il semplice annuncio di dimissioni.

Whitwell racconta  i livelli della frattura. C’è l’aspetto fisico: un ginocchio e una caviglia che chiedono il conto a botta di antidolorifici. C’è il peso del campo: assistenti perduti, allenamenti condotti da Ian Burchnall nelle ultime finestre internazionali, i playoff che aspettano marzo [Nuova Caledonia, poi Congo] e che esigono un McClaren al 100%, non un McClaren dimezzato. Ma il vero detonatore di tutto è stato il pubblico. La tensione accumulata dentro lo stadio è esplosa alla fine: insulti, risse verbali, perfino poliziotti coinvolti. Sarebbe stato difficile continuare dopo questo, scrive Whitwell. È stato l’epilogo ostile di un rapporto mai veramente decollato.

L’inizio era stato sorprendente: lasciare il Manchester United per la Giamaica, clima a parte, non aveva una logica apparente. Anche per questo la rassegnazione è stata accolta con volti stupiti nei corridoi del National Stadium, dove il presidente della federazione ha confermato in diretta il suo addio. McClaren, scrive The Athletic, si è occupato di molto più della semplice selezione della squadra: voli da pagare, hotel da prenotare, staff sotto organico. In estate la federazione aveva smesso di coprire il pagamento dei biglietti in business class; i giocatori hanno iniziato a coprire da sé le tratte. Il giovane Whisper Richards è stato convocato solo quando il suo agente ha anticipato i soldi del viaggio. Lo stesso McClaren ha pagato di tasca propria voli e hotel per Richard Hartis, il suo vice e preparatore dei portieri perché «Hartis non ha ancora ricevuto un salario».

Il quadro è quello di una federazione in deficit, che sperava nel Mondiale per azzerare i debiti. Ma in campo la Giamaica è sembrata sempre tesa, insicura. I tifosi chiedevano velocità, aggressività, talento. «McClaren sceglie i nomi, non i ragazzi che corrono», dice il giornalista Donald Oliver a The Athletic. E la collega Kathya Davis è ancora più diretta: «Ci aspettavamo fermezza, ma non la stiamo vedendo».

C’è stata anche sfortuna. Tre pali, un rigore cancellato dalla VAR all’ultimo minuto, un boato di gioia strozzato. Whisper Richards, figlio di Port Royal, ha acceso la partita entrando dalla panchina e provocando il penalty revocato. È il simbolo di quella desiderata scintilla domestica che molti continuano a invocare. Tutto questo mentre la Giamaica vive ancora le ferite dell’uragano Melissa — 45 morti, case distrutte, intere comunità allagate. McClaren aveva detto che «volevamo farlo anche per loro», e molti pensano che una visita nelle zone colpite avrebbe forse cambiato il rapporto emotivo con l’isola. Il tempo era troppo poco, sottolinea The Athletic. Il pezzo ripercorre tutta la traiettoria dell’allenatore: dagli avvertimenti di Heimir Hallgrimsson [«Non durerai due mesi»], alla sfida eterna di far convivere giocatori giamaicani e figli della diaspora, fino agli alti e bassi di una carriera personale fatta di Eredivisie vinte e notti nere con la nazionale inglese. La Giamaica può ancora andare ai Mondiali,. McClaren ha rinunciato. 

Il Rashomon di Karim Benzema

C’è anche un Mondiale del passato di cui parlare ancora. Qatar 2022. Quello in cui la Francia arriva in finale perdendo Benzema strada facendo. L’Equipe stamattina scende negli ingranaggi più delicati del caso raccontando non solo ciò che è accaduto alla vigilia, ma soprattutto come quelle ore siano diventate oggi materia da tribunale. Chi ha detto la verità sul forfait? E chi eventualmente ha mentito?

Tutto comincia dall’aula della 17ª camera del tribunale di Parigi, dove Didier Deschamps ha denunciato per diffamazione Daniel Riolo, il giornalista di RMC che nel 2023 lo aveva chiamato bugiardo, insinuando che avesse cacciato lui Benzema dal Qatar. In aula, accanto al ct, hanno parlato due figure chiave dei Bleus: il medico Franck Le Gall e l’ufficiale di sicurezza Mohamed Sanhadji. Entrambi hanno negato in modo netto l’idea di un allontanamento forzato: secondo loro, fu Benzema stesso a dire “c’est mort” e a decidere di partire.

L’Équipe ricostruisce il dopo: i messaggi affettuosi scambiati tra Deschamps e Karim il giorno seguente — parole di tristezza, rispetto, addirittura incoraggiamento — che mostrano un clima tutt’altro che esplosivo. Eppure, quando sui media comincia a circolare la versione opposta, quella del forfait imposto, l’incendio divampa: l’agente Djaziri insinua dubbi sulla gravità della lesione, Benzema posta un’emoji-clown contro Deschamps, Riolo rilancia ogni cosa in radio. Per difendersi dopo la querela, Riolo ha chiamato Hakim Chalabi, direttore della clinica Aspetar, che in una conversazione registrata a sua insaputa raccontava tutt’altra storia: secondo tre radiologi consultati da lui, l’infortunio sarebbe stato solo di primo grado, un problema gestibile. Il medico dei Bleus ha definito falsa quella diagnosi e Chalabi incompetente, ribadendo che la lesione era più seria. Un infortunio è insomma diventato un Rashomon, un intreccio di narrazioni, sms privati, rapporti clinici, telefonate registrate, dossier depositati. Oh, di certo a fine lettura resta l’idea che il caso Benzema non sia stato solo una questione muscolare. Pare sia stato, ed è ancora, un duello pubblico su chi controlla il racconto delle storie. Il 30 gennaio 2026 il tribunale deciderà a quale versione credere. 

 ▬▬▬▬▬         ▬▬▬▬▬

Le analisi

 

Parigi città ciclabile. Ma ancora con troppi rischi

Parigi è diventata una città di biciclette, ma resta una città dove ogni curva può nascondere un pericolo. Gli incidenti sono stati 1.048 nel 2024 contro i 628 del 2018. Perché nel frattempo ha vissuto une révolution à pédales : une vélorutionscrive Alexis Danjon su L’Équipe con un gioco di parole. I tragitti in bici dei cittadini sono moltiplicati per sette e la frequentazione delle piste ciclabili è salita del 34%. Stein van Oosteren, esperto di pianificazione urbana, ricorda il 1996 come un tempo remoto, remotissimo — in cui incontrare un ciclista era così raro da salutarsi per strada — mentre i ventenni ricordano ancora il 2019 come una giungla di taxi onnipresenti.

Il Comune rivendica una metamorfosi: Danjon cita il vicesindaco David Belliard quando dice che Parigi è ai primi posti in Europa per piste ciclabili, e non è un’esagerazione. In cinque anni sono nati 120 km. Una rivoluzione visibile, concreta, fotografabile. Eppure la città resta nervosa. Basta fermarsi sul boulevard Magenta, due chilometri d’asfalto verde attraversato da oltre 11.000 ciclisti al giorno, l’archetipo di un vecchio modello di ciclabile. Troppo stretta, troppo vicina ai pedoni, troppo vulnerabile al caos delle consegne in macchina: portiere che si aprono, furgoni che invadono, incroci ciechi. Qui, la bici vive in un pericoloso stato di attenzione permanente: così lo definisce L’Équipe

La cronaca di Danjon riferisce che quasi tutti rispettano i semafori, rallentano nei punti critici, evitano i rischi inutili. Ma la sensazione diffusa è di fragilità. I sorpassi sono radenti, le velocità eccessive, gli stalli occupati. Il risultato è che il ciclista, anche con la precedenza, deve sempre dubitare. Le nuove piste sono un’altra storia: più larghe, più stabili, più capaci. Paris en Selle e MDB hanno mappato i 200 incroci più pericolosi della città; alcuni sono stati corretti, altri — come quelli intorno ai boulevards des Maréchaux — restano sospesi tra l’ottimismo del progetto e la realtà del rischio. Belliard promette che la prossima Parigi sarà disegnata per una sicurezza totale, con l’ambizione del traguardo “zero morti”. Intanto, la città pedala. Una generazione intera sta scoprendo che muoversi su due ruote è possibile, è comodo, è ordinario. quotidiano. Van Oosteren dice che più biciclette in città significano meno rumore, meno inquinamento, più sicurezza: pura felicità. 

▬▬▬▬▬         ▬▬▬▬▬

Dai campi

 

Il calendario serrato della NBA

Steve Kerr lo aveva detto. Steve Kerr ogni tanto lo ripete. Steve Kerr lo ha ripetuto. In NBA stanno esagerando. In NBA si gioca troppo. Certamente hanno giocato troppo in così poco tempo i suoi Golden State Warriors, sconfitti l’altra notte a Miami al termine della 17esima partita in 29 giorni e in 12 città diverse. «Mai vista una cosa del genere» ha detto il coach. Ecco. Adesso sì. 

Zach Harper su The Athletic si chiede allora se davvero la stagione NBA sia troppo lunga. Kerr sostiene che il calendario da 82 partite, combinato con un gioco che sta diventando sempre più veloce [se ne parlava qui], è il motivo dell’esplosione di infortuni muscolari tra le stelle della lega. Harper analizza i dati e in effetti considera come la NBA stia vivendo la stagione più veloce dal 1988-89, con una media di 100.5 possessi. Dieci squadre [Wizards, Jazz, Raptors, 76ers, Bucks, Lakers, Pacers, Warriors, Pistons e Nets] hanno aumentato il loro ritmo tra uno e due possessi a partita, tre squadre [Suns, Cavs e Hornets] fra i due e i tre, sette squadre [Kings, Blazers, Magic, Knicks, Wolves, Mavs e Heat] per più di tre. Quasi metà delle star NBA è infortunata e le stelle stanno saltando il doppio delle partite rispetto a due anni fa. Tuttavia, Harper è netto sul punto centrale: nonostante i dati e gli allarmi, la NBA non ridurrà la stagione, perché significherebbe perdere soldi — biglietti, diritti TV, sponsor. Insomma Kerr ha ragione sui carichi, ma il business viene prima di tutto. Non riesco nemmeno a immaginare il cambiamento monumentale che ci vorrebbe perché accada qualcosa. Non è esattamente così che funziona lo sport professionisticoconclude The Athletic.

 

▬▬▬▬▬         ▬▬▬▬▬

Discussioni

   

Il non detto sul caso Bellingham

A Ian Wright è venuto un sospetto. Conosce i suoi polli. Secondo l’ex attaccante dell’Arsenal, tutto questo dibattito intorno a Bellingham nasconde qualcosa che si fa fatica ad ammettere ma che qualcuno deve prendersi la responsabilità di dire. Lo fa lui. L’Inghilterra «non è pronta per una superstar nera». Luke Bosher per The Athletic racconta  tutto questo e ricorda come le critiche nate dopo la sostituzione contro l’Albania — compresa la falsa accusa che non avesse celebrato il gol di Kane e — non sembrano semplici polemiche sportive: sono il riflesso di un Paese che non accetta un giovane nero dotato di talento, carisma e personalità. Secondo Wright, i giocatori neri sono percepiti come troppo forti e troppo visibili, in sostanza troppo liberi. Bellingham rappresenta un modello di Black excellence che secondo Wright «spaventa chi vorrebbe giocatori neri più docili, silenziosi, non troppo protagonisti. Non puoi controllarlo. Fa paura a certe persone per la sua capacità e l’ispirazione che può dare. Quando un giocatore nero è forte, orgoglioso e non chiede il permesso, disturba».  Wright rivela pure di aver scritto a Bellingham prima della partita con l’Albania: «Be ready». Allora Bellingham ha risposto: «Ready for what?» E Wright gli ha prefetto che ci sarebbe stata un’ondata di critiche, ma che lui sarebbe stato al suo fianco.

 

 ▬▬▬▬▬         ▬▬▬▬▬

Interpreti

    

La catena di montaggio Sinner-Alcaraz

C’è quella frase di Mandela, no? Una di quelle frasi che a un certo punto ti vengono a noia, perché la senti ripetere ovunque, sempre poi con una certa postura. «Io non perdo mai. O vinco o imparo» è finita sulla bocca di dirigenti, rettori delle scuole, cantanti, molti allenatori, da Silvio Baldini a Eziolino Capuano. Eppure ‘sta roba ormai consumata più di un chewing gum sta succedendo davvero sotto i nostri occhi nel tennis. Lo scrive Matthew Futterman su The Athletic dicendo che da undici mesi Sinner e Alcaraz si inseguono come due ombre. Si sfidano, si stuzzicano, si superano. Un gigantesco gioco di staffetta, con i trofei più importanti del tennis passati di mano in mano. Si sono spartiti otto Slam consecutivi, ci sono poi i due Masters di Sinner, 18 tornei su 19 che hanno preso quando si sono presentati entrambi, il numero uno del mondo tornato nel grembo di Alcaraz in questa partita infinita di amore-che-vieni-amore-che-vai.

Se non fosse stato per un Novak Djokovic che con una gamba sola si arrampicato nel cervello di Alcaraz, per mandarlo in tilt all’Australian Open, oggi parleremmo di un poker di finali identiche. Ne abbiamo avute tre: Wimbledon, US Open, Torino. E sempre lo stesso copione – ecco il punto vero: chi perde trova la chiave per vincere la volta dopo.

Futterman sottolinea che a Torino Sinner era meglio di due mesi fa a New York, dove Alcaraz era stato migliore di due mesi prima a Wimbledon, dove Jannik era stato migliore del mese precedente a Parigi. Il tennis cone una catena di montaggio: uno crea il problema, l’altro trova la soluzione.

Un’ora dopo la finale di Torino, Alcaraz parlava come uno che ha un piano da costruire: «Mi diranno cosa hanno visto, i miei punti deboli, quelli buoni. Ho già un paio di cose in mente». Il pre-campionato – diciamo così – è già nei pensieri di entrambi. Uno rinuncia alla Davis per riposare di più e allenarsi meglio, l’altro sente un dolore alla gamba e lascia perdere a sua volta l’insalatiera, pensando che urgente è preparare la prossima mutazione.

Futterman la definisce un’eterna partita a gatto e topo: amici ma non troppo, vicini ma mai complici. Uno vince, l’altro studia. Uno cambia, l’altro risponde. Ed è curioso dopo aver passato vent’anni a scappare dal duopolio Federer-Nadal, che il tennis sia tornato esattamente lì. Allo stesso schema, la stessa empatia fra due avversaria, anche in una nuova era. Federer dice che in questo modo «porti il tuo sport fuori dal tuo sport. Parli a tutti i tifosi del mondo per tenere il tennis su un palcoscenico globale». È la responsabilità di chi trascina un’epoca.

Per capire Torino, dice Futterman, bisogna tornare a Shanghai dell’anno scorso, quando Sinner è avanti 3-0 nel super tiebreak, Alcaraz lo ribalta con sette punti irrefrenabili. Da lì Sinner prende fuoco: il Masters del 2023, la Davis, il secondo Australian Open consecutivo. Una traiettoria in cui Alcaraz resta il faro da inseguire. Ora a lui tocca ribaltare la logica: non evolversi dopo una sconfitta, ma dopo una vittoria. Alcaraz l’ha già fatto più volte ed è per questo che guida il bilancio 10-6, oppure  7-2 nelle ultime nove partite. A Melbourne porterà qualcosa di nuovo. Cerca il career Grand Slam. Sa che la prima montagna sarà quel tipo con i capelli arancione dall’altra parte della rete, e che rispondere ora è il suo dovere. 

     

Slalom ha un canale Whatsapp, dal quale diffonde non più di due aggiornamenti quotidiani, probabilmente un riepilogo serale con rassegna mattutina e nuovi sviluppi. Non vi impressionate. È una cosa riservata, per pochi intimi. Siamo un centinaio, niente di che. Nessuno disturba, non ci sono riunioni di condominio, mai un messaggio prima delle 8.30, mai uno dopo le 20.30. 

Chi volesse unirsi, può farlo seguendo questo link 

Lo Slalom apparirà su whatsapp nella lista Canali insieme a tutti gli altri a cui vi siete iscritti, nella sezione Aggiornamenti. A cosa serva non si sa, però pare che fa molto fico. 

 

           

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.