Il gigante e i bambini: il sorpasso di Sinner sul calcio

 

 

   

E di vista | ti perdi | come dopo il sorpasso | l’altro nel retrovisore

Franco Fortini

 

  

Il gigante e i bambini

I dati raccontano stamattina che non esiste più nessun abisso tra la platea televisiva che si è iscritta alle vittorie di Jannik Sinner e quella che resiste accanto alla malinconica Nazionale di calcio. Per la partita con la Moldavia di giovedì, la forchetta si era ridotta ai minimi termini e in campo c’era Musetti. Stavolta non c’è stata sovrapposizione ma una staffetta, solo che in seconda frazione è caduto il testimone. Dagospia si fa voce della nazione e annuncia il risultato storico. Tra Rai2 e Sky 6.7 milioni di spettatori con il 35,7% di share. Italia-Norvegia ha fatto 7.5 milioni, ma con uno share più basso: 34,3%.

Non c’è bisogno di alcun numero per certificare che il sorpasso sentimentale c’è già stato e che pure qualche volto pop ha cambiato tribuna spostando il suo interesse dal pallone alla racchetta. A cento km di distanza faceva impressione vedere l’ex ct Spalletti scattarsi un selfie con Sinner, e chissà quanti dirigenti di club della serie A erano in tribuna a Milano. A Oslo non ce n’era nessuno. 

Di certo i pulcini bagnati di Gattuso sono usciti dal campo sotto i fischi di San Siro, lo stesso posto dove l’Italia non riuscì a battere la Svezia mancando la qualificazione ai Mondiali 2018 in Russia; mentre Jannik ha sentito cori da stadio mentre teneva il suo discorso di ringraziamento e questo ha detto: «Sembra di essere al calcio». Il vecchio calcio. 

Una ricerca Nielsen dice che tennis e padel sono gli sport più popolari in Italia dietro il pallone con 19,8 milioni di appassionati [il calcio è a 21,6] e con 6,2 milioni di praticanti [il calcio 6,5]. I dati sono riferiti stamattina da Marco Iaria nella sua ricognizione sull’appeal economico del tennis e sono numeri che fanno ridire a Binaghi che il delta si è diminuito e che insomma «stiamo arrivando».

La partita tra il numero Uno-Due e il numero Due-Uno è stata sorprendente ed è girata su non più di cinque-sei punti [78-72 alla fine per Jannik]. Sinner ha smarrito nella serata del verdetto l’essenza del servizio costruito in questi mesi e Alcaraz ha scoperto più fragile il suo colpo migliore, quello che ai tempi di Camporese si chiamava dritto anomalo. Così, uno ha tirato fuori un paio di pallonetti per cavarsela in certi momenti cruciali e l’altro ha sfoggiato un rovescio lungolinea del quale non pareva fosse così fornito. Sinner ha giocato tutto il secondo set con il 47% di pime palle cavandone comunque 13 punti su 16. Ha subito il primo break del torneo [dal 1991 non si vinceva il Masters lasciando una sola volta il servizio] ma ha rimediato nel giro di un quarto d’ora. Ha vinto la sua 31esima partita di fila indoor, ha raggiunto Alcaraz a 24 titoli complessivi in carriera e dopo 16 confronti diretti sul circuito principale, come sottolinea l’account statistico Jeu, Set et Maths i loro 3.302 punti ora sono in perfetta parità: 1.651 a 1.651.

Cosa si dice in giro di Sinner

Dice Adriano Panatta sul Corriere della sera che ha vinto la solidità di un impianto tennistico che funziona ormai senza perdere un colpo, ha vinto il pragmatismo di cui Sinner si circonda e ne trae forza. Ha vinto la forza mentale, che Jannik sembra aver carpito ai Jedi di Guerre Stellari. Hanno vinto quelle cose che Alcaraz ancora non possiede del tutto, e non ha ancora dimestichezza con loro. Lo spagnolo, il numero uno, ha costruito un match sulle prerogative del suo tennis, che vengono dalla fantasia e dal talento. Ma servirà di più per affrontare Jannik Sinner da qui in avanti.

Mmm. In realtà finora è accaduto il contrario. A Sinner è servito avere di più dopo New York per battere Alcaraz, con la dichiarata necessità di applicarsi su cose nuove da aggiungere alla cassetta degli attrezzi, quel desiderio di uscire dalla sua zona di sicurezza per ribaltare l’1-7 negli scontri diretti degli ultimi due anni: ma Panatta ne sembra convinto, perché disturbare.

Gabriele Romagnoli su Repubblica racconta che hanno appena vissuto un’annata impensabile. Alcaraz si era perso in Australia, Sinner nella nuvola del clostebol. Da quando sono riapparsi, in primavera, si sono ripresi tutto: una volta prima uno, per mezzo centimetro, una volta l’altro. Hanno guadagnato un patrimonio, eclissato una generazione, insieme. Se invece del calcolo di un sistema astruso, decidesse il verdetto di una giuria pensante, sarebbero adesso primi ex aequo. Invece no, resta a dividerli il mezzo soffio. Da che parte tirerà in futuro? L’incontro di ieri spiega molte cose. I due non hanno finora mai giocato la partita perfetta. Sarebbe quella a cui giungono con tutte le armi e tutte le usano.

Stefano Semeraro su La Stampa considera che non è stata la vittoria più bella della stagione contro Carlos Alcaraz, e nemmeno la più strepitosa delle trentuno filate che ha collezionato fin qui al coperto negli ultimi due anni. Ma la più giusta, forse la più umana. A volte ci piace considerarlo un robot, il Rosso, una perfetta macchina da tennis. Nella nostra smania di edificarci miti inossidabili, tralasciamo il fattore umano, i dubbi e le fatiche che deve sopportare un fuoriclasse della sua razza, a cui non si perdona niente perché deve restituirci in uno specchio immacolato la perfezione che ci sfugge.

E sullo stesso tema, Giulia Zonca ancora su La Stampa aggiunge che Sinner ha imparato a vincere pure quando non lo è, come ieri sera. Uno che la prossima volta può anche andare da Mattarella, perché semplicemente capita di sbagliare. Uno che è stato spesso accusato di non avere caratteristiche nazionali, forse perché ha quelle della sua generazione, non la stessa che comanda e che quasi sempre chiede a quell’età di aspettare, di capire, di comprendere il valore della nostalgia. Basta vedere il trasporto che dedica a Kimi Antonelli, quando saluta il pilota diciannovenne a bordocampo. Finalmente qualcuno con cui ha davvero voglia di parlare e non un personaggio da incontrare.

Marco Imarisio sul Corriere della sera ammette che la partita non è stata un capolavoro, ma è difficile pensare che ce ne saranno. Tirano entrambi così forte da annullare le reciproche variazioni. Chi teorizza che Sinner dovrebbe cercare di più la rete, dovrebbe vedere la fine che hanno fatto le ultime cinque discese di un Alcaraz in debito di ossigeno, su approcci nemmeno malvagi. Altro che ricerca di una maggiore varietà di colpi. Alcaraz e Sinner giocano a un ritmo così folle da mettersi addosso una pressione reciproca che provoca improvvisi cortocircuiti. Non è davvero uno scandalo sostenere che ieri è stato il match di nessuno. Che poteva andare da una parte o dall’altra. E che possiamo discettare finché si vuole dei momenti-Alcaraz, capaci di generare in qualunque istante un flusso di punti consecutivi che hanno come unico paragone possibile Stephen Curry e le sue triple che mettono a nanna le partite di basket. Oppure della superiore forza mentale di Jannik, che ieri ha fatto tesoro della lezione dello Us Open, e ha impostato la partita scegliendo di tirare in mezzo per non aprire angoli all’avversario, e negargli così i momenti di esaltazione agonistica. Ma sono e forse rimarranno sempre due fenomeni che si equivalgono.

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