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#1 giorno a Germania vs Slovacchia
► CARLOS ALCARAZ ha vinto la semifinale al Masters contro Félix Auger-Aliassime [6-2 6-4] e oggi pomeriggio giocherà la finale contro Jannik Sinner, alla sua terza finale consecutiva dopo aver eliminato in due set nel primo pomeriggio Alex de Minaur [7-5 6-2].
◇ Siamo rimasti a quota trenta qualificazioni per i Mondiali di calcio. Nel sabato sera non sono state soddisfatte tutte le condizioni affinché potesse qualificarsi qualche squadra. Hanno vinto Spagna e Svizzera: ci sono quasi. L’Austria si giocherà tutto nello scontro diretto con la Bosnia, così come succederà per Danimarca-Scozia. Il Belgio è stato fermato dal Kazakistan. Italiani: gol per Calhanoglu, Dzeko e Isaksen. Holm del Bologna si è fatto male. La Nazionale di Gattuso gioca stasera a Milano contro la Norvegia
◇ Alex Marquez ha vinto l’ultima gara Sprint della stagione a Valencia davanti a Pedro Acosta e Di Giannantonio. Oggi c’è la gara lunga.
◇ Nella serie A di basket Tortona ha vinto a Udine e ha agganciato Brescia e Virtus in testa con 12 punti. Cremona ha battuto Trieste ed è salita a 10 con Milano e Venezia.
◇ La Nazionale italiana di rugby ha perso 14-32 contro i campioni del mondo del Sudafrica, nonostante quelli siano rimasti con uno in meno dopo 12 minuti per l’espulsione di Mostert. La Francia ha battuto le Fiji per 34-21 e L’Equipe racconta come il ct Galthié abbia utilizzato Ollivon in seconda linea, un terzo ruolo diverso, secondo il suo costume di cambiare connotati ai giocatori. L’Irlanda ha battuto l’Australia [7 sconfitte nelle ultime 9 partite] e soprattutto l’Inghilterra ha fatto il colpo sulla Nuova Zelanda [33-19].
◇ Mikaela Shiffrin ha vinto la gara numero 102 di Coppa del mondo nella sua carriera, uno slalom a Levi dove ha dato 2 secondi di distacco a Lara Colturi che ieri ha compiuto 19 anni, sempre sotto la bandiera albanese.
◇ Milano-Novara ha battuto il nuovo record di spettatori per una partita di serie A1 femminile: 12.667 spettatori al Forum di Assago. Sorpresa: ha vinto Novara con una grande partita della belga Herbots. Oggi altra partita delle partite fra Conegliano e Scandicci. Sono le quattro italiane da Champions [comincia il 26 novembre].
Una rivalità non è necessariamente un’ostilità
Sigmund Freud
La solita finale
Tanto era qui che volevamo arrivare. Sinner e Alcaraz, Alcaraz e Sinner. Come desiderano in ogni torneo dove si presentano insieme. Come in altre quindici occasioni della loro carriera. O forse sono diciotto – aggiungendo quel famoso challenger lontano e le due esibizioni di Riad che non vengono contemplate nel conteggio ufficiale. In un caso o nell’altro siamo 10-5 oppure 11-7 per Carlos. Sinner lo ha battuto più spesso prima di diventare quel che è, prima del cambio di dimensione, e sui motivi si possono solo azzardare delle ipotesi. Da quando ha cambiato dimensione, da quando Sinner è diventato Sinner, Alcaraz gli ha riservato il trattamento Deluxe, il pacchetto Senza Distrazioni. Nelle ultime due stagioni – eliminate le escursioni in Arabia Saudita – siamo 7-1 per lo spagnolo in sei finali e due semifinali. Quattro volte è stata una partita da Slam. Sinner ha vinto solo a Wimbledon. È una specie di Giorno della Marmotta. Per la prima volta nell’era Open, la stessa partita verrà giocata nella finale di quattro grandi tornei consecutivi: tre Slam e il Masters.
È la partita più desiderata ma anche la più scontata, la più temuta per assenza di alternative. Nell’ultimo biennio, Sinner e Alcaraz sono stati iscritti allo stesso torneo per 19 volte. In 18 occasioni ha vinto uno dei due, la sola eccezione è stata Madrid 2024 – quando Jannik ha dato forfait ai quarti di finale e Carlitos è stato battuto da Rublev. Ne ha scritto Marco Imarisio sul Corriere della sera analizzando la assoluta sicurezza con cui l’Uno-Due e il Due-Uno al mondo vincono sugli altri. “Bisogna «rassegnarsi» all’attuale diarchia. Non sarà breve – dice – perché anche quello che si vede oltre la generazione perduta dei giocatori nati negli anni Novanta, non mostra segni di una completezza da predestinati. Jakub Mensik ha un dritto ballerino, tanto per citare chi viene considerato come una valida alternativa, mentre Joao Fonseca esibisce senz’altro doti superiori, unite però a fisico e forma sospetti. L’americano Learner Tien ha testa e gambe giuste, ma colpi che gli consentono solo di resistere, quasi mai di attaccare”.
La prima volta al Masters
Ma questa partita è una novità per il Masters, a lungo il torneo-rifugio per la ex NextGen che nel resto dell’anno non riusciva a scalzare i Tre Re Maghi. Il numero contro il numero due non si vedevano nella finale delle Finali dal 2016, quando furono Andy Murray e Novak Djokovic a giocarsi il titolo.
Si dividono il circuito come due giovani monarchi, hanno scritto Lucile Alarc e Bertrand Lagacherie per L’Équipe sottolineando come Jannik diventa un’altra cosa quando entra in un palazzetto. Da settimane le sue partite indoor sembrano variazioni sullo stesso tema: controllo totale, ritmo chirurgico, assenza di fragilità. Sinner è arrivato a 30 successi consecutivi al chiuso e sono nove match di fila a Torino senza perdere un set.
Félix Auger-Aliassime ha provato a spiegare l’origine della superiorità: «La superficie indoor lo aiuta a non sentirsi mai realmente in pericolo». Niente vento, niente irregolarità, niente interferenze. Alexander Zverev ha avuto sette palle per il break, non è riuscito nemmeno a far partire gli scambi: «Ha servito solo prime e una volta ha sfoderato un dritto vincente». L’Équipe dice che tutto si deve a un servizio diventato un sistema ermetico. Nessuno glielo strappa da 59 turni di battuta. Nel podcast Nothing Major John Isner dice che con questo servizio «il ragazzo è praticamente imbattibile».
La cosa interessante, spiega L’Équipe , è come il gioco di Sinner trovi nel tetto un’amplificazione naturale. Camille Pin, da Eurosport, ritiene che la superficie indoor valorizzi il colpo piatto e la presa anticipata, la velocità dell’aria diventa complice, il ping-pong di una regolarità quasi inquietante. La palla viaggia più veloce, il tempo per una reazione si riduce, l’avversario soffoca. Tutto è possibile, sostiene Pin, solo perché Sinner è un organismo unico nel suo genere, un giocatore capace di organizzarsi alla velocità della luce: «La sua precisione a questa intensità di gioco è eccezionale. Dà battaglia e ricomincia daccapo a 15.000».
E non è solo questione di occhio o timing. Pin dice che negli ultimi mesi Sinner è cambiato anche fisicamente. Ha aggiunto muscoli nella parte inferiore del corpo. È come se avesse aggiunto un livello di stabilità al suo tennis, ed è questo che lo rende — dice L’Équipe — indébordable nello scambio, inesauribile, inaffondabile. Anche quando dall’altra parte della rete c’è il numero tre del mondo, quello Zverev che è più distante dai primi due più di quanto da lui sia distante il numero mille – in termini aritmetici: di punti in classifica.
Alejandro Ciriza su El País racconta l’avvicinamento alla finale di Carlos Alcaraz: «Se voglio batterlo, devo giocare il mio piano A». Significa la perfezione. Ciriza spiega che Sinner è nella sua guarida, la tana, il rifugio, il covo: Torino. È sospinto da una atmosfera che ruggisce e gioca su una superficie che lo esalta, “abbastanza veloce per dare potenza alla sua palla, abbastanza lenta per evitare imboscate”.
È molto interessante il dettaglio con cui Gaia Piccardi apre stamattina il suo pezzo sul Corriere della sera: “La strada per entrare nella testa della propria nemesi a volte passa da pertugi imperscrutabili. Jannik Sinner si è messo a studiare spagnolo. Non tutti i giorni, non con un professore: frequenta Duolingo, piattaforma online, e qui a Torino si è lanciato — tra facce buffe e sudori freddi — nelle prime interviste nella lingua di Alcaraz”
La rivoluzione dei calendari: il calcolo sbagliato di Gaudenzi
E visto che siamo a fine stagione, considerato che manca solo la Coppa Davis prima di prendersi un mese di pausa e poi ricominciare, bisogna parlare di questa alchimia sbilenca che regge il tennis professionistico, bisogna parlare di cosa è successo, del momento in cui una buona intenzione ha preso una scorciatoia e si è trasformata nel caos. È in questi termini almeno che Matthew Futterman, su The Athletic, racconta come Andrea Gaudenzi sia diventato il kingmaker che ha mandato il circuito in tilt per provare a salvarlo.
La storia comincia nel 2021, quando Vasek Pospisil, con gli occhi fuori dalle orbite e la voce rotta dall’esasperazione, urla al giudice di sedia che il capo dell’ATP gli aveva urlato contro in una riunione di giocatori. Era l’ultimo sussulto di un sistema esausto: pandemia, quarantene, premi ridotti, viaggi surreali, inoltre una sensazione diffuso che qualcuno stesse barando sul peso delle perdite.
In quel vuoto, Gaudenzi ha isto un varco. Aveva già in mente il suo piano: trasformare i Masters 1000 in tornei più lunghi, più ricchi, più simili agli Slam. Secondo Futterman, il presidente dell’ATP era convinto che il tennis fosse sul punto di una nuova crescita. Aumentare i giorni dei tornei da 7 a 12, allargare i tabelloni da 56 a 96, costruire sette mini-Slam. Il mondo, diceva, sta cambiando, e il tennis doveva tenere il passo.
All’inizio sembrava un’ideona: contratti trentennali, investimenti faraonici, bonus trasparenti, ricavi più chiari. A Madrid hanno costruito un nuovo stadio, a Roma hanno ampliato l’area del Foro Italico, Cincinnati ha speso centinaia di milioni in infrastrutture. Tutto perfetto. O quasi. Perché come ricorda The Athletic, i primi ad accorgersi dell’effetto boomerang sono stati i giocatori più forti. Sabalenka è arrivata a Cincinnati dopo aver saltato Montréal e ha denunciato un calendario ingestibile. Alcaraz, Świątek e Sinner si sono messi in fila per dire che i tornei sono diventati troppo lunghi. Djokovic, con 24 Slam vinti e un dottorato in sopravvivenza agonistica, dice che non ce la fa a giocare due Masters 1000 di fila. I tornei nati per dare più riposo fra una partita e l’altra ne danno invece meno nell’arco della stagione.
Di fatto la pausa non esiste: nei giorni senza partite si fa palestra, si lavora con gli sponsor, si ritorna in campo per sessioni brevi ma obbligatorie. Ci sono troppe partite senza peso, troppo tempo da riempire fra un turno e l’altro, si giocano finali in giorni strani, diversi dalla domenica. È il contrappasso di questi eventi allungati, e Futterman dice che tutto è diventato più estenuante. Altro che riposo.
E poi ci sono gli Slam che non stanno a guardare. L’Australian Open e lo US Open si sono allungati a 15 giorni. Wimbledon spinge per espandere il proprio sancta sanctorum a Roehampton. Ognuno vuole una fetta più larga, e in un calendario già compresso si finisce inevitabilmente per sovrapporsi, invadere spazi, togliere ossigeno.
Gaudenzi però non arretra. Spiega che cambiare tutto richiede tempo. Chiede pazienza ai giocatori. Dice che le cose miglioreranno, che presto i Masters 1000 offriranno 20-25 milioni in premi, abbastanza da rendere superflua la caccia ai tornei della categoria inferiore per accumulare punti e cash. Traduzione: saltate quelli. Ma il regolamento dice che quattro sono obbligatori e tra le donne salgono a sei. I conti non tornano.
C’è poi il “lato oscuro” che Futterman ricostruisce: il sistema di penalità legato al bonus pool. Se un giocatore salta un Master 1000, perde una percentuale del bonus. Se lo salta perché ha giocato troppo e ha le gambe in fiamme, lo perde comunque. Così Alcaraz e Sinner hanno saltato Montréal/Toronto perché Wimbledon era troppo ravvicinato, ma la cosa non riguarda Gaudenzi: è parte del prezzo da pagare. La tensione è rimbalzata fino alle cause legali della PTPA, la nuova associazione giocatori co-fondata da Djokovic e Pospisil, che vede nel sistema creato da Gaudenzi un’architettura che esercita un controllo eccessivo su lavoratori freelance.
La visione di Gaudenzi è quella di un tennis ancora più ricco e più globale. Guarda agli 11 mesi del calendario come a un limite nel marketing. Pensa che il tennis debba diventare ancora più grande per alleggerirsi, un paradosso che domina tutto il suo discorso. C’è una frase sua che Futterman riporta e che spiega la radice del conflitto: «I giocatori vogliono fare più punti e più soldi giocando meno. Ma non funziona così. Questa non è un’equazione».
Eppure, nel caos, Gaudenzi resta convinto che l’equilibrio arriverà. Che il tennis sopravvissuto alla pandemia, saprà sopravvivere anche a questo terremoto calcolato. Tutto richiede tempo, ma “il tempo – conclude The Athletic – è proprio quello che manca ai giocatori”.
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I temi del giorno
Che cosa chiedere alla partita di San Siro
Inghilterra, Francia e Croazia restano le sole tre europee aritmeticamente qualificate per i Mondiali. Stasera il Portogallo passa se batte l’Armenia, qualunque cosa accada fra Ungheria e Irlanda. Un suo pareggio rimette in gioco l’Ungheria, una sua sconfitta è una chance anche per l’Irlanda. Come ormai sappiamo, la Norvegia avanza se non perde a San Siro con nove gol di scarto.
Sono otto le nazionali europee che occupano il secondo posto nei gironi di qualificazioni con una sola sconfitta nel loro cammino. Otto. Ma nessuna fa più casino e spende più lacrime dell’Italia sulla presunta ingiustizia della formula. A parte le otto ce n’è perfino una, al secondo posto, che non ha perso. Zero sconfitte. Poiché il caso si diverte a mandarci dei messaggi subliminali, si tratta della Macedonia del Nord: alle spalle del Belgio. Proprio quella Macedonia del Nord che stoppò l’Italia nei play-off verso Qatar 2022.
Immaginando le obiezioni: la Turchia è nella stessa identica condizione degli azzurri. Le ha vinte tutte e ne ha persa solo una. Ma ha davanti la Spagna con 14 gol in più di differenza reti. Non risultano malmostosità sul Bosforo contro la formula, neppure avendo in panchina un italiano. La presunta mortificazione dell’Europa e lo scompenso geografico nella ripartizione dei posti [se ne può parlare] si potrebbe sanare mandando le seconde dei gironi europei ai play-off interzonali, come accade all’Africa, al Centro-America e all’Asia: ma noi siamo proprio sicuri che l’Italia batterebbe la Nigeria? Quante e quali squadre qualificate dagli altri continenti siamo certi di veder perdere contro l’Italia? Perché considerare folklore la presenza di Uzbekistan, Capo Verde e Giordania, se Capo Verde Uzbekistan e Giordania stanno più su nella classifica FIFA di quell’Israele che stava mettendo in discussione il secondo posto azzurro nel girone?
E soprattutto: come possono stare insieme le analisi sulla crisi del calcio italiano e la sua inadeguatezza internazionale con gli editoriali irritati perché qualche posto in più ci avrebbe [forse] fatto imbucare alla festa? Una buona parte delle squadre agli spareggi sono presentate come spaventevoli. Ma se fa paura la Svezia, se l’Irlanda del nord e Macedonia sono fantasmi, se andare in Scozia può essere un problema ambientale, va a finire che neppure con 24 posti all’Europa ce la facciamo. Il calcio italiano non può permettersi l’arroganza di trattare la sconfitta in Norvegia come un incidente accaduto fra altre sei partite: non va ai Mondiali dal 2010 e non passa un turno dal 2006. Vent’anni trascorsi pensando di godere di diritti acquisiti, e di nuovo anche adesso, perfino stamattina.
L’esordio di Chevalier con la Francia
L’Equipe racconta della prima convocazione da titolare in Nazionale per Lucas Chevalier, che debutta con la Francia a 24 anni contro l’Azerbaigian. Una coincidenza curiosa: Chevalier esordisce alla dodicesima convocazione, esattamente come accadde a Mike Maignan nel 2020. Il contesto del debutto è particolare. Il portiere del PSG arriva da settimane complicate: prestazioni criticate e soprattutto la mini-polemica per il suo like a favore del Rassemblement National messo per errore su Instagram. Deschamps lo ha difeso pubblicamente, minimizzando le difficoltà, e Ibrahima Konaté lo ha elogiato dicendo che “merita” questa occasione.
Chevalier resta sereno, concentrato e impermeabile alle critiche. Dice che Luis Enrique e l’allenatore dei portieri Borja Alvare non hanno mai mostrato dubbi su di lui. La partita di Baku – secondo L’Equipe – dovrebbe assomigliare a molte partite di Ligue 1 del PSG: poco lavoro per lui. Deschamps prepara una Francia rivoluzionata, con undici cambi rispetto alla gara contro l’Ucraina. La partita diventa così un banco di prova individuale per molti: Konaté sarà capitano; Theo Hernandez dovrà confermare lo status di titolare; Lucas Hernandez avrà modo di rilanciarsi; per Thuram, Zaïre-Emery, Nkunku, Akliouche, Mateta ed Ekitike potrebbe essere in gioco un pezzo di convocazione per i Mondiali.
Dalla Premier ai Mondiali: il piano inglese sui calci d’angolo
Micky van de Ven ve lo ricordate. Micky van de Ven è quel giocatore del Tottenham che ha attraversato il Copenhagen in Champions League come se “Gulliver si fosse trovato un ingaggio nella Premier League di Lilliput”. Potenza, velocità, compostezza: tutto insieme e fuori scala. Nella stessa sera, il Liverpool ha mezzo bullizzato il Real Madrid sui calci piazzati e Alexis Mac Allister — 1,70 scarso — è salito in cielo per segnare il gol decisivo. Il giorno dopo, il Newcastle ha travolto l’Athletic e dice Jonathan Wilson sul Guardian ogni tanto pare che il calcio diventi un confronto tra specie diverse.
Noi in Italia ce lo ripetiamo di continuo. La Premier è un’altra cosa. Wilson osserva come il campionato inglese sia sempre stato fisica, ma oggi ancora più del resto del mondo. Se il gioco d’élite sta virando verso uno stile più diretto e centrato sui tiri da fermo, allora il calcio inglese si propone come l’avanguardia di un linguaggio nuovo. Basta guardare Arsenal-Crystal Palace e poi Real-Barça, secondo Wilson «due versioni diverse dello stesso sport».
Quando Thomas Tuchel ha assunto l’incarico di ct dell’Inghilterra, ha parlato come prima cosa di ritmo alto. Ma – ricorda Wilson – il calcio delle nazionali non lo permette: c’è poco tempo per lavorarci, i tornei si giocano in condizioni climatiche proibitive, la necessità più urgente è la semplificazione. Per questo i giocatori più complessi — da Alexander-Arnold a Salah, fino a Foden — in nazionale non sono gli stessi. Non c’è il tempo di costruire sistemi su misura.
Eppure qualcosa è cambiato. L’assistente Anthony Barry ha parlato di «un modello di gioco resistente al caldo». Non come sinonimo di rallentamento, casomai si tratta di «uno stile che permetta ai giocatori di muoversi e correre come fanno ogni settimana, di togliere il freno a mano» e usare «l’atletismo, la versatilità, la fisicità, l’onestà» che la Premier produce in serie. Wilson giustamente si domanda: eh, ma allora perché non ha mai funzionato prima? Le risposte sono tre. La prima: arbitraggi più permissivi in Premier spingono gli inglesi a trattenersi quando giocano in campo internazionale. La seconda: un campionato così fisico ti svuota, ai tornei estivi gli inglesi arrivano senza benzina. La terza — la più interessante — è che il calcio inglese non è mai stato tecnicamente sofisticato come negli ultimi quindici anni, dopo la rivoluzione della costruzione dal basso e di un nuovo dna. Per la prima volta, questa generazione unisce la cultura del possesso palla e la furia verticale: un duplice strumento che nelle fornaci dell’estate nordamericana potrebbe diventare perfetta.
C’è un precedente. Nel 2018 Gareth Southgate aveva capito che i calci piazzati davano il massimo rendimento con il minimo sforzo. “La paura che l’Inghilterra incuteva sui corner” fu una delle molle che la portarono in semifinale. Poi inspiegabilmente quel piano è stato abbandonato. Ora lo scenario è diverso. Declan Rice e Bukayo Saka sono “i due migliori crossatori da piazzato della miglior squadra sui piazzati della miglior lega sui piazzati“. La forza tradizionale dell’Inghilterra, “quella che nei tornei è sempre stata una debolezza”, potrebbe diventare finalmente una soluzione.
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L’evoluzione della Premier: il pericolo viene da fermo
La Premier League sta riscoprendo il potere delle palle inattive. Il Guardian mette in evidenza il contrasto tra la semplicità del gesto e la complessità di una partita moderna. I lanci lunghi non sono solo tattica, ma anche narrazione visiva e psicologica. Ogni dettaglio conta, ogni contropiede diventa uno spettacolo da decifrare, le squadre più potenti stanno imparando a usare questo nuovo attrezzo per rompere le difese serrate e velocizzare il gioco.
Aiuto, anche in Inghilterra stanno scomparendo i dribbling
Dieci giornate di Premier League sono trascorse e Michael Cox su The Athletic ritorna sul grande tema dell’anno, l’evidenza di un ritorno a un calcio diretto, focalizzato sui lanci lunghi e sul gettarsi nella mischia. Non c’è nulla di male in un calcio vecchia maniera, un calcio più verticale, se la qualità tecnica resta alta. Il punto non è ciò che aumenta, ma quel che sta sparendo, quel che si fa di meno.
La vita della nazionale palestinese
Due anni dopo la guerra a Gaza, la nazionale palestinese ha giocato ieri la sua prima partita in Europa a Bilbao, contro una selezione dei Paesi Baschi. È una storia di cui hanno scritto molto in Francia. L’Equipe lo chiama “un messaggio di solidarietà”, France Football ha seguito la preparazione della squadra nel mese di settembre in Malesia [il pezzo è qui], mentre Libération ha dedicato un lungo reportage alla squadra, ventisei giocatori, ognuno con una storia di ostacoli da attraversare. Samuel Ravier-Rignat ha raccontato il loro arrivo in Spagna come “un corteo sfibrato ma integro”: chi è partito dalla Cisgiordania ha impiegato trentacinque ore, c’è chi è passato per consolati e visti accumulando ritardi, c’è chi è arrivato stremato perché «a ogni spostamento è la stessa cosa, ci rendono la vita impossibile, ma siamo pronti», dice la portavoce Dima Said.
L’amichevole con i baschi è considerata da Libération un manifesto, e non solo per i cinquantamila biglietti venduti. In un Paese dove il campionato è fermo da due anni, centinaia di calciatori dilettanti sono stati uccisi e Gaza continua a sanguinare, il pallone è una voce che non cede. Il ct Ehab Abu Jazar lo dice senza alzare la voce: «Il calcio ci permette di portare un messaggio, di raccontare la nostra storia al mondo ed è anche un modo di mostrare la nostra resilienza».
Abu Jazar ha 45 anni ed è di Rafah. La madre vive in una tenda dopo che la casa è stata rasa al suolo. Il padre è morto senza un saluto. Il suo assistente, Hani al-Masdar, è stato ucciso. Come il cosiddetto Pelé palestinese, Suleiman al-Obeid, ucciso a 41 anni in un punto di distribuzione di cibo. La federcalcio conta quasi cinquecento tesserati morti. A Bilbao ogni giocatore ha portato un pezzo di quest’assenza.
Il gruppo è un mosaico. Alcuni vengono da Gaza, molti dalla Cisgiordania, tutti da campionati stranieri: Giordania, Qatar, Libano, Europa, Americhe. Ci sono figli della diaspora come Emilio Saba, peruviano, o Yaser Hamed, nato a pochi chilometri dal San Mamés. E poi la storia di Khalid Abu El Haija, difensore del Norimberga. Suo padre era cresciuto in un campo profughi in Giordania, i nonni cacciati nel 1948. Khalid è stato in Palestina solo due volte. Il centrocampista Hamza Hussein: «In questa squadra ci sono persone che vengono da tutto il mondo. Il calcio ci unisce».
Ammessa alla FIFA nel 1998, la Palestina ha giocato l’ottavo di finale alla Coppa d’Asia 2024, le sue partite casalinghe si tengono in Giordania o Kuwait. «Non abbiamo uno stadio, non abbiamo un campionato, non possiamo allenarci a casa. Sono condizioni molto difficili per costruire una squadra», dice ancora Abu Jazar su Libération.
Eppure la Palestina ha sfiorato l’ultima fase per il Mondiale 2026. Ora, dopo la partita con I paesi Baschi, c’è la Catalogna da affrontare a Barcellona e poi la Libia a Doha, partita di qualificazione alla prossima Coppa dei paesi arabi. Hamza Hussein rivolge un pensiero a «tutti i palestinesi che potranno guardare le nostre prossime partite. Le persone hanno bisogno di piccole cose che le rendano felici, e il calcio può far parte di questo».
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Dai campi
Timothy Loubineaud
La gara di Timothy Loubineaud nasceva con un piano semplice: girare la pista di Salt Lake City con un passo da 28 secondi. Ma quando ha cominciato a scendere sotto i 27”, lo stadio del ghiaccio si è riscaldato. Il francese ha finito per battere il record del mondo dei 5mila metri, sfiorando addirittura la possibilità di abbattere il muro leggendario dei 6 minuti [6:00.23]. Rintje Ritsma, monumento del pattinaggio olandese, e il suo ex coach Alexis Contin guardavano increduli. Loubineaud ha cancellato il primato di Nils Van der Poel. Loubineaud è una vecchia star del roller ed è passato al ghiaccio solo nel 2017. Il suo allenatore Alain Nègre invita alla calma: record straordinario, d’accordo, ma ora bisogna voltare pagina e pensare al resto della stagione. A questo punto Loubineaud va per forza di cose considerato un favorito per una medaglia ai Giochi di Milano-Cortina 2026. Negli ultimi due anni aveva mostrato progressi soprattutto nelle mass start.
L’Equipe racconta il contesto in cui è maturato il record: in Francia non esista un anello regolamentare, il progetto della pista lunga si sta strutturando ora sotto la federazione di roller e skateboard. Gli atleti vivono insieme, svolgono un ritiro stagionale a Inzell, nelle gare di Salt Lake l’intero gruppo ha firmato la miglior giornata della storia: con record di Francia in serie [Julia Nizan, Violette Braun, Mathilde Pedronno] e moltissimi primati personali. Il prossimo obiettivo di Loubineaud è qualificare la Francia alle Olimpiadi per l’inseguimento a squadre.
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Le analisi
Lo stato del movimento femminile nel calcio di Spagna
Quattro anni dopo l’apertura al professionismo, lo stato del movimento femminile calcistico in Spagna è controverso. È stato un enorme passo politico e culturale, ma non è stato accompagnato da un piano strategico economico solido, e ora il settore rischia di non essere sostenibile. Lo scrive Marian Otamendi, CEO del World Football Summit su El País, aprendo una riflessione che riguarda anche lo stato delle cose in Italia.
Otamendi riconosce che la decisione del 2021 ha generato effetti molto positivi: visibilità delle calciatrici, più spazio per le donne negli staff tecnici e dirigenziali, un forte impatto sociale anche grazie ai risultati della nazionale e del Barça, un cambiamento culturale: anche i bambini ora comprano maglie di calciatrici. La Ley Solo sì es sì ha avuto una spinta considerevole nella società anche grazie ai successi della Nazionale [se ne parlava qui].
Il problema vero è che la crescita dell’interesse non si riflette nei ricavi: la media spettatori a partita è di 1.618, soltanto 3 club su 16 hanno chiuso la stagione in attivo, molti sopravvivono grazie a sussidi pubblici e al sostegno delle sezioni maschili o dei loro proprietari. Il ministero ha investito quasi 40 milioni dal 2022, ma le risorse ora sono finite e la Liga F deve reggersi sulle proprie gambe.
Otamendi chiarisce che il successo economico del calcio maschile è un’eccezione, non la norma: in Europa solo la Women’s Super League inglese appare realmente sostenibile. Per crescere, serve un piano condiviso tra federazione, Liga femminile, club, sponsor, istituzioni pubbliche. Andrebbero coordinati gli orari delle partite femminili con quelli maschili. Otamenti dice che andrebbe riconsiderata l’opposizione di andare a giocare in Arabia Saudita o negli USA, sia per soldi sia per visibilità internazionale, e inoltre invoca un giornalismo sportivo più equilibrato e con maggiore spazio all’attività femminile. Con la Spagna numero uno nel ranking FIFA, le calciatrici rappresentano un capitale unico da trasformare in un motore economico per tutto il sistema. Chiude citando L’arte della guerra: “Inventare un piano non garantisce il successo; è l’attuazione che lo rende reale”. Dopo l’entusiasmo è arrivato il momento del business.
Un magnifico programma.
Se la signora Otamendi ci manda un curriculum, la prendiamo.
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