Lo Slalom del 10 novembre | Cosa leggere, sapere e vedere

 

 

  Leggi tutto nella versione web

# 3 giorni a Moldavia vs Italia

     

►  LA CLASSIFICA della serie A è stata totalmente riscritta in testa. Il turno cominciato con quattro squadre nel raggio di un punto si è chiuso con cinque nel giro di tre, la distanza che passa fra Inter e Roma [24] e il Bologna [21]. Il Napoli ha perso tre posti, scendendo dal primo al quarto, come successe ai Collage di Tu mi rubi l’anima nel maggio del ‘77. Dov’eravate nel maggio del ‘77?

◇  Il Masters di tennis a Torino è cominciato con le vittorie di Carlitos Alcaraz e di Sascha Zverev su Alex De Minaur e Ben Shelton. Oggi debuttano Lorenzo Musetti e Jannik Sinner, contro Taylor Fritz e Félix Auger-Aliassime. Esordio con vittoria nel torneo di doppio per Bolelli e Vavassori.

◇  Il GP del Brasile di F1 è stato vinto da Lando Norris su Antonelli e Verstappen. Il suo vantaggio in classifica su Oscar Piastri è salito a 24 punti quando mancano tre corse alla fine. 

◇  Marco Bezzecchi ha vinto l’appuntamento della MotoGP a Portimao, tirando dritto dalla pole position fino al traguardo. Ora punta alla terza posizione nella classifica finale. Nel week-end l’ultima corsa a Valencia. 

◇  È cambiata anche la testa della classifica del campionato maschile di pallavolo. Verona ha perso 0-3 a Civitanova e le ha lasciato il primato. Brescia e Virtus Bologna restano al comando del campionato maschile di pallacanestro. 

◇  La notte in NBA è trascorsa con i colpi in trasferta di Detroit a Philadelphia [primo posto a Est] e di Boston a Orlando. Durant ha vinto con Houston contro Giannis Antetokounmpo e i Milwaukee Bucks. 

  

Ecco che incontro l’anima

Ron

 

I terzini di Peppe Vessicchio

Che cos’è un’orchestra in fondo, se non una squadra. Le dinamiche di un ensemble sono le stesse di un gruppo che cerca un gol. Quante volte un calciatore è stato raccontato come un von Karajan. «Ci sono le individualità che sanno risolvere uno schema facendo da sé, ci sono le casualità che fanno diventare interessante un’azione». 

Quando Peppe Vessicchio parlava di calcio, sapeva cosa diceva. Aveva giocato da ragazzo, ruolo centrocampista, al campo americano, sotto gli altiforni dell’Italsider, rione Cavalleggeri, quartiere Bagnoli. Così quando pensava alla musica in relazione al pallone, gli pareva che l’imprevisto fosse la linfa del gioco: un rimbalzo, una deviazione, un’intonazione fuori misura che apre un mondo. «Un rimpallo può essere decisivo sul risultato di una partita quanto un bravo centravanti», ha scritto, invitando a fidarsi delle imperfezioni. «Lavoriamo a una giostra di meccanismi perfetti, quando forse faremmo bene ad allargare il campo delle nostre ipotesi alle meraviglie della casualità».

LEGGI TUTTO QUI

 

La riscrittura della classifica: comincia un nuovo campionato

È ragionevolmente probabile che fra sette mesi – quando dopo sapevamo tutto prima – ricorderemo la serata di ieri come quella in cui la squadra più forte del campionato è uscita allo scoperto. Nella partita che le costò l’ultimo scudetto, l’Inter si è definitivamente manifestata, vincendo nei modi in cui doveva contro un’avversaria senza sconfitte da sei partite e senza gol subiti da quattro. 

In un campionato pieno di squadre imperfette, dove si possono infilare serie di cinque partite senza sconfitte restando a galleggiare lì nel mezzo [Pisa, Torino, Como], le imperfezioni dell’Inter sono quelle guaribili con la prognosi più breve, con la rosa più attrezzata e con il mercato più mirato. Ogni volta che segna Bonny, un angelo interista mette le ali e un orecchio fischia a Correa, un altro ad Arnautovic, oppure entrambi a tutti e due. L’Inter in testa ci invita a spostare lo sguardo dal totem dei gol subiti al valore della differenza reti. Chivu ha preso il doppio dei gol del Como, ma sta in testa contro ogni ritornello sugli scudetti che vanno dove abitano le difese migliori. Gli scudetti vanno casomai dove abitano gli equilibri migliori, come il +14 dell’Inter testimonia. Allegri rimugina sui due punti persi a Parma per i due gol subiti: ed è un punto di vista. Ma un altro punto di vista sono quei sette pareggi patiti dall’Atalanta prima di perderne due nelle ultime due, sette pareggi arrivati per l’incapacità di fare un gol in più delle avversarie. Se Juric ha una classifica che lo mette in discussione, deve i suoi guai a quei 14 punti persi lungo la strada prima ancora che ai tre lasciati ieri al Sassuolo. 

Accanto all’Inter siede una Roma che si sta facendo bastare l’acqua scarsa che porta dentro la borraccia. Gasperini spreme una goccia alla volta, avanza alla media di poco più di un gol segnato a partita senza avere un centravanti glamour né di sostanza, e lui sì – che paradosso – difende la tesi della difesa davanti a tutto: lui che negli ultimi campionati di Bergamo non ha mai avuto quel reparto fra i migliori-cinque della A e solo una volta è rimasto sotto la soglia dei 38 subiti [uno a partita]. 

Di tutto questo non parleremmo se il Napoli non avesse perso a Bologna la terza partita del campionato e la quinta della stagione, come del resto non avremmo parlato dello scudetto di Conte se Simone Inzaghi non avesse bruciato il suo vantaggio in una sola settimana di aprile. Il Bologna era fino a ieri la sola squadra di A che nelle pime 10 giornate non avesse incontrato nessuna delle prime-4 dello scorso anno: nessuna partita contro un’italiana da Champions. Aveva ieri un primo test vero e ha stupito. Aveva due giorni di riposo in meno rispetto al Napoli. Veniva da una partita europea giocata per 70 minuti in dieci contro undici. Ma ha corso di più nel secondo tempo, quando invece il Napoli è collassato. Conte ha fatto una cosa anomala, anomala e portatrice di un messaggio. Ha confermato gli undici titolari dell’Eintracht. Senza turnover. Come a dire: questi ho. Stamattina pare bene avviato a sommare pure quest’esperienza alle altre chiuse in malmostosità. Ieri ha detto una frase scomposta [«Non voglio accompagnare un morto»] che nei prossimi giorni probabilmente finirà per rimproverare a chi la sta riferendo, ma che intanto finisce per dar ragione a chi sotto sotto sospettava che dopo il giro sul pullman scoperto sul lungomare, fosse più utile per tutti sorridersi, salutarsi e prendere un’altra strada. 

 

Il cerchio di fuoco   La pressione alta dell’Inter

  Paolo Tomaselli sul Corriere della sera ha scritto che la vittoria sulla Lazio per Chivu è la conferma soprattutto di due aspetti, uno legato all’altro: la strada della pressione alta, per quanto dispendiosa, è quella giusta. Ma allo stesso tempo è lunga e disseminata di trappole, perché il contropiede malandrino è sempre in agguato, anche se il ritorno di Acerbi dopo la notte complicata di Napoli, dà indicazioni confortanti.

l’orchestina   Il Bologna di Vincenzo Italiano

    Paolo Condò sul Corriere della sera ricorda di aver segnalato nelle scorse settimane come il segmento di cinque partite fra le soste di ottobre e novembre fosse stato spesso indicativo per la classifica finale. Si è chiuso con l’Inter a 12 punti e il Bologna a 11, il che apre – scrive Condò – una nuova dimensione alla squadra di Italiano. I suoi 22 punti totali sono la miglior partenza da quando la vittoria ne vale tre (1994-95), e lo status di guastafeste di alto livello guadagnato di recente si è evoluto in quello di candidata alla Champions, anche perché nuovi talenti come Cambiaghi si stanno svelando. Poi è chiaro che l’ambiente se la stia godendo alla grande, sembra che i giocatori ci diano dentro solo per sentire al 90’ «Poetica» di Cremonini — ottimo incentivo peraltro — c’è in giro un entusiasmo che fa punti in modo diametralmente opposto alla depressione del Napoli, che ne toglie

l’illusionista   L’arbitro Abisso

  Antonio Dipollina su Repubblica racconta di social ebbri di felicità per il notevole lapsus dell’arbitro Abisso in Lecce-Verona. Cosa è successo? Va al monitor, cancella il rigore e annuncia al microfono a tutto lo stadio che «il giocatore dell’Udinese» non ha commesso fallo. Forse è una notevole tecnica, perché a quel punto tutto lo stadio inizia a ridere e si consola un po’ del rigore mancato. Abisso si è corretto subito.

Il fachiro  La pazienza di Sarri

    Massimiliano Gallo sul Corriere dello sport-stadio : Nulla potrà cambiare per la Lazio, almeno fino a gennaio. Probabilmente Sarri ha scoperto di avere sacche di pazienza che non pensava fossero parte del proprio patrimonio. La squadra lotta, si batte su ogni pallone, ma la differenza in campo era fin troppo evidente. La prima Lazio di Sarri era più dotata tecnicamente ma c’erano troppi divi bizzosi. In questo gruppo di divi non ce ne sono, eppure qualcuno ci vorrebbe: la compattezza del gruppo non può fare miracoli. E non si può vivere sempre in apnea.

Il gioco di prestigio  Ci siamo mangiati 700 dribbling in 10 anni

  Il 15% delle partite di serie A è finito 0-0, contro il 6% della Premier o il 5% della Liga. Più di un terzo delle partite in Italia è stato deciso da un solo gol, in partite nelle quali ci sono 27 falli in media. Luciano Spalletti ha detto che dinanzi a certi muri difensivi alzati a oltranza «serve qualche giocata al contrario, illogica». Ma la serie A ha perso 700 dribbling in dieci anni. Nel 2015-16 se ne tentavano 325 a giornata, oggi poco più di 300, quelli riusciti sono crollati da 19 a 12 a partita. Fra le prime-10 d’Europa non ci sono squadre italiane. Fra i migliori-20 interpreti c’è solo Saelemakers del Milan. Si trova tutto qui

 

 

Il Real e gli ingestibili lampi di Güler

Certi pomeriggi di calcio si manifestano con tutta la loro malinconia. Perfino in Spagna e perfino nei cuori così bianchi dei madridisti che sanno scrivere e raccontare. In una delle sue tipiche incursioni nelle pagine di sport de El País, Manuel Jabois racconta in modo ironico le conseguenze del pareggio tra Rayo Vallecano e Real Madrid, parlando di una squadra – la sua .- che gli è parsa lenta e scollegata, con un talento fragile come Arda Güler.

Adesso – attacca – a quest’ora, c’è solo una cosa capace di eguagliare in terrore la frase “Ho ascoltato il disco di Rosalía cinque volte. Apro un thread”, ed è che rimettano Rayo-Real Madrid alla stessa ora, di domenica, alle 16.15». Il tono è quello del disincanto di provincia, da domenica pomeriggio con la pioggia, lo stesso con cui Joaquín Sabina «propose di morire se moriva il suo amore, o di morire entrambi, al grido di “yo no quiero domingos por la tarde”».

Jabois racconta di Iván Zamorano nelle vesti di telecronista, uno Zamorano che commenta un tiro di Mbappé — «molto vicino al gol» — proprio mentre la regia mostra il pallone sfilare lontanissimo dal palo. E da questo dettaglio, come spesso fa, la firma delle pagine di cultura del giornale spagnolo apre una finestra sul passato: Dalla stessa posizione – dice – Bam Bam Zamorano segnò uno dei suoi gol più iconici con il Madrid, e segue la descrizione poetica di quel lampo del ’93 contro il Barcellona, con Míchel che lo lancia mettendo al pallone un gilet perché non prenda freddo in quota.

Il presente, invece, è piatto. Il momento più simbolico della partita di Vallecas è arrivato quando è scivolato col pallone in mezzo a tre madridisti che lo hanno guardato senza reagire: Uno quasi gli ha taso la mano per rialzarlo, un altro gli ha spolverato i calzini, un terzo gli ha indicato la porta, nel caso si potesse perdere per strada. È l’immagine che riassume il vuoto competitivo del Madrid attuale, incapace di vincere la statistica meno glamour per cui non si assegna il Pallone d’Oro: i palloni contesi.

A Jabois pare che ci sia un centrocampo senza architetti. l Madrid ha un problema che non potrà risolvere per tutta la stagione, salvo un colpo di mercato folle a gennaio: la protezione, la distribuzione e l’accensione delle luci a centrocampo. Camavinga, Tchouaméni, Valverde e Ceballos non offrono un equilibrio stabile, e gli unici lampi arrivano da Arda Güler. Jabois lo racconta con affetto: Verso la fine ha fatto un tunnel splendido a centrocampo, ma nella giocata successiva non ha saltato l’avversario. Il turco è un’idea di calcio che il Real non sa accogliere: troppo fragile per reggere da solo il centro, troppo prezioso per restare ai margini. Ha la qualità per essere qualsiasi cosa, è pura fascinazione, ma il Madrid non ha tempo né tutori per testarlo senza conseguenze

 

La mutazione genetica dei giovani ciclocrossisti belgi

C’è un piccolo mondo antico in bilico tra il mito popolare e la modernità, tra il fango delle Fiandre e il richiamo abbagliante dell’asfalto.  Il ciclocross belga sta incrociando i cambiamenti di una disciplina che cerca un nuovo equilibrio fra tradizione e innovazione. Luc Herincx racconta su L’Équipe l’attesa per il ritorno di Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert, i due semidei che hanno trasformato il ciclocross in un evento da stadio. Le ornière dei boschi fiamminghi e le tende dei prati fangosi attendono con impazienza la ripresa invernale dei due fenomeni, si legge, ma intanto il resto del circuito ha già iniziato a correre, con Michael Vanthourenhout, Laurens Sweeck e Toon Aerts in prima linea.

Herinckx riflette allora sulla figura dei corridori che dedicano l’intera carriera al fango e alle brevi esplosioni di potenza del ciclocross, senza cercare gloria su strada. Una scelta di vita, domestica, in Belgio sostenuta da un culto popolare, perché nelle Fiandre il ciclocross è lo sport numero uno dell’inverno, come racconta il ct Angelo De Clercq, ricordando le 15.000 persone presenti al Koppenbergcross.

Sweeck, una delle figure centrali di questa comunità, ammette: «Trovo stressante correre in gruppo, la tensione è aumentata, e penso che sulla strada sarei solo un gregario». Ma questa fedeltà al fango ha un prezzo. Mourey sostiene che un tipo come Vanthourenhout potrebbe brillare anche sulle Strade Bianche o al Tro Bro Leon, ma preferiscono restare nella loro zona di comfort.

Il parere di De Clercq è che non si tratti di mancanza di ambizione, ma di vocazione: «Non è una vergogna essere un puro corridore di cross. Possono vincere gare e guadagnare molti soldi». I migliori incassano cifre notevoli. Eli Iserbyt, nella scorsa stagione, ha guadagnato quasi 80.000 euro in premi gara — ma questo vale solo per i primi cinque: l’economia del ciclocross è in difficoltà, anche nelle Fiandre. Molte squadre si stiano fondendo con formazioni che fanno attività su strada per sopravvivere: la Crelan-Corendon con la Alpecin-Deceuninck, la Baloise Glowi Lions con la Lidl-Trek, la Deschacht-Hens-FSP con la Lotto perché la nuova generazione non accetta più di limitarsi a una sola disciplina, nota Van den Langenbergh, giornalista dell’Het Nieuwsblad interpellato dal giornale francese. 

È una rivoluzione aperta da Van Aert e Van der Poel, che hanno dato un nuovo soffio vitale al cyclo-cross e tracciato la via ibrida che oggi seduce i giovani. Thibau Nys e Tibor Del Grosso, entrambi 22enni, incarnano questa nuova specie in bicicletta, metà crossisti, metà uomini da classiche. Consapevole di appartenere a una specie in via di estinzione, Sweeck accetta il cambiamento, dice che «forse le sinergie con le squadre su strada permetteranno alla disciplina di crescere ancora» e conclude con un ricordo che riassume tutto il senso del pezzo: «L’anno scorso, quando sono riuscito ad attaccarmi alla ruota di Mathieu a Mol, è stato un momento speciale per il pubblico e per me. È per questi momenti che viviamo». Anche se quando arrivano Wout e Mathieu, Mathieu e Wout, sanno in partenza come va a finire. 

 

 

Lando Norris fa cose da Chuck

Adesso i punti di vantaggio su Oscar Piastri sono saliti a 24 e quelli su Max Verstappen a 49. Adesso i week-end che mancano alla fine del campionato sono tre e si fa più fatica a trovare in giro qualcuno ancora disposto a parlare di Lando Norris nei temini di qualche mese fa, più o meno uno che nei momenti chiave se la faceva addosso. Invece vuoi mettere con Piastri, la storia non è narrazione, si scrive in pista si ribellava per esempio Rivista Contrasti contro l’nglese perfetto, cresciuto nel vivaio McLaren, educato, brillante, pop, instagrammabile, mai scorretto”. Una specie di prodotto da laboratorio mediatico. 

Oscar Piastri era il superomismo de il contenuto al posto dell’apparenza. E invece eccoci qua, nei GP più caldi Lando Norris ha tenuto le mani ferme sul volante. Altro che apparenza. Secondo Carlo Vanzini, la voce dei GP su Sky Sport, siamo davanti a un moderno James Hunt [ne ha scritto qui]. Ha trasformato la pole position in vittoria anche a San Paolo, chiudendo con sette secondi di vantaggio su Kimi Antonelli, bravo nel tenere a bada Max Verstappen all’ultimo giro. Nessun pilota di F ha mai vinto un Gran Premio partendo dalla pit lane, Verstappen ha messo a repentaglio il primato. Non è ancora chiaro chi vincerà il Mondiale, ma è chiarissimo chi sia il pilota migliore del mondo. 

Giorgio Terruzzi sul Corriere della sera manda una carezza a Kimi Antonelli, protagonista di una resistenza nei confronti di Verstappen, nei giri finali, che esalterebbe una vecchia lenza, lo scaraventa al centro della scena nel posto più amato dal suo idolo, Senna. Antonelli era andato a trovarlo, nel cimitero verdissimo di Morumbi, e Ayrton deve averlo ispirato, sostenuto dentro un giorno memorabile. Il suo sorriso è quello di un figlio da adottare all’istante, riempie di gioia noi tutti, appassionati italiani, in attesa permanente di analoghe soddisfazioni ferrariste.

Il PSG può perdere il campionato in Francia?

Può sembrare audace, osé, mettere in discussione una squadra che ha appena vinto due partite di Ligue 1 nei minuti di recupero. Una squadra che lo ha fatto  per abitudine molto più che per caso. Eppure, se è vero che contro il Nizza come a Lione [2-3] il Paris Saint-Germain ha mostrato la sua forza mentale e la sua cultura della vittoria, altro non c’è stato. Non ha mostrato quasi nulla del suo gioco. Così scrive  Vincent Duluc su L’Équipe aggiungendo che nulla s’è visto del suo potere creativo. Cinque giorni dopo essere stato gioiosamente calpestato dal Bayern, il PSG sembra una squadra che procede più per inerzia che per ispirazione.

I due gol della settimana sono arrivati entrambi in superiorità numerica, a confermare “l’ipotesi dell’impantanamento del suo gioco, un effetto comprensibile della fatica, delle assenze e dell’audacia crescente degli avversari di fronte a una minaccia indebolita. È da qui che nasce la domanda, fino a poco fa impensabile: il PSG può davvero perdere il titolo, dopo aver chiuso l’ultima Ligue 1 con 19 punti di vantaggio sull’OM?

Non è il momento di confondere i desideri, per l’interesse del campionato, con i pronostici, ammonisce Duluc. Ma la sola possibilità che la questione si ponga misura il momento complicato dei parigini: senza i colpi provvidenziali di Gonçalo Ramos e di João Neves, il PSG sarebbe rimasto impigliato in una serie di cinque pareggi in sei giornate.

Perché lo scenario si materializzi, servono due condizioni. Primo: che il vero PSG resti lontano ancora a lungo, logorato dalle assenze e da un’espressione collettiva sbiadita. Secondo: che si manifesti un’avversaria stabile e continua. Ma, nota Duluc, il Lens non sembra costruito per esserlo e resta solo l’OM, con la sua passione incendiaria, il suo percorso europeo caotico, il suo allenatore dalla miccia corta.

È il duello di cui la Ligue 1 ha bisogno, ma il Marsiglia ha già perso tre volte contro squadre della prima metà di classifica e inoltre dopo due settimane passate a osservare un PSG che non schiaccia più nessuno, i gol segnati nei minuti di recupero sembrano quei segnali che appartengono al destino dei futuri campioni, quelli che sanno spegnere gli entusiasmi degli altri proprio un attimo prima di spegnere la luce.

Nelle cattivissime pagelle del giornale francese, un bel 2 a Tessmann del Lione. L’americano è disastroso da settimane, ma continua a giocare perché non ha alternative. La sua palla persa davanti a Vitinha è stata incomprensibile e ha regalato al PSG il secondo gol. I suoi compagni di squadra hanno poi esitato a passargli la palla sotto pressione. Ha concesso il calcio d’angolo che ha portato al gol del 2-3 al 95°. Migliore in campo: Vitinha [8].

Autore di un passaggio all’indietro che ha provocato il secondo gol dello Strasburgo, da nove partite senza gol, la forma di Olivier Giroud sta vacillando. Ha vissuto un pomeriggio buio con il Lille [2-0], in uno stadio che chiaramente non gli si addice. Lo scrive L’Equipe

 

Le anomalie della maestra Elena Rybakina

Una ragazza di Mosca con un passaporto kazako, per alcuni mesi privata del suo coach squalificato per comportamenti inappropriati, ha vinto in Arabia Saudita il torneo di fine stagione in uno sport che mezzo secolo fa visse una rivoluzione femminista. Sembra inventato da Boris. Elena Rybakina è la campionessa di Wimbledon 2022, quella che fece ribollire il sangue reale sul Centrale, quando si accorsero che il bando imposto contro le giocatrici di Russia era stato scherzato da un gioco della burocrazia e del Caso. Adesso ha battuto la numero #1 al mondo dentro un altro contesto surreale, mettendo in tasca un assegno da 5,2 milioni di dollari, il premio più alto mai assegnato a un’atleta in un singolo evento, a quaranta giorni di distanza dalla Battaglia dei Sessi che battaglia dei sessi non è più.

Tutto questo è avvenuto nel paese dove fino a pochi anni fa le donne non potevano guidare e ancora oggi vedono molti dei loro diritti condizionati dall’approvazione dell’uomo. Matthew Futterman su The Athletic parla allora del patto che la WTA ha stretto portando il suo evento di punta in una nazione tennistica che sta in un’altra categoria dal punto di vista finanziario, ma ancora agli inizi nella comprensione del gioco. Il torneo ha garantito stabilità e premi mai visti, ma a un prezzo: una finale che milioni di persone nel mondo non hanno potuto vedere, ospitata in un Paese che usa la sua potenza economica per costruirsi un ruolo nello sport. È il prezzo che le autorità sportive a volte pagano, scrive Futterman, quando accettano la pratica ormai nota come sportswashing.

Sono lontani i giorni in cui la WTA ebbe il coraggio di lasciare ul tavolo i soldi della Cina per domandarsi a voce alta che fine ha fatto Peng Shuai. Oggi sull’Arabia non sembra voler cambiare rotta. Portia Archer, amministratrice delegata del circuito, ha spiegato di voler prolungare l’accordo triennale con Riyadh, in scadenza dopo il 2026. «Ci piacerebbe restare ancora più a lungo», ha detto. «Ci ha permesso di avere un impatto reale sulla comunità, sotto molti punti di vista». Non è chiaro quali. 

Dietro questa scelta, scrive The Athletic, esiste una lunga storia di fughe e compromessi. Il torneo era diventato un evento nomade: Guadalajara 2021, Fort Worth 2022, Cancún 2023. Quell’anno fu quasi disastroso, ricorda Futterman. I campi pericolosi, la pioggia, il vento, le proteste delle giocatrici. Sabalenka parlò di mancanza di rispetto, dopo che il tour aveva fornito alle atlete «risposte preconfezionate» su diritti umani e comunità LGBTQIA+.

Con l’offerta saudita, il quadro è cambiato. Premi record — 15 milioni di dollari complessivi, il 66% in più rispetto all’anno precedente — e la promessa di stabilità. Perfino Billie Jean King, fondatrice della WTA, ha sostenuto l’accordo: «Trovare un partner che riconosca il valore del tennis femminile è troppo importante per rinunciarvi».

Un Paese che cerca legittimazione. Secondo la Saudi Tennis Federation, nel 2024 i praticanti sono passati da 4.500 a 30.000 in cinque anni. Si può guidare per chilometri a Riyadh senza vedere un campo da tennis, scrive Futterman, ma la crescita è evidente. Anche Ons Jabeur, simbolo del tennis arabo, sostiene l’iniziativa: «So cosa significa avere un evento così in questa regione, continuerò a spingere per averne di più».

Garbiñe Muguruza, direttrice del torneo, parla di sfide e opportunità. «Il tennis qui non è ancora popolare come altrove, ma stiamo creando nuovi fan, ogni giorno l’energia cresce.» Jessica Pegula conferma: «L’anno scorso il pubblico non sapeva quando applaudire. Adesso è diverso: partecipano, si divertono».

Eppure, la finale è stata giocata davanti a tribune semivuote. «Siamo in una regione che non ha ancora la passione che troviamo altrove», ammette Archer. Il fuso orario inoltre relega le partite fuori dalla prima serata americana ed europea. È uno dei compromessi – scrive Futterman – che il tennis accetta in cambio della stabilità, dove stabilità sta per quindici milioni di dollari. [Qui cosa scriveva The Athletic un anno fa]

meduse

Il rifiuto di Rybakina a fare una foto 

▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔

Poi ci sono le storie delle persone, e certe volte le storie delle persone sono fatte da gesti istintivi, orgogliosi. Così, durante la cerimonia di premiazione, Elena Rybakina ha tenuto le mani sulle sue racchette senza sorridere alla foto con Portia Archer, la CEO della WTA. Ha posato con Aryna Sabalenka, ma se n’è rimasta in disparte quando s’è avvicinata la capa del carrozzone. Un ufficiale le ha indicato di unirsi a lei per uno scatto, Rybakina ha alzato la mano e ha detto no, no, fate voi, io non vengo. Un gesto che dice più di mille parole: ci sono momenti in cui una distanza diventa una dichiarazione, commenta Hansen su The Athletic.

Alla conferenza stampa successiva, la tennista ha inizialmente rifiutato di spiegare il gesto, ma ha chiarito che il suo rapporto con la WTA è stato condizionato dall’inchiesta suo suo coach Stefano Vukov, sospeso provvisoriamente nello scorso autunno, squalificato per un anno dopo la conclusione dell’inchiesta sul codice di condotta. In una lettera riservata ottenuta da The Athletic, Portia Archer ha riassunto le violazioni di Vukov come «condotte abusiva verso la giocatrice che ne hanno compromesso il benessere psicologico, fisico ed emotivo; abusi fisici e verbali; sfruttamento della relazione per interessi personali o professionali a scapito del miglior interesse della giocatrice».

Durante l’indagine, Rybakina aveva pubblicamente sostenuto che Vukov «non l’aveva mai maltrattata», mentre l’allenatore faceva ricorso contro la sospensione prima del Roland-Garros di quest’anno. La sospensione è stata revocata in agosto, dopo un arbitrato privato tra Vukov e la WTA. Tra le violazioni contestate c’era il rifiuto di lasciare l’hotel di New York nel 2024, nonostante una rappresentante della giocatrice gli avesse comunicato il licenziamento. Vukov inondava il telefono di Rybakina con messaggi e oltre cento chiamate, secondo fonti vicine alla giocatrice, tentando di convincerla che la sua carriera non potesse progredire senza di lui. «Assolutamente, non ho mai abusato di nessuno», ha scritto Vukov in un messaggio inviato a The Athletic a gennaio.

Nonostante la controversia, Rybakina ha ringraziato Vukov al suo ritorno al successo al torneo di Strasburgo in maggio, primo titolo dopo 13 mesi, quando l’allenatore era ancora bandito dai tornei. Sabato scorso, Vukov era presente nel box e come scrive The Athletic, la presenza dell’allenatore accanto alla giocatrice sul traguardo più grande sembra un’eco silenziosa della complessità del loro rapporto: riconoscimento, dipendenza e distanza convivono nello stesso spazio.

Come è cominciato il Masters maschile

Carlos Alcaraz appare sereno. Dopo due esordi falliti alle Finals di Torino, stavolta ha cominciato vincendo [7-6, 6-2 su Alex De Minaur] e il suo sorriso in tuta rosa e scarpe multicolori racconta più del punteggio, secondo Alejandro Ciriza che ne ha scritto su El País. Un racconto che ruota intorno a una parola: libertà. Alcaraz l’ha pronunciata scherzando — «No, estoy libre…» – in risposta a chi gli ha domandato se qualcuna gli abbia rubato il cuore, ma la libertà è incarnata in campo, dove ha mostrato fluidità e fiducia dopo settimane di incertezza. Ciriza sottolinea come Alcaraz sia arrivato a questo torneo più fresco, più ossigenato, dopo aver saltato Shanghai e aver lavorato a casa per ritrovare equilibrio fisico e mentale. Nel 2023 venne eliminato da Djokovic, nel 2024 è stato frenato da un raffreddore. Stavolta Alcaraz ha scelto la pazienza e si è cucinato De Minaur a fuoco lento, senza l’ansia di chi vuole chiudere in fretta. El Pais riporta le cifre — 76 partite, 16 tornei, 8 titoli — e racconta un Alcaraz più maturo, capace di gestire i propri tempi. La rinuncia a qualche torneo e il ritorno a Murcia gli hanno restituito energia. Ora è a due vittorie dal numero uno del mondo di fine anno e ha davanti a sé due obiettivi: vincere le Finals e la Coppa Davis. Tutt’e due nell’Italia di Sinner. «Perché scegliere?».

Adriano Panatta sul Corriere della sera dice: Sempre bello da vedere, con quei gesti che fanno sembrare elegante anche un ceffone, Carlos Alcaraz mi dà l’impressione di giocare a rimpiattino con se stesso. Si accende e si spegne, a volte esce fuori dallo spartito, sparge pezzi di bravura e qualche volta prevale il suo spirito un po’ arruffone.

Quanto a Sascha Zverev, testa di serie numero tre, ha impiegato 28 minuti per chiudere il primo set contro Ben Shelton, che poi è sembrato ingranare la marcia e ha avuto una grande occasione per pareggiare il match nel tie-break del secondo set. Si è portato in vantaggio per 4-0 e ha sprecato tre set point prima di mandare a lato un rovescio che ha dato la vittoria a Zverev in 93 minuti. I primi due di ogni girone passano alle semifinali. 

Le partite di oggi: arriva l’Italia

MUSETTI VS FRITZ

La partita fra Lorenzo Musetti e Taylor Fritz si presenta come uno scontro di stili, uno con il suo tennis stiloso, imprevedibile, fatto di apertura di gambe, dritti arcuati e variazioni improvvise di ritmo; l’altro con il servizio potente, il dritto in avanzamento e la costanza da fondo campo. Un confronto fra la creatività e la solidità, nella quale Musetti dovrà spezzare la linearità di Fritz con cambi di ritmo e angoli inconsueti. Fritz cercherà di imporre il proprio tempo e una chiusura rapida dei punti. Chi ne sa, dice che il match sarà giocato sul controllo delle transizioni tra scambi brevi e palleggi più lunghi, qualunque cosa significhi. Di certo Musetti danza tra le linee, pennella rovesci e dritti rinascimentali, cercando spazi invisibili. Fritz glieli può spettinare spingendo i colpi come un vento. Dice Ivan Ljubicic che senza il fisico non avrebbe raggiunto questa posizione: qui c’è una sorta di atlante dei colpi più belli che non possiamo perderci al Masters. 

Paolo Brusorio su La Stampa dice che Sinner e Musetti condividono poco tennis, ma molta e anche diversa qualità: oggi nel giro di sei ore si alzerà il sipario sul loro torneo e che capiti a Torino, Italia, non è un segno del destino ma della bontà del nostro sport. Sistema e individualità: i traguardi, se vogliamo, siamo capaci di raggiungerli

SINNER VS AUGER-ALIASSIME

Jannik Sinner e Félix Auger-Aliassime erano due dei nomi in ascesa nel mucchio della next Next Gen – quelli che venivano dopo gli Tsitsipas e gli Zverev. Auger-Aliassime ha avuto bisogno di un passaggio sotto zio Nadal per togliersi di dosso le ultime scorie di una crisi di crescita: arrivava in finale e le perdeva. Sinner ha cercato in Darren Cahill quel che Riccardo Piatti aveva smesso di dargli. A 24 anni prova a ragionare su un campo più largo, anche fuori dalle righe, sta allenando l’empatia e l’ironia [qui la sua intervista con Federico Ferri per Sky Sport], mentre dentro le linee gioca come ormai sa tutto il mondo, profondità da fondo, dritto incisivo, rovescio compatto, capacità di accelerare nel momento giusto. Auger-Aliassime usa il fisico e l’eleganza nei colpi, un servizio e un dritto potenti, un misto di topspin e variazioni. Ha grande mobilità e capacità di variare profondità e ritmo. La partita si giocherà sull’iniziativa.

     

 

Le scommesse sulle mestruazioni in WNBA

Solo poche settimane fa la NBA è stata scossa dagli arresti di Chauncey Billups e Terry Rozier con un’appendice apocalittica nel dibattito americano sul futuro dello sport nell’età del betting. Ora dagli Stati Uniti arriva la certezza che ci sono due cose infinite: la stupidità umana e la capacità degli americani di trasformare qualsiasi questione in un affare, come scrive Lucía Taboada su El País, senza avere l’audacia di aggiungere che spesso le due cose si sovrappongono. L’ultima trovata: le scommesse sulle mestruazioni delle giocatrici in WNBA. Eh.

LEGGI TUTTO QUI

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.