
Prima di chiudersi nel silenzio del ritiro, Loris Stecca aveva detto una frase che suonava come una confessione, più che come un ricordo: «Me lo sentivo che a Portorico andava male». Era passato un anno dal 1984, partiva già sconfitto. Salutando la moglie in ascensore — «Frida, non ho voglia di andar là» — aveva sentito che quella notte non sarebbe stata sua. «Ero terrorizzato dall’atmosfera. Non cerco scuse, però questo lo voglio dire: sapete come sono andato a battermi contro Callejas? Su una macchina di poliziotti che mi hanno prelevato con la forza, da solo, senza il mio clan».
In quell’immagine — un ragazzo di venticinque anni trascinato in un’arena ostile, tremila persone che battono i piedi — c’era già tutta la solitudine del pugilato. Un anno dopo siamo a Rimini, siamo a novembre del 1985, e dice: «Sarà diverso».
Emanuela Audisio su Repubblica raccontò il giorno in cui Stecca provava a riprendersi “una fetta di mondo che era stata sua per novantaquattro giorni”, il titolo mondiale dei super gallo, versione WBA. Lo aveva conquistato contro Cruz a Milano, lo aveva perso appunto contro Callejas a Portorico. Un’ascesa fulminea, una caduta rumorosa, poi il silenzio.
Branchini aveva detto: «Non ci sarà rivincita, è troppo rischiosa». E invece eccoli di nuovo uno di fronte all’altro, stavolta in Italia. Novanta milioni per Stecca, duecento per Callejas. Denaro in ballo, e qualcosa di più: la possibilità di misurare quanto un uomo può risalire dopo essere stato spinto giù.
Il maestro Elio Ghelfi lo raccontò senza eroismi: «Ricostruirlo è stato facile, perché era lui stesso a volerlo. Ma dieci giorni fa ha avuto una crisi psicologica, stava per crollare. Allora abbiamo lasciato Imola, siamo tornati a casa e tutto ha ripreso a funzionare». In una frase di Ghelfi c’era forse la chiave di tutto: «Sono gli uomini più deboli a fare il pugilato, vi cercano una forza che non hanno».
Intanto Callejas, venticinquenne di Guaynabo con “le collinette di muscoli dell’avambraccio, simili a montagne russe” — scrisse Audisio in quel 1985 – – è diventato un piccolo imprenditore: un autolavaggio, un motoscafo, una vita nuova. ”Non ha molta tecnica, ma fa male, soprattutto con il sinistro”. E Stecca lo sapeva bene: gli aveva lasciato la volta prima una palpebra lacerata, un dente quasi staccato, il labbro gonfio, il naso tagliato.
Audisio raccontò così la vigilia: “È come mettere uno studente diligente e ordinato davanti a uno che in ventiquattr’ore, con l’ultima interrogazione, si salva da ripetere l’anno”. La boxe del resto non è un pranzo di gala, “non ha e non ha mai avuto nulla di signorile, è anzi assai scostumata”. Eppure, Stecca volle tornarci dentro, con la stessa meticolosità con cui si ricuce una ferita. Disse che avrebbe proseguito comunque, anche in caso di sconfitta: «Mi sento ancora pugile. Tenterò magari la corona Ibf o Wbc, insomma continuerò».
Con lui, scrisse Repubblica, l’Italia gioca “l’Italia ha per quest’ anno l’ ultima possibilità di restare avvinghiata ai vertici mondiali. La sua sarebbe comunque una magrissima presenza, più di dignità che di prestigio”.
A Rimini fu un match durissimo, sospeso a un certo punto per un blackout causato da alcuni tifosi che ruppero dei fili della corrente, facendo scendere il buio nel palasport. Callejas trovò ritmo, lucidità, pugno. Stecca ha sempre pensato che quella sconfitta ha cambiato per sempre la sua vita, scaraventandola nell’abisso del carcere, un incidente stradale, la minaccia di un suicidio, una condanna a 8 anni e 6 mesi di carcere in primo grado per tentato omicidio quando accoltellò la ex socia della palestra. Lo racconta il documentario A luci spente.
La sera dell’8 novembre 1985 – raccontò Audisio il giorno dopo – “ogni volta che Callejas toccava Stecca, ne ritirava la mano grondante di sangue, e il sangue ritornava sul viso dell’ italiano, in gran parte sulla faccia, per mezzo di un altro pugno. C’è stato anche alla fine della sesta ripresa il drammatico buttarsi della madre di Stecca verso il ring, a voler fermare quello che ormai era diventato un inutile combattimento a senso unico. Era l’ultimo strazio. Stecca in questa rivincita mondiale ha combattuto con molto coraggio ma tranne in qualche momento (nel terzo e quinto round) è sempre sembrato un gattino randagio tutto nervi, contro un avversario più pasciuto e più duro di lui”.
LA DONNA GIUDICE
Sul Corriere della sera Vittorio Monti raccontò invece la storia di Carol Polis, la donna presente fra i tre giudici del match, “seduta cercando di non sciupare il vestito, come fanno le donne che ci tengono al decoro, i capelli freschi di parrucchiere, per la gran soirée. … La sua storia come giudice di bore viene catalogata tra gli esempi di emancipazione della donna in America. Aspettando la prima ripresa mi aveva raccontato dei suoi inizi: il brevetto nel 1973, poi il passaggio al ruolo internazionale e, attorno ai quarant’anni, in giuria nei combattimenti mondiali. Tra un match e l’altro, anche i suoi k.o. personali, per molte vittorie e poche sconfitte: quattro figli, il divorzio, un lavoro tra i computer, alcuni brividi di cuore. Venendo da queste parti si è trovata in buona compagnia perché sono tante le signore e signorine che hanno interpretato nuovi ruoli. Qui è nata la prima donna sceriffo, armata di revolver per difendere le banche. Ci sono ragazze che fanno il muratore. Una biondina molto dolce si licenzio dalla boutique per diventare imbianchino. Andando a Bologna c’è Luana Ercolessi, arbitro di calcio, che ha appeso il fischietto al chiodo soltanto il giorno del matrimonio. Con tutto ciò i romagnoli continuano a preferire il tradizionale. Il Palasport era una bolgia gonfia di passione per la bore e per Loris Stecca, idolo di casa. Ma quando sul ring è spuntata Beatrice Papi, miss Italia con evidenti (basta guardare da vicino) ambizioni di bellezza planetaria, qualcosa è successo. Voglio dire che i giovanotti del pubblico hanno aperto una parentesi nel tifo per il pugilato, concedendosi a rumorosi apprezzamenti per l’estetica. E cosi si è visto che se sul quadrato c’erano due super-gallo, in gradinata mancavano del tutto i capponi”.